EPISODE · Jul 22, 2025 · 7 MIN
Istria, una terra italiana? Storia di una memoria contesa (Livello avanzato)
from A proposito di Italia e di italiani · host Tiziano Bissolotti
Istria, una terra italiana? Storia di una memoria contesa Buongiorno e benvenuti a un nuovo episodio del podcast a proposito d'Italia e di italiani. Oggi vi parlo dell'Istria. Una terra italiana? Storia di una memoria contesa. Perché parlare dell’Istria in un podcast dedicato all’Italia e agli italiani? È una domanda lecita. Oggi la maggior parte di quella penisola appartiene alla Croazia, una parte minore è in Slovenia, e solo un lembo marginale — Muggia, nel golfo di Trieste — è sul territorio italiano. Eppure, nei racconti di molte famiglie, nei romanzi, nei ricordi scolpiti nella memoria collettiva del Novecento, l’Istria è ancora profondamente legata all’Italia. Non si tratta solo di confini politici, ma di un legame culturale ed emotivo che ha attraversato secoli e che, in alcuni casi, non si è mai del tutto interrotto. L’Istria è una terra di confine, nel senso più ricco e complesso del termine. Geograficamente è una penisola triangolare protesa nel mare Adriatico, a sud di Trieste. La costa è frastagliata, l’interno collinare e carsico, e il paesaggio alterna olivi e pietra, borghi medievali e resti romani. Ma è soprattutto un mosaico di lingue, culture, religioni ed etnie, che nei secoli hanno convissuto, spesso pacificamente, talvolta dolorosamente. L’Impero Romano lasciò un’impronta profonda, come testimonia l’Arena di Pola, ancora oggi uno dei simboli della città. In epoca medievale e moderna, l’Istria fu contesa tra la Repubblica di Venezia — che dominava la fascia costiera — e gli Asburgo — che governavano l’entroterra. Questo doppio dominio ha generato una sovrapposizione di identità, visibile ancora oggi nei nomi delle città (Pola/Pula, Rovigno/Rovinj, Parenzo/Poreč, Capodistria/Koper) e nelle architetture. Dopo la caduta di Venezia e il lungo periodo austriaco, nel 1920, con il Trattato di Rapallo, l’Istria fu annessa al Regno d’Italia. L’italianizzazione forzata voluta dal fascismo creò tensioni con le popolazioni croate e slovene, che costituivano una parte significativa della popolazione. Ma è nel secondo dopoguerra che la storia istriana si trasforma in una delle vicende più dolorose e complesse del confine orientale italiano. Con il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, la quasi totalità dell’Istria passò alla Jugoslavia di Tito (nome di battaglia di Josip Broz). Gli italiani residenti nella regione furono posti di fronte a una scelta drammatica: rimanere e diventare cittadini jugoslavi (in un contesto spesso ostile) oppure emigrare verso un’Italia che, in molti casi, non avevano mai visto. Così iniziò quello che la storiografia chiama l’esodo istriano, dalmata e fiumano: circa 250.000 persone abbandonarono le loro terre, lasciando dietro di sé case, tombe, chiese, oggetti, ricordi. A questo si aggiunge la tragedia delle foibe, le cavità carsiche dove, soprattutto tra il 1943 e il 1945, furono gettati — vivi o morti — centinaia (alcuni dicono migliaia) di italiani, vittime delle violenze dei partigiani comunisti jugoslavi. La questione delle foibe è rimasta per decenni un tema politicamente sensibile, spesso rimosso o strumentalizzato, fino all’istituzione del Giorno del Ricordo, che si celebra in Italia il 10 febbraio di ogni anno. Ma l'Istria non è solo trauma e memoria dolorosa. È anche un luogo di vitalità culturale, dove il dialogo fiorisce e la pluralità convive. Ancora oggi, in alcune aree della costa istriana, soprattutto in Croazia, esistono scuole italiane, segnaletica bilingue e associazioni culturali italiane. L’identità italiana sopravvive nella lingua, nella gastronomia, nei racconti familiari, e convive — non senza difficoltà — con le culture croata e slovena. Il bilinguismo non è solo una scelta amministrativa, ma il riflesso di una storia stratificata. Diversi autori hanno dato voce a questa complessità. Fulvio Tomizza, nato a Materada nel 1935, figlio di madre italiana e padre sloveno, ha raccontato in molti suoi romanzi l’identità mista, instabile e profonda dell’Istria. I suoi personaggi vivono la lacerazione della frontiera, la nostalgia per un mondo che cambia, il senso di non appartenere mai del tutto né a una patria né all’altra. Umberto Saba, triestino, non scrisse direttamente dell’Istria, ma la sua poesia malinconica e la sua visione della città di confine sono ancora oggi simbolo del legame affettivo degli italiani con quelle terre. Anche Claudio Magris, triestino, ha scritto molto sull’Istria come spazio simbolico, definendola “una casa con molte stanze, tutte vissute”. E Boris Pahor, autore triestino in lingua slovena, ha denunciato le violenze del fascismo ma anche quelle del comunismo, offrendo uno sguardo ampio e lucido sul confine orientale. Parlare oggi dell’Istria significa, in fondo, riflettere sull’identità italiana. Che cos’è una terra “italiana”? Solo quella che si trova entro i confini politici dello Stato? O anche quella che è stata abitata, amata, narrata dagli italiani, anche se ora appartiene ad altri paesi? L’Istria, forse, ci invita a superare l’idea statica di confine e a riconoscere che le identità possono essere plurime, mobili, condivise. Così, l'Istria emerge come una storia che continua a parlarci, essenziale per comprendere a fondo l'Italia e gli italiani. Non solo perché un tempo fu parte di noi, ma perché ci rammenta che la nostra identità è forgiata da memorie, da addii e impossibili ritorni, da lingue che si fondono e da voci che insistono a farsi sentire. Grazie per l'ascolto e al prossimo episodio.
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