EPISODE · Feb 28, 2026 · 5 MIN
La bellezza dell’osservanza dei comandamentimenti - Omelia di sabato della 1a di quaresima
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
In queste letture mi soffermo sul significato profondo dell’osservanza dei comandamenti, che non va ridotta a un semplice elenco di cose da fare o da non fare. Il Deuteronomio mi aiuta a comprendere che, nel camminare nei comandamenti del Signore, io vivo e gusto una relazione: Lui è il mio Dio e io sono suo popolo, sua proprietà, un popolo consacrato, scelto, speciale. L’osservanza diventa così il segno concreto della nostra appartenenza reciproca: io appartengo a Lui e Lui appartiene a me. Spesso mi accorgo che rischio di fermarmi alla fatica di non riuscire sempre a mettere in pratica i comandamenti, ma il testo mi invita ad andare oltre. I comandamenti non sono solo un dovere, sono parole belle, buone, parole di vita. Stare dentro queste parole riempie di gloria, di splendore e di dignità, non tanto davanti agli altri, ma dentro di me, come figlio che si scopre amato e custodito. Figli del Padre: lo sguardo di Gesù sui comandamenti Il Vangelo, attraverso le parole di Gesù nel discorso della montagna, illumina un altro aspetto decisivo: l’essere figli. Gesù rilegge il comandamento dell’amore in modo radicale: “Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Di fronte a queste parole mi chiedo come sia possibile, e la risposta sta proprio nella nostra identità di figli del Padre. Il Padre ama tutti i suoi figli allo stesso modo: fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti. Questo mi diventa chiaro quando penso ai figli o ai nipoti: ce ne sono alcuni più “bravi” e altri più difficili, ma non per questo l’amore viene meno. Anzi, spesso proprio chi fa più fatica occupa un posto ancora più grande nel cuore. Così fa il Padre, e Gesù mi chiede di entrare in questa logica, di assumere questo sguardo largo e misericordioso. Allargare il cuore oltre i confini abituali Amare come il Padre significa non fermarsi solo a chi mi è vicino, a chi fa parte del mio gruppo, della mia parrocchia, delle mie amicizie o a chi la pensa come me. Tutto questo è importante, ma non basta. La bellezza più grande sta nell’allargare lo sguardo, nel fare spazio anche a chi considero nemico o lontano. Entrare nello sguardo del Padre, amare come Lui ama, pregare anche per i nemici: tutto questo mi permette di gustare davvero l’essere figlio. È un cammino esigente, ma è proprio qui che si manifesta la pienezza, quella “perfezione” di cui parla Gesù, che non è perfezionismo morale ma vita filiale vissuta fino in fondo. Vivere da figli nelle fatiche e nei drammi del mondo Essere perfetti come il Padre significa vivere da figli, piccoli e umili davanti alle grandi questioni del mondo e alle dinamiche difficili che attraversiamo ogni giorno. Ci sono le fatiche della vita quotidiana, le malattie, le preoccupazioni per i nostri figli e per le persone che amiamo. A tutto questo si aggiungono i drammi più grandi, come le guerre che continuano a scoppiare e che ci lasciano sgomenti, incapaci di capire come si possa ancora affrontare così la convivenza tra i popoli. Di fronte a queste sofferenze mi sento piccolo e impotente, e so che la guerra non porta frutto, non porta vita. Eppure, proprio in questo contesto, sono chiamato a sentirmi figlio del Padre: con grande umiltà mi metto davanti a Lui, riconosco la mia fragilità, ma esprimo anche il desiderio profondo di continuare a camminare nei suoi comandamenti, fidandomi del suo amore e imparando, giorno dopo giorno, a guardare il mondo con il suo stesso sguardo.
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In queste letture mi soffermo sul significato profondo dell’osservanza dei comandamenti, che non va ridotta a un semplice elenco di cose da fare o da non fare. Il Deuteronomio mi aiuta a comprendere che, nel camminare nei comandamenti del Signore, io vivo e gusto una relazione: Lui è il mio Dio e io sono suo popolo, sua proprietà, un popolo consacrato, scelto, speciale. L’osservanza diventa così il segno concreto della nostra appartenenza reciproca: io appartengo a Lui e Lui appartiene a me. Spesso mi accorgo che rischio di fermarmi alla fatica di non riuscire sempre a mettere in pratica i comandamenti, ma il testo mi invita ad andare oltre. I comandamenti non sono solo un dovere, sono parole belle, buone, parole di vita. Stare dentro queste parole riempie di gloria, di splendore e di dignità, non tanto davanti agli altri, ma dentro di me, come figlio che si scopre amato e custodito. Figli del Padre: lo sguardo di Gesù sui comandamenti Il Vangelo, attraverso le parole di Gesù nel discorso della montagna, illumina un altro aspetto decisivo: l’essere figli. Gesù rilegge il comandamento dell’amore in modo radicale: “Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Di fronte a queste parole mi chiedo come sia possibile, e la risposta sta proprio nella nostra identità di figli del Padre. Il Padre ama tutti i suoi figli allo stesso modo: fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti. Questo mi diventa chiaro quando penso ai figli o ai nipoti: ce ne sono alcuni più “bravi” e altri più difficili, ma non per questo l’amore viene meno. Anzi, spesso proprio chi fa più fatica occupa un posto ancora più grande nel cuore. Così fa il Padre, e Gesù mi chiede di entrare in questa logica, di assumere questo sguardo largo e misericordioso. Allargare il cuore oltre i confini abituali Amare come il Padre significa non fermarsi solo a chi mi è vicino, a chi fa parte del mio gruppo, della mia parrocchia, delle mie amicizie o a chi la pensa come me. Tutto questo è importante, ma non basta. La bellezza più grande sta nell’allargare lo sguardo, nel fare spazio anche a chi considero nemico o lontano. Entrare nello sguardo del Padre, amare come Lui ama, pregare anche per i nemici: tutto questo mi permette di gustare davvero l’essere figlio. È un cammino esigente, ma è proprio qui che si manifesta la pienezza, quella “perfezione” di cui parla Gesù, che non è perfezionismo morale ma vita filiale vissuta fino in fondo. Vivere da figli nelle fatiche e nei drammi del mondo Essere perfetti come il Padre significa vivere da figli, piccoli e umili davanti alle grandi questioni del mondo e alle dinamiche difficili che attraversiamo ogni giorno. Ci sono le fatiche della vita quotidiana, le malattie, le preoccupazioni per i nostri figli e per le persone che amiamo. A tutto questo si aggiungono i drammi più grandi, come le guerre che continuano a scoppiare e che ci lasciano sgomenti, incapaci di capire come si possa ancora affrontare così la convivenza tra i popoli. Di fronte a queste sofferenze mi sento piccolo e impotente, e so che la guerra non porta frutto, non porta vita. Eppure, proprio in questo contesto, sono chiamato a sentirmi figlio del Padre: con grande umiltà mi metto davanti a Lui, riconosco la mia fragilità, ma esprimo anche il desiderio profondo di continuare a camminare nei suoi comandamenti, fidandomi del suo amore e imparando, giorno dopo giorno, a guardare il mondo con il suo stesso sguardo.
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La bellezza dell’osservanza dei comandamentimenti - Omelia di sabato della 1a di quaresima
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