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EPISODE · Jul 15, 2026 · 15 MIN

Lavitola in Camerun: la cronaca come specchio del carbo-colonialismo

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di Paola OttinoLa finanza climatica si sta trasformando in una nuova geopolitica del controllo territoriale. I programmi di riforestazione e compensazione nel Sud del mondo, guidati per lo più da imprese del Nord globale, generano nuove forme di dipendenza, riducendo gli spazi di autodeterminazione delle comunità locali. Una dinamica che rivela la crescente tendenza del capitalismo a mercificare anche le funzioni vitali del pianeta.IN BREVEMangrovie in Camerun L’inchiesta sull’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci ha svelato un business avviato in Camerun su migliaia di ettari di mangrovie dall’imprenditore Valter Lavitola.Caso emblematico La vicenda aiuta a capire la posta in gioco del carbo-colonialismo. Mostra cioè come il mercato dei crediti di carbonio sia diventato un terreno fertile per nuove forme di speculazione finanziaria.Rischio green grabbing I progetti di riforestazione e tutela rischiano di sottrarre terre e diritti fondamentali alle comunità locali e indigene.Ruolo del mercato Vendere crediti di carbonio genera frammentazione giuridica e ridefinisce la sovranità, separando il diritto alla terra da quello del clima.Vuoto legislativo Non esiste un quadro normativo internazionale per governare in modo organico la domanda di terra generata dagli impegni climatici globali.Natura come merce La finanza climatica trasforma la capacità di autorigenerazione della biosfera in una nuova frontiera di accumulazione.Nel primo articolo di questo dossier abbiamo analizzato come la crescente domanda globale di crediti di carbonio stia trasformando gli ecosistemi tropicali in nuove frontiere della finanza climatica. La vicenda emersa in Camerun consente ora di osservare cosa accade quando tale trasformazione coinvolge territori caratterizzati da fragilità istituzionale, asimmetrie economiche e conflitti sulla gestione delle risorse.La cronaca giudiziaria offre un caso concreto che aiuta a capire la posta in gioco del carbo-colonialismo. Nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci, sta emergendo un business avviato dall’imprenditore Valter Lavitola in Camerun.Al centro c’è l’acquisizione di concessioni su migliaia di ettari di foreste di mangrovie, piante che crescono in ambiente costiero e paludoso e che, proprio per questo, immagazzinano nel suolo quantità di carbonio molto superiori a quelle delle foreste dell’entroterra. Ne derivano crediti di carbonio di elevato valore, potenzialmente cedibili a imprese europee in cerca di compensazioni per le proprie emissioni.Le trattative, condotte tramite un intermediario locale che avrebbe incontrato capi tribali e funzionari di governo per ottenere le concessioni, offrono un esempio concreto del fenomeno che viene definito carbo-colonialismo. Si tratta di processi nei quali attori esterni, attraverso strumenti finanziari legati al clima, acquisiscono un controllo di fatto su territori e risorse di Paesi del Sud globale, spesso in un contesto di scarsa trasparenza e di istituzioni locali fragili.Indipendentemente dagli sviluppi giudiziari della vicenda, l’episodio è significativo. Mostra con chiarezza come il mercato dei crediti di carbonio si sia trasformato in terreno fertile per nuove forme di intermediazione economica e di proiezione di interessi privati sui territori africani. E conferma l’attualità delle dinamiche che non riguardano solo il Camerun ma si stanno diffondendo su scala globale.Ipocrisia del green grabbingIl caso Lavitola non è che la punta emersa di un fenomeno più ampio, il carbo-colonialismo. Pur essendo giustificate da obiettivi climatici e ambientali, queste nuove forme di controllo territoriale possono produrre rapporti di dipendenza e di appropriazione tipici delle dinamiche coloniali. In altre parole, il fenomeno emergente descrive il rischio che strumenti nati per contrastare la crisi climatica riproducano asimmetrie economiche e politiche tra Nord e Sud del mondo.Uno degli aspetti più evidenti del carbo-colonialismo è rappresentato dal fenomeno del green grabbing, ossia l’acquisizione o il controllo di terre e risorse naturali giustificato da finalità ambientali.Progetti di conservazione, riforestazione e compensazione climatica possono trasformarsi in strumenti attraverso cui nuovi attori acquisiscono influenza su territori spesso abitati da comunità rurali e popolazioni indigene. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico rischia di assumere, in alcuni contesti, le caratteristiche di una nuova forma di esclusione sociale e di appropriazione territoriale.L’espansione dei mercati volontari del carbonio e dei programmi di compensazione produce nuovi rapporti di potere tra Stati, imprese e comunità locali. In alcuni casi il carbonio diventa un diritto separato dalla terra stessa, dando luogo a una frammentazione giuridica che richiama le storiche concessioni minerarie o petrolifere, ma applicata questa volta agli ecosistemi e alle loro funzioni climatiche.La Colombia e la Repubblica Democratica del Congo sono oggi considerate tra i Paesi con il più elevato potenziale per lo sviluppo di azioni climatiche basate sulla natura. Tuttavia, le istituzioni statali nelle aree rurali di entrambi i Paesi risultano spesso insufficientemente attrezzate per governare la crescente domanda di terra generata dai progetti climatici. Più in generale, i Paesi del bacino del Congo e dell’Amazzonia, che ospitano alcune delle più estese foreste pluviali del pianeta, stanno sperimentando crescenti tensioni tra conservazione climatica e diritti territoriali.Diversi studi sui programmi REDD+ e sui mercati volontari del carbonio[1] hanno documentato casi di limitazione dei diritti territoriali delle comunità locali e dei popoli indigeni, ostacolando l’accesso alle foreste, che costituiscono una fonte essenziale di sostentamento, di medicina tradizionale e di pratiche culturali. In diversi contesti sono stati inoltre registrati casi ricorrenti di espulsioni forzate e di violenze nei confronti dei difensori dei diritti fondiari.Attualmente non esiste ancora un quadro normativo internazionale capace di governare in modo organico la straordinaria domanda di terra generata dagli impegni climatici globali. Come evidenziato da una vasta letteratura empirica sui sistemi forestali tropicali[2], la sicurezza dei diritti fondiari costituisce un potente incentivo alla gestione sostenibile della terra e delle foreste; in assenza di tali garanzie, vengono meno sia gli incentivi alla conservazione sia le stesse prospettive di successo delle azioni climatiche basate sulla natura.Nuova frontieraIl carbo-colonialismo può essere interpretato come una specifica configurazione del capitalismo contemporaneo, nella quale la crisi climatica apre nuove possibilità di accumulazione e di controllo delle capacità ecologiche del pianeta.La prospettiva sviluppata da Nancy Fraser[3] consente di interpretare il carbo-colonialismo come una specifica configurazione del capitalismo contemporaneo. Secondo Fraser, il capitalismo dipende strutturalmente dall’appropriazione continua di condizioni di esistenza che esso stesso non produce (lavoro riproduttivo, beni pubblici, capacità ecologiche) trattandole come risorse esterne e gratuite.La crescente mercificazione dei carbon sink può essere letta come una nuova fase di questa dinamica, nella quale il capitalismo climatico tenta di trasformare in merce le stesse condizioni biofisiche necessarie alla stabilità climatica globale. In questo contesto, alcuni studiosi hanno iniziato a parlare di colonialismo del carbonio[4], evidenziando come i Paesi del Sud globale, responsabili in misura minore delle emissioni storiche, siano sempre più chiamati a fornire i servizi ecosistemici necessari a compensare le emissioni delle economie avanzate.I crediti di carbonio stanno così creando nuove forme di controllo territoriale. Quando un’azienda acquisisce diritti sui crediti generati da una foresta per periodi che possono superare i 30 anni, ottiene una forma di controllo funzionale sul territorio anche senza possederlo formalmente.Si profila pertanto una situazione in cui diversi soggetti possono detenere diritti differenti sul medesimo spazio: uno sulla superficie, uno sulle risorse naturali, un altro ancora sul carbonio immagazzinato nella vegetazione. Si tratta di una trasformazione che potrebbe ridefinire il significato stesso della sovranità territoriale.La teoria dell’ecologia-mondo elaborata da Jason W. Moore[5] e il suo concetto di Capitalocene offrono un’ulteriore chiave interpretativa. Secondo Moore, il capitalismo si è storicamente sviluppato attraverso la ricerca di «nature a buon mercato»: terre fertili, energia abbondante, lavoro sottopagato e risorse facilmente appropriabili. La progressiva crisi delle tradizionali frontiere di appropriazione spinge oggi il capitale a ricercare nuove fonti di valorizzazione nelle capacità metaboliche della biosfera stessa.Il carbo-colonialiVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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di Paola OttinoLa finanza climatica si sta trasformando in una nuova geopolitica del controllo territoriale. I programmi di riforestazione e compensazione nel Sud del mondo, guidati per lo più da imprese del Nord globale, generano nuove forme di dipendenza, riducendo gli spazi di autodeterminazione delle comunità locali. Una dinamica che rivela la crescente tendenza del capitalismo a mercificare anche le funzioni vitali del pianeta.IN BREVEMangrovie in Camerun L’inchiesta sull’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci ha svelato un business avviato in Camerun su migliaia di ettari di mangrovie dall’imprenditore Valter Lavitola.Caso emblematico La vicenda aiuta a capire la posta in gioco del carbo-colonialismo. Mostra cioè come il mercato dei crediti di carbonio sia diventato un terreno fertile per nuove forme di speculazione finanziaria.Rischio green grabbing I progetti di riforestazione e tutela rischiano di sottrarre terre e diritti fondamentali alle comunità locali e indigene.Ruolo del mercato Vendere crediti di carbonio genera frammentazione giuridica e ridefinisce la sovranità, separando il diritto alla terra da quello del clima.Vuoto legislativo Non esiste un quadro normativo internazionale per governare in modo organico la domanda di terra generata dagli impegni climatici globali.Natura come merce La finanza climatica trasforma la capacità di autorigenerazione della biosfera in una nuova frontiera di accumulazione.Nel primo articolo di questo dossier abbiamo analizzato come la crescente domanda globale di crediti di carbonio stia trasformando gli ecosistemi tropicali in nuove frontiere della finanza climatica. La vicenda emersa in Camerun consente ora di osservare cosa accade quando tale trasformazione coinvolge territori caratterizzati da fragilità istituzionale, asimmetrie economiche e conflitti sulla gestione delle risorse.La cronaca giudiziaria offre un caso concreto che aiuta a capire la posta in gioco del carbo-colonialismo. Nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci, sta emergendo un business avviato dall’imprenditore Valter Lavitola in Camerun.Al centro c’è l’acquisizione di concessioni su migliaia di ettari di foreste di mangrovie, piante che crescono in ambiente costiero e paludoso e che, proprio per questo, immagazzinano nel suolo quantità di carbonio molto superiori a quelle delle foreste dell’entroterra. Ne derivano crediti di carbonio di elevato valore, potenzialmente cedibili a imprese europee in cerca di compensazioni per le proprie emissioni.Le trattative, condotte tramite un intermediario locale che avrebbe incontrato capi tribali e funzionari di governo per ottenere le concessioni, offrono un esempio concreto del fenomeno che viene definito carbo-colonialismo. Si tratta di processi nei quali attori esterni, attraverso strumenti finanziari legati al clima, acquisiscono un controllo di fatto su territori e risorse di Paesi del Sud globale, spesso in un contesto di scarsa trasparenza e di istituzioni locali fragili.Indipendentemente dagli sviluppi giudiziari della vicenda, l’episodio è significativo. Mostra con chiarezza come il mercato dei crediti di carbonio si sia trasformato in terreno fertile per nuove forme di intermediazione economica e di proiezione di interessi privati sui territori africani. E conferma l’attualità delle dinamiche che non riguardano solo il Camerun ma si stanno diffondendo su scala globale.Ipocrisia del green grabbingIl caso Lavitola non è che la punta emersa di un fenomeno più ampio, il carbo-colonialismo. Pur essendo giustificate da obiettivi climatici e ambientali, queste nuove forme di controllo territoriale possono produrre rapporti di dipendenza e di appropriazione tipici delle dinamiche coloniali. In altre parole, il fenomeno emergente descrive il rischio...

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