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EPISODE · Aug 9, 2026 · 26 MIN

Il mondo ha finito la sabbia

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di Paola OttinoQuesto articolo apre una serie in tre parti dedicata alla geopolitica dell’invisibile, ossia le risorse materiali che sostengono l’economia contemporanea senza entrare nel dibattito pubblico. Partiamo dalla sabbia, seconda risorsa più consumata al mondo dopo l’acqua. Dai cantieri alla tecnologia, dalle isole artificiali ai data center, la sua crescente scarsità sta modificando geografie economiche e rapporti di forza. Nei prossimi articoli analizzeremo altre due infrastrutture invisibili del XXI secolo: il freddo necessario ai data center e l’orbita bassa terrestre, diventata teatro di una nuova corsa allo spazio.IN BREVECorsa alle risorse Ogni anno si estraggono cinquanta miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia. Oggi si consuma questa materia prima naturale a un ritmo cinque volte superiore rispetto al 1970.Illusione del deserto I granuli desertici, levigati dal vento, non legano con il cemento. Le infrastrutture urbane dipendono solo dai depositi fluviali e marini, ormai soggetti a un’estrazione predatoria irreversibile.Monopolio del silicio I microprocessori e i data center necessitano di quarzo ultra-puro. Un unico distretto estrattivo negli Stati Uniti soddisfa il 90 percento della domanda globale per la tecnologia digitale.Speculazione territoriale L’espansione di hub come Singapore e Dubai poggia sul drenaggio dei fondali. La creazione di nuova terra emersa distrugge gli ecosistemi e innesca aspre dispute geopolitiche sui confini.Mercati illegali e violenza L’esaurimento dei giacimenti legali alimenta reti criminali e mafie locali. Il controllo della materia prima degrada i bacini idrici, minacciando la sussistenza di miliardi di persone.La sabbia è ovunque. Lungo i fiumi, sulle spiagge, nei fondali marini. Eppure la sabbia adatta agli impieghi dell’economia contemporanea sta diventando sempre più difficile da reperire. Il paradosso è che la sabbia più abbondante – quella dei deserti – spesso non si può utilizzare per l’edilizia. I suoi granuli, levigati dal vento, non si legano a dovere al cemento.Per le costruzioni servono sabbie fluviali e marine, più rare, la cui estrazione sta modificando fiumi, coste ed ecosistemi e alimentando una competizione sempre più aspra per il controllo dei giacimenti. Già, perché non esiste «la» sabbia: esistono sabbie diverse, con caratteristiche e valori economici radicalmente differenti.Il 12 maggio 2026 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha pubblicato il terzo rapporto sul tema, “Sand and Sustainability: An Essential Resource for Nature and Development”, curato da 27 esperti internazionali. La cifra che emerge è inaudita: ogni anno vengono estratti circa 50 miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia, cinque volte più che nel 1970. La sabbia è la seconda risorsa naturale più consumata al mondo dopo l’acqua.¹ Secondo l’agenzia ONU, ogni anno estraiamo sabbia a sufficienza per costruire, lungo l’intera circonferenza del pianeta, un muro alto e largo 27 metri[1].Il rapporto UNEP introduce una distinzione significativa tra sabbia «morta», già estratta e trasformata in cemento, asfalto o vetro, e sabbia «viva», ancora presente nei fiumi, nei delta e lungo le coste, dove svolge funzioni essenziali per gli ecosistemi e l’equilibrio idrogeologico. È una distinzione apparentemente tecnica, ma racconta come una risorsa considerata inesauribile stia diventando un capitale naturale non rinnovabile su scala umana.Paradosso globaleUna materia in apparenza marginale sta così diventando un fattore di potere. È questo il paradosso della geopolitica dell’invisibile: le risorse decisive per l’economia del XXI secolo sono spesso quelle alle quali prestiamo meno attenzione. Materiali in apparenza comuni diventano strategici quando non sono facilmente sostituibili.Come è già accaduto per il petrolio, il gas naturale o le terre rare, anche la disponibilità della sabbia inizia a influenzare rapporti di forza economici, catene globali del valore e strategie nazionali. La differenza è che questa trasformazione è avvenuta quasi senza attirare l’attenzione dell’opinione pubblica.L’economia contemporanea dipende dalle sabbie fluviali e marine, caratterizzate da granuli più spigolosi e concentrate in giacimenti molto più limitati, spesso condivisi tra più Stati. La domanda continua a crescere, alimentata dall’urbanizzazione[2], dai grandi progetti infrastrutturali e, sempre più, dall’economia del silicio: semiconduttori e pannelli fotovoltaici richiedono silicio di elevatissima purezza, mentre i data center consumano enormi quantità di materiali da costruzione. L’offerta, al contrario, cresce con estrema lentezza perché la natura impiega centinaia di migliaia di anni per rigenerare questi depositi[3].È da questo squilibrio che nasce il nuovo valore strategico della sabbia.Nel 2024 il mercato globale della sabbia valeva 569,4 miliardi di dollari, mentre la sola domanda per l’edilizia è destinata a crescere del 45% entro il 2060[4]. Non sorprende quindi che la competizione per il controllo dei giacimenti, delle esportazioni e delle tecnologie di estrazione stia assumendo una dimensione sempre più geopolitica.Le conseguenze di questa pressione sono già visibili. In India l’estrazione lungo fiumi come Chambal, Yamuna, Son e Damodar sta abbassando il letto fluviale, destabilizzando gli argini e aumentando il rischio di alluvioni nelle aree a valle[5]. A pagarne il prezzo non sono soltanto gli ecosistemi, ma anche milioni di persone che dipendono dalla pesca artigianale, dall’agricoltura fluviale e dall’equilibrio idrogeologico dei bacini.Uno studio pubblicato sulla rivista Science nel 2017 ha definito questa situazione una vera e propria «tragedia», con effetti su pesca artigianale, erosione costiera e comunità rivierasche, stimando che oltre 2,3 miliardi di persone vivano in sistemi economici esposti agli effetti dell’estrazione incontrollata[6]. Quando una risorsa diventa scarsa, tuttavia, non produce soltanto danni ambientali ma genera anche nuove rendite.È su questo terreno che prosperano le cosiddette «sand mafias», organizzazioni criminali documentate in particolare nel subcontinente indiano ma ormai presenti anche in diverse aree costiere africane dove l’estrazione illegale si intreccia con corruzione locale e violenza[7]. La sabbia ha ormai superato la dimensione puramente ambientale. Laddove aumenta il suo valore economico, emergono gli stessi meccanismi osservati per altre materie prime strategiche, come controllo territoriale, mercati illegali e conflitti.La più grande miniera di sabbia del pianetaSe l’India mostra il volto diffuso dell’estrazione, la Cina ne offre l’esempio più estremo. Nel 2000 le autorità cinesi vietarono l’estrazione di sabbia lungo il corso medio-basso del fiume Azzurro (Yangtze), da cui dipende l’approvvigionamento idrico di circa 400 milioni di persone. L’obiettivo era arrestare l’abbassamento del letto fluviale e limitare il rischio di cedimento degli argini. Il divieto, però, non fece che spostare l’attività verso il lago Poyang, il più grande bacino d’acqua dolce del Paese, collegato allo Yangtze stesso.Uno studio condotto da ricercatori statunitensi, olandesi e cinesi, utilizzando immagini satellitari, ha stimato che dal fondale e dalle rive del lago venivano estratti fino a 236 milioni di metri cubi di sabbia l’anno, pari a circa il 9% della produzione nazionale cinese. Secondo gli autori si tratta della più grande operazione di estrazione di sabbia mai documentata al mondo, più estesa della somma delle tre maggiori miniere di sabbia statunitensi[8].Le immagini satellitari raccontano questa trasformazione meglio di qualsiasi statistica. Tra il 1995 e il 2013 il canale di collegamento tra il lago e lo Yangtze appare progressivamente allargato dalle draghe, al punto da alterare la naturale alternanza stagionale tra piena e magra del bacino[9].L’abbassamento dei livelli idrici durante l’inverno altera gli habitat di una delle principali aree asiatiche di svernamento per gru, cicogne e oche migratrici. A essere minacciata è anche la focena senza pinna dorsale dello Yangtze, specie a rischio che utilizza l’ecolocalizzazione e viene disturbata dal rumore continuo delle draghe. Solo nel marzo 2021 il governo cinese ha imposto restrizioni più severe e avviato una campagna contro i minatori abusivi, senza però arrivare a un divieto totale data l’entità degli introiti economici legati al settore[10].Ed è qui che emerge un altro elemento tipico della geopolitica dell’invisibile. Le risorse apparentemente banali non diventano strategiche perché rare in senso assoluto, ma perché non possono esserVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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di Paola OttinoQuesto articolo apre una serie in tre parti dedicata alla geopolitica dell’invisibile, ossia le risorse materiali che sostengono l’economia contemporanea senza entrare nel dibattito pubblico. Partiamo dalla sabbia, seconda risorsa più consumata al mondo dopo l’acqua. Dai cantieri alla tecnologia, dalle isole artificiali ai data center, la sua crescente scarsità sta modificando geografie economiche e rapporti di forza. Nei prossimi articoli analizzeremo altre due infrastrutture invisibili del XXI secolo: il freddo necessario ai data center e l’orbita bassa terrestre, diventata teatro di una nuova corsa allo spazio.IN BREVECorsa alle risorse Ogni anno si estraggono cinquanta miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia. Oggi si consuma questa materia prima naturale a un ritmo cinque volte superiore rispetto al 1970.Illusione del deserto I granuli desertici, levigati dal vento, non legano con il cemento. Le infrastrutture urbane dipendono solo dai depositi fluviali e marini, ormai soggetti a un’estrazione predatoria irreversibile.Monopolio del silicio I microprocessori e i data center necessitano di quarzo ultra-puro. Un unico distretto estrattivo negli Stati Uniti soddisfa il 90 percento della domanda globale per la tecnologia digitale.Speculazione territoriale L’espansione di hub come Singapore e Dubai poggia sul drenaggio dei fondali. La creazione di nuova terra emersa distrugge gli ecosistemi e innesca aspre dispute geopolitiche sui confini.Mercati illegali e violenza L’esaurimento dei giacimenti legali alimenta reti criminali e mafie locali. Il controllo della materia prima degrada i bacini idrici, minacciando la sussistenza di miliardi di persone.La sabbia è ovunque. Lungo i fiumi, sulle spiagge, nei fondali marini. Eppure la sabbia adatta agli impieghi dell’economia contemporanea sta diventando sempre più difficile da reperire. Il paradosso è che la sabbia più abbondante – quella dei deserti – spesso non si può utilizzare per l’edilizia. I suoi granuli, levigati dal vento, non si legano a dovere al cemento.Per le costruzioni servono sabbie fluviali e marine, più rare, la cui estrazione sta modificando fiumi, coste ed ecosistemi e alimentando una competizione sempre più aspra per il controllo dei giacimenti. Già, perché non esiste «la» sabbia: esistono sabbie diverse, con caratteristiche e valori economici radicalmente differenti.Il 12 maggio 2026 il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha pubblicato il terzo rapporto sul tema, “Sand and Sustainability: An Essential Resource for Nature and Development”, curato da 27 esperti internazionali. La cifra che emerge è inaudita: ogni anno vengono estratti circa 50 miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia, cinque volte più che nel 1970. La sabbia è la seconda risorsa naturale più consumata al mondo dopo l’acqua.¹ Secondo l’agenzia ONU, ogni anno estraiamo sabbia a sufficienza per costruire, lungo l’intera circonferenza del pianeta, un muro alto e largo 27 metri [1] .Il rapporto UNEP introduce una distinzione significativa tra sabbia «morta», già estratta e trasformata in cemento, asfalto o vetro, e sabbia «viva», ancora presente nei fiumi, nei delta e lungo le coste, dove svolge funzioni essenziali per gli ecosistemi e l’equilibrio idrogeologico. È una distinzione apparentemente tecnica, ma racconta come una risorsa considerata inesauribile stia diventando un capitale naturale non rinnovabile su scala umana.Paradosso globaleUna materia in apparenza marginale sta così diventando un fattore di potere. È questo il paradosso della geopolitica dell’invisibile: le risorse decisive per l’economia del XXI secolo sono spesso quelle alle quali prestiamo meno attenzione. Materiali in apparenza comuni diventano strategici quando non sono facilmente sostituibili.Come è già accaduto per il petrolio, il gas naturale o le terre rare,...

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