EPISODE · Jul 22, 2026 · 11 MIN
India, la battaglia per la sovranità alimentare
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di Andrea PincinIl sistema agricolo indiano è costoso e inefficiente, ma garantisce reddito e sicurezza a centinaia di milioni di persone. Di fronte alle pressioni internazionali per liberalizzare il settore, New Delhi cerca una terza via, capace di conciliare modernizzazione, stabilità sociale e autonomia geopolitica. In questa sfida, i BRICS possono diventare un laboratorio di modelli alternativi di sviluppo.IN BREVEGigante agricolo. In India l’agricoltura genera il 16% del PIL e impiega oltre il 40% degli occupati. Le aree rurali sono il fondamento vitale per milioni di persone.Sicurezza e welfare. Lo Stato sostiene il settore con prezzi minimi e acquisti pubblici, sfamando 800 milioni di persone. Un sistema costoso, ma vitale e strategico.Pressioni occidentali. FMI e Banca Mondiale spingono per deregolamentare il mercato agricolo indiano, ma ciò esporrebbe milioni di famiglie alla volatilità dei prezzi.Laboratorio BRICS. Per l’India modernizzare non significa per forza deregolamentare. Serve un dirigismo pubblico che unisca efficienza, protezione e sovranità.Geopolitica del cibo. Il futuro indiano si decide anche nelle campagne. Le proteste nel Punjab ricordano che chi controlla il cibo governa la sovranità nazionale.Le proteste degli agricoltori stanno infiammando di nuovo il subcontinente indiano. Il 15 luglio, i contadini del Punjab hanno marciato su moto e motorini «protestando contro la proposta di accordo commerciale tra India e Stati Uniti». I dimostranti accusano il governo di «ignorare le preoccupazioni riguardanti il settore primario, le politiche di uso del suolo e la vita negli spazi rurali».Le proteste si sono accese neanche un mese dopo la chiusura della sedicesima riunione dei ministri dell’Agricoltura dei BRICS, che si è tenuta a Indore il 12 e il 13 giugno. Una coincidenza che mostra come la centralità del settore primario e agroalimentare sia una delle principali responsabilità di New Delhi.Peso sociale di un giganteAl contrario dell’Occidente, in India l’economia rurale riveste ancora un ruolo centrale. Mentre in Europa e Stati Uniti il settore rappresenta una minima parte del PIL (meno del 2% nell’UE e meno dell’1% negli USA), in India l’agricoltura incide per poco più del 16%.Il peso sociale dell’agricoltura indiana dipende soprattutto dal dato occupazionale: se in UE solo il 2% della popolazione è impiegata nel settore primario, in India la percentuale sale tra il 42% e il 45%.Le aree rurali indiane non sono dunque un comparto residuale da rendere semplicemente più efficiente. Sono la base materiale dalla quale dipendono centinaia di milioni di persone nello Stato più popoloso del mondo. Nelle campagne indiane vive il 65% della popolazione, che contribuisce al 55% dei consumi nazionali e rappresenta il 46% del PIL.L’agricoltura è quindi un fattore decisivo per la politica interna di New Delhi. Eppure, nonostante questi numeri impressionanti, viene spesso indicata come «un gigante dai piedi d’argilla».Sistema costoso ma essenzialeL’architettura del settore primario indiano poggia su tre strumenti: i mercati regolamentati (APMC), i prezzi minimi di sostegno e la distribuzione pubblica degli alimenti.Gli Agricultural Produce Market Committees sono i mercati fisici all’ingrosso nei quali gli agricoltori vendono la produzione a trader e trasformatori autorizzati. Un passaggio non obbligatorio, che tuttavia rappresenta uno strumento di tutela.Lo Stato indiano fissa anche prezzi minimi garantiti per 22 colture di interesse strategico. Queste tariffe costituiscono un riferimento per il mercato, APMC compresi, e diventano vincolanti quando ad acquistare sono le agenzie pubbliche, prima fra tutte la Food Corporation of India.Attraverso gli acquisti di Stato, New Delhi persegue simultaneamente tre obiettivi di sicurezza nazionale: tutela centinaia di milioni di piccoli contadini dal collasso dei prezzi; alimenta le riserve strategiche e si assicura il volume fisico di cereali necessario a sfamare la metà più povera della popolazione attraverso la pubblica distribuzione delle derrate alimentari.Il risultato è «il più grande programma al mondo di welfare alimentare che distribuisce a 800 milioni di indiani riso e grano gratuitamente». Una manovra che costa al governo 24,7 miliardi di dollari all’anno. Le riserve pubbliche consentono inoltre al governo di intervenire in caso di carestie, cattivi raccolti, choc climatici o rapido aumento dei prezzi internazionali. Lo Stato sovvenziona inoltre i fertilizzanti e il consumo dell’acqua, due fattori essenziali per mantenere le rese dei raccolti.Il sistema indiano è dunque costoso e presenta varie inefficienze, ma svolge funzioni economiche, sociali e strategiche fondamentali per la tenuta del Paese. In altre parole, quello indiano non è soltanto un mercato agricolo. È una struttura di sicurezza nazionale nella quale produzione, welfare e stabilità politica risultano inseparabili.Pressioni internazionaliIl sistema è burocratico, diseguale e non sempre efficiente. Ma riformarlo è tutt’altro che facile. Per farlo, occorre intervenire sull’equilibrio di un Paese dove oltre quattro occupati su dieci dipendono ancora dall’agricoltura e dove ogni tentativo di riforma incontra resistenze e mobilitazioni di piazza.Da oltre 30 anni la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e diversi think tank occidentali raccomandano una maggiore apertura dell’agricoltura indiana. Nel 1991, la Banca Mondiale pubblicò un documento intitolato «Liberalizzazione dell’agricoltura indiana. Un’agenda per le riforme», che proponeva una serie di passi per deregolamentare il settore. Nel 2008 tornò sull’argomento con il report «India: portare l’agricoltura sul mercato», per promuovere «la completa deregolamentazione del sistema commerciale agricolo» e l’apertura agli investimenti privati esteri.Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i «prezzi minimi garantiti potrebbero distorcere le decisioni di produzione degli agricoltori, alimentare l’inflazione e aggravare l’onere fiscale». Il think tank Carnegie Endowment ha poi evidenziato come l’abrogazione delle riforme agrarie rappresenti una sconfitta per l’innovazione e la transizione strutturale del Paese verso il libero mercato. Infine, The Economist ha bollato il sistema dei mercati agricoli e dei prezzi minimi garantiti come un retaggio obsoleto che allontana gli investimenti privati.Sebbene dettate da un’agenda che non mira certo a tutelare i contadini indiani, le critiche intercettano problemi reali. L’agricoltura indiana soffre per la frammentazione delle aziende, l’insufficienza delle infrastrutture, le perdite successive al raccolto, la debolezza della catena del freddo e l’accesso diseguale al credito. Ma tale diagnosi non porta necessariamente alla terapia ideale. Pur con accenti differenti, gli organismi finanziari internazionali e i think tank occidentali convergono verso una medesima impostazione di fondo: aprire l’agricoltura indiana ai mercaVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Andrea PincinIl sistema agricolo indiano è costoso e inefficiente, ma garantisce reddito e sicurezza a centinaia di milioni di persone. Di fronte alle pressioni internazionali per liberalizzare il settore, New Delhi cerca una terza via, capace di conciliare modernizzazione, stabilità sociale e autonomia geopolitica. In questa sfida, i BRICS possono diventare un laboratorio di modelli alternativi di sviluppo.IN BREVEGigante agricolo. In India l’agricoltura genera il 16% del PIL e impiega oltre il 40% degli occupati. Le aree rurali sono il fondamento vitale per milioni di persone.Sicurezza e welfare. Lo Stato sostiene il settore con prezzi minimi e acquisti pubblici, sfamando 800 milioni di persone. Un sistema costoso, ma vitale e strategico.Pressioni occidentali. FMI e Banca Mondiale spingono per deregolamentare il mercato agricolo indiano, ma ciò esporrebbe milioni di famiglie alla volatilità dei prezzi.Laboratorio BRICS. Per l’India modernizzare non significa per forza deregolamentare. Serve un dirigismo pubblico che unisca efficienza, protezione e sovranità.Geopolitica del cibo. Il futuro indiano si decide anche nelle campagne. Le proteste nel Punjab ricordano che chi controlla il cibo governa la sovranità nazionale.Le proteste degli agricoltori stanno infiammando di nuovo il subcontinente indiano. Il 15 luglio, i contadini del Punjab hanno marciato su moto e motorini «protestando contro la proposta di accordo commerciale tra India e Stati Uniti». I dimostranti accusano il governo di «ignorare le preoccupazioni riguardanti il settore primario, le politiche di uso del suolo e la vita negli spazi rurali».Le proteste si sono accese neanche un mese dopo la chiusura della sedicesima riunione dei ministri dell’Agricoltura dei BRICS, che si è tenuta a Indore il 12 e il 13 giugno. Una coincidenza che mostra come la centralità del settore primario e agroalimentare sia una delle principali responsabilità di New Delhi.Peso sociale di un giganteAl contrario dell’Occidente, in India l’economia rurale riveste ancora un ruolo centrale. Mentre in Europa e Stati Uniti il settore rappresenta una minima parte del PIL (meno del 2% nell’UE e meno dell’ 1% negli USA), in India l’agricoltura incide per poco più del 16% .Il peso sociale dell’agricoltura indiana dipende soprattutto dal dato occupazionale: se in UE solo il 2% della popolazione è impiegata nel settore primario, in India la percentuale sale tra il 42% e il 45% .Le aree rurali indiane non sono dunque un comparto residuale da rendere semplicemente più efficiente. Sono la base materiale dalla quale dipendono centinaia di milioni di persone nello Stato più popoloso del mondo. Nelle campagne indiane vive il <a target="_blank"...
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