EPISODE · Jul 17, 2026 · 12 MIN
«La fine dell’egemonia dell’Occidente»
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di Edoardo FermanteNel suo ultimo libro, lo studioso Marino Ruzzenenti delinea il tramonto del primato globale degli Stati Uniti. Un’analisi controcorrente che individua nella crescita delle potenze emergenti e nel tramonto delle ricette liberiste i segnali di una transizione inevitabile, non priva di incognite e tensioni internazionali.IN BREVEErosione democratica Secondo Marino Ruzzenenti, il neoliberismo distrugge la democrazia subordinando la politica alle leggi del mercato e all’accumulazione di profitti.Nuovo multilateralismo I BRICS propongono una cooperazione internazionale basata su diplomazia, dialogo, rispetto reciproco e rilancio dell’ONU.Sottomissione di Bruxelles A parere di Ruzzenenti, l’Europa sconta una nascita basata sul neoliberismo, risultando oggi priva di reale autonomia e subordinata a Washington.Bivio geopolitico L’Unione Europea rischia di subire il crollo occidentale, a meno di non sganciarsi dagli Stati Uniti per aprirsi a nuove alleanze.Resistenza culturale Storicamente esiste un Occidente alternativo e solidale, opposto a quello colonialista, imperialista e capitalista.«L’Europa è totalmente sotto ricatto. Vive una condizione perfino imbarazzante, perché è serva disprezzata dagli Stati Uniti». Non usa mezzi termini, Marino Ruzzenenti. Nato nel 1948, ex professore di italiano e storia, già segretario provinciale del Sindacato scuola Cgil, è stato membro della segreteria della Camera del Lavoro di Brescia. Oggi collabora con la Fondazione Micheletti al progetto Altro Novecento, che ha l’obiettivo di «tenere vivo quel patrimonio culturale del dopoguerra, ma anche rilanciarlo. Quel patrimonio può dire ancora molto, anche per il futuro». Nel suo ultimo saggio, pubblicato da Altraeconomia, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea, Ruzzenenti propone una tesi destinata a far discutere, adottando una chiave di lettura decisamente radicale e critica nei confronti delle democrazie occidentali e delle loro alleanze storiche. Lo abbiamo intervistato per comprendere il suo punto di vista.Come scrive Gramsci, «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». È davvero la fine dell’Occidente?«Si, i “fenomeni morbosi” ci sono e credo che probabilmente sia la fine dell’Occidente, perlomeno di quell’Occidente dominante che ha imperversato, se vogliamo, per cinque secoli, a partire dalla conquista dell’America. Una conquista che ha significato – dobbiamo sempre ricordarlo – la distruzione dei popoli nativi, il primo grande genocidio, simbolo di quell’Occidente dominante che ha avuto una continuità fino a oggi e che, purtroppo, continua ancora a manifestarsi. Tuttavia, il dominio di questo Occidente non è più incontestato; non è più accompagnato, almeno tendenzialmente, da un’egemonia rispetto al mondo intero. Ciò perché una parte del mondo si è ormai incamminata su un’altra strada».A che cosa si riferisce?«Mi riferisco, fondamentalmente, al cosiddetto Sud globale, ai BRICS, che si stanno scollegando da questo Occidente dominante e stanno costruendo un’altra storia, una storia che in qualche modo prescinde da esso. Ed è chiaro che per la potenza egemone di questo Occidente, gli Stati Uniti, è molto difficile accettare questa “diversità”. Quindi si manifestano quelli che, banalmente, possiamo chiamare “colpi di coda”: le reazioni di chi si sente in difficoltà e reagisce a casaccio, anche con poca razionalità e con violenza, coinvolgendo nazioni che possiedono una quantità di armamenti nucleari capaci di bruciare l’intera umanità. Se guardiamo alle guerre combattute negli ultimi 30 anni, vediamo guerre fondamentalmente inconcludenti. Hanno determinato disastri spaventosi per le popolazioni che le hanno subite, ma non hanno perseguito davvero l’obiettivo. Soprattutto, non hanno rafforzato l’Occidente in crisi. Le guerre costano, e gli Stati Uniti sono super indebitati. Da questo punto di vista, i pericoli e i “fenomeni morbosi” sono molti. Ci sono, però, ovviamente, anche delle opportunità. C’è la possibilità che finalmente ci si liberi da questo Occidente dominante e che si ricostruisca – o si costruisca per la prima volta – un mondo capace di riconoscere le diversità e di rispettarle; un mondo capace di riconoscere le diverse culture, di dialogare, di cooperare pacificamente e di risolvere i conflitti attraverso la diplomazia e la trattativa».I BRICS però non rappresentano un blocco omogeneo. Al loro interno, peraltro, vi sono regimi autoritari che calpestano i diritti civili. Non c’è il rischio di idealizzare questo Sud globale?«Ovviamente i Brics sono un gruppo di Paesi molto eterogenei, con diversi problemi al loro interno, di diritti sociali e politici irrisolti, e con contenziosi anche tra di loro. Ma il loro esperimento è interessante perché cercano di costruire un modello di relazioni internazionali fondato sul rispetto reciproco, sul dialogo tra diversi, sulla cooperazione economica e tecnologica, sul tentativo di superare i conflitti con la diplomazia e soprattutto sul rilancio dell’ONU».C’è almeno qualcosa che riconosce come conquista positiva dell’Occidente?«C’è sempre stato anche un altro Occidente. Nel mio libro cito alcuni esempi ben noti: fin dall’inizio, il frate Bartolomé de Las Casas [domenicano spagnolo, poi vescovo, vissuto tra la fine del Quattrocento e buona parte del Cinquecento, durante la conquista delle Americhe, ndr], si schierò in difesa degli indios. E così, nel corso di tutta la storia occidentale, è esistito un altro Occidente, che non solo si è opposto all’Occidente dominante – fondamentalmente razzista, colonialista, imperialista e capitalista – ma ha anche elaborato un’altra cultura, una cultura contrapposta. L’Occidente dominante era finalizzato, ed è sempre stato finalizzato, a un’economia che aveva come scopo primo l’accumulazione: l’accumulazione senza limiti, l’accumulazione infinita. Contro tutto questo si è sempre mosso l’altro Occidente».Può farci qualche esempio?«L’esempio più clamoroso, quello che ha inciso più profondamente nella storia dell’umanità, è rappresentato dalle elaborazioni di Karl Marx e Friedrich Engels e da tutto ciò che ne è conseguito: i vari marxismi, i vari comunismi, i movimenti di liberazione dei popoli dal colonialismo e i movimenti operai nel centro dell’Occidente. Tutti questi movimenti si sono battuti in nome di nuove idee e di nuovi ideali contro l’Occidente dominante, conseguendo anche risultati importanti. I famosi “30 anni gloriosi” [il periodo 1945-1975, ndr] furono, in qualche modo, il frutto di una situazione di pareggio fra il vecchio Occidente e il nuovo Occidente che cercava di affermarsi. Si tratta del “compromesso keynesiano”, che nacque con gli accordi di Bretton Woods, nei quali si definì un sistema di relazioni internazionali in cui l’economia fosse comunque al servizio degli interessi dei popoli, delle nazioni e dei bisogni delle persone. Questo è il senso del compromesso keynesiano: fu possibile grazie alle lotte dei lavoratori, dei movimenti operai e dei movimenti di liberazione nei Paesi coloniali o ex coloniali. Ma fu possibile anche per gli esiti imprevisti della Seconda guerra mondiale».Che cosa intende per «esiti imprevisti»?«Intendo dire che l’Unione Sovietica, in qualche modo, vinse quella guerra e contribuì a determinare una situazione di equilibrio nei rapporti di potere. Proprio questo equilibrio dialettico tra due culture sociali contrapposte rese possibile quella fase che alcuni storici considerano una delle più interessanti della storia contemporanea, per i grandi cambiamenti che si determinarono sul piano sociale, nella convivenza fra i popoli, nei rapporti fra le classi sociali, nei diritti civili, nei diritti sociali e nell’emancipazione delle donne. Furono cambiamenti straordinari, che io ebbi la fortuna di vivere».Nel suo libro, il neoconservatorismo e il neoliberismo vengono presentati come le ideologie vincenti del momento unipolare americano. Può spiegarci meglio?«La vittoria schiacciante di queste ideologie viene ottenuta negli anni Novanta, con il crollo – inglorioso, diciamolo pure – dell’Unione Sovietica. In realtà, però, la controffensiva era partita molto prima: sia quella neoliberale, sia quella neoconservatrice. La conseguenza più grave, al di là del fatto che dal 1999 in poi non abbiamo fatto altro che vivere guerre su guerre – conflitti inutili, al di fuori di qualsiasi mandato dell’ONU, decisi sostanzialmente in modo unilaterale dagli Stati Uniti e dalla NATO, con molto spesso, purtroppo, l’Europa e anche il nostro Paese al seguito – è stata la distruzione delle basi della democrazia».Lei sostiene che il neoliberismo abbia distrutto la democrazia. Perché?«È stata distrutta la democrazia perché il neoliberismo, nel momento in cui pone al primo posto, come valore assoluto, il libero mercato – quindi la libertà di accumulare profitti e ricchezze, a partire dalle multinazionali e poi, a cascata, dagli imprenditori privati – pone al primo posto l’economia. E, nel momento in cui si pone al primo posto l’economia, è chiaro che viene distrutta la politica. Viene distrutta, cioè, la possibilità della politica di intervenire sulle questioni che interessano davvero le persone. Perché è il mercato che comanda. Quindi bisogna adeguarsi a quello che chiede il mercato; bisogna vedere come va la Borsa, bisogna vedere come va il rating delle agenzie che stabiliscono se un Paese è in salute oppure no. Vale tutto questo, e la democrazia viene ammazzata. Un importante economista statunitense, Dani Rodrik, ha scritto di una possibile altra globalizzazione nel libro La globalizzazione intelligente, Laterza 2011. In realtà, quest’altra globalizzazione non c’è stata e non è stata possibile, perché ha prevalso, in termini assoluti, la legge del mercato. Il mercato dVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Edoardo FermanteNel suo ultimo libro, lo studioso Marino Ruzzenenti delinea il tramonto del primato globale degli Stati Uniti. Un’analisi controcorrente che individua nella crescita delle potenze emergenti e nel tramonto delle ricette liberiste i segnali di una transizione inevitabile, non priva di incognite e tensioni internazionali.IN BREVEErosione democratica Secondo Marino Ruzzenenti, il neoliberismo distrugge la democrazia subordinando la politica alle leggi del mercato e all’accumulazione di profitti.Nuovo multilateralismo I BRICS propongono una cooperazione internazionale basata su diplomazia, dialogo, rispetto reciproco e rilancio dell’ONU.Sottomissione di Bruxelles A parere di Ruzzenenti, l’Europa sconta una nascita basata sul neoliberismo, risultando oggi priva di reale autonomia e subordinata a Washington.Bivio geopolitico L’Unione Europea rischia di subire il crollo occidentale, a meno di non sganciarsi dagli Stati Uniti per aprirsi a nuove alleanze.Resistenza culturale Storicamente esiste un Occidente alternativo e solidale, opposto a quello colonialista, imperialista e capitalista.«L’Europa è totalmente sotto ricatto. Vive una condizione perfino imbarazzante, perché è serva disprezzata dagli Stati Uniti». Non usa mezzi termini, Marino Ruzzenenti. Nato nel 1948, ex professore di italiano e storia, già segretario provinciale del Sindacato scuola Cgil, è stato membro della segreteria della Camera del Lavoro di Brescia. Oggi collabora con la Fondazione Micheletti al progetto Altro Novecento, che ha l’obiettivo di «tenere vivo quel patrimonio culturale del dopoguerra, ma anche rilanciarlo. Quel patrimonio può dire ancora molto, anche per il futuro». Nel suo ultimo saggio, pubblicato da Altraeconomia, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea , Ruzzenenti propone una tesi destinata a far discutere, adottando una chiave di lettura decisamente radicale e critica nei confronti delle democrazie occidentali e delle loro alleanze storiche. Lo abbiamo intervistato per comprendere il suo punto di vista.Come scrive Gramsci, «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». È davvero la fine dell’Occidente?«Si, i “fenomeni morbosi” ci sono e credo che probabilmente sia la fine dell’Occidente, perlomeno di quell’Occidente dominante che ha imperversato, se vogliamo, per cinque secoli, a partire dalla conquista dell’America. Una conquista che ha significato – dobbiamo sempre ricordarlo – la distruzione dei popoli nativi, il primo grande genocidio, simbolo di quell’Occidente dominante che ha avuto una continuità fino a oggi e che, purtroppo, continua ancora a manifestarsi. Tuttavia, il dominio di questo Occidente non è più incontestato; non è più accompagnato, almeno tendenzialmente, da un’egemonia rispetto al mondo intero. Ciò perché una parte del mondo si è ormai incamminata su un’altra strada».A che cosa si riferisce?«Mi riferisco, fondamentalmente, al cosiddetto Sud globale, ai BRICS, che si stanno scollegando da questo Occidente dominante e stanno costruendo un’altra storia, una storia che in qualche modo prescinde da esso. Ed è chiaro che per la potenza egemone di questo Occidente, gli Stati Uniti, è molto difficile accettare questa “diversità”. Quindi si manifestano quelli che, banalmente, possiamo chiamare “colpi di coda”: le reazioni di chi si sente in difficoltà e reagisce a casaccio, anche con poca razionalità e con violenza, coinvolgendo nazioni che possiedono una quantità di armamenti nucleari capaci di bruciare l’intera umanità. Se guardiamo alle guerre combattute negli ultimi 30 anni, vediamo guerre fondamentalmente inconcludenti. Hanno determinato disastri spaventosi per le popolazioni che le hanno subite, ma non hanno perseguito davvero l’obiettivo. Soprattutto, non...
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