EPISODE · May 24, 2026 · 12 MIN
La nostra sete e il dono dello Spirito - Omelia Veglia di Pentecoste 2026 BVI
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più grande che Gesù risorto lascia ai suoi discepoli, il frutto della Pasqua e della vittoria sulla morte. Ricordiamo come già dalla sera stessa della Risurrezione Gesù abbia soffiato sui discepoli donando loro lo Spirito. Anche nell’Ascensione aveva insistito perché i suoi rimanessero a Gerusalemme ad attendere questo dono. Ci chiediamo allora perché lo Spirito sia così importante e troviamo la risposta proprio nell’immagine della sete. Gesù conosce la nostra sete più profonda e vuole venirle incontro. La falsa sete di Babele Ripercorrendo le letture ascoltate, vediamo anzitutto la vicenda della torre di Babele. Gli uomini riescono a collaborare, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme una città e una torre che vogliono far arrivare fino al cielo. È un progetto di forza, di organizzazione e di autonomia da Dio. Riconosciamo che anche noi possiamo essere attratti da questa sete di potere, di controllo, di uniformità. Ci piacerebbe che tutto funzionasse perfettamente, che tutti la pensassero allo stesso modo e che nulla disturbasse i nostri piani. Ma Dio interviene confondendo le lingue e interrompendo quel progetto. Comprendiamo allora che la nostra sete più vera non è quella del dominio o dell’autosufficienza. Non è la ricerca di un ordine che elimina le differenze e mette da parte i più piccoli e i più deboli. La sete autentica è quella della pace, della fraternità e della comunione con Dio. È il desiderio di una città in cui ciascuno abbia il proprio posto e in cui le differenze siano riconosciute come una ricchezza. La sete di vita nella valle delle ossa aride La seconda immagine è quella potentissima del profeta Ezechiele: una grande pianura piena di ossa aride. Apparentemente non c’è più vita e quindi sembrerebbe non esserci nemmeno più sete. Eppure quella visione rappresenta un popolo spento, in esilio, lontano da Dio, incapace di vivere davvero. Riconosciamo che anche noi tante volte ci sentiamo come quelle ossa: svuotati, scoraggiati, senza motivazioni profonde. Possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi, pensando che non ci sia più nulla da attendere o sperare. In alcuni casi emerge perfino il desiderio di lasciarsi andare, di smettere di lottare. Ma il Signore non accetta questa morte interiore. Attraverso il profeta chiama quelle ossa a risvegliarsi. Alla voce di Dio le ossa riprendono vita, si ricompongono, tornano a respirare. Comprendiamo così che la nostra sete più profonda è anche una sete di vita, di vitalità, di fecondità, di rinascita. Il gemito della creazione e la sete di speranza Nella lettera ai Romani troviamo poi un’altra immagine ancora più vicina alla nostra esperienza quotidiana. San Paolo parla di tutta la creazione che geme nelle doglie del parto. Anche noi portiamo dentro un gemito, un’inquietudine, qualcosa di incompiuto che ci fa soffrire. Questa è una sete di salvezza e di speranza. È il desiderio di una vita nuova, dell’essere pienamente figli di Dio. Spesso però non sappiamo nemmeno esprimere chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno. Sentiamo soltanto un vuoto, un’attesa, una mancanza. Ed è proprio qui che interviene lo Spirito Santo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, interpreta il nostro gemito, ci aiuta a comprendere i desideri più profondi del nostro cuore. Ci insegna ciò di cui abbiamo veramente bisogno e orienta la nostra sete verso Dio. Gesù, sorgente d’acqua viva La grande consolazione della liturgia è che Gesù non ci lascia vagare alla ricerca di ristoro. Ci invita direttamente ad andare a Lui: “Chi ha sete venga a me”. È Lui la sorgente capace di dissetare davvero il nostro cuore. Gesù però promette qualcosa di ancora più sorprendente. Non soltanto riceviamo l’acqua viva dello Spirito, ma diventiamo noi stessi sorgenti. Dal nostro grembo possono sgorgare fiumi d’acqua viva. Comprendiamo allora che il dono dello Spirito non è mai qualcosa di privato o chiuso in noi stessi. Lo Spirito ci trasforma affinché possiamo dissetare anche gli altri attraverso la nostra testimonianza, il perdono, la vicinanza, l’amore condiviso e la capacità di portare speranza. Diventare dono per gli altri Siamo invitati ad aprire il cuore per riconoscere la nostra sete più vera e per accogliere l’acqua viva che il Signore ci dona. Lo Spirito Santo ci consola, ci rinnova e ci ridona vita, ma nello stesso tempo ci rende strumenti per gli altri. Il dono dello Spirito è sempre destinato ad allargarsi. Nessuno è escluso da questa acqua viva. Ricevendo lo Spirito diventiamo persone capaci di portare pace, fraternità, speranza e vita a chi incontriamo. Così la nostra stessa esistenza può trasformarsi in una sorgente zampillante che continua a diffondere il dono di Dio nel mondo.
What this episode covers
Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più grande che Gesù risorto lascia ai suoi discepoli, il frutto della Pasqua e della vittoria sulla morte. Ricordiamo come già dalla sera stessa della Risurrezione Gesù abbia soffiato sui discepoli donando loro lo Spirito. Anche nell’Ascensione aveva insistito perché i suoi rimanessero a Gerusalemme ad attendere questo dono. Ci chiediamo allora perché lo Spirito sia così importante e troviamo la risposta proprio nell’immagine della sete. Gesù conosce la nostra sete più profonda e vuole venirle incontro. La falsa sete di Babele Ripercorrendo le letture ascoltate, vediamo anzitutto la vicenda della torre di Babele. Gli uomini riescono a collaborare, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme una città e una torre che vogliono far arrivare fino al cielo. È un progetto di forza, di organizzazione e di autonomia da Dio. Riconosciamo che anche noi possiamo essere attratti da questa sete di potere, di controllo, di uniformità. Ci piacerebbe che tutto funzionasse perfettamente, che tutti la pensassero allo stesso modo e che nulla disturbasse i nostri piani. Ma Dio interviene confondendo le lingue e interrompendo quel progetto. Comprendiamo allora che la nostra sete più vera non è quella del dominio o dell’autosufficienza. Non è la ricerca di un ordine che elimina le differenze e mette da parte i più piccoli e i più deboli. La sete autentica è quella della pace, della fraternità e della comunione con Dio. È il desiderio di una città in cui ciascuno abbia il proprio posto e in cui le differenze siano riconosciute come una ricchezza. La sete di vita nella valle delle ossa aride La seconda immagine è quella potentissima del profeta Ezechiele: una grande pianura piena di ossa aride. Apparentemente non c’è più vita e quindi sembrerebbe non esserci nemmeno più sete. Eppure quella visione rappresenta un popolo spento, in esilio, lontano da Dio, incapace di vivere davvero. Riconosciamo che anche noi tante volte ci sentiamo come quelle ossa: svuotati, scoraggiati, senza motivazioni profonde. Possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi, pensando che non ci sia più nulla da attendere o sperare. In alcuni casi emerge perfino il desiderio di lasciarsi andare, di smettere di lottare. Ma il Signore non accetta questa morte interiore. Attraverso il profeta chiama quelle ossa a risvegliarsi. Alla voce di Dio le ossa riprendono vita, si ricompongono, tornano a respirare. Comprendiamo così che la nostra sete più profonda è anche una sete di vita, di vitalità, di fecondità, di rinascita. Il gemito della creazione e la sete di speranza Nella lettera ai Romani troviamo poi un’altra immagine ancora più vicina alla nostra esperienza quotidiana. San Paolo parla di tutta la creazione che geme nelle doglie del parto. Anche noi portiamo dentro un gemito, un’inquietudine, qualcosa di incompiuto che ci fa soffrire. Questa è una sete di salvezza e di speranza. È il desiderio di una vita nuova, dell’essere pienamente figli di Dio. Spesso però non sappiamo nemmeno esprimere chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno. Sentiamo soltanto un vuoto, un’attesa, una mancanza. Ed è proprio qui che interviene lo Spirito Santo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, interpreta il nostro gemito, ci aiuta a comprendere i desideri più profondi del nostro cuore. Ci insegna ciò di cui abbiamo veramente bisogno e orienta la nostra sete verso Dio. Gesù, sorgente d’acqua viva La grande consolazione della liturgia è che Gesù non ci lascia vagare alla ricerca di ristoro. Ci invita direttamente ad andare a Lui: “Chi ha sete venga a me”. È Lui la sorgente...
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