EPISODE · Jun 27, 2026 · 6 MIN
Il dolore dell'esilio e una preghiera che non nasconde la sofferenza Omelia sabato XII settimana TO
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Oggi il Libro delle Lamentazioni ci invita a fermarci davanti al momento più drammatico della storia del popolo d'Israele: la deportazione in esilio, già raccontata nel Libro dei Re. Questo libro non cerca di spiegare il dolore né di offrire facili consolazioni. Al contrario, dà voce con grande sincerità alla sofferenza e ci insegna a pregare proprio quando il cuore è ferito. Il testo che leggiamo nella liturgia è estremamente diretto. Il popolo afferma senza esitazione: «Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i pascoli di Giacobbe». È un'espressione molto forte, che riconosce come, dietro l'azione di Nabucodonosor e dell'esercito babilonese, vi sia comunque la signoria di Dio sulla storia. Il popolo comprende che questa tragedia non è casuale, ma è conseguenza della propria infedeltà: ha abbandonato l'alleanza, ha trasgredito i comandamenti e ha sostituito il Signore con gli idoli. Il silenzio davanti alla tragedia Ci soffermiamo poi sulla descrizione del dolore del popolo, resa ancora più intensa dal silenzio. Gli anziani di Sion siedono a terra senza parlare. Essi, che sanno leggere gli avvenimenti della storia, restano prostrati e muti davanti a una sofferenza così grande. Anche le giovani di Gerusalemme abbassano il capo fino a terra. Nessuno trova parole adeguate. È un silenzio che esprime insieme smarrimento, impotenza e quasi una rassegnazione di fronte alla devastazione. L'immagine più sconvolgente è però quella dei bambini che muoiono di fame. È il culmine del dolore: vedere i figli morire senza poter fare nulla. Il grido che diventa preghiera Di fronte a una situazione tanto drammatica, il Libro delle Lamentazioni non invita a reprimere il dolore, ma a trasformarlo in preghiera. Il popolo viene esortato a gridare al Signore con tutto il cuore. Siamo invitati a lasciar sgorgare le lacrime come un torrente, giorno e notte, senza vergognarci della nostra sofferenza. La preghiera nasce dal cuore, prende la forma del grido, delle lacrime e dell'invocazione accorata. Dobbiamo alzarci anche nella notte e presentarci davanti al Signore, implorandolo soprattutto per la vita dei bambini che muoiono di fame. È una delle immagini più dolorose dell'intera Scrittura e ci ricorda quanto sia insopportabile per un genitore assistere alla morte dei propri figli. Le sofferenze di oggi e la speranza della fede Questa pagina biblica ci porta a pensare alle tante sofferenze del nostro tempo. Pensiamo alle prove personali e familiari che ciascuno porta nel cuore, ma anche ai grandi drammi dell'umanità: le guerre, le catastrofi naturali e, in particolare, il terremoto che ha colpito il Venezuela, paese natale del predicatore, pur non essendovi mai tornato. Tutte queste situazioni diventano motivo di preghiera. Anche oggi siamo invitati a gridare al Signore, ad alzare lo sguardo verso di Lui e a chiedere con fiducia il suo aiuto. La fede del centurione e la certezza che Cristo porta le nostre sofferenze Il Vangelo ci offre l'esempio del centurione, che Gesù stesso loda per la sua grande fede. Egli non pretende nulla per sé, ma riconosce con umiltà: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; basta una tua parola e il mio servo sarà guarito». Tutte le guarigioni operate da Gesù nascono da questa fiducia. Crediamo che il Signore è buono, che ci viene incontro, che non ci ha abbandonati e che si fa vicino proprio nelle nostre sofferenze. Egli è venuto nel mondo per caricarsi delle nostre malattie, del nostro dolore e del nostro peccato. Questa verità la professiamo anche nella liturgia eucaristica. Poco prima della Comunione ripetiamo le stesse parole del centurione e contempliamo Gesù come l'Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Egli porta anche le nostre sofferenze e le nostre ferite. Per questo possiamo rivolgerci a Lui con fiducia, chiedendo che ascolti la nostra preghiera e venga in nostro aiuto.
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