EPISODE · Sep 23, 2026 · 7 MIN
La misericordia che ci chiama e l’unità che ci attende - San Matteo e fetale di Anna 21 settembre 2026 S. Andrea
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
La chiamata di Gesù: una relazione che ci raggiunge Abbiamo scelto le letture della festa di San Matteo perché ci sembrano esprimere bene l’essenza della vita cristiana e, nello stesso tempo, offrirci una luce per accompagnare Anna nel suo passaggio al Padre. Il Vangelo ci presenta innanzitutto la chiamata di Matteo: Gesù lo vede seduto al banco delle imposte e gli dice semplicemente: «Seguimi». Matteo si alza e lo segue. In questa scena riconosciamo il modo con cui il Signore si avvicina a ciascuno di noi. La sua chiamata non è innanzitutto un insegnamento o la trasmissione di una dottrina, ma una relazione. Gesù ci vede, ci raggiunge nella situazione concreta in cui ci troviamo e ci invita a seguirlo. La risposta di Matteo è immediata e diventa l’inizio di una vita nuova, vissuta nella relazione con il Signore. Una tavola che non esclude nessuno Subito dopo la chiamata, Matteo prepara una tavola e invita i suoi amici. Molti pubblicani e peccatori si mettono a tavola con Gesù. Comprendiamo così che l’amicizia con il Signore non è mai qualcosa che esclude gli altri: al contrario, è un’amicizia che convoca, che raduna e apre uno spazio di comunione. Quella tavola possiamo riconoscerla anche nella lunga vita di Anna: una vita fatta di relazioni, di familiari, di figli, di nipoti, di persone care e di tanti legami costruiti nel tempo. Possiamo immaginare quanto i suoi familiari abbiano potuto gustare quella tavola, quell’amicizia e quell’amore fatto anche di cose semplici. La cordialità, la vicinanza e l’affetto vissuti nella quotidianità diventano così una manifestazione concreta di ciò per cui Gesù ci chiama. Il Signore ci raggiunge nelle grandi chiamate della vita, ma anche quando ci trova dentro situazioni difficili, nelle nostre fughe e nei nostri allontanamenti, oppure quando siamo attraversati da dolori profondi. E il motivo per cui viene a cercarci è sempre lo stesso: la misericordia. La misericordia: il nome più profondo dell’amore di Dio Gesù non viene per giudicare, ma per amare. «Misericordia io voglio»: questa è la caratteristica fondamentale del Signore. La misericordia è l’amore che perdona, accoglie, protegge, illumina, prende per mano e consola. Possiamo dire che questo amore misericordioso è il nome più profondo del Signore. Ed è proprio questo amore che riconosciamo nelle relazioni più belle della nostra vita. Per questo possiamo riconoscerlo anche nella vita di Anna: la misericordia, vissuta attraverso l’amore, la semplicità, la dedizione e la cura delle relazioni, è stata un tratto significativo della sua esistenza. La sua vita ci ha mostrato qualcosa di quel volto di Dio che ora siamo chiamati a contemplare pienamente. Quello che abbiamo potuto intravedere attraverso il suo modo di amare diventa ora, per lei, realtà piena nell’incontro con il Padre. Molti carismi, un’unica chiamata all’unità Anche la Lettera di Paolo agli Efesini ci offre una chiave importante. Paolo parla di molti carismi e di molte persone chiamate a svolgere compiti diversi: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Ognuno riceve un dono e un compito particolare, ma alla fine il compito è uno solo: vivere nell’unità la chiamata del Signore. Abbiamo infatti «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti». La diversità dei servizi e dei carismi non deve quindi produrre divisione, ma contribuire alla costruzione di un’unica comunione. Questo ci aiuta a comprendere anche la nostra responsabilità. Il ministero, il carisma e il servizio che il Signore affida a ciascuno di noi hanno come scopo quello di edificare il corpo di Cristo. Siamo chiamati a vivere la nostra vita donata non semplicemente per noi stessi, ma per costruire quell’unità nella quale tutti possiamo riconoscerci fratelli sotto l’unico Padre. Ricomporre l’unità nelle nostre relazioni Questa chiamata all’unità diventa particolarmente concreta nelle relazioni familiari. Sappiamo che anche le famiglie possono essere attraversate da difficoltà, incomprensioni, lutti e separazioni. Proprio per questo comprendiamo quanto sia preziosa l’unità: quando una relazione si spezza o viene ferita, il nostro cuore soffre. Il compito che il Signore affida a ciascuno di noi può allora essere letto come un servizio alla comunione: ricomporre ciò che è ferito, riavvicinare, perdonare, riabbracciare, contribuire a ricostruire l’unità. Tutto questo lo facciamo sotto l’unico Padre, che ci permette di riconoscerci tutti fratelli. I diversi ministeri di cui parla Paolo hanno proprio questa finalità: preparare i fratelli al loro servizio e contribuire all’edificazione del corpo di Cristo, fino a raggiungere la pienezza della vita in Cristo, la «misura della pienezza di Cristo». Anna entra nella pienezza della vita Oggi possiamo riconoscere che Anna vive proprio questo momento di pienezza. Il suo passaggio è il suo andare al Padre, il suo entrare nella contemplazione del volto del Signore nella vita eterna. Là può finalmente vivere pienamente quell’unità e quella pace verso cui noi siamo ancora in cammino. Quella pienezza è profonda gioia e luce. Per noi che rimaniamo qui, questo diventa anche una responsabilità e, nello stesso tempo, un’intercessione. Anna, che ora vive nella pienezza dell’unità con il Signore, continua a essere legata a noi nella comunione e diventa per noi motivo di preghiera e di speranza. Noi dobbiamo continuare il cammino, aiutandoci reciprocamente attraverso i diversi doni e servizi che il Signore ci affida. Lo facciamo con umiltà, dolcezza e magnanimità, imparando a sopportarci e a sostenerci a vicenda. È così che, passo dopo passo, possiamo camminare verso quella stessa unità che Anna ora vive pienamente. La gratitudine per una vita che ci ha mostrato l’eterno Siamo chiamati a vivere questo momento non soltanto nel dolore della separazione, ma anche nella gratitudine. Persone come Anna ci hanno testimoniato già nella vita quotidiana qualcosa del dono eterno che ci attende. Attraverso il suo amore, la sua semplicità e la sua dedizione, Anna ci ha mostrato concretamente una vita orientata alla comunione. La sua esistenza ci ricorda che ciò che attendiamo nell’eternità può essere già seminato qui: nei legami, nella cura reciproca, nella misericordia, nel perdono e nella capacità di costruire unità. Per questo oggi la ringraziamo. Preghiamo per lei e, nello stesso tempo, affidiamo noi stessi alla sua testimonianza. La offriamo insieme al sacrificio di Cristo su questo altare, certi che il cammino della vita cristiana conduce verso quella comunione piena nella quale finalmente ogni divisione viene ricomposta e possiamo vivere nella luce e nella pace del Padre.
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La chiamata di Gesù: una relazione che ci raggiunge Abbiamo scelto le letture della festa di San Matteo perché ci sembrano esprimere bene l’essenza della vita cristiana e, nello stesso tempo, offrirci una luce per accompagnare Anna nel suo passaggio al Padre. Il Vangelo ci presenta innanzitutto la chiamata di Matteo: Gesù lo vede seduto al banco delle imposte e gli dice semplicemente: «Seguimi». Matteo si alza e lo segue. In questa scena riconosciamo il modo con cui il Signore si avvicina a ciascuno di noi. La sua chiamata non è innanzitutto un insegnamento o la trasmissione di una dottrina, ma una relazione. Gesù ci vede, ci raggiunge nella situazione concreta in cui ci troviamo e ci invita a seguirlo. La risposta di Matteo è immediata e diventa l’inizio di una vita nuova, vissuta nella relazione con il Signore. Una tavola che non esclude nessuno Subito dopo la chiamata, Matteo prepara una tavola e invita i suoi amici. Molti pubblicani e peccatori si mettono a tavola con Gesù. Comprendiamo così che l’amicizia con il Signore non è mai qualcosa che esclude gli altri: al contrario, è un’amicizia che convoca, che raduna e apre uno spazio di comunione. Quella tavola possiamo riconoscerla anche nella lunga vita di Anna: una vita fatta di relazioni, di familiari, di figli, di nipoti, di persone care e di tanti legami costruiti nel tempo. Possiamo immaginare quanto i suoi familiari abbiano potuto gustare quella tavola, quell’amicizia e quell’amore fatto anche di cose semplici. La cordialità, la vicinanza e l’affetto vissuti nella quotidianità diventano così una manifestazione concreta di ciò per cui Gesù ci chiama. Il Signore ci raggiunge nelle grandi chiamate della vita, ma anche quando ci trova dentro situazioni difficili, nelle nostre fughe e nei nostri allontanamenti, oppure quando siamo attraversati da dolori profondi. E il motivo per cui viene a cercarci è sempre lo stesso: la misericordia. La misericordia: il nome più profondo dell’amore di Dio Gesù non viene per giudicare, ma per amare. «Misericordia io voglio»: questa è la caratteristica fondamentale del Signore. La misericordia è l’amore che perdona, accoglie, protegge, illumina, prende per mano e consola. Possiamo dire che questo amore misericordioso è il nome più profondo del Signore. Ed è proprio questo amore che riconosciamo nelle relazioni più belle della nostra vita. Per questo possiamo riconoscerlo anche nella vita di Anna: la misericordia, vissuta attraverso l’amore, la semplicità, la dedizione e la cura delle relazioni, è stata un tratto significativo della sua esistenza. La sua vita ci ha mostrato qualcosa di quel volto di Dio che ora siamo chiamati a contemplare pienamente. Quello che abbiamo potuto intravedere attraverso il suo modo di amare diventa ora, per lei, realtà piena nell’incontro con il Padre. Molti carismi, un’unica chiamata all’unità Anche la Lettera di Paolo agli Efesini ci offre una chiave importante. Paolo parla di molti carismi e di molte persone chiamate a svolgere compiti diversi: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Ognuno riceve un dono e un compito particolare, ma alla fine il compito è uno solo: vivere nell’unità la chiamata del Signore. Abbiamo infatti «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti». La diversità dei servizi e dei carismi non deve quindi produrre divisione, ma contribuire alla costruzione di un’unica comunione. Questo ci aiuta a comprendere anche la nostra responsabilità. Il ministero, il carisma e il servizio che il Signore affida a ciascuno di noi hanno come scopo quello di edificare il corpo di Cristo. Siamo chiamati a vivere la nostra vita donata non semplicemente per noi stessi, ma per costruire quell’unità nella quale tutti possiamo riconoscerci fratelli sotto l’unico Padre. Ricomporre...
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