L’autoritarismo trumpiano è il comitato d’affari della tecnocrazia di cui la famiglia Trump è esponente di spicco episode artwork

EPISODE · Feb 26, 2026 · 38 MIN

L’autoritarismo trumpiano è il comitato d’affari della tecnocrazia di cui la famiglia Trump è esponente di spicco

from The Man in the High Castle · host I Bastioni di Orione

Lo stato trumpiano a supporto del processo di accumulazione del capitalismo tecnocratico con la complicità dei centri di potereGli eventi mediatici e i percorsi strategici fatti emergere dalla comunicazione della rivoluzione trumpiana consentono approcci diversi per analizzare il tentativo in progress dell’amministrazione americana di creare nuovi assetti di potere e anodine saldature tra tecnologia, rendita, potere e organismi di controllo federali. Con Andrea Fumagalli si è scelto di prendere spunto inizialmente dal parere della Corte suprema sull’imposizione arbitraria dei dazi che dal 2 aprile Trump ha imposto al mondo, piegando una legge emergenziale del 1977 a un’interpretazione illegale che giuridicamente era inevitabile venisse sanzionata; ma forse si tratta della prima impuntatura di un potere separato chiamato a controllare le forzature di un esecutivo imbelle. Infatti tutti gli altri organismi e stakeholder sono stati cooptati dalle manovre di quella tecnocrazia che è la grande famiglia Trump e dei suoi accoliti.Il primato geopolitico si muove su più livelli: tecnologico, logistico, finanziario (unico su cui gli statunitensi detengono ancora la primazia) e quello energetico è oggetto di particolare attenzione più per evitare approvvigionamenti ai cinesi che per particolare bisogno di rifornimenti per l’economia americana. Quella che è a rischio è la stabilità economica statunitense: la bolla potrebbe scoppiare in qualsiasi momento; la crescita è stata inferiore rispetto a quella dell’anno precedente e la politica dei dazi ha mantenuto alta l’inflazione – due dati taroccati dal presidente durante il Discorso sullo stato dell’Unione (e più Trump alza i toni e più significa che la situazione è preoccupante) – tanto che l’amministrazione cerca di affidarsi alla maggiore circolabilità degli stablecoin per mantenere al centro la stabilità monetaria del dollaro, a cui si aggancerebbero le criptovalute legate ad asset finanziari meno volatili dei Bitcoin, che possono proteggere la valuta americana creando un oligopolio finanziario che resiste alle pressioni sul dollaro che rischiano una nuova Bretton Woods.Trump intende rientrare dalla spinta inflazionistica con interventi imperialistici, diminuendo la stretta sui tassi di interesse che è il motivo del contendere con la Fed, organismo di controllo messa al servizio con la nuova nomina del suo presidente; solo che adesso la fonte di inflazione non è più l’approvvigionamento energetico, ma paradossalmente sono proprio i dazi, da cui avevamo iniziato questa chiacchierata.Lo stato serve in quanto funzionale all’ideologico processo di accumulazione che nasconde dietro l’illusione dello sgocciolamento reaganiano il sostegno a fondo perduto a imprese esclusivamente dedite al loro profitto: lo stato è una stampella che entrando nel capitale delle aziende (come gli Usa hanno fatto con Intel, Nvidia, Trilogi Metals) vuole più accedere alla greppia, che gestirne il controllo, dimostrando di essere a traino delle aziende più rappresentative dell’accumulo di capitali, un supporto al capitalismo privato della tecnocrazia. Mentre invece lo stato in Usa è chiamato a svolgere esclusivamente funzioni penali, coercitive e militari e anche in questo senso diventa solo un distributore di denaro ad aziende belliche e armiere, a cui è demandata pure in ambito scientifico la ricerca applicata (quella che trae profitto), mantenendo a livello statale la ricerca tecnologica di base (in questo periodo in particolare su Intelligenza Artificiale, Big Data e anche sul genoma): per preparare la guerra ci vuole uno stato investitore. Poi le catene di strategie si intrecciano in modo non casuale e non è certo sorprendente che le due aree in cui Trump ha scatenato nuove guerre gravitano attorno al Venezuela e all’Iran, due dei maggiori produttori di energia fossile, e così ritroviamo lo spunto legato alla sottrazione di risorse alla Cina, incrociato nella disamina dei primati sui livelli geopolitici. E qui si evidenzia la nuova esigenza imperialista di gestire il Sudamerica come patio tracero, dove comunque sul livello logistico la Cina sopravanza gli Usa.

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