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EPISODE · Nov 28, 2021 · 3 MIN

La impoverita transgenicità della monocoltura a filiera corta

from Siamo già oltre? · host I Bastioni di Orione

Nel mondo dell’agribusiness globale il quattro è diventato il numero magico. Sono quattro le aree geografiche che producono le grandi eccedenze di cereali, legumi e oleaginose che tengono in piedi il mercato mondiale dell’alimentazione di base: i paesi sudamericani del Mercosur (in particolare Brasile, Argentina, Uruguay), le due potenze nordamericane (Stati Uniti e Canada), la Russia insieme ad altri paesi ex sovietici (Ucraina e Kazakistan) e l’Australia. Sono quattro anche le multinazionali che riforniscono questi mercati di sementi, soprattutto ogm, e di prodotti chimici per l’agricoltura. Dopo un aggressivo processo di acquisizioni, infatti, ormai sono rimaste sul mercato − controllandolo per oltre l’80% − la francese Dupont, ChemChina e le tedesche Basf e Bayer. E sono sempre quattro le multinazionali che stoccano, trasportano e commercializzano oltre il 70% delle materie prime alimentari: l’olandese Louis Dreyfus, e le statunitensi Adm, Bunge e Cargill. In tutto, dunque, solo otto imprese e una decina di paesi hanno la responsabilità di garantire la “sicurezza alimentare” del pianeta, determinando prezzo, tipo di produzione, qualità, disponibilità, reperibilità. Insieme gestiscono un mercato globale spesso ignorato dai media e che non ama farsi troppa pubblicità. Tra i produttori di sementi è scomparso recentemente un nome scomodo, simbolo della rivoluzione transgenica: Monsanto, acquisito da Bayer. Nel mondo degli intermediari di alimenti, due dei quattro big (Cargill e Dreyfus) non sono quotati in borsa, pur fatturando insieme 160 miliardi di dollari annui, e ciò consente loro di evitare vari obblighi di trasparenza. Ma perché la segretezza torna comoda a questi giganti del commercio mondiale? Perché da produttori e commercializzatori di sementi e grano si sono trasformati in tasselli del grande mercato della speculazione finanziaria. Future e opzioni sono strumenti nati per tutelare il produttore e i suoi clienti, mettendoli al riparo dall’oscillazione dei prezzi e anticipando capitali da investire. Oggi invece sono diventati strumenti puramente speculativi, che distorcono i prezzi dei prodotti determinando bolle speculative e rovinose cadute. Le società di commercializzazione offrono ormai i loro servizi finanziari all’esterno, attraverso fondi speculativi che possono determinare aumenti o cali del valore delle materie prime. Alla fine, il possesso fisico della merce diventa secondario: per gli investitori, ciò che conta è solo la differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita. In termini di soggetti coinvolti, la filiera che garantisce i cereali a quei paesi che non sono in grado di soddisfare da soli il proprio fabbisogno è molto “corta”. Così come è corta quella che rifornisce i paesi ricchi di cacao e caffè. Parallelamente sono sempre di meno, numericamente parlando, le varietà di alimenti coltivati. Il principale indiziato di questo fenomeno è l’agricoltura ogm, che punta tutto su grandi estensioni coltivate con una sola varietà di prodotto: un’agricoltura che non prevede contadini, totalmente meccanizzata, con uso massiccio di diserbanti come il glifosato, seriamente sospettato di essere nocivo per la salute umana. Ne deriva un impoverimento della biodiversità alimentare spesso giustificato con la maggiore capacità produttiva di questo tipo di agricoltura, che consentirebbe di far fronte all’aumento della popolazione mondiale. L’obiettivo sarebbe nobile, ma in realtà la scelta di questo tipo di agricoltura rende l’alimentazione sulla Terra meno sicura e più esposta a variazioni di prezzo, a cali produttivi dovuti a parassiti, muffe, insetti che si modificano a loro volta per colpire piante che in teoria dovrebbero esserne immuni. La sicurezza alimentare è fragilissima e sta diventando sempre più insicura: si tratta di uno dei grandi temi dell’umanità, ma rimane chiuso nel cassetto dove la politica nasconde le cose che ritiene poco importanti.

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