EPISODE · Apr 10, 2026 · 3 MIN
Irritazione e dolore per la risurrezione? Intervento a Galeazza venerdì di Pasqua
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Mi ha colpito la reazione dei capi del popolo descritta nel testo degli Atti: erano irritati perché gli apostoli insegnavano e annunciavano, in Gesù, la risurrezione dei morti. Questa irritazione non mi sembra solo una reazione razionale o ideologica, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare anche con il dolore e con una certa stanchezza interiore. È come se l’annuncio della risurrezione toccasse una ferita, smuovesse qualcosa di scomodo, provocando una chiusura. Quando Pietro cita l’immagine della pietra scartata, disprezzata e rifiutata, vedo emergere una dinamica molto umana: davanti a un’evidenza che interpella, può nascere una resistenza che si trasforma in disprezzo, persino violento. Non è solo un rifiuto passivo, ma un desiderio attivo di mettere a tacere, di eliminare ciò che disturba. Questo atteggiamento non è così scontato, perché avviene nonostante segni concreti, come il miracolo dello storpio, che avrebbero potuto aprire alla fede. Il cammino graduale dei discepoli Dall’altra parte, vedo nei discepoli del Vangelo un atteggiamento diverso, più lento ma anche più aperto. Anche loro procedono per gradi: sono sulla riva del mare, tornano a pescare insieme, vivono una notte infruttuosa. È una situazione di fatica e di vuoto, che però non si chiude in sé stessa. Poi arriva un’indicazione semplice, quasi minima: gettare le reti dalla parte destra. È un gesto di fiducia che apre a qualcosa di nuovo. Pian piano riconoscono che è il Signore, anche se il testo dice che non osavano domandargli chi fosse. Questo imbarazzo non è chiusura, ma uno spazio abitato dal desiderio, dall’intuizione, da una conoscenza che sta nascendo. Mi sembra che questo percorso dei discepoli dica qualcosa anche di me: il riconoscimento del Signore non è immediato, ma cresce nel tempo, attraverso segni, ascolto e piccoli atti di fiducia. Tra chiusura e apertura: il nostro spazio interiore Tra questi due atteggiamenti – la resistenza dei capi e la gradualità dei discepoli – sento che si gioca anche la mia esperienza. Da una parte c’è il rischio della chiusura, alimentata dal dolore, dalla stanchezza o da una ferita che non voglio affrontare. Dall’altra c’è la possibilità di un’apertura, che però richiede umiltà e piccolezza. Ho bisogno di qualcuno che mi indichi il Signore, ma allo stesso tempo sono chiamato a mettermi in ascolto, senza pretendere di capire tutto subito. Questo atteggiamento non è facile, perché espone alla fragilità, ma è forse l’unico che permette un incontro vero. Il rischio dello “scarto” – di rifiutare ciò che non capisco o che mi mette in crisi – è sempre vicino. È una tentazione concreta, quotidiana. Il rischio dell’indifferenza Accanto alla resistenza esplicita, riconosco un altro rischio ancora più sottile: quello dell’indifferenza. Non oppormi alla risurrezione, ma semplicemente metterla da parte, considerarla irrilevante per la mia vita quotidiana. Questa forma di distanza è forse ancora più pericolosa, perché non genera nemmeno un confronto. È uno scarto silenzioso, in cui ciò che dovrebbe essere centrale diventa marginale. Alla fine, mi trovo a chiedermi quale sia davvero il mio rapporto con la risurrezione nel nome di Gesù: se la vivo come una provocazione che mi irrita, come un cammino che lentamente mi apre, oppure come qualcosa che, senza accorgermene, lascio ai margini della mia esistenza.
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Mi ha colpito la reazione dei capi del popolo descritta nel testo degli Atti: erano irritati perché gli apostoli insegnavano e annunciavano, in Gesù, la risurrezione dei morti. Questa irritazione non mi sembra solo una reazione razionale o ideologica, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare anche con il dolore e con una certa stanchezza interiore. È come se l’annuncio della risurrezione toccasse una ferita, smuovesse qualcosa di scomodo, provocando una chiusura. Quando Pietro cita l’immagine della pietra scartata, disprezzata e rifiutata, vedo emergere una dinamica molto umana: davanti a un’evidenza che interpella, può nascere una resistenza che si trasforma in disprezzo, persino violento. Non è solo un rifiuto passivo, ma un desiderio attivo di mettere a tacere, di eliminare ciò che disturba. Questo atteggiamento non è così scontato, perché avviene nonostante segni concreti, come il miracolo dello storpio, che avrebbero potuto aprire alla fede. Il cammino graduale dei discepoli Dall’altra parte, vedo nei discepoli del Vangelo un atteggiamento diverso, più lento ma anche più aperto. Anche loro procedono per gradi: sono sulla riva del mare, tornano a pescare insieme, vivono una notte infruttuosa. È una situazione di fatica e di vuoto, che però non si chiude in sé stessa. Poi arriva un’indicazione semplice, quasi minima: gettare le reti dalla parte destra. È un gesto di fiducia che apre a qualcosa di nuovo. Pian piano riconoscono che è il Signore, anche se il testo dice che non osavano domandargli chi fosse. Questo imbarazzo non è chiusura, ma uno spazio abitato dal desiderio, dall’intuizione, da una conoscenza che sta nascendo. Mi sembra che questo percorso dei discepoli dica qualcosa anche di me: il riconoscimento del Signore non è immediato, ma cresce nel tempo, attraverso segni, ascolto e piccoli atti di fiducia. Tra chiusura e apertura: il nostro spazio interiore Tra questi due atteggiamenti – la resistenza dei capi e la gradualità dei discepoli – sento che si gioca anche la mia esperienza. Da una parte c’è il rischio della chiusura, alimentata dal dolore, dalla stanchezza o da una ferita che non voglio affrontare. Dall’altra c’è la possibilità di un’apertura, che però richiede umiltà e piccolezza. Ho bisogno di qualcuno che mi indichi il Signore, ma allo stesso tempo sono chiamato a mettermi in ascolto, senza pretendere di capire tutto subito. Questo atteggiamento non è facile, perché espone alla fragilità, ma è forse l’unico che permette un incontro vero. Il rischio dello “scarto” – di rifiutare ciò che non capisco o che mi mette in crisi – è sempre vicino. È una tentazione concreta, quotidiana. Il rischio dell’indifferenza Accanto alla resistenza esplicita, riconosco un altro rischio ancora più sottile: quello dell’indifferenza. Non oppormi alla risurrezione, ma semplicemente metterla da parte, considerarla irrilevante per la mia vita quotidiana. Questa forma di distanza è forse ancora più pericolosa, perché non genera nemmeno un confronto. È uno scarto silenzioso, in cui ciò che dovrebbe essere centrale diventa marginale. Alla fine, mi trovo a chiedermi quale sia davvero il mio rapporto con la risurrezione nel nome di Gesù: se la vivo come una provocazione che mi irrita, come un cammino che lentamente mi apre, oppure come qualcosa che, senza accorgermene, lascio ai margini della mia esistenza.
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