EPISODE · Mar 5, 2026 · 5 MIN
Il cuore ferito ha sete di Dio - Omelia giovedì II settimana di quaresima
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Mi colpisce profondamente una parola molto dura del profeta Geremia: «Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce». È un’affermazione estremamente severa, quasi sconfortante, perché sembra suggerire che non ci sia speranza. Geremia descrive il cuore dell’uomo come ingannevole, doloso, infido e addirittura incurabile. È un cuore ferito, malato, incapace di guarire da solo. Questa descrizione, però, non è solo un giudizio morale: il profeta mostra anche le conseguenze concrete di questo cuore malato. Quando l’uomo vive con un cuore così ferito, tende spontaneamente a confidare solo in sé stesso. Si appoggia sulle proprie forze, sulla “carne”, cioè su ciò che è puramente umano e fragile. Geremia usa un’immagine molto forte: quella del tamerisco nella steppa. È un piccolo albero che riesce a sopravvivere, ma vive in una condizione di solitudine e di aridità. È tutto concentrato sul semplice sopravvivere. E il testo aggiunge una frase terribile: non vede arrivare il bene. Questo significa che il cuore chiuso e malato non solo vive nella fatica, ma diventa anche incapace di riconoscere il bene quando arriva. Il cuore chiuso che non vede il bene Questa condizione del cuore umano aiuta a comprendere anche il Vangelo evocato nella riflessione. Penso alla figura del ricco che vive nel suo benessere e nel suo piacere senza accorgersi veramente di ciò che accade attorno a lui. Sa che esiste il povero alla sua porta, ma non compie alcun gesto di misericordia, nessun atto di dono. Il suo cuore è completamente chiuso. Non è tanto una questione di ignoranza: il ricco sa che il povero è lì, ma non lo vede davvero. Il suo cuore non è capace di aprirsi, di lasciarsi toccare. È un cuore ripiegato su sé stesso. Questa immagine illumina ciò che Geremia diceva: il cuore malato non solo si chiude, ma perde anche la capacità di accorgersi del bene, delle occasioni di amore, delle possibilità di misericordia che gli passano davanti. Imparare a confidare nel Signore A questo punto nasce spontanea una domanda: se il cuore umano è così ferito, è possibile guarirlo? Il profeta Geremia suggerisce una strada molto chiara. La guarigione del cuore passa attraverso un allenamento alla fiducia. L’uomo deve imparare a confidare nel Signore invece che in sé stesso. Qui appare un’altra immagine molto bella: quella dell’albero che stende le sue radici verso il corso d’acqua. Questo albero è consapevole della propria sete. Sa di non avere dentro di sé la sorgente della vita, e per questo cerca l’acqua altrove. È un’immagine molto concreta: l’albero ha bisogno di acqua e scopre che lì vicino c’è un corso d’acqua. Allora stende le sue radici verso quella fonte per poterne attingere. Allo stesso modo il cuore dell’uomo, quando riconosce il proprio bisogno, comincia a cercare fuori di sé la sorgente della vita. Un cuore che attinge alla Parola di Dio L’albero che affonda le radici nell’acqua riceve nutrimento costante. Per questo non teme la siccità, rimane sempre verde e continua a portare frutto. Questa immagine diventa una bellissima descrizione del cuore umano quando impara a vivere affidandosi a Dio. La riflessione del Vangelo rafforza questa idea attraverso le parole attribuite ad Abramo: «Hanno Mosè e i profeti». Se non ascoltano loro, dice il testo, non saranno convinti neppure se qualcuno risorgesse dai morti. Questo significa che la Parola di Dio è già stata donata come fonte di vita. Nelle letture di oggi essa appare proprio come quel corso d’acqua a cui l’uomo può andare ad attingere. Anche il Salmo lo ricorda con forza: beato l’uomo che non segue la via degli empi, ma trova la sua gioia nella legge del Signore e la medita giorno e notte. È proprio questa meditazione della Parola che permette al cuore umano di ricevere nutrimento e guarigione. La guarigione del cuore ferito Se il cuore è ferito e malato, la Parola di Dio diventa la medicina capace di illuminarlo e trasformarlo. Dio parla al cuore dell’uomo per redimerlo, guarirlo, sollevarlo, consolarlo e guidarlo. Nella preghiera della colletta emerge proprio questa richiesta: abbiamo bisogno che Dio guidi i nostri cuori. Da soli non siamo in grado di farlo. Dobbiamo riconoscere il nostro bisogno profondo. Infatti il problema più grande sarebbe proprio non accorgerci di avere sete. Se restiamo come il tamerisco nella steppa, chiusi nella nostra autosufficienza, non cercheremo mai l’acqua che può salvarci. Invece siamo chiamati ad assumere l’atteggiamento del salmista che dice: come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. Il riconoscimento della nostra sete diventa il primo passo verso la guarigione. Il cammino di conversione nel tempo di Quaresima Il momento che stiamo vivendo, il tempo della Quaresima, diventa allora un tempo privilegiato per compiere questo cammino. È il tempo in cui impariamo a piantare le nostre radici nel Signore. Significa nutrirsi della sua Parola, lasciarsi irrigare dalla sua presenza, permettere a Dio di lavorare lentamente dentro il nostro cuore. La guarigione non avviene tutta in un istante: è un processo graduale che richiede allenamento, perseveranza e conversione. Proprio per questo siamo qui: perché riconosciamo il nostro bisogno. Portiamo davanti a Dio le nostre ferite interiori e lasciamo che la sua Parola continui a irrigare la nostra vita. Alla fine possiamo solo ringraziare il Signore, perché non smette mai di riversare la sua Parola sui nostri cuori. È questa Parola che, giorno dopo giorno, li nutre, li trasforma e li conduce verso la guarigione.
What this episode covers
Mi colpisce profondamente una parola molto dura del profeta Geremia: «Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce». È un’affermazione estremamente severa, quasi sconfortante, perché sembra suggerire che non ci sia speranza. Geremia descrive il cuore dell’uomo come ingannevole, doloso, infido e addirittura incurabile. È un cuore ferito, malato, incapace di guarire da solo. Questa descrizione, però, non è solo un giudizio morale: il profeta mostra anche le conseguenze concrete di questo cuore malato. Quando l’uomo vive con un cuore così ferito, tende spontaneamente a confidare solo in sé stesso. Si appoggia sulle proprie forze, sulla “carne”, cioè su ciò che è puramente umano e fragile. Geremia usa un’immagine molto forte: quella del tamerisco nella steppa. È un piccolo albero che riesce a sopravvivere, ma vive in una condizione di solitudine e di aridità. È tutto concentrato sul semplice sopravvivere. E il testo aggiunge una frase terribile: non vede arrivare il bene. Questo significa che il cuore chiuso e malato non solo vive nella fatica, ma diventa anche incapace di riconoscere il bene quando arriva. Il cuore chiuso che non vede il bene Questa condizione del cuore umano aiuta a comprendere anche il Vangelo evocato nella riflessione. Penso alla figura del ricco che vive nel suo benessere e nel suo piacere senza accorgersi veramente di ciò che accade attorno a lui. Sa che esiste il povero alla sua porta, ma non compie alcun gesto di misericordia, nessun atto di dono. Il suo cuore è completamente chiuso. Non è tanto una questione di ignoranza: il ricco sa che il povero è lì, ma non lo vede davvero. Il suo cuore non è capace di aprirsi, di lasciarsi toccare. È un cuore ripiegato su sé stesso. Questa immagine illumina ciò che Geremia diceva: il cuore malato non solo si chiude, ma perde anche la capacità di accorgersi del bene, delle occasioni di amore, delle possibilità di misericordia che gli passano davanti. Imparare a confidare nel Signore A questo punto nasce spontanea una domanda: se il cuore umano è così ferito, è possibile guarirlo? Il profeta Geremia suggerisce una strada molto chiara. La guarigione del cuore passa attraverso un allenamento alla fiducia. L’uomo deve imparare a confidare nel Signore invece che in sé stesso. Qui appare un’altra immagine molto bella: quella dell’albero che stende le sue radici verso il corso d’acqua. Questo albero è consapevole della propria sete. Sa di non avere dentro di sé la sorgente della vita, e per questo cerca l’acqua altrove. È un’immagine molto concreta: l’albero ha bisogno di acqua e scopre che lì vicino c’è un corso d’acqua. Allora stende le sue radici verso quella fonte per poterne attingere. Allo stesso modo il cuore dell’uomo, quando riconosce il proprio bisogno, comincia a cercare fuori di sé la sorgente della vita. Un cuore che attinge alla Parola di Dio L’albero che affonda le radici nell’acqua riceve nutrimento costante. Per questo non teme la siccità, rimane sempre verde e continua a portare frutto. Questa immagine diventa una bellissima descrizione del cuore umano quando impara a vivere affidandosi a Dio. La riflessione del Vangelo rafforza questa idea attraverso le parole attribuite ad Abramo: «Hanno Mosè e i profeti». Se non ascoltano loro, dice il testo, non saranno convinti neppure se qualcuno risorgesse dai morti. Questo significa che la Parola di Dio è già stata donata come fonte di vita. Nelle letture di oggi essa appare proprio come quel corso d’acqua a cui l’uomo può andare ad attingere. Anche il Salmo lo ricorda con forza: beato l’uomo che non segue la via degli empi, ma trova la sua gioia nella legge del Signore e la medita giorno e notte. È proprio questa meditazione della Parola che permette al cuore umano di ricevere nutrimento e guarigione....
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