PODCAST · news
Siamo già oltre?
by I Bastioni di Orione
Questa è la sezione audio del libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” (https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/), risultato dell'osservatorio sulle conseguenze della globalizzazione implementato negli anni che ci dividono dal Forum di Porto Alegre 2001 documentato dall'autore in modo rigoroso e puntuale.Si procede smascherando le fake news, ma anche andando a indagare sui reali vantaggi della civiltà smart. Uno sguardo che travalica la retorica trionfalistica sul futuro dell’umanità, cogliendo le falle e allargandole per evidenziare le trappole. La globalizzazione è un fenomeno che ha cambiato la nostra vita con dinamiche nuove e riproposto in veste moderna altre molto antiche. Il libro racconta gli scenari dell’economia mondiale
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Un concentrato di estrattivismo in Patagonia
«Nella maggior parte dei sistemi giuridici oggi operanti la Natura e tutti gli esseri che la compongono esistono solo come “risorse naturali”» così scriveva “Comune.net”.Abbiamo interpellato Simone Ogno di “ReCommon”, che ribadisce come già prima di Milei il governo argentino per fare cassa aveva rintuzzato la capacità della legge 3308 imposta nel 1999 dalle lotte dei mapuche per disinnescare l’estrattivismo nell’oasi ecologica della Peninsula Valdés; non esiste ora argine alla devastazione del sovranista con la motosega e della compagnia energetica nazionale Yacimientos Petrolíferos Fiscales (Ypf), specializzata nello sfruttamento, l’esplorazione, la lavorazione, la distribuzione e la vendita di petrolio e dei suoi derivati.Una rappresentanza di “ReCommon” a dicembre ha voluto andare a vedere da vicino il coacervo di tutti i possibili delitti contro l’ambiente, saccheggi imperialisti, espressione del peggior capitalismo fondato sul fossile e sulla mancanza di rispetto delle comunità indigene del golfo San Matiás: incendi di ettari di foresta, lo stoccaggio di rifiuti tossici, lo spreco di ogni risorsa d’acqua di un territorio già idricamente povero con il fracking (e quel che rimane di risorse idriche è dato in gestione a Israele), minerali da estrazione verde (energia eolica e solare, che serve a interessi “particolari”); ma anche mazzieri e personaggi di sindacati gialli a impedire contestazioni e nelle fasi di consultazione pubblica. Non manca nulla nel disastro della Patagonia settentrionale argentina!L’affossamento della legge 3308, già ridimensionata nel 2022 per avviare il progetto Lng e trasformare un’economia fondata sulla pesca lungo le coste e l’agricoltura nella zona andina, è stata la precondizione nel 2024 all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (Rigi) nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il Rigi è un impianto normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo, e inoltre azzerare il deficit. Siamo di fronte a una serie di progetti mastodontici associati a energie estreme i cui impatti sociali, ambientali e territoriali sono devastanti per i territori, le popolazioni e le economie locali, che attraverso Ypf coinvolgono Shell, Total, Eni… i soliti noti. Ma tanto il rischio è azzerato, perché sono coinvolti anche asset di credito pubblico pronti a coprire qualsiasi mancanza di profitto o rimborso di eventuali minusvalenze. E così nella partita di giro diventano creditori le multinazionali del petrolio e del gas, a loro volta garantite da soldi pubblici.
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Indipendenza a geometria variabile
Il precipitare della situazione globale di tutte le esperienze di comunità alternative a causa dell’eversione caotica dell’Internazionale nera ci ha indotto a rivolgerci a Gianni Sartori, enciclopedico detentore di una memoria storica dei movimenti indipendentisti nativi comunitari, anticoloniali e anticapitalisti… e la lettura del suo articolo che prende spunto dalle mire predatorie che hanno visto la Groenlandia concupita dal peggiore autocrate imperiale degli ultimi decenni: C’è del marcio in Groenlandia ci ha convinto che era indispensabile approcciare la contingenza imperiale, riprendendo le fila antiautoritarie dei popoli Siamo partiti da Nuuk ma poi siamo passati attraverso continenti e tempi diversi per tornare a Kobane, laddove un filo nero ripresenta la stessa situazione di aggressione coloniale suprematista e di imposizione di un potere predatore; questo perché ci si avvicina maggiormente a capire cosa avviene in un’epoca in cui si ripropone l’assolutismo capitalista non avventandosi a ipotizzare scenari futuri, ma ripercorrendo il passato, sempre analizzando il presente nelle sue potenziali resistenze. Non è che si debba scegliere tra brutalità diverse di colonizzatori atlantici orientali o occidentali. I tempi saranno cambiati (come si dice anche nell’articolo), ma forse si può ancora mantenere memoria e sostenere posizioni più libertarie; le lotte di liberazione si strumentalizzano negli organismi che costituiscono, ma l’istanza libertaria può sfuggire all’abbraccio delle strutture rivoluzionarie ammansite.Da tempo già non credevamo alla cosiddetta democrazia e quindi non ci stupisce tanto lo svelamento dell’ipocrisia, prendiamo atto che non ci sono le condizioni per ritagliare libertà in quei regimi (come erano comunque negati i presupposti realmente per contrapporsi al sistema “democratico”), ma bisogna adattare all’ulteriore giro di vite la voglia di liberarsi dai gioghi degli Stati… bisogna trovare il modo di sfuggire al loro controllo e creare alternative libertarie che non li riproducano.
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Finanza sostenibile al Cop30 e accordi Mercosur con UE: a metà del guado
Finanziarizzazione e volontarismo ottengono quello che possono al Cop30Abbiamo di nuovo sentito il parere sulla Cop30 in corso d’opera d parte di Alfredo Somoza prima degli incendi misteriosi – ascrivibili al “fossile”? – e i più espliciti sabotaggi sauditi, che di nuovo hanno messo in stallo la transizione ecologica. Ora sappiamo che l’impegno a superare l’energia fossile non è entrato neanche in un’allusione a latere della dichiarazione finale sottoscritta dai partecipanti; ma il documento non esibisce nemmeno un impegno sulla deforestazione che sarebbe stata scontata a Belem, nonostante Lula abbia ripristinato un fondo globale per il ripristino delle foreste anche in Congo e nelle altre foreste tropicali, destinato a ricevere le compensazioni di cui si avvalgono i paesi più industrializzati per continuare a inquinare versando il corrispondente del danno nei fondi usati per salvaguardia dei polmoni mondiali.In realtà la lunga esperienza di Alfredo aveva già individuato nel pomeriggio di giovedì 20 novembre che – come impostato dal governo Lula – il centro era la finanziarizzazione, non potendo puntare su altro e giocando sulla triplicazione degli investimenti a favore delle realtà più esposte ai cambiamenti climatici e privi delle risorse per fronteggiarli (che raggiunge la metà degli investimenti globali in armi); non è dunque vero il dato da cui partivamo in questo audio, perché anche nel caso di una sede più sensibile – apparentemente – al problema ambientale quando si tirano le fila ci si scontra con il business del fossile, persino con la provvidenziale assenza di Trump, che avrebbe impedito molto di più; i sauditi hanno imposto la loro lobby per prendere ancora tempo nell’inevitabile superamento dello sfruttamento del fossile.La condivisibile lettura di Alfredo vede l’impossibilità della Cina di attrarre sulle sue posizioni l’Arabia Saudita e la Polonia e così è crollata anche la barriera del 1,5°C come limite. Quello che è risultato evidente con gli interventi dei nativi in particolare è che il sistema di sviluppo sta distruggendo l’ecosistema, quindi non è la mitigazione la soluzione.
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Somos todos atingidos! COP 30 fra vittime della crisi climatica e lobbisti del fossile.
La COP30 si sta arenando sulla questione dei combustibili fossili e la loro eliminazione futura, dimostrando l'influenza delle multinazionali del fossile sui delegati presenti a Belèm .La definizione di una tabella di marcia per la graduale eliminazione dei combustibili fossili diventa la cartina di tornasole delle divisioni trai vari delegati, è un obiettivo sostenuto da decine di paesi, soprattutto in Europa, Africa e America Latina, ma alcuni stati hanno minacciato di bloccare il documento conclusivo della conferenza se non dovesse includerla. Allo stesso tempo, un gruppo influente di stati che producono o dipendono dal petrolio e dal gas naturale sta facendo un’opposizione molto serrata, le trattative verranno probabilmente allungate al fine settimana.Fra gli obiettivi prefissati c'è quello di contenere l’aumento delle temperature sotto gli 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, e non superare i 2 gradi (obiettivo che, per la maggior parte degli scienziati, è attualmente lontano dall’essere raggiunto). La comunità scientifica è ampiamente concorde sul fatto che il modo migliore per farlo sia eliminare i combustibili fossili, che sono la causa principale delle emissioni inquinanti e del riscaldamento globale.Lula si è speso molto per includere la tabella di marcia sull'eliminazione dei conbustibili fossili e gli attivisti che sono stati molto presenti durante i giorni della Cop 30 considerano un fallimento la mancata definizione dei tempi per la fuoriuscita dal fossile.I movimenti che si sono riuniti nella "Cupula dos povos" hanno dovuto però fare i conti con le contraddizioni politiche e le ambiguità del governo brasiliano, da un lato l’impegno per la Cop, il sostegno alle politiche climatiche e la promozione dei diritti umani; dall’altro, il difficile compromesso con l’agenda economica che continua a fare i conti con i grandi interessi industriali e agricoli del paese. I movimenti indigeni per esempio si trovano a fronteggiare un governo che non può fare a meno delle pressioni delle oligarchie, che si sostanzia nel sostegno a progetti di sfruttamento delle risorse naturali e petrolifere in Amazzonia.Un altra parte dei movimenti che si riconoscono negli "atingidos" ,coloro che sono colpiti dalla crisi climatica ,definiscono la COP 30 come un grande palcoscenico per il governo e le multinazionali, marcata dalla forte presenza di lobbisti del petrolio e del settore minerario. Riflette una disputa interna alla borghesia globale: da un lato chi vuole mantenere l’economia dei combustibili fossili, dall’altro chi promuove la transizione energetica basata sull’estrazione di terre rare e sulla finanziarizzazione della natura, come il mercato del carbonio. Ne parliamo con Renato di Nicola della campagna nazionale "Per il clima fuori dal fossile " e del forum italiano dei movimenti per l'acqua pubblica.
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Cop30. Finanziarizzazione del contrasto al cambiamento climatico
In un mondo sempre più attraversato da conflitti, dove le nazioni sono sempre più bellicose, sembra reggere a parole l’impegno di ciascuno sulle grandi linee della tutela dell’ambiente. Anche perché dietro al carrozzone mediatico si nascondono anche molte occasioni di business (riconversione, sostenibilità…).Nel commento di Alfredo Somoza si riscontrano note di parziale ottimismo per l’impostazione della Cop30 e per i primi risultati che Lula può dichiarare conseguiti come i 5 miliardi versati per la creazione di un fondo mondiale per la tutela delle foreste tropicali e dunque Alfredo, che ha partecipato ad alcune edizioni precedenti, ritiene si possa considerare non fallimentare questa edizione improntata al pragmatismo fin dal discorso inaugurale del presidente brasiliano, per quanto sia possibile in simili consessi istituzionali che devono regolare con il bilancino diplomatico i rapporti e le risoluzioni finali, sempre sottoposte a veti contrapposti delle molteplici lobbies presenti, pronte a mettere in stallo obiettivi e finanziamenti – in particolare per il superamento del fossile e l’abbattimento del CO2. Infatti il fulcro di questa edizione, a dieci anni dalle promesse disattese della Cop20 parigina, della conferenza climatica è il capitolo dell’istituzione di uno stanziamento di 1300 miliardi per l’incremento dei flussi finanziari verso i paesi vulnerabili (metà della spesa bellica annuale) per mettere sotto controllo gli aspetti più drammatici del cambiamento climatico. Un terreno che vede la Cina protagonista – non presente con i vertici politici ma con i tecnici – è quello inerente all’aspetto tecnologico che prevederebbe secondo precedenti accordi internazionali la neutralità climatica per il 2050, mentre Pechino ci può arrivare già nel 2047; mentre invece l’India non ha né capacità tecnologica, né l’intenzione di rispettare i termini, spostando il traguardo al 2070. L’Unfcc che organizza l’evento ha fatto uscire proprio in questi giorni il rapporto sull’impatto economico e climatico della climatizzazione domestica Intanto si è svolto parallelamente il “Controvertice” Cúpula dos Povos, che ha dato luogo nell’assemblea conclusiva al Movimento delle Comunità Colpite dalle Dighe, dalla Crisi Climatica e dai Sistemi Energetici, polemico con un vertice ufficiale contaminato dalla presenza di molte imprese responsabili di crimini ambientali e persino emissari di crimini petroliferi. Molti nativi sono giunti da ogni paese amazzonico e non solo per rivendicare i diritti delle popolazioni indigene, che peraltro si trovano a casa loro e un migliaio sono anche accreditate all’ingresso, nonostante la Conferenza delle Parti sia riservata dall’Onu a discussioni di carattere tecnico (i leader politici partecipano al vertice preliminare che dovrebbe demarcare i limiti entro i quali negoziare gli accordi finali) ed è il momento in cui gli stati devono essere inchiodati alle loro responsabilità. E stanno facendo sentire la voce e il fiato di chi vive più vicino alla Natura.
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Di chi la responsabilità umana, se l’algoritmo è un criminale di guerra?
Esiste certamente un elemento politico perché venga riconosciuto un atto criminale durante il “tempo di guerra”. Abbiamo invitato Eric Gobetti per tentare di circoscrivere una definizione il più oggettiva possibile, non inficiata da giudizi morali o politici, di cosa sia un “crimine di guerra”.Se vogliamo utilizzare questa analisi nel contesto palestinese, troviamo che in questo caso non si tratta di una guerra, perché non si contrappongono due eserciti e nemmeno è in corso una guerra partigiana; c’è solo un’aggressione che sta uccidendo non solo e non tanto miliziani armati, ma quasi esclusivamente civili inermi che non si possono difendere. In questo caso parliamo di “Crimini di guerra”.La retorica militare ha inventato il termine “effetti collaterali” per ripararsi dall’accusa, indicando con quella categoria i morti non ricercati dalla forza che li ha causati “senza espressamente volerlo” e qui si scivola su un terreno sdrucciolevole, perché fino a che punto Coventry e Guernica da un lato, o Dresda e Hiroshima dall’altro nella Seconda guerra mondiale non sono invece atti consumati per terrorizzare la popolazione civile? Che dire di Gaza o Sarajevo? Le guerre attuali sono “asimmetriche”, “ibride”… tutti termini inventati per giustapporre ostacoli al giudizio (morale? umano?), sottacendo la possibilità in mano agli eserciti di poter eliminare nemici senza nemmeno vederli, grazie a una tecnologia che non dà scampo agli insorti, ai quali è precluso il confronto ad armi pari, e consente anche di applicare algoritmi che autogiudicano la quantità di “effetti collaterali” tollerabile dal loro campo e questo per diventare “crimine di guerra” ha bisogno che ci si metta d’accordo tra umani sull’intenzionalità e la responsabilità di chi pigia il bottone, o di chi ha fatto la scelta politica di implementare quell’algoritmo?E qui la risposta non può che essere politica, non può essere super partes. Eric comunque considera eticamente più grave la posizione del politico rispetto all’esecutore… e forse anche noi. Ma a questo punto si oltrepassa un limite oltre il quale si superano i confini della realtà e si entra nel videogioco della “disumanizzazione”.
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Ridimensionare la grandeur coloniale è ora possibile?
Decolonizzarsi per riscoprire la cultura di parentele storiche Da molto tempo i popoli colonizzati dai francesi si riuniscono per liberarsi della prepotente tracotanza dell’hexagon e paradossalmente riconoscono solo lo tato francese come interlocutore unico. Ma sarebbe sufficiente venisse riconosciuta una reale indipendenza, una forma di partenariato che non fosse impositivo di cultura, imprese, divisa monetaria, forniture e tecnologie, monopoli di merci… “sicurezza”. Non è un movimento razzializzato, ma un Front international de decolonisation.Con Adriano Favole, antropologo in particolare esperto di comunità della Nuova Caledonia, percorriamo dapprima gli step degli ultimi 40 anni di confederazioni per la decolonizzazione e poi analizziamo quella particolarmente agguerrita tenutasi alla fine di gennaio 2025 a Noumea in Nuova Caledonia sotto l’impulso preponderante delle istanze kanak.24 settembre, data simbolica... vedremoMa questa lotta si compone più di nazionalismo, o sono maggiori le richieste di collaborazione con i vicini simili e divisi dagli interessi del colonialismo? quanto invece è semplice necessità di liberarsi dell’ingombrante grandeur francese: la dicotomia tra processo di decolonizzazione e comunione antifrancese? Evidenziare per esempio i paradossi della divisione coloniale tra francofonia e anglofonia, che hanno eliminato legami locali, autoctoni.Si affronta anche il problema della presenza azera, che ha soffiato sul fuoco per rivalersi dell’appoggio francese alla fazione armena nel confronto con Baku. Ciò che riunisce l’intero mondo indipendentista, visto dall’universo kanak, è la rivendicazione di vedere riconosciuta l’importanza delle loro culture.
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Infinite sfumature d’Outre-mer. Duecento anni di storia caledone
La vivacità del tessuto politico kanak esprime il disagio... con i suoi tempiPuò essere un buon approccio iniziale evidenziare come la Nuova Caledonia è un paese a sovranità condivisa franco-caledone, perché da questo presupposto discende che in questi due secoli di colonialismo già alcune volte le due culture hanno trovato il modo di accordarsi per convivere, ciascuna seguendo i propri presupposti; è sufficiente che questi non siano espressione di pervicaci nazionalismi supponenti che prevedono la prevaricazione dell’Altro.Negli ultimi decenni questo è avvenuto con gli Accordi di Noumea (1998), che affondavano nel lavoro di “comprensione” di Michel Rocard (primo ministro socialista dell’era Mitterand); mentre l’approccio muscolare del ministro degli interni Darmanin del protervo Macron produce indignazione e devastazione, arrivando anche a immaginare oscure manovre azere… Con Adriano Favole, docente di antropologia all’Università di Torino (ma anche attivo all’Università caledone), cerchiamo di ripercorrere la storia della “convivenza” delle molte culture, per riuscire a capire in che modo siamo arrivati a queste molteplici comunità d’Outre-mer. Miste e articolate. La dimensione simbolica della distruzione di merci riconducibili al colonialismo francese è una curiosa frenesia a contrapporsi alle diseguaglianze, ma anche all’idea di sviluppo che non tiene conto delle esigenze kanak, che invece erano riconosciute negli Accordi del 1998. Ma erano presenti già nel pensiero del leader indipendentista Jean Marie Tjibaou – e forse sin dalla disponibilità al dialogo di Attaï (amico di Louise Michel, la comunarda deportata in Nuova Caledonia) – che riconosceva al bianco il diritto a stare nella terra dei Kanak sulla base del reciproco riconoscimento tra tutte le innumerevoli componenti che “abitano” quei territori. Ci troviamo a occuparci di questi eventi conflittuali, perché questo equilibrio si è rotto: è avvenuto forse per ragioni strategicamente geopolitiche (in senso anticinese… e antirusso), o forse per l’importanza del nichel, o per una più ampia perdita di presa della Francia sulle sue “colonie”, più o meno costituite da cittadini francesi o indipendenti? Con Adriano Favole analizziamo le sensibilità diverse tra richieste di investimenti con idea di sviluppo e maggiori istanze di indipendenza, pur rimanendo nell’orbita francese. Il riconoscimento della propria francesità in assenza di tradizione nello stato francese; ma anche il riconoscimento che tra i cittadini della potenza coloniale ci sono sfumature diverse di francesità, talvolta anche tradizionalmente attenta alle culture altre e ai loro ritmi.
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Isterica coscienza storica tedesca contro il Movimento per Gaza
Ingenue contraddizioni di una cultura che produce olocausto Come in tutto il mondo libero dalla informazione regolata da filosionisti, anche in Germania si è creato un Movimento ferocemente perseguito dalle autorità del governo semaforo, un Movimento che i poteri del mondo si affrettano a perseguire, pur raccontando la favola che è una situazione diversa da quello contro la guerra nel Vietnam che portò alla prima sconfitta degli americani… è vero: è differente perché bastarono meno immagini shock per smuovere coscienze, ma la spontaneità priva di sovrastrutture è la stessa. E come allora la Sinistra avversa le proteste per miopia.Vero che per ora sono in maggioranza pochi gli arianodiscendenti che partecipano e invece il Movimento è animato da tedeschi di seconda generazione, immigrati mediorientali o maghrebini, o turchi, italiani… tra questi Erna, di origine italiana di lingua e cultura anche tedesca, che ci racconta il momento di travolgente repressione antipalestinese, che ha avuto il suo culmine con la repressione del Congresso per la Palestina a Berlino. Ma è emblematico che la polizei morale imponga di togliere la kefiah specularmente all’imposizione del velo da parte di quella iraniana. E altrettanto significativo è il fatto che si prendano provvedimenti nelle Università, facendo ricorso a punizioni introdotte nel Sessantotto, come le extramatricolazioni (che ricorda la cacciata da tutte le scuole del regno nel Ventennio). Problema essenziale delle potenze europee è la cattiva coscienza degli atavici rapporti con la cultura ebraica, che rispetto al caso Dreyfuss – più interno alle istituzioni militari francesi (e comunque fautore di notevole contrizione per il portato razzista che rivela nella radice culturale) – in Germania coinvolge la cattiva coscienza di quale possa essere il risultato della mitologia alla base della tradizione culturale teutonica. E così la reazione irrazionale è tutelarsi dall’accusa di iterazione del genocidio, anche a costo di sostenerne un altro perpetrato proprio dalla vittima dell’olocausto che macchia l’anima tedesca. Berufsverbot come risposta a semplici opinioni controcorrente esposte su social; uno scontro a cui il movimento tedesco non è abituato e così si adegua, sottostando ai diktat delle divise: di nuovo un portato della cultura di base che si adegua ancestralmente alla autorità in quanto tale che impone di allinearsi a sostegno di un nuovo genocidio. A molti intellettuali è stato impedito intervenire a convegni; il muro impedisce qualunque discussione a priori e non ci sono spiragli giuridici a cui appigliarsi per uscire dall’incubo kafkiano. Non servono nuove leggi speciali per soffocare manifestazioni di dissenso al verbo occidentale che sostiene il governo fascista di Netanyahu, sono sufficienti gli strumenti giuridici esistenti: alcuni ereditati proprio da quella storia nazista che sta a monte del senso di colpa che impone una chiusura senza confronto alle istanze filopalestinesi. L’impianto è solo repressivo, ottusamente e applicando pedissequamente regole poliziesche anacronistiche e distopiche che creano un corto-circuito tra storia foriera di sensi di colpa e nuovi crimini contro l’umanità di cui si diventa complici proprio nei risvolti di quella cultura di riferimento da. Cui si vorrebbe affrancarsi. Senza riuscirci, come da mezzo secolo Anselm Kiefer illustra con i suoi grandi formati cupi e di una matericità greve, come l’atavica colpa originaria, già presente nel mito.
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Sterminio di Gaza: violazione di norme di consuetudine internazionale
https://ogzero.org/tag/israele/Fosse comuni per vittime e giustizia internazionale?Torniamo sulla questione della Giustizia internazionale, perché la cronaca ci induce a completare quanto Fabiana Triburgo aveva già affrontato rispetto ai due Tribunali dell’Aja dediti a perseguire crimini di guerra, genocidi, crimini contro l’umanità.Quello che il premier dello stato ebraico potrebbe rischiare insieme ai suoi collaboratori complici nel massacro della popolazione gazawi è un’iniziativa libera e indipendente della Corte penale internazionale su cui vengono fatte pressioni ad altissimo livello perché non emetta mandati di cattura contro Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzl Halevi. Sono gli stessi organi di propaganda sionisti a diffondere la notizia perché si possa disinnescare in tempo prima che i provvedimenti vengano presi da una Corte che non è ratificata da Israele (e nemmeno da Usa o Russia, perché troppo autonoma e non soggetta al veto di nessun componente del Consiglio di sicurezza dell’Onu), ma ha giurisdizione sui territori dove sono perpetrati i reati. E lo Stato palestinese (riconosciuto dalla Corte nei suoi confini del 1967, dunque comprensivo di Gaza) nel 2021 ha aderito e ratificato l’appartenenza a quella Corte penale che persegue singoli individui e non le responsabilità dei governi, come la corte internazionale di giustizia interpellata dal Sudafrica e di cui Fabiana si era occupata nell’intervento precedente. Come scrive “Pagine Esteri”, la reazione degli alleati non si è fatta attendere in forma di avvertimento mafioso verso il procuratore generale: «Venerdì 26 aprile il comitato editoriale del “Wall Street Journal” ha invitato Washington e Londra a ricordare a Karim Khan che sono stati loro a metterlo lì: anche se non stupisce è inevitabile notare la singolarità del marchio Usa su un organismo che formalmente non riconoscono». Peraltro Khan ha agito motu proprio solo perché lo prevede il protocollo della Corte penale internazionale, ma è ben consapevole di essere un manichino anglo-americano, quindi non sentiremo certo più parlare di questa ventilata incriminazione di uno dei più pericolosi criminali della storia (passibile di imputazione per Crimine di guerra come di Crimine contro l’umanità), come era già ben chiaro fosse ai tempi dell’altro macellaio del Likud – persino più moderato (chi l’avrebbe detto!) –: la buon’anima di Sharon. Inoltre il processo non può svolgersi in contumacia e quindi, anche nel caso improbabile di mandato di cattura, come per Putin, non assisteremo a nessun teatrino giudiziario; però sarebbe già un riconoscimento da parte dell’opinione pubblica internazionale dell’attività criminale di Bibi.La Corte non è riconosciuta, ma quando aveva emesso lo stesso mandato di cattura nei confronti di Putin (che da un anno non può entrare in uno dei 124 paesi che hanno ratificato, perché rischia l’arresto) Biden aveva accolto con favore il provvedimento di Khan. Per il resto l’organismo giuridico si è occupato quasi esclusivamente di Africa subsahariana e quindi poco suscettibile a prese di posizione delle grandi potenze. L’accusa principale contro Netanyahu sarebbe quella di “affamare deliberatamente i palestinesi di Gaza”, senza tenere conto degli attacchi agli operatori umanitari, ai giornalisti, ai medici giustiziati con un colpo alla nuca… o ai 40.000 civili massacrati. I pubblici ministeri della Corte penale internazionale hanno comunque interrogato il personale dei due maggiori ospedali di Gaza, lo Shifa e il Nasser, anche sulle fosse comuni: dunque si potrebbe sognare in un’incriminazione che possa incrinare la reputazione di uno stato dedito all’apartheid da anni e ora anche stragista. Purtroppo siamo in tempo di guerra e questo verrà insabbiato in un’enorme fossa comune del Diritto e della Giustizia, insieme ai poveri corpi palestinesi martoriati da Tsahal e da brigate fuori controllo di invasati sionisti.
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“L’intenzione di distruggere un gruppo per ragioni etniche, razziali, religiose…”
https://ogzero.org/temi/governance/massacri/Violazioni di diritti umani internazionalmente riconosciutiVi vengono in mente prassi criminali di massacri in via di compimento? Ecco, a quelle cerchiamo di dare un inquadramento morale di giustizia giuridica con questa approfondita spiegazione offertaci da Fabiana Triburgo.Genocidio o crimine di guerra o atto di aggressione contro la pace? minime differenze per i profani, definizioni imprecise di giornalisti impreparati, vulgata o possibilità reali di ottenere Giustizia dalle Corti di La Hague. Ecco, Fabiana Triburgo, studiosa della Giurisprudenza internazionale e del Diritto dei migranti, sottolinea la confusione diffusa tra le due Corti che hanno sede all’Aja, sui loro compiti e le distinzioni di ambiti e di intenti.Differenze sostanziali: essenziale per il “crimine di guerra” è la presenza di una guerra conclamata (o l’aggressione di uno stato contro un altro stato riconosciuto), ma già diverso è il crimine soggettivo, che per venire ascritto al crimine di guerra va perpetrato da un individuo in una contestualizzazione precisamente collegata al conflitto e quindi alle indicazioni della linea di comando, perché deve essere sistemico e non ascrivibile alla solita singola “mela marcia”. Ci deve essere per la Convenzione sul genocidio del 1948 l’intenzione di distruggere un gruppo per motivi etnici, razziali, religiosi o politici per poter parlare di genocidio. Direte: “Come la Palestina!”, territorio occupato oltretutto militarmente dal 1967, con i conseguenti obblighi di tutela della popolazione occupata; e il reato di genocidio si può riconoscere compiuto anche in un contesto non di belligeranza, come è Gaza, dove non si contrappongono due eserciti, due stati… sembra palese, ma si frappongono cavilli giuridici e non è facile dimostrare come uno stato disumanizzante l’avversario nell’educazione stessa dei propri giovani e nell'impostazione sul modello Tsahal dell'intera società, come quello governato ora da Netanyahu, sia genocidario. Anche perché uno stato non può commettere reati, essendo persona giuridica.Alla Corte penale internazionale poi non hanno aderito proprio i paesi che dovrebbero andare alla sbarra in questo scorcio epocale. Riducendo il tutto a un sistema simbolico, non fattuale… ma forse c’è una gabola per aggirare questo, come spiega Fabiana.Convenzioni e processi, condotta generale ed elemento soggettivo che regge quella condotta sono essenziali… e allora nell’esemplificazione di Fabiana si affastellano esempi: dai Balcani al Ruanda, dal Sudan al Donbass… da Bucha a Gaza. Sostanzialmente l’impressione è che i vincitori processano spesso i vinti, gli altri casi si perdono nei cavilli che fanno parte dell’impianto stesso che regge invece la struttura dei tribunali speciali. Un sistema di giudizio permanente ipergarantista pare essere solo simbolico, a meno che si riescano ad accumulare tanti tasselli (risoluzioni, provvedimenti, pressione dell’opinione pubblica…); quando si ha un tribunale ad hoc propagandistico per la politica del vincitore il reato viene perseguito in modo esemplare, come se la sentenza fosse già politicamente scritta.
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Menem 2. Gli azzardi di Milei
La fretta di Milei a rivoltare il sistema argentinohttps://ogzero.org/regione/ande-e-amazzonia/ Le tre mosse di Milei “a tutto campo” per sfruttare la luna di miele dopo l’elezione e incidere sul ruolo dello stato, azzerandolo neoliberisticamente: svalutare subito il peso, portandolo alla parità del mercato nero; il maxidecreto d’urgenza che consente privatizzazioni, aperture alle importazioni e cancelazione dei sostegni alle imprese argentine, consenso alla firma di contratti con valuta di riferimento il dollaro statunitense e modifica allo statuto dei lavoratori; una legge di sanatoria su patrimoni occulti fino a 100.000 dollari, riforma dell’irpef, eliminazione delle elezioni primarie. Alfredo Somoza dalle frequenze di GiornaleRadio commenta gli azzardi disperati per risolvere l’inflazione al 150% e il disavanzo pubblico, ma buona parte di queste riforme sono copiate paro paro da Menem, che aveva almeno un programma esclusivamente economico di riforme neoliberiste, mentre quello di Milei è un disegno eversivo relativo a tutti gli aspetti della società: a livello politico, culturale, sociale, assistenziale (per esempio il ruolo dei sindacati, dei piqueteros…). Rispetto a quello descritto nel suo recente libr Mezzo secolo di America latina non cambia il ruolo dell’America Latina nonostante l’ingresso dei cinesi in modo massiccio che rende il continente un esportatore di commodities essenziali per gli interessi di Pechino: abondanza di acqua, produzioni di alimenti e presenza massiva di litio e rame lo rendono un fattore essenziale di quello che esiste ancora della globalizzazione e la conseguente dipendenza dai cicli economici. Non avendo i numeri in parlamento, minaccia il plebiscito e il licenziamento di molti impiegati pubblici. Intanto alcuni settori sociali sono scesi in piazza e la principale centrale sindacale indice per il 24 gennaio uno sciopero generale contro il pacchetto Milei (sfidando il divieto di manifestare in più di 3 persone ivi contenuto) e per la separazione dei poteri a seguito della imponente manifestazione che la richiedeva oggi, 28 dicembre.
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Il feroce colonialismo italiano e il suo ciclico negazionismo
https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/Non si è mai sviluppato un vero studio divulgato nella società del colonialismo italiano, tanto che ha potuto per lunghi anni presentarsi nella vulgata con lo slogan "italiani brava gente"; paradossalmente invece a livello di studi scientifici glli storici grazie ad Angelo Del Boca e altri ricercatori hanno ricostruito tutti i tasselli e se opportunismi politici e scelte scellerate hanno messo la sordina, i dati e i documenti ci sono tutti e in alcuni periodi la corretta ricostruzione storica è riuscita a scalfire la disinformazione diffusa dalla destra che ha come unica tradizione culturale il colonialismo più retrivo e razzista. Completamente diverso dal neocolonialismo attuale delle potenze neocoloniali, quel colonialismo straccione ha diffuso lasciti tossici ancora attualmente condizionanti lo sviluppo dei territori occupati.Con Carlo Greppi, storico torinese, abbiamo tentato di capire le alterne fortune della storia del colonialismo e di ricostruire gli scombiccherati tentativi di negare le nefandezze del fascismo e della sua cultura razzista che, nel suo paternalismo stupratore e nello stragismo con armi bandite, è l'unico lascito culturale per gli attuali sovranisti nel loro cortocircuito identitario, fatto di monumenti ai peggiori criminali di guerra.
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Dollar supremacy sunset?
https://ogzero.org/tag/brics/ Dai petrodollari ai petroyuan? Prendiamo spunto dal sorprendente articolo che Giuseppe Masala ha scritto per “l’Antidiplomatico” per analizzare il distacco sempre più evidente dell’Arabia Saudita dal sistema incentrato sul dollaro, che appare come la punta dell’iceberg di quanto la divisa statunitense stia completando la parabola che ha visto in Bretton Woods l’inizio di regole concepite verso il termine della Seconda guerra mondiale da 44 nazioni facenti capo alle esigenze di Washington che raggiunse l’apice del dirompente strapotere economico-finanziario nel 1971 con l’inconvertibilità del dollaro e di seguito la creazione del petrodollaro, valuta di riferimento per gli scambi energetici (allora mondiali e ora globali), che è servito agli Usa per collegare merci, prestiti, debito… alla loro valuta, attraverso la quale indirizzare ogni investimento e scatenare conflitti per mantenere il controllo imperiale sul mondo: la finanziarizzazione della politica economica. Agli Usa si sta imponendo di smettere di pagarsi le proprie importazioni con la loro valuta (quindi creando debito pubblico americano), che finisce nelle casse degli esportatori, che finiscono con acquistare buoni del tesoro americani, comprando quello stesso debito statunitense prodotto dall’acquisto di beni da parte degli Stati Uniti.Essere moneta di riferimento significa doverla fornire a tutto il mondo e il metodo finora ha scaricato sugli altri la richiesta di dollari in pagamento dei prodotti scambiati con quella moneta. Poi reinvestita in Usa, creando una bolla. I nemici del dollaro possono approfittare della diversificazione delle monete che derivano anche dalle sanzioni ma anche per il fatto che i soliti meccanismi per assorbire le bolle finanziarie non funzionano più (il $ ha perso il 12% del suo peso a favore di altre valute di riserva occidentali): l’aumento dei tassi della Fed non funzionano; il sistema sta implodendo anche per esaurimento del risparmio e del credito generalizzato. Cominciano a serpeggiare alternative: quella più accreditata è la creazione di una valuta di riserva nel quadro dei Brics o quella di inventare una divisa sovrannazionale tra Cina (che sta accumulando a sua volta molto debito pubblico – dal 30 al 70% del pil – in pochi anni e il renminbi finirebbe con l’innescare lo stesso processo del dollaro, se sostituisse paro paro la moneta americana) e mondo arabo gravitante nell’orbita saudita. Proprio a partire da qui abbiamo iniziato il nostro viaggio nella dedollarizzazione con Giuseppe Masala. Il processo di decentralizzazione sorge con la crisi del 2008, si può ricondurre tutto a quel flusso di dollari di ritorno che si è incrinato perché la bolla era sostanzialmente dovuta al fatto che il ritorno era finanziarizzato. Ora si sta assistendo al connubio tra Pechino e Riyadh che può ricordare quello intercorso tra statunitensi e sauditi con l’invenzione dei petrodollari, perciò nel suo articolo Giuseppe Masala vede come già in corso il passaggio al “petroyuan”, dopo gli accordi intercorsi tra Iran e Arabia Saudita sotto l’egida cinese e dopo la sensazione da parte di Bin Salman di rischiare di venire dichiarato “canaglia” e subire la sorte degli ex alleati degli americani che potevano risultare scomodi; dunque la sicurezza innanzitutto finanziaria e poi anche quella militare suggerisce di poter contare su altri partner.Facendo paralleli storici si possono individuare passaggi epocali che si ripropongono agli occhi di analisti attenti come Masala, il quale riconosce una situazione di tramonto dell’impero americano assimilabile agli eventi dei primi anni Venti di un secolo fa, piuttosto che a quelli che ne hanno visto l’apoteosi nei primi anni Settanta col distacco dalla parità con l’oro.
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L'impronta di Macron rompe simbolicamente il patto sociale
Questa reforme des retraites sarà rubricata a futura memoria come una rottura epocale, incarnata dal più vacuo manichino presidenziale del dopoguerra francese; falsamente urgente e imposta a forza travalica le vere urgenze, perché serve per produrre quella rottura di cui il potere ha bisogno per incidere poi sulla società e imporre un modello diverso da quello solidale. Il timore di "finire come gli italiani": è sufficiente questo spauracchio a portare in piazza milioni di francesi, determinati e fieri della loro tradizione di contrapporsi all'ingiustizia e all'arroganza di un potere che si crede onnipotente.Però è proprio lo spirito che è diverso, e pervade l'intera comunità: infatti nessun magistrato si sogna di comminare anni di galera per una barriera autostradale mantenuta aperta; nessun giornalista infarcisce i suoi pezzi soltanto di peana alla vetrina di una multinazionale della moda andata giù, anche il perbenismo dell'uomo della strada non si appunta soltanto sulle barricate incendiate; addirittura in Italia si sarebbe assistito ad accuse da parte dei giornalacci apparsi con Berlusconi di istigazione all'omicidio per la pubblicazione degli elenchi dei senatori con la loro scelta di voto sulla riforma, per Thomas – uno dei nostri interlocutori, quello francese – è invece indispensabile poter operare un controllo sul singolo parlamentare e renderlo responsabile dei suoi atti... però si cominciano a notare delle crepe. Innanzitutto al welfare, eroso dallo stornamento di fondi, nei servizi – per un italiano ancora di buon livello e quasi gratuiti, per un francese già sulla china dell'italianizzazione.Ma soprattutto alcune frange del paese non sono solidali come un tempo, avendo ormai ottenuto la pensione (in Italia era avvenuto con la riforma Dini, quindi la società francese ha ancora 25 anni per assumere in toto il volto feroce dello stato italiano). Marta, una expat piemontese che vive e lavora da 4 anni a Parigi (e che abbiamo interpellato con Thomas, il suo compagno francese, per comprendere meglio e reallizzare un paragone valutando le lotte in corso contro la riforma sulle pensioni fortemente voluta dal burocrate Macron, emanazione del sistema finanziario, al confronto con il recente passato italiano) individua nella vecchia paura che i francesi hanno nel dna della exception culturelle, sentimento più antiamericano che non meramente nazionalista, che individua in quel modello i maggiori pericoli di trasformazione. E forse il comparto più a rischio per lei potrebbe essere quello scolastico con la contrapposizione tra scuola pubblica e privata, laddove quest'ultima viene agevolata e andrebbe a sfornare dirigenti con lo stampino di un modello privatistico, bloccando l'ascensore sociale.La lotta proseguirà con il blocco di ogni settore, qualsiasi comparto, con scontri e manifestazioni nelle strade di tutta la Francia, pur avendo la sensazione che ormai il presidente ha i numeri in parlamento per far passare la sua riforma, per intestarsela e completare la missione per cui il potere economico-finanziario lo ha appoggiato. Una riforma che non prende in considerazione alternative all'aumento dell'età pensionabile (e comunque si prevedono 43 anni di contributi per mantenere almeno un 75% del valore dello stipendio e si vocifera già di portare a 71 anni il limite per le pensioni di vecchiaia), anziché tassazione di patrimoni e pensioni d'oro; o anche solo i capitali delle frange di nati prima del 1964 che hanno usufruito del sistema pensionistico ora smantellato e messo al sicuro il gruzzolo che Macron si guarda bene dal tassare per consentire una distribuzione che non richiederebbe alcuna stretta pensionistica. Invece è palese quali sono le categorie prese di mira – individuando una sorta di fastidiosa e altolocata supponenza e distanza di Macron e della sua En Marche. Sono le persone meno istruite – perché senza mezzi e ormai anziani –, precari, che non hanno una carriera di lunga data o frammentaria (e quindi non possono raggranellare tutti gli anni di contributi richiesti), donne giunte al lavoro più tardi e in ruoli subordinati, lavoratori che hanno svolto i lavori più usuranti, ferrovieri... e non si trova più nessuno che intenda sostituire chi riesce a smettere i lavori che non vengono compensati nemmeno per la loro usura.Altra differenza con il mondo italiano è il ruolo dei sindacati: rispetto alla reazione alla riforma Dini – e ancora di più contro quella Fornero, chiamata a riassestare i disastri del modello Berlusconi nel 2011 con ricette altrettanto liberiste – i sindacati francesi hanno saputo mobilitare e sostenere la lotta, esistono casse di mutuo soccorso per mantenere l'astensione dal lavoro e far sì che lo sciopero faccia male allo stato e non ai lavoratori. Il movimento dei Gilets Jaune è rimasto un po' offuscato dai Gilets Rouge della Cgt ma hanno cominciato a intestarsi anche loro la lotta nel weekend, dopo questa chiacchierata con Marta e Thomas, pur essendo stati una componente della mobilitazione fin dall'inizio, ma più defilati rispetto alla variegata composizione e serietà della lotta di classe che si manifesta nella sensibilità degli oppositori alla legge.Thomas coglie un punto essenziale della truffa elettorale: cioè Macron sapeva il giorno dell'elezione che non aveva un mandato per fare quello che voleva e che era stato eletto solo per mancanza di candidati antifascisti e invece adesso usa quella delega elettorale paradossalmente ribaltandola in una richiesta dalle urne di completare la riforma e invece serve solo al liberismo per fare strame di uno dei pochi sistemi ancora di welfare funzionante, accentuando le diseguaglianze sociali insite al modello capitalista.Se si permette ai politici di violare i diritti conquistati in tempo di crisi, creerano tempi di crisi per violare i diritti... fino all'oligarchia assoluta
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Davos frammentata: la disfatta di una globalizzazione retriva
https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/Ancora falchi su Davos, ma con artigli spuntati dal loro stesso sistema che cercano ancora di salvare asserendo che poteva andare peggio (Lagarde), ma il titolo del 53° anno è una pietra tombale sulla stessa convention del World Economic Forum di Davos devastato dal tracollo della globalizzazione arrogante e al soldo del neoliberismo più feroce nel tentativo di rifargli una facciata tollerabile. Tra i realizzatori del Forum di Porto Alegre, da sempre dunque attento al Forum di Davos, @alfredosomoza è sicuramente tra i giornalisti più competenti per suonare il requiem al sistema che ha dato vita ai campioni della globalizzazione.Ecco, il rimmel si è sciolto e sotto il maquillage rimane il peggio esibito senza nemmeno la partecipazione dei presunti potenti politici; ma anche i ricconi hanno disertato, facendo sapere di essere disponibili a essere tassati, anzi: chiedendolo a gran voce, pur di sperare di non venire spazzati via dall’esasperazione delle moltitudini vessate dal feroce neoliberismo della scuola di Chicago che da 40 anni ha steso la sua orrida cappa sul mondo; cominciano ad avere paura, comprendendo di aver tirato troppo la corda, creando una sofferenza sociale che travalica le divisioni ideologiche tra destra e sinistra.Gli stessi liberisti ammettono di non aver mantenuto le promesse: il fallimento del modello ha trovato il suo palcoscenico per sancire il crollo del sistema. Il Forum nato come l’interpretazione del nuovo corso del capitalismo trionfante, sfila in sordina a mettere fine al paravento del greenwashing agli affari della pseudotransizione energetica, smarrita nella riapertura del peggior fossile con le cariche di Lützerath, però anche in quel contenitore onnicomprensivo ospitato nella cittadina elvetica si trovano balbettii sul delivery delle armi on demand, che dimostra come sia una delle voci principali per sostenere un sistema ormai pieno di falle, perché è scattata la priorità nazionale, l’opposto della globalizzazione che ha appaltato la sovranità energetica a un solo fornitore non affidabile, o che ha pontificato su fittizie facilitazioni dell’esistenza e invece ci volevano solo vendere un telefonino; che hanno spacciato la banalizzazione del dibattito con l’accesso democratico dei social.Un contenitore svuotato dal modello economico stesso, dove ancora i giornalisti conniventi inventano narrazioni false che si affidano a un’economia di guerra con Sanna Marin che è pronta a sostenere Kiyv anche per 15 anni, quella guerra che inabisserà definitivamente il massimo sponsor del Forum (l’Europa innamorata della globalizzazione capitalistica) esaltando le due grandi potenze: Usa e Cina. Un bipolarismo che trarrà vantaggio dalla dissoluzione del mondo di Davos e che informerà di sé i nuovi equilibri, dove Russia ed Europa saranno semplici vassalli. Perciò si sta riesumando il pensiero di Marx (Die Zeit), che fa il paio con il ritorno al controllo dello stato che subentri all’ideologia del mercato iperliberista e tutta la paccottiglia degli ultimi 30 anni che però non ha alternative, perché non esce dall’ideologia iniziata con l’esperimento di Pinochet. La democrazia comincia a essere impotente a proporre cambiamenti che creino anche consenso. Probabilmente siamo arrivati a un punto di svolta epocale.
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Un viaggio ventennale nella globalizzazione tra fake e smart
https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/Il viaggio prende avvio da quella terra di nessuno tex-mex di narcocorridos e muri inutilmente eretti per proseguire attraverso globalizzazione, capitalismo, colonialismo lungo tutti i percorsi inventati dai traffici, anticipando le altre attività fino alla Belt Road Initiative. Ma l'interconnessione prosegue liscia nel dialogo tra Alfredo Somoza e Claudio Agostoni sulle Onde Road di Radio Popolare di domenica 3 luglio 2022, incentrata sul volume di Alfredo "Siamo già oltre?": l'interdipendenza tra aree geografiche affonda i problemi alimentari ed energetici che l'Occidente si trova ad affrontare con affanno ora dopo l'esplosione del conflitto ucraino e Alfredo, con l'attenzione che lo contraddistingue – mettendo in relazione tutte le informazioni che immagazzina –, sottolinea la gran quantità di comparti interessati dalla attuale crisi, ma anche quella di differenti conflitti sparsi per il mondo che condizionano gli approvvigionamenti di una società così pesantemente globalizzata. E l'attenzione spasmodica per gli elementi economici porta Alfredo a ricondurli a immaginare la possibilità di un altro mondo contro la deregolamentazione neoliberista, Claudio e Alfredo usano il caffè per studiare il sistema ancora rimasto schiavistico...E allora la parolina “multilaterialismo” viene declinata nella sua esigenza di governi transnazionali, una pulsione data dall'interconnessione e dal cambiamento climatico i cui problemi vanno affrontati da un fronte comune... il problema è che i luoghi preposti al dialogo sono stati tutti delegittimati e i nazionalismi hanno prodotto attese in nuove potenze con mire imperialistiche.O la frase «La globalizzazione dell'economia ha anticipato il bisogno della globalizzazione dei diritti» che pervade tutto il libro... sono parole e frasi topiche che prese in modo apparentemente casuale dai due interlocutori vanno a formare una precisa lettura dell'intero volume, che è una delle molte possibili di un libro che comunque restituisce i caposaldi emersi nell'intervista, da qualunque spunto si voglia cominciare a rielaborare; tutti aneddoti molto calzanti e suggestivi che disvelano percorsi che ogni volta ci conducono a scoprire nuove analisi e rivelazioni... in questo caso trovate nel podcast di Radio Popolare la figura barbina della multinazionale Nike, appropriatasi malamente di una tradizione culturale portoricana, ma molti altri aneddoti sono racchiusi nel libro a cavallo tra colonialismo, expo, turismo e riconversione culturale... modernizzando con il landgrabbing e la migrazione la memoria di Frantz Fanon e la semplicità delle osservazioni di Pepe Mujica, perché si ha comunque bisogno di riferimenti a cui guardare.
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Dormi sepolto in un campo di grano
https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/Sulla scorta della proverbiale definizione di “granaio del mondo” l’Occidente sta attribuendo integralmente alla guerra in Ucraina la responsabilità della fame che si sta annunciando per carenza di grano (ma non si parla del fatto che la Russia è il maggior esportatore di fertilizzanti), senza considerare che il prezzo dei cereali era già in aumento prima del 24 febbraio e che sono periodiche le rivolte del pane (anche dopo il 2011 dei gelsomini).La guerra è stata solo il la ciliegina su una torta immangiabile per i 20 milioni di potenziali morti per fame che la contingenza può creare e i due autocrati di Astana si stanno mettendo d’accordo anche in questo caso per spartirsi guadagni e prestigio nei paesi africani sbloccando la situazione del Mar Nero con il blocco delle tonnellate di grano ammassato nei silos ucraini che rappresentano comunque soltanto l’8 per cento del prodotto annuale mondiale. Un’arma ibrida come le bombe di migranti gettate ai confini, che si produrranno anche attraverso questa nuova fame indotta dalla guerra sarmatica. Ma non solo: Alfredo Somoza ha colto i vari collegamenti che portano alle scelte strategiche dei singoli stati vincolati in qualche modo ai prodotti russi (per esempio il Brasile) e il ritorno d’immagine per i popoli affamati in Africa che si troveranno a ringraziare i garanti russo-turchi delle forniture alimentari che sono i responsabili dell’improvvisa carenza; senza contare la stagflazione ormai globale e l’indebitamento generalizzato.@alfredosomoza ha fatto dunque il punto attribuendo a ogni fattore la giusta responsabilità nella emergenza della carestia, guardando al sistema di produzione e distribuzione del cibo, il saccheggio e la colonizzazione dei territori, la pianificazione selvaggia e monocolturale: speculazione, latifondo senza collegamento con il territorio, landgrabbing, sistemi di produzione malati, diserbanti e ogm, concentrazioni di colture; la superficie coltivabile è diminuita con la globalizzazione, le colture per il foraggio o per i biocombustibili sono sempre più estese, il cambiamento climatico, la siccità avevano già innescato la speculazione sulle commodities dei futures che è strabordata con la scusa del conflitto raddoppiando il prezzo del grano; l’occupazione di terre africane da cui saccheggiare i prodotti da importare in madre Cina, o da esportare in paesi ricchi, sottraendo cibo potenziale agli autoctoni;Alfredo nel suo libro “Siamo già Oltre?” descriveva così il sistema su cui è intervenuto il conflitto in Ucraina, scompigliandolo e paradossalmente rendendo ancora più il cibo un’arma ricattatoria di consumi – anche indotti dal colonialismo – da brandire contro i poveri:«Nei paesi nei quali si è spinto l’acceleratore del moderno agribusiness, dove spesso si produce non solo di più ma anche male, la produzione non serve per soddisfare il bisogno dei consumatori ma per incassare sovvenzioni, fare guerre commerciali, imporre mode alimentari. Difficilmente in Africa, Asia meridionale o America centrale si produce più di quanto si consuma. Anzi, lì spesso si produce molto di meno, dato che una parte crescente delle loro terre agricole viene utilizzata per produrre alimenti e biocombustibili destinati al mondo ricco: che poi non riesce nemmeno a consumarli tutti. Distogliendo l’attenzione dalle cause per concentrarsi solo sugli effetti si arriva a soluzioni “umanitarie”, di buon senso, che però non risolveranno mai il problema a monte. Non porteranno, cioè, a una politica mondiale che stabilisca le priorità nella produzione di cibo, che imponga regole precise sul suo costo e sui suoi impatti. Non è sostenibile, per esempio, il mercato delle primizie che viaggiano in aereo da un angolo del mondo all’altro per garantire pere, ciliegie o mirtilli dodici mesi all’anno per il desco dei consumatori ricchi. Non è possibile che, quando un paese dà in concessione terreni agricoli a soggetti esteri, la Fao non intervenga a certificare che la sicurezza alimentare di quel paese sia comunque garantita, e che le concessioni non la mettano a rischio. Non è sensato che il consumatore, quando compra prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza, non sia chiamato a pagare il costo ambientale di quella merce. Sono tanti i nodi irrisolti e i problemi in via di peggioramento, quando si pensa al tema del cibo… Ma ci raccontano che basta il riciclo degli sprechi per porvi rimedio. Una versione di comodo per le multinazionali del cibo e dell’agricoltura, proprio quelle che occuparono gli spazi più in vista all’Expo milanese. Imprese che si accaparrano licenze sulle sementi, sono grandi gestori dell’acqua, impongono modelli di consumo basati sulla carne rossa, la più dannosa per la salute e la più “costosa” per l’ambiente, anche se italiana. Questi gruppi oggi tengono in pugno l’agenda del cibo e buona parte della politica accetta la loro narrazione. È questo il segreto (di Pulcinella) da non far sapere al contadino».
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Highway interdette all’oro verde
Aguacate: quei frutti intensivamente coltivati in Michoacan – unico stato certificato alla coltivazione degli avocado e produttore di metà delal produzione mondiali – che vengono ora bloccati sul Rio Bravo. Washington ha (di nuovo!) vietato l'importazione a seguito dei controlli sanitari effettuati da ufficiali incaricati di capire lo stato di salute delle piantagioni (non di chi le coltiva, che è ridotto allo schiavismo; ma in quello gli Usa sono cattivi maestri da sempre): pesticidi e chimica fanno parte del profitto capitalista di Monsanto-Bayer, quanto dei narcos di Jalisco, che si contendono questo che è diventato un business fondato su un frutto autoctono che in prospettiva sta diventando il più esportato tra quelli esotici (ananas e banane compresi), grazie al successo del guacamole; e questo si intreccia anche clandestinamente con il demanio messicano, i disastri ambientali e la corruzione. Tutti gli ingredienti del libro di @alfredosomoza Siamo già oltre?: erosione del suolo, deforestazione, uso devastante dell'acqua... Ma anche qui il divieto copre ragioni pretestuose e protezioniste, perché in questo modo si salvaguardano gli interessi dei produttori di avocado statunitensi. E anche da questa strada arriviamo al fondamento delle analisi contenute in Siamo già oltre? (https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/) e in questo brano di Radio popolare troviamo la voce di Alfredo Somoza che riecheggia perfettamente il suo libro
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I dannati della terra sempre più green e smart
Le ex potenze coloniali sono state sostituite dalle multinazionali dell’agribusiness che manipolano a migliaia di chilometri di distanza governi locali corrotti. È il land grabbing con il suo carico di ingiustizie e le sue conseguenze catastrofiche sull’ambiente e sui diritti dell’uomo. Una volta c’era la febbre dell’oro, oggi imperversa la febbre del litio e delle Terre rare.Ma rispetto agli anni Sessanta il dannato della terra non si ribella più, non fa più la Storia. Fugge. Spesso mette la sua vita nelle mani dei trafficanti di esseri umani. «Le grandi imprese multinazionali non solo attentano agli interessi dei paesi in via di sviluppo, ma la loro azione incontrollata e dominatrice agisce anche nei paesi industrializzati in cui hanno sede» (Salvador Allende, 4 dicembre1972).Tutto sbagliato, tutto da rifare? Sì, la globalizzazione è tutta da rifare: dai rapporti malati tra un capitalismo ingordo e cinico ai suoi bracci armati: colonialismo, neocolonialismo, globalizzazione.Milioni di cittadini stanno già contribuendo alla promozione nel Sud del mondo di un turismo responsabile, un’agricoltura sostenibile e un commercio equo-solidale per contrastare la febbre dei tanti Black Fridays. A proposito dell’orgia dei consumi l’ex presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica disse: «Quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli».Attorno a questi concetti si compone la prefazione di @chawkisenouci a "Siamo già oltre?" (https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/) di @alfredosomoza, letta durante la trasmissione "Esteri" di Radio Popolare il 4 febbraio 2022
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Intrecci di dazi e ritorsioni: domino tra roghi, merci e conflitti globali
Una catena infuocata.L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’America non si è verificata; la Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo Usa. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e in seguito ha azzerato gli acquisti. La Cina comprava dagli Usa soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire. A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8000 incendi, tutti dolosi, che nell’estate brasiliana prepandemia hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina ha dovuto aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito. Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia riaprì un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temevano i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur erano già commercializzati in Europa da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria si sono opposti alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori. Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” criminalmente per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.
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Le terre rare che fanno girare il mondo
L’ultima frontiera dello scontro globale.Le cosiddette “terre rare” sono un insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica: più precisamente, il gruppo comprende lo scandio, l’ittrio e i lantanoidi. L’uso di questi minerali è decisivo per la fabbricazione di magneti, superconduttori, fibre ottiche, catalizzatori e vari componenti usati per la produzione di veicoli ibridi. Si può affermare che la rivoluzione tecnologica in corso, senza i minerali contenuti nelle terre rare, difficilmente sarebbe avvenuta. Ma non tutti le hanno a disposizione: la produzione mondiale, infatti, è concentrata in Cina (che da sola garantisce il 62% del mercato), Usa (12%), Myanmar e Australia (10% ciascuno). Poi restano le briciole. Un discorso a parte meriterebbero i giacimenti ancora inesplorati o poco sfruttati, molti dei quali localizzati in regioni incontaminate e preziose per l’equilibrio ecologico del pianeta, per esempio in Groenlandia, Brasile, Tanzania: non a caso, le potenze protagoniste del grande gioco geopolitico si stanno interessando di questi punti nodali.È evidente che per la Cina, primo produttore mondiale di alta elettronica, essere praticamente monopolista di terre rare rappresenta la perfetta quadratura del cerchio: soprattutto dopo il colpo di Stato in Myanmar, Paese che ora potrebbe aiutare Pechino nell’evoluzione della guerra commerciale con gli Usa. Cina e Myanmar controllano insieme il 72% del mercato attuale dei minerali strategici: stranamente, finora nessuno ha messo in relazione il golpe dei militari supportato da Pechino con questo dato. Le terre rare sono la carta che Pechino si giocherà con Joe Biden nella trattativa per ripristinare le relazioni commerciali tra le due potenze, dopo lo strappo voluto da Donald Trump. Biden, che non ha mai detto di voler eliminare le sanzioni alla Cina, sta studiando la messa a punto di una “lista nera” comprendente oltre 70 imprese cinesi considerate vicine al ministero della Difesa cinese, per non dire che ne sono emanazioni dirette. Imprese sospettate di condurre operazioni di intelligence all’estero per la Cina nei settori dell’industria bellica. Ma se gli Usa punissero queste aziende il gioco si farebbe ancora più complesso. Per esempio, ciascuno dei nuovi aerei militari F35 della Lockheed ha bisogno di 400 chilogrammi di terre rare nei circuiti elettrici e nei magneti: quantità che solo la Cina è in grado di vendere. E mentre Pechino annuncia un restringimento della produzione, gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati dalla dipendenza del loro dispositivo di difesa dalla Cina, che rimane il loro principale antagonista economico e, in prospettiva, militare.Altre restrizioni all’export potrebbero venire da un incremento del consumo interno cinese di terre rare, ora che è stata lanciata una gigantesca operazione di rottamazione di vecchie auto e camion per incentivare l’ibrido e l’elettrico. Ed ecco che questa crisi, inquadrata in un campo più largo, si rivela l’ennesima dimostrazione di come la potenza della tecnologia debba fare i conti – ancora e probabilmente per sempre – con le limitate risorse disponibili sulla terra e con chi le controlla. Ieri petrolio e gas naturale, poi litio e coltan, oggi le terre rare sono le materie prime minerali che fanno girare il mondo da un secolo e mezzo. Per possederle, o per controllare chi le possiede, sono state combattute guerre, si sono organizzati colpi di stato, occupazioni di paesi, operazioni di corruzione di massa. Questo perché la logica che da sempre prevale, e che pare sia eterna, è quella del tentativo di accaparrarsi in esclusiva una fonte di rifornimento così da prevalere sul rivale di turno, ovviamente senza mai ipotizzare forme di cooperazione per lo sfruttamento. E questo non vale solo per i minerali. Stiamo vedendo lo stesso meccanismo nella gestione globale dei vaccini, dove il principio del diritto alla cura, inteso come diritto umano, è stato archiviato in fretta tra stati che diventano predoni di dosi e laboratori che speculano sulla vita delle persone.
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Pandemia e plastica marciano insieme verso il baratro
Inizia a metà dell’Ottocento la lunga storia di successo dei materiali plastici, che dopo la Seconda guerra mondiale sostituiscono man mano legno, tessuti e metallo in un’infinità di applicazioni. È il mix di versatilità ed economicità che ne ha determinato il successo: nel 1964 nel mondo se ne producevano 15 milioni di tonnellate, oggi abbiamo superato da poco i 400 milioni di tonnellate. Sebbene si possa ottenere da diverse fonti, la plastica rimane un materiale derivato soprattutto dal petrolio. Ed è protagonista di due tipi di problemi ambientali: il primo è proprio l’impiego del petrolio per la sua fabbricazione, il secondo è la difficoltà del suo smaltimento dopo l’uso. Anche se la produzione si concentra per il 30% circa in Cina, per il 20% in Europa e per il 18% in America settentrionale, oggi tutto il mondo utilizza materie plastiche a prezzi irrisori, e solo pochi paesi riciclano. Secondo il WWF, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. In mari e oceani sono ormai “stoccati” 150 milioni di tonnellate di questo materiale che degradandosi (processo che può durare anche quattro secoli) dà vita al fenomeno delle microplastiche: granelli di plastica ingeriti dai pesci, che li immettono nella catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Questa piaga è in buona parte dovuta alle esportazioni di enormi quantità di plastica da eliminare verso l’Africa e non solo. Sono 680.000 le tonnellate di rifiuti che ogni anno gli Stati Uniti esportano in 96 paesi disponibili a riceverli. In testa alla lista la Malaysia, il Messico, la Thailandia e poi Ghana, Uganda, Tanzania e altri stati africani. Secondo le aziende statunitensi il materiale viene riciclato, ma la verità è che buona parte di questi rifiuti viene bruciata, liberando diossina, oppure dispersa nell’ambiente. Fino al 2019 l’Europa esportava al ritmo di 150.000 tonnellate al mese soprattutto in Cina, paese che però è diventato riluttante a importare plastiche da riciclo, essendo ormai in grado di coprire il proprio fabbisogno internamente. La plastica “bio” resta una soluzione parziale: è vero che si degrada in poco tempo, ma viene prodotta a partire da farina o amido di mais e di grano, o comunque da altri cereali. Produrla richiede quindi un incremento delle coltivazioni cerealicole, con l’impiego di massicce dosi di fertilizzanti e pesticidi (quasi sempre derivati dal petrolio), oltre alla destinazione a questo scopo di vaste estensioni di terre coltivabili, spesso a discapito della sicurezza alimentare. Nel 2020 è arrivata anche la pandemia a peggiorare la situazione, con un aumento esponenziale della produzione di plastiche incentivato sia dal calo del prezzo del petrolio sia dal bisogno di miliardi di dispositivi di protezione personale: basti pensare a guanti e mascherine “usa e getta”. Ormai non facciamo più caso al ruolo della plastica nelle nostre vite, onnipresente nella nostra cultura materiale. La plastica, di cui non possiamo fare a meno, è la vera conquistatrice del mondo. Solo nel 2019, per la sua produzione, incenerimento e smaltimento si sono riversate nell’atmosfera 850 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’impatto di 190 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 l’inquinamento è destinato a raddoppiare se si manterrà l’attuale trend di crescita dell’impiego di plastica, che potrebbe essere la responsabile del non raggiungimento degli obiettivi di Parigi 2015. Una riflessione urgente s’impone, soprattutto quando in nome della salute sono stati archiviati i problemi ambientali, come se non esistessero più, aggravando ulteriormente una situazione già compromessa.
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La impoverita transgenicità della monocoltura a filiera corta
Nel mondo dell’agribusiness globale il quattro è diventato il numero magico. Sono quattro le aree geografiche che producono le grandi eccedenze di cereali, legumi e oleaginose che tengono in piedi il mercato mondiale dell’alimentazione di base: i paesi sudamericani del Mercosur (in particolare Brasile, Argentina, Uruguay), le due potenze nordamericane (Stati Uniti e Canada), la Russia insieme ad altri paesi ex sovietici (Ucraina e Kazakistan) e l’Australia. Sono quattro anche le multinazionali che riforniscono questi mercati di sementi, soprattutto ogm, e di prodotti chimici per l’agricoltura. Dopo un aggressivo processo di acquisizioni, infatti, ormai sono rimaste sul mercato − controllandolo per oltre l’80% − la francese Dupont, ChemChina e le tedesche Basf e Bayer. E sono sempre quattro le multinazionali che stoccano, trasportano e commercializzano oltre il 70% delle materie prime alimentari: l’olandese Louis Dreyfus, e le statunitensi Adm, Bunge e Cargill. In tutto, dunque, solo otto imprese e una decina di paesi hanno la responsabilità di garantire la “sicurezza alimentare” del pianeta, determinando prezzo, tipo di produzione, qualità, disponibilità, reperibilità. Insieme gestiscono un mercato globale spesso ignorato dai media e che non ama farsi troppa pubblicità. Tra i produttori di sementi è scomparso recentemente un nome scomodo, simbolo della rivoluzione transgenica: Monsanto, acquisito da Bayer. Nel mondo degli intermediari di alimenti, due dei quattro big (Cargill e Dreyfus) non sono quotati in borsa, pur fatturando insieme 160 miliardi di dollari annui, e ciò consente loro di evitare vari obblighi di trasparenza. Ma perché la segretezza torna comoda a questi giganti del commercio mondiale? Perché da produttori e commercializzatori di sementi e grano si sono trasformati in tasselli del grande mercato della speculazione finanziaria. Future e opzioni sono strumenti nati per tutelare il produttore e i suoi clienti, mettendoli al riparo dall’oscillazione dei prezzi e anticipando capitali da investire. Oggi invece sono diventati strumenti puramente speculativi, che distorcono i prezzi dei prodotti determinando bolle speculative e rovinose cadute. Le società di commercializzazione offrono ormai i loro servizi finanziari all’esterno, attraverso fondi speculativi che possono determinare aumenti o cali del valore delle materie prime. Alla fine, il possesso fisico della merce diventa secondario: per gli investitori, ciò che conta è solo la differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita. In termini di soggetti coinvolti, la filiera che garantisce i cereali a quei paesi che non sono in grado di soddisfare da soli il proprio fabbisogno è molto “corta”. Così come è corta quella che rifornisce i paesi ricchi di cacao e caffè. Parallelamente sono sempre di meno, numericamente parlando, le varietà di alimenti coltivati. Il principale indiziato di questo fenomeno è l’agricoltura ogm, che punta tutto su grandi estensioni coltivate con una sola varietà di prodotto: un’agricoltura che non prevede contadini, totalmente meccanizzata, con uso massiccio di diserbanti come il glifosato, seriamente sospettato di essere nocivo per la salute umana. Ne deriva un impoverimento della biodiversità alimentare spesso giustificato con la maggiore capacità produttiva di questo tipo di agricoltura, che consentirebbe di far fronte all’aumento della popolazione mondiale. L’obiettivo sarebbe nobile, ma in realtà la scelta di questo tipo di agricoltura rende l’alimentazione sulla Terra meno sicura e più esposta a variazioni di prezzo, a cali produttivi dovuti a parassiti, muffe, insetti che si modificano a loro volta per colpire piante che in teoria dovrebbero esserne immuni. La sicurezza alimentare è fragilissima e sta diventando sempre più insicura: si tratta di uno dei grandi temi dell’umanità, ma rimane chiuso nel cassetto dove la politica nasconde le cose che ritiene poco importanti.
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Il fardello coloniale della Storia imperialista
Il fardello della storia coloniale.La complessità delle società che hanno un passato di schiavismo o segregazionismo può essere letta come una sovrapposizione, e anzi quasi una coincidenza matematica, tra l’appartenenza etnica dei cittadini e la loro appartenenza a una precisa condizione sociale. Praticamente, in quei contesti, il povero non è prigioniero solo della sua condizione sociale, ma anche della sua identità etnica. È così nei Paesi con una storia schiavista, come gli Stati Uniti e il Brasile, nei confronti degli afroamericani, è così nei paesi segregazionisti nei confronti di neri o aborigeni, come il Sudafrica o l’Australia, ed è così anche là dove ancora vige il razzismo coloniale, come in Bolivia o Guatemala nei confronti degli indios. Società povere e società ricche, tutte sono accomunate dall’esclusione delle “minoranze etniche” (che, in realtà, talvolta sono maggioranze) dall’educazione, dalla sicurezza, dall’abitazione, dal lavoro qualificato. In questi Stati la popolazione carceraria è costituita soprattutto da appartenenti alle etnie emarginate e le politiche repressive si accaniscono contro i più poveri, che vivono ghettizzati nei quartieri degradati, con alti tassi di tossicodipendenze, alcolismo e violenze domestiche. Gli Stati Uniti sono forse l’esempio più evidente dei guasti profondi generati dalla crescita economica senza un vero progetto di integrazione sociale e culturale. La loro storia vede la conquista dell’indipendenza dall’Inghilterra da parte di un gruppo di coloni anglosassoni e scandinavi che hanno usurpato i territori dei nativi, destinati a essere sistematicamente eliminati, e che hanno dato vita a una società schiavista. Al momento della nascita del Paese, erano cittadini di quella nazione solo i bianchi discendenti dai coloni. I neri erano schiavi, gli “indiani” considerati stranieri da combattere. L’espansione verso ovest aggiunse agli esclusi i chicanos, cioè i messicani, indios o meticci, che vivevano da sempre in California, nel Texas, nel Colorado, nel New Messico, diventati Stati dell’Unione. Gli Stati Uniti divennero quindi una grande democrazia multietnica, ma solo in teoria. Gli amerindi superstiti furono riconosciuti cittadini solo nel 1924, rimanendo comunque oggetto di discriminazione fino al 1964 insieme ai neri, che erano stati ufficialmente schiavi fino al 1865 per divenire poi vittime dell’apartheid negli Stati del Sud. Tutta la mitologia degli Stati Uniti cozza contro questa storia. La tradizione del pranzo di Ringraziamento dei coloni puritani nacque per ringraziare non solo Dio, ma anche i nativi che li avevano salvati da morte sicura donando loro tacchini e pannocchie di mais: eppure questa origine fu “dimenticata” per evitare di dover riconoscere nulla agli amerindi. È il caso di ricordare che il padre della patria, George Washington, non volle nella Costituzione della nascente Unione riferimenti alla schiavitù perché lui stesso era proprietario di schiavi. Siccome la storia non si cancella, a distanza di secoli si pagano ancora i danni di quelle ingiustizie e violenze originarie. Le politiche di tolleranza zero degli anni Ottanta hanno criminalizzato la povertà, associata al colore della pelle, dando mano libera a una polizia violenta, nella quale lavorano non pochi squilibrati seguaci del suprematismo bianco. Se nelle città degli Stati Uniti è scoppiata l’ennesima rivolta è perché la società è attraversata da una frattura profondissima. Il concetto di comunità, nella realtà statunitense, definisce più un recinto che un insieme di persone. C’è la comunità afroamericana, c’è quella latina e c’è quella bianca. C’è la comunità che vive nei quartieri dei ricchi e quella che vive nei quartieri dei poveri, con giustizia e sanità da ricchi o da poveri. Ogni comunità gode di un pezzo, o degli avanzi, di ciò che il sistema offre. Pochi diritti sociali sono universali negli Stati Uniti, e sono stati ottenuti solo con la lotta. Lotta che diventa disperata e talvolta violenta quando si innesca il detonatore della questione razziale. Il ciclo si ripete uguale a se stesso: afroamericani arrabbiati che spaventano i bianchi, bianchi che temono di perdere il loro status e che votano solo per autodifesa, ma anche minoranze che votano solo chi parla loro. La storia dice che l’esclusione, il razzismo, la violenza hanno minato dall’interno quella che per molti è la madre di tutte le democrazie. E la cronaca, per chi la vuole interpretare, ce lo ricorda spesso
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Ripulito l'olio di palma, se ne usa un altro più transgenico
La sostenibilità alla prova Le campagne iniziate due anni fa per denunciare i disastri ambientali provocati dal dilagare delle piantagioni di palma da olio, soprattutto in Asia, hanno dato ottimi risultati. O almeno così sembra. Il rapporto 2020 dell’Unione italiana per l’olio di palma sostenibile conferma che il 92% dell’olio di palma usato dall’industria italiana è certificato Rspo (Roundtable on sustainable palm oil), il migliore standard di certificazione internazionale. Con questo olio si rifornisce per esempio la Ferrero, principale acquirente italiano, che non ha voluto rinunciare all’olio di palma per il suo prodotto di punta, la Nutella. Altri colossi italiani come Barilla, Galbusera o Balocco hanno invece sostituito questo prodotto con altri oli vegetali, che ormai coprono il 60% del fabbisogno totale. E qui si arriva al punto, perché l’industria dolciaria che rinuncia all’olio di palma ora usa soia, colza e girasole, senza preoccuparsi della provenienza. Infatti l’olio di girasole certificato come sostenibile è solo il 4,5% del totale, la soia sostenibile l’1,3%, mentre il resto è OGM proveniente dal Nord o dal Sud America. Il problema non finisce qui. La palma da olio ha una capacità di produzione cinque volte superiore rispetto alle altre principali fonti di olio vegetale. Significa che, a parità di richiesta di mercato, per un ettaro di palma che si abbandona servono cinque ettari delle altre piante per produrre la stessa quantità di olio. Anche i suoli soffrono meno con la palma che, in quanto albero da frutto, resta sul terreno almeno 20 anni, mentre gli altri oli si estraggono da piante annuali, con la conseguente erosione del terreno e l’eliminazione di qualsiasi altra specie vegetale o animale viva nella piantagione. Le certificazioni meritano poi un’ulteriore riflessione, perché riguardano solo i processi in corso e non lo storico. Cioè non si va a considerare l’abbattimento delle foreste necessario per allestire la piantagione, ma si guarda soltanto come la si gestisce attualmente. Ci danno quindi una fotografia molto parziale della situazione. A livello mondiale, bisogna constatare che la sensibilità sui temi ambientali ha ancora un basso appeal. Nonostante le pressanti campagne, soltanto il 19% dell’olio di palma globalmente prodotto è certificato, mentre per le altre coltivazioni, quasi tutte Ogm, si tace. Il punto è che la quantità di materie prime consumate dall’industria di trasformazione è superiore a quanto la terra può produrre in modo sostenibile. Se tutta la coltivazione mondiale di cereali, piante da frutto, alberi da olio, tuberi, per non parlare degli allevamenti e della pesca, fosse ricondotta a criteri di sostenibilità, non ci sarebbe la materia prima necessaria per mantenere invariato il nostro livello (e modello) di consumo. Il senso profondo del tanto deriso concetto di decrescita felice è proprio questo: non significa essere più poveri bensì più essenziali. Il non volerlo comprendere porta all’illusione, che ha soltanto il merito di mettere qualche anima in pace, che si possa agire su un determinato prodotto senza ricadute sulla produzione di altri, altrettanto o più insostenibili. Il problema è quindi il modello agricolo che deve rispondere a un mercato senza limiti. L’andamento attuale iniziò nell’Ottocento quando, abbagliati dai progressi della scienza e della tecnica, nemmeno si pensava alla possibilità di un esaurimento delle risorse, né all’ambiente. Oggi la situazione non è cambiata di molto: anzi, siamo molti di più e consumiamo più di prima. Ma almeno possiamo metterci il cuore in pace comprando la merendina palm oil free e credere che abbiamo fatto una buona azione. Peccato che il marketing verde, da solo, non salverà affatto il pianeta.
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I prodromi del golpe birmano in un'analisi di due anni prima
Un Nobel alla sbarra Per la prima volta un premio Nobel per la Pace è dovuto comparire davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Il triste primato è toccato ad Aung San Suu Kyi, simbolo della lotta per la democrazia in Myanmar, a lungo vittima della dittatura militare e poi leader del movimento tuttora al potere nel Paese asiatico. È stato il Gambia, a nome di 57 Stati del mondo musulmano, a presentare l’accusa contro il governo del Myanmar per quello che da molti è stato qualificato come genocidio: la brutale azione di repressione nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya e la sua espulsione dal Paese. Nella denuncia si parla di crimini e stupri di massa ai danni di una popolazione inerme, costretta a fuggire nel vicino Bangladesh. Una vicenda insieme complessa e drammatica, che ha fatto tornare tristemente attuale il concetto di “pulizia etnica”. Anche se in Myanmar, dove l’azione contro i Rohingya ha goduto di un diffuso sostegno, si sostiene che alla base di ciò che è accaduto non ci siano motivazioni religiose, la persecuzione di questa etnia non rappresenta un caso isolato. In Cina si sta compiendo una delle più grandi violazioni contemporanee dei diritti dei popoli, la “rieducazione” forzata di oltre un milione di musulmani nello stato nordoccidentale dello Xinjiang. Basta una barba sospetta o l’uso del velo islamico per finire in campi di concentramento e subire un processo di de-islamizzazione forzata che mira a cancellare cultura e lingua. Del caso cinese si parla ancor meno che di quello birmano: da una parte perché anche le vittime di Pechino sono di fede musulmana, dall’altra perché nessuno vuole compromettere i rapporti commerciali con il gigante asiatico. Restando nello stesso continente, anche in Sri Lanka si registrano costanti minacce e atti violenti contro la minoranza musulmana.Il circo mediatico occidentale, così ligio nel denunciare le persecuzioni ai danni dei cristiani, ignora o sottovaluta la gravità di quanto sta accadendo a diverse minoranze islamiche in Asia. Questo perché si tratta di notizie che incrinano le certezze post 2001, e cioè l’equazione secondo la quale l’Islam, generalmente inteso, preparerebbe le azioni dei terroristi jihadisti “armandoli” ideologicamente. L’identificazione tra Islam e terrorismo ha gettato pesanti sospetti su 1,9 miliardi persone (cioè più del 24% della popolazione mondiale), che secondo questa visione distorta sarebbero potenzialmente pronte a colpire l’Occidente cristiano. Si ignora non solo che il terrorismo jihadista colpisce principalmente civili di religione musulmana, ma anche che nel mondo esistono minoranze musulmane perseguitate quanto e talvolta più di quelle che professano altre religioni. Questa dimenticanza fa il paio con quella della stampa filo-jihadista, che parla solo delle violenze commesse dai “crociati” occidentali: in entrambi i casi, è molto utile nel processo di creazione del nemico esterno. Storicamente, la creazione della figura del nemico esterno è sempre servita a sollevare cortine fumogene così da evitare di parlare dei propri problemi interni. I sospetti, le “verità indiscutibili”, la sindrome da accerchiamento fanno digerire più facilmente ai cittadini misure che restringono le libertà fondamentali. Mai siamo stati controllati e schedati come oggi, complici anche le moderne tecnologie, eppure non si leva nessuna protesta, perché nella lotta al terrorismo ogni mezzo è giustificato. La parola terrorismo è diventata un passe-partout che consente di bypassare il rispetto dei diritti umani e di introdurre limitazioni sia alla libertà personale sia al diritto alla difesa degli imputati. Con le extraordinary renditions a Guantanamo, ma anche nei lager rieducativi cinesi o nei campi di detenzione in Siberia, il terrorismo di qualsiasi segno, vero o di fatto inesistente, ha fatto fare enormi passi indietro alla civiltà del diritto. Per questo si preferisce ignorare la politica cinese nei confronti dei musulmani, oppure la pulizia etnica birmana. È meglio non impicciarsi nei problemi degli altri per non attirare l’attenzione sulle proprie responsabilità.
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La nuova mappa del tesoro sotto il permafrost
Dalla guerra del petrolio alla sfida polare Le potenze sono tali perché riescono a “vedere lungo” e ad anticipare gli altri paesi. La guerra del petrolio non è stata soltanto una questione di prezzi ma di protagonisti del mercato in previsione del futuro.La corsa all’Artico possiede le medesime caratteristiche. Donald Trump provò il colpaccio, buttando lì una battuta in merito all’acquisto della Groenlandia, seguendo il copione del 1867, quando gli Usa comprarono l’Alaska dalla Russia per 7,2 milioni di dollari dell’epoca. La reazione della Danimarca, paese al quale appartiene la Groenlandia, pur con grandi autonomie, è stata di indignazione. Quella gigantesca isola nordamericana, colonizzata dai vichinghi nel Medioevo e oggi popolata da 56.000 inuit, è uscita dal dimenticatoio grazie al cambiamento climatico. Non soltanto sta tornando la “terra verde” della sua etimologia per cui fu tanto apprezzata dagli agricoltori vichinghi antenati degli indignati danesi, ma lo scioglimento dei ghiacci che coprono la sua superficie sta svelando importanti giacimenti di terre rare, uranio, idrocarburi, oro. Ciò che più pesa nel rinnovato interesse strategico per la Groenlandia sono le nuove rotte commerciali artiche. La Cina ipotizza una “Via della Seta” marittima polare che passa proprio dalle acque della Groenlandia, ma anche Russia e Stati Uniti sono interessati. Washington ha siglato un accordo di cooperazione economica con il governo autonomo groenlandese del valore di 11 milioni di euro destinati all’estrazione di minerali e al turismo. Poca cosa, tra l’altro sostenuta dal governo danese socialdemocratico, ma abbastanza per far infuriare le forze politiche dell’opposizione, dalla destra estrema ai socialisti. L’accordo siglato con gli Stati Uniti rappresenta un segnale a Cina e Russia, che da anni tentano di costruire relazioni strette con la Groenlandia. La logica degli Stati Uniti è semplice: quell’isola, geograficamente americana, non può entrare nell’orbita delle potenze antagoniste. La presenza sull’isola si rinforzerà con l’apertura di un consolato degli Usa nella capitale Nuuk, che si aggiungerà alla storica base militare Thule, al Nord, e a un’altra in costruzione al Sud. Il futuro della Groenlandia non potrà che essere quello di una pedina nel “grande gioco” mondiale che ci attende. Tornerà di attualità il controllo dei mari, laddove essi rappresentano passaggi chiave per il traffico di merci e scenari strategici per future guerre. “Kalaallit Nunaat”, la “terra degli uomini” in lingua groenlandese, rischia ora di condividere il triste destino delle altre frontiere estreme della natura, diventate all’improvviso appetibili per corporation e potenze. Come l’Amazzonia, il delta del Niger o la Patagonia cilena, anche la patria degli Inuit conoscerà sfruttamento selvaggio delle risorse, contaminazione ambientale, sudditanza agli interessi stranieri. Per questo motivo parlarne, far conoscere luoghi così reconditi e da sempre dimenticati oggi diventa importante. Se qualcosa cambierà nel nostro modello di sviluppo, come tutti ora auspicano, la prova generale avverrà in queste regioni lontanissime. Terre messe in pericolo perché imprescindibili per la globalizzazione odierna. Terre che diventano appetibili in una logica che non riconosce il valore indispensabile della sostenibilità. Se si aprirà la “Via Polare della Seta”, o se saranno gli Stati Uniti o la Russia a sfruttare la Groenlandia, alla fine dei conti ciò avverrà a causa del cambiamento climatico: che sta creando problemi enormi e noti a tutti, anche se coloro che potrebbero attuare politiche per contrastarlo fanno finta di niente.
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•Black Friday, l’orgia dei consumi
Dal Cyber Monday al Black Friday e il weekend all’OutletUna dopo l’altra, le tradizioni consumistiche create dagli inventori di eventi commerciali sono diventate ricorrenze mondiali. Negli Stati Uniti la spettacolarizzazione dell’evento commerciale allo scopo di indurre al consumo ha una lunga storia. Si è perfino cambiata la natura delle feste tradizionali, per esempio trasformando Babbo Natale in un testimonial della Coca Cola, oppure facendo dell’antica festa celtica di Halloween il momento clou dell’anno per i fabbricanti di maschere e di dolciumi. Ma il massimo lo si è raggiunto con il cosiddetto Black Friday, ricorrenza puramente commerciale che “cade” il giorno successivo alla Festa del Ringraziamento, quando gli statunitensi dovrebbero ricordare i nativi che salvarono i padri pellegrini da un inverno altrimenti destinato a cancellarli dal Nuovo Mondo, insegnando loro a coltivare mais e allevare tacchini. È un paradosso della storia: i salvatori non solo sono stati eliminati fisicamente, ma sono anche scomparsi dalla memoria collettiva. Il Black Friday segna ufficialmente l’apertura delle vendite natalizie, con una logica rovesciata rispetto all’Europa: da noi i saldi si fanno alla fine della stagione, negli Stati Uniti all’inizio. Pare che il “nero” che colora questo venerdì sia dovuto all’imbottigliamento del traffico che si produsse a Filadelfia durante la prima edizione di questa grande svendita. Oggi i confini della sagra del consumo, che dura un fine settimana e si conclude con il Cyber Monday dedicato al mondo dell’informatica, sono globali. Non c’è nessun collegamento culturale, sociale o politico tra i consumatori dei vari Paesi che si lanciano alla ricerca di offerte nei negozi o su internet. È la sublimazione del consumo puro, indotto ed effimero. Idealmente, il Black Friday è anche complementare alle strategie di invecchiamento anticipato dei prodotti elettronici. Smartphone, computer, tablet non devono durare più di tanto, e soprattutto non deve essere conveniente ripararli. E se questi (e altri) beni non devono avere una vita lunga, ecco le opportunità, come il Black Friday e il Cyber Monday, per accelerare il ricambio. Solo molto recentemente si è cominciato a mettere in discussione la cosiddetta “obsolescenza programmata”, ma ancora senza intaccare un ciclo di consumi sempre più veloce, che non vuole fare i conti né con la limitatezza delle risorse naturali né con i problemi ambientali legati alla produzione e allo smaltimento delle merci. A questo proposito la teoria della decrescita, ingiustamente bersagliata da sarcasmi e battute, racconta cose interessanti, soprattutto che si può essere felici e più sostenibili se diamo alle cose il loro giusto valore. Se ci ri-educhiamo al consumo, se scegliamo oggetti e strumenti di lavoro che durino nel tempo, se impariamo ad aggiustare le cose. Questo non significa essere più poveri, anzi, ma tornare a essere più ricchi di un bene prezioso che ormai ci sfugge di mano: il tempo per noi stessi e per gli altri. In realtà una volta la vita funzionava così. E in quel caso sì, si era più poveri, ma non si trattava solo di austerità obbligata, c’era anche una scala di valori che rifiutava lo spreco alimentare e lo scarto di cose che potevano ancora essere utili. Gli oggetti ci accompagnavano a lungo e spesso si tramandavano da una generazione all’altra. Quale nostro oggetto di consumo potrà essere utilizzato da un nostro figlio? Probabilmente nessuno. Milioni di cittadini stanno già contribuendo alla promozione nel Sud del mondo di un turismo responsabile, un’agricoltura sostenibile e un commercio equo-solidale per contrastare la febbre dei tanti Black Fridays. A proposito dell’orgia dei consumi l’ex presidente dell'Uruguay José “Pepe” Mujica disse «Quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli».
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Dove la ricchezza sgocciola verso l'alto
Il Cile è da Pinochet in avanti il laboratorio in cui per mezzo secolo il neoliberismo sperimenta i suoi intrugli venefici, mettendo in conto pure le reazioni di ribellione. La rivolta e l'ordine. L'eterna lotta tra le forze diverse che si sono sempre contrapposte nel Cono Sur continua ad andare in scena.Tra dinamiche della globalizzazione e il neoliberismo sperimentato primariamente in Cile per poi diffondersi nel mondo a sostenere l'oligarchia aristocratica , impedendo la redistribuzione della enorme ricchezza prodotta ai danni dell'ambiente e dei servizi sociali, che ha creato una rabbia sorda contrapposta al modello inventato dalla scuola di Chicago, ancora troppo potente per venire rovesciato.Tanto che in Argentina le elezioni a metà mandato di Fernandez hanno premiato l'originale liberista che era stato sconfitto alle presidenziali perché Macrì durante la sua presidenza aveva esagerato, ma il fronte peronista si è nuovamente diviso, lasciando spazio a una destra liberista, diversa da quella trucida che si contrappone al tentativo di uscire da quel modello reazionario che da mezzo secolo impone al mondo gli interessi dell'oligarchia neoliberista.Ne abbiamo parlato con Alfredo Luis Somoza (@alfredosomoza), scrittore, storico, giornalista e collaboratore con alcune testate radiofoniche.
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Il criptobiscazziere mesoamericano
Ormai è risaputo che in Salvador si è adottata come denaro corrente una criptovaluta, la più famosa: il bitcoin. Il Salvador non potrà regolare in bitcoin le importazioni, né pretendere “chivo” a pagamento dei beni eventualmente esportati. Non ci possono essere riserve di bitcoin, né una banca centrale che li emetta. Non esiste nemmeno l'obbligo di accettare un pagamento in criptovaluteMa molti hanno cominciato a farsi un'idea di chi sia Nayib Bukele e di come si muova senza regole, fondando il suo potere sui giovani che ne seguono l'avventurismo tecnologico, manipolati dalla sua spregiudicata propaganda mirata a modificare la Costituzione per essere rieletto.La mossa dell'adozione della criptomoneta si spaccia come agevolazione per le rimesse dei migranti (quasi un terzo dei cittadini salvadoregni); ma è soprattutto il grande mercato del riciclaggio di denaro sporco che si trova a ringraziare il presidente.Poi si registrano le apparenti contraddizioni di affidare l'interfaccia e la sicurezza di Chivo (il wallet è stato battezzato così, ovvero "figo") alla statunitense BitGo controllata dalla Galaxy Digital di Mike Novogratz, proveniente da Goldman Sachs nel momento in cui si sfida l'amministrazione Biden: cioè si spaccia populisticamente come grimaldello dei poveri ma si affida il funzionamento ai maneggi misteriosi della finanza; i commercianti non sapranno in realtà se avranno guadagnato realmente il denaro necessario per reinvestire nell'impresa, ma la finanza avrà altro denaro fresco da far sparire nel criptogioco. In compenso le istituzioni come Fmi hanno declassato ulteriormente il rating del paese per l'estrema volatilità.Analizza la nuova rivoluzione latinamericana Alfredo Luis Somoza
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Incauto accordo: era già tutto scritto a Doha
Rassicuranti non lo sono mai stati. Ma ora sono cambiati: i Talebani hanno imparato soprattutto il modo di promuoversi e quanto sia importante la comunicazione in un mondo mediatico, dove persino l'impressione levantina dei capi e orrifica dei tagliagole nei loro stracci e barboni vecchi di due millenni nell'iconografia stantia e un po' razzista diventa folklore, se fanno la parte a loro assegnata da Trump risultano credibili a Doha, perché svolgono il ruolo di negoziatori, che la loro cultura riconosce ai capiclan maschi e che è quella ricercata dalla controparte fatta di maschi americani. Ciò che li ha accomunati è l'appartenenza al più vieto conservatorismo di entrambe le società.La solita eccezione culturale francese si chiede se sia possibile confrontarsi, e quindi riconoscere, con le posizioni talebane senza venir meno ai propri principi. Una posizione palesemente ancora fondamentalmente colonialista perché connota il gruppo in senso razzista e prevede una superiorità di principi da esportare: in realtà quei principi dovrebbero riuscire a comprendere come ragiona la controparte per poter individuare i punti su cui avviare la trattativa, perché senza il confronto non c'è che la soluzione di forza, visto che non si è potuta creare una alternativa nazionale credibile riconosciuta dagli afgani, visto che si sono volute imporre figure – corrotte e inconsistenti – ritagliate sul modello occidentale.@alfredosomoza ha colto tutte queste contraddizioni che mettono all'angolo gli europei, le rassicurazioni atlantiste e conferiscono nuova linfa a un jihadismo che si va diffondendo in Asia e Africa...
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Negare la cultura del diverso, annientandolo
Uomini di serie A e di serie B, C... Z. È il principio alla base di ogni razzismo, che immagina un mondo senza diversità e quando la incrocia cerca di assorbirla, introiettarla... integrarla; quando non riesce elimina il diverso, cancellandone ogni espressione, a cominciare dalla cultura che lo esprime. Alfredo Somoza prende spunto dalla notizia di fosse comuni per bambini, rapiti da comunità cattoliche alle loro famiglie indigene in Canada con lo scopo di eliminare ogni traccia di cultura, religione, costumi "alieni", avversati fino alla soppressione dei giovani, favorendo il genocidio e l'estinzione di quelle tradizionali tribù.L'intolleranza si fonda su teorie che imperversarono al tempo del Positivismo, utilizzando teorie prive di fondamento che infestano menti deboli che si credono superiori; ma il vero problema è la capacità di diffusione di quelle teorie che fanno leva sulla supponenza della cultura occidentale industriale di proporsi come unica forma di cultura accettabile.Di questo e molto altro parla il libro che stiamo imbastendo: “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” (https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/), risultato dell'osservatorio sulle conseguenze della globalizzazione implementato negli anni che ci dividono dal Forum di Porto Alegre 2001 documentato dall'autore in modo rigoroso e puntuale.
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L’illusione del bollino: un menu di batterie e semafori
Alfredo Somoza si cimenta con l'adozione di bollini nutrizionali molto burocatizzati dall'UE, che vedono due concetti di cultura dell'alimentazione retti su filiere di affari antagoniste, ma entrambe figlie della guerra al cibo sano.Nutri-score, ideato in Francia, è un semaforo che indica con 5 sfumature tra il rosso e il verde la ricaduta sulla salute di ogni singolo alimento: il colore viene elaborato da un algoritmo che prende in esame parametri quali l’apporto calorico e il contenuto di grassi saturi, zuccheri e sale. Oltre ai francesi sostengono Nutri-score anche belgi e tedeschi. Diversi paesi dell’Est e del Sud del continente, Italia e Grecia in primis, invece lo criticano perché penalizzerebbe i prodotti ultraprocessati e diversi alimenti tipici della tradizione mediterranea e rilanciano proponendo Nutrinform Battery. Si tratta di un bollino a forma di batteria che indica non se il cibo sia da considerarsi buono o cattivo in sé, bensì quanto pesa percentualmente una singola porzione di quell’alimento sulla quantità totale di calorie, zuccheri, grassi, grassi saturi e sale che è consigliabile assumere in un giorno. Un meccanismo di difficile lettura, meno immediato del semaforo del concorrente. La tesi di Nutrinform Battery è che nessun alimento in commercio è dannoso, tutto dipende dalle quantità assunte. Per Nutri-score, invece, esistono cibi dannosi che restano tali a prescindere dal contesto.Diverse aziende multinazionali hanno già preventivamente annunciato che si adegueranno: ci si accorge che la logica del bollino non spaventa nessuno. sarà l’ennesima informazione che andrà ad aggiungersi a etichette già cariche di parole e numeri, magari in più lingue, ma anche di simboli, bolli di certificazione e codici a barre, il tutto in caratteri sempre più piccoli e illeggibili. L’eccesso di informazioni, alla fine, sta producendo l’effetto contrario rispetto a quello auspicato: il mondo del consumo è ormai diviso nettamente in due, una minoranza informata che spende tempo per studiare l’etichetta e una maggioranza che la ignora, anche per mancanza di tempo. È in questa seconda, grande categoria che si collocano i consumatori di trash food: non compiono una scelta ponderata ma acquistano ciò che costa poco e disconoscono o ignorano le controindicazioni. Il problema non è solo economico ma anche culturale. La dieta basata su cibi processati e da consumare rapidamente, come i wurstel o le patatine fritte, ma anche su specialità – per guardare all’Italia – come i salumi e i formaggi. E il cortocircuito si verifica qui: i produttori di alimenti tradizionali ricchi di grassi e sale, come gli insaccati, si rivolgono a un cliente che potrebbe rivelarsi sensibile al richiamo salutista, mentre i produttori di trash food non se ne preoccupano affatto, perché i loro consumatori ignorano i bollini; il cibo è cultura e disponibilità economica. La questione vera sta a monte, ed è che anche nell’Europa mediterranea, dove ieri i poveri vivevano mangiando soprattutto pesce, olio d’oliva, pane, verdura e frutta, oggi hamburger, merendine e patatine fritte possono farsi beffe di qualsiasi bollino.Raccogliamo le analisi sulla globalizzazione di @alfredosomoza per farne dei tasselli di un discorso di "attivismo geopolitico" che illustra processi, prassi, strategie e ideologie che hanno trasformato i rapporti di forza tra oligarchie e multinazionali da un lato contro comunità e lavoratori dall'altro.https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/
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La Seconda guerra fredda: l'ipocrisia neoliberista sui diritti umani
La Guerra Fredda che si sta preparando è molto diversa dalla precedente per protagonisti, interessi economici, ambiti ideologici, schieramenti, alleanze porose come i confini entro cui agisce la contesa. Alfredo Somoza (@alfredosomoza) prende spunto dal recente G7 di St Ives per cogliere le molte contraddizioni che ne sono emerse e la strabicità di visioni tra gli antagonisti: da un lato la “cordata occidentale” dell’“America is Back” (https://ogzero.org/america-is-back-la-regia-del-road-movie-di-biden/) e dall'altra il costruendo asse Mosca-Pechino con le potenze locali costituite dagli strategici regimi di Tehran e Ankara a svolgere il ruolo di comprimari con sceicchi, emirati e la potenza militare israeliana.Le differenze tra le due epoche sono nel fatto che sul sistema economico le leadership mondiali si sono attestate tutte su diversi livelli di una stessa dottrina, il neoliberismo; la sensazione è che i diritti umani siano merce di scambio, da mettere sul piatto della bilancia commerciale, il vero centro dello scontro. Quando il gioco si fa duro, i Grandi ripristinano il G7 per dimostrare che comandano ancora loro. Ma è davvero così? Oggi la forza dei Paesi del G7 non è il loro arsenale militare, imbattibile e costoso, ma la ricchezza dei loro mercati. Si tratta però di una ricchezza che scorre sempre di più verso altri paesi, dispersa in milioni di rivoli, lasciando ai Grandi sempre di meno in termini di entrate fiscali e creazione di impiego. Il drenaggio economico favorisce chi possiede materie prime e, soprattutto, chi le trasforma, ed è destinato a tradursi anche in potere politico. L'impero Françafrique si sta sfaldando e infrastrutture e stakeholder cinesi lo sostituiscono, mentre turchi e russi subentrano nel controllo militare del territorio; in Mesoamerica non si tollera più l'ipocrisia della retorica democratica di chi in passato copriva i colpi di stato, la fame alimenta i populismi di ogni segno, e la ferocia repressiva dei narcoregimi producono insurrezioni come in Colombia. Un tratto è fondamentale nella analisi della nuova Guerra Fredda: i grandi avversari di oggi sono legati indissolubilmente tra loro nella costruzione e nella gestione della globalizzazione. Dove conta di più chi vende una pera argentina, impacchettata in Thailandia per distribuirla in quegli Usa che possiedono gli inutili missili intercontinentali.Raccogliamo le analisi sulla globalizzazione di @alfredosomoza per farne dei tasselli di un discorso di "attivismo geopolitico" che illustra processi, prassi, strategie e ideologie che hanno trasformato i rapporti di forza tra oligarchie e multinazionali da un lato contro comunità e lavoratori dall'altro.https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/
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La chimera della ridistribuzione
Un tema complesso quello delle diseguaglianze, che secondo la scuola liberale non dovrebbero nemmeno esistere come categoria, in quanto deriverebbero soltanto dall’impossibilità di concorrere liberamente in un mercato svincolato da ogni controllo pubblico. Opposta è la visione delle socialdemocrazie, che credono in un mercato regolato dallo stato e considerano le diseguaglianze come “anomalie” da combattere attraverso il welfare e la tassazione progressiva sui redditi. Cioè ridistribuendo la ricchezza. Il punto è che questi problemi non riguardano solo la ridistribuzione del reddito. Siamo alle soglie di una rivoluzione industriale senza paragoni, quella dell’intelligenza artificiale applicata alla robotica, potenzialmente destinata a eliminare una quantità enorme di lavoro: che i robot che svolgono lavoro umano dovrebbero essere tassati, per assicurare il mantenimento del livello di welfare.Secondo l’istituto di ricerche globali sull’economia McKinsey, il 45% dei posti di lavoro oggi remunerati potrebbe essere sostituito in tempi brevi da tecnologie già attualmente in sperimentazione.Raccogliamo le analisi sulla globalizzazione di @alfredosomoza per farne dei tasselli di un discorso di "attivismo geopolitico" che illustra processi, prassi, strategie e ideologie che hanno trasformato i rapporti di forza tra oligarchie e multinazionali da un lato contro comunità e lavoratori dall'altro.https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/
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I forzieri della filibusta fiscale
Nei fondamentali della liberalismo inglese il fatto di pagare le tasse diventa una parte dei binomi fondativi della appartenenza alla comunità data da tasse e cittadinanza, tasse e responsabilità sociale, tasse e giustizia. Oggi si parla invece di “erosione della base imponibile”, il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei paesi dove gli stessi profitti sono stati generati.Secondo un report di Citizen for Tax Justice, le principali 500 aziende statunitensi avrebbero parcheggiato in paradisi fiscali 2100 miliardi di dollari che, se dovessero rientrare negli Usa, lascerebbero allo stato 600 miliardi di dollari; la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35 per cento sul guadagno atteso. Evidente concorrenza sleale alla base della globalizzazione che ha moltiplicato le opportunità di produrre e di vendere a un mercato sempre più grande, senza ridistribuire i proventi.Raccogliamo le analisi sulla globalizzazione di @alfredosomoza per farne dei tasselli di un discorso di "attivismo geopolitico" che illustra processi, prassi, strategie e ideologie che hanno trasformato i rapporti di forza tra oligarchie e multinazionali da un lato contro comunità e lavoratori dall'altro.https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/
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ABOUT THIS SHOW
Questa è la sezione audio del libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” (https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/), risultato dell'osservatorio sulle conseguenze della globalizzazione implementato negli anni che ci dividono dal Forum di Porto Alegre 2001 documentato dall'autore in modo rigoroso e puntuale.Si procede smascherando le fake news, ma anche andando a indagare sui reali vantaggi della civiltà smart. Uno sguardo che travalica la retorica trionfalistica sul futuro dell’umanità, cogliendo le falle e allargandole per evidenziare le trappole. La globalizzazione è un fenomeno che ha cambiato la nostra vita con dinamiche nuove e riproposto in veste moderna altre molto antiche. Il libro racconta gli scenari dell’economia mondiale
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