EPISODE · Feb 20, 2026 · 14 MIN
La guerra infuria in Myanmar e in Bangladesh una pax stantia e autoritaria
from Oriente Press · host I Bastioni di Orione
Due elezioni in Sudest asiatico hanno visto sancire l’impossibilità di ottenere alcun cambiamento. Rispetto al feroce regime militar-affaristico in Myanmar, dove si è visto festeggiare un lustro dal golpe contro il governo di Aung san suu chi e la restaurazione del sistema in cui una generazione di giovani aveva sperato; e rispetto a un sistema che mantiene le solite oligarchie dinastiche al potere in Bangladesh, nonostante sia trascorso poco più di un anno dalla imponente rivolta che ha portato alla cacciata di Sheikh Hasina.Di entrambi ce ne parla Emanuele Giordana, impegnato nel suo consueto annuale studio delle società asiatiche e dei loro cambiamenti, che si è spinto fino ai confini birmani, raccogliendo informazioni e mettendo insieme conoscenze, differenze tra comunità e milizie, municipi più o meno indipendenti rispetto alla giunta golpista che ha ovviamente dichiarato la vittoria nei seggi disertati da tutti (compresi gli osservatori internazionali) ma che controlla solo un terzo del territorio e delle risorse. Il resto è guerra aperta con le forze di difesa popolare che continuano a conquistare posizioni strategiche. Risulta un territorio bantustizzato tra karen, shan, wa (i filocinesi che gestiscono il traffico di armi), arakan... La Cina sembra aver optato per un attendismo che congela la situazione birmana. E l'India tenta di migliorare le sue relazioni sia con la giunta birmana, sia in quel Bangladesh dove con la fuga di Hasina ha perso il controllo del paese. Infatti ritroviamo esattamente 18 mesi dopo il racconto esaltante della rivolta di Dacca un paese normalizzato, dove il movimento giovanile – dopo che è stata ammazzata la giovane icona Sharif Osman Hadi (poeta 31enne) da sicari di Modi, preoccupato di non poter più contare sulla fedeltà della giovane nazione bangladese – si è avvicinato a Jamaat-e-Islami e questo gli ha alienato le simpatie delle donne e anche dei non musulmani, non ancora pronti ad accogliere la minoranza dopo l’indipendenza di mezzo secolo fa dal Pakistan. Quindi si registra la vittoria dei nazionalisti di Tarique Rahman, rifugiatosi in esilio vent’anni fa, dopo che la madre lasciò il potere a lungo detenuto e ora populista che potrebbe rieditare i metodi estorsivi e corruttivi della madre. Questo è il risultato dell’incapacità del governo di transizione di Yunus, il premio Nobel che ha deluso per l’incapacità di riformare i settori della sicurezza e quello istituzionale, sottoposto a giudizio referendario insieme alle elezioni, come avvenuto per quello costituente thailandese.
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