EPISODE · Apr 17, 2026 · 18 MIN
L’attacco all’Iran rischia di far naufragare il sistema dei petrodollari
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di Giacomo GabelliniIl conflitto in Medio Oriente sta spingendo le monarchie del Golfo a tagliare gli investimenti negli Stati Uniti per finanziare la ricostruzione interna. L’inefficacia di Washington nel proteggere i propri alleati locali e il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz compromettono la valuta statunitense. Con un debito verso i 40 trilioni di dollari, gli Usa vedono le banche centrali preferire l’oro ai Treasury Bond. L’egemonia monetaria degli Stati Uniti rischia di crollare sotto il peso di deficit e interessi crescenti.IN BREVETramonto della sicurezza L’incapacità di Washington di proteggerle dai droni iraniani spinge le monarchie arabe a dubitare delle garanzie decennali, trasformando la cooperazione in una vulnerabilità.Blocco strategico Il regime di permessi imposto da Teheran nello Stretto ha obbligato le navi a pagare pedaggi in yuan o criptovalute, paralizzando le esportazioni energetiche verso l’Occidente.Rimpatrio dei capitali La necessità di ricostruire le infrastrutture interne spinge i Paesi del Golfo a liquidare gli investimenti esteri, sottraendo trilioni di dollari ai mercati statunitensi.Rivincita dell’oro Le banche centrali preferiscono le riserve auree ai titoli di Stato Usa per diversificare il rischio, mentre il debito federale si avvicina alla soglia critica di 40 trilioni.Tra i suoi molteplici effetti a cascata, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele.Teheran ha colpito anche le basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché le infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.Soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto, la distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire. Già nei primi giorni di marzo, riferisce il Financial Times sulla base di confidenze rese da una fonte del Golfo di alto livello, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman avevano avviato una revisione degli investimenti all’estero sia in essere sia programmati. Motivo: placare le crescenti pressioni sui bilanci statali causate dal conflitto. La revisione implica potenziali riduzioni delle sponsorizzazioni sportive, dismissioni e liquidazioni.Questo cambio di registro risulta tanto più impellente alla luce del blocco selettivo dello Stretto di Hormuz imposto da Teheran a conflitto in corso. Più specificamente, in quello che si configura come il «collo di bottiglia» più strategico al mondo, la Repubblica Islamica ha imposto un regime di autorizzazioni al transito applicabili soltanto a navigli facenti capo a Paesi non ostili e disposti a pagare pedaggi in yuan-renminbi e criptovalute.Risultato: esplosione dei premi assicurativi, ritiro della copertura ad opera di gran parte delle compagnie occidentali, imbottigliamento nelle acque del Golfo Persico di circa 2.000 navi cargo cariche di petrolio e gas saudita, emiratino, qatariota, omanita, kuwaitiano e bahreinita.L’impossibilità a esportare il proprio petrolio aggrava la posizione finanziaria dei Paesi membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, privandoli delle relative entrate in dollari che, a decorrere dagli anni Settanta, venivano convogliate in larga parte negli Stati Uniti sottoforma di investimenti in azioni, obbligazioni, armi e tecnologia, conformemente all’accordo sui petrodollari del 1974.L’intesa, siglata tra il Segretario al Tesoro William E. Simon e re Faysal, impegnava l’Arabia Saudita a commercializzare solo ed esclusivamente in dollari il proprio petrolio e a riciclare parte considerevole dei proventi in investimenti negli Stati Uniti. Questi ultimi, a loro volta, assicuravano al regno stabilità monetaria, appoggio politico e protezione militare, anche tramite l’allestimento di basi militari sul suolo saudita. L’accordo fu rapidamente esteso all’intera penisola arabica, alimentando una domanda costante di dollari e trasformando la valuta statunitense nel pilastro del mercato energetico mondiale.Da quel momento, l’accumulazione di dollari nelle proprie riserve si è affermata come preoccupazione prioritaria per le Banche centrali, perché la valuta statunitense rappresentava la chiave d’accesso ai rifornimenti energetici. Il commercio internazionale, di conseguenza, si è consolidato attorno a questo caposaldo.Si stima che i Paesi arabi del Golfo Persico gestiscano investimenti all’estero per un controvalore complessivo di circa 5.000 miliardi di dollari, gran parte dei quali concentrati negli Stati Uniti. A marzo 2026, soltanto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar avevano accumulato investimenti oltreoceano per un ammontare superiore ai 2.000 miliardi di dollari – pari a poco meno del 40% del loro patrimonio complessivo in gestione.Nel 2025, a seguito del tour nella regione compiuto da Donald Trump, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita si erano impegnati a investire negli Stati Uniti rispettivamente 1,4 trilioni, 1,2 trilioni e un trilione di dollari nell’arco di un decennio. Riad aveva anche concluso un contratto per l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi da 142 miliardi di dollari.La «sortita diplomatica» di Trump era stata anticipata da manifestazioni di pubblico sostegno da parte delle classi dirigenti della regione letteralmente senza precedenti. Il Qatar aveva donato al presidente un lussuoso aereo di linea Boeing-747, mentre organismi connessi a un membro di spicco della famiglia reale di Abu Dhabi avevano acquisito una partecipazione in World Liberty Financial, la società di stablecoin della famiglia Trump.Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita avevano anche contribuito collettivamente, con un apposto di 24 miliardi di dollari, all’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance, sostenuta dalla famiglia Ellison, vicina a Trump. E il Public Investment Fund saudita aveva pianificato un investimento da 30 miliardi di dollari per l’acquisizione di Electronic Arts.I missili e droni iraniani giunti a bersaglio con estrema regolarità hanno palesato urbi et orbi l’incapacità degli Stati Uniti di fornire ai propri alleati adeguata protezione militare, certificando la fondatezza dei sospetti sorti già nel settembre del 2019. All’epoca, gli Houthi yemeniti lanciarono con successo ben 17 ondate di droni contro gli stabilimenti petroliferi sauditi di Khurais e Abqaiq, di proprietà di Saudi Aramco. Il risultato fu un crollo della produzione petrolifera mondiale del 5% e un’impennata dei benchmark Brent e West Texas Intermediate.Come ha affermato il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi in un durissimo editoriale pubblicato sull’Economist, «la rappresaglia contro quelli che l’Iran identifica come obiettivi americani sul territorio dei Paesi vicini è stata una conseguenza inevitabile, seppur profondamente deplorevole e del tutto inaccettabile. Di fronte a quella che sia Israele sia gli Stati Uniti hanno presentato come una guerra volta a distruggere la Repubblica Islamica, questa era probabilmente l’unica opzione razionale a disposizione della leadership iraniana».Il ministro continua dicendo che i Paesi arabi, «che avevano riposto la loro fiducia nella cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti ora percepiscono tale cooperazione come una grave vulnerabilità, che minaccia la loro sicurezza presente e la loro prosperità futura».Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha sottolineato che la regione del Golfo Persico rappresenta ormai «un polo dell’economia globale». E ha aggiunto: «Se dovesse implodere, o ripiegarsi su sé stessa concentrandosi sulla propria difesa, ritirando gli investimenti e ridimensionando la propria esposizione verso l’estero, l’effetto si ripercuoterebbe su praticamente tutte le economie del mondo».Sebbene non sia ancora chiara la portata del «riposizionamento» che le monarchie arabe del Golfo hanno messo in cantiere, il portavoce continua spiegando che «le difficoltà economiche che saremo chiamati ad affrontare a seguito della guerra e la riduzione geVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Giacomo GabelliniIl conflitto in Medio Oriente sta spingendo le monarchie del Golfo a tagliare gli investimenti negli Stati Uniti per finanziare la ricostruzione interna. L’inefficacia di Washington nel proteggere i propri alleati locali e il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz compromettono la valuta statunitense. Con un debito verso i 40 trilioni di dollari, gli Usa vedono le banche centrali preferire l’oro ai Treasury Bond. L’egemonia monetaria degli Stati Uniti rischia di crollare sotto il peso di deficit e interessi crescenti.IN BREVETramonto della sicurezza L’incapacità di Washington di proteggerle dai droni iraniani spinge le monarchie arabe a dubitare delle garanzie decennali, trasformando la cooperazione in una vulnerabilità.Blocco strategico Il regime di permessi imposto da Teheran nello Stretto ha obbligato le navi a pagare pedaggi in yuan o criptovalute, paralizzando le esportazioni energetiche verso l’Occidente.Rimpatrio dei capitali La necessità di ricostruire le infrastrutture interne spinge i Paesi del Golfo a liquidare gli investimenti esteri, sottraendo trilioni di dollari ai mercati statunitensi.Rivincita dell’oro Le banche centrali preferiscono le riserve auree ai titoli di Stato Usa per diversificare il rischio, mentre il debito federale si avvicina alla soglia critica di 40 trilioni.Tra i suoi molteplici effetti a cascata, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele.Teheran ha colpito anche le basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché le infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.Soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto, la distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire. Già nei primi giorni di marzo, riferisce il Financial Times sulla base di confidenze rese da una fonte del Golfo di alto livello, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman avevano avviato una revisione degli investimenti all’estero sia in essere sia programmati. Motivo: placare le crescenti pressioni sui bilanci statali causate dal conflitto. La revisione implica potenziali riduzioni delle sponsorizzazioni sportive, dismissioni e liquidazioni.Questo cambio di registro risulta tanto più impellente alla luce del blocco selettivo dello Stretto di Hormuz imposto da Teheran a conflitto in corso. Più specificamente, in quello che si configura come il «collo di bottiglia» più strategico al mondo, la Repubblica Islamica ha imposto un regime di autorizzazioni al transito applicabili soltanto a navigli facenti capo a Paesi non ostili e disposti a pagare pedaggi in...
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