Memorie dall’esodo/2: «Quando mia nonna, filo-fascista, fuggì dall’Istria» episode artwork

EPISODE · Feb 9, 2026 · 16 MIN

Memorie dall’esodo/2: «Quando mia nonna, filo-fascista, fuggì dall’Istria»

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di Andrea PincinIn questa seconda puntata, Andrea Pincin ripercorre la storia della nonna Rita, cresciuta a Momiano durante il Ventennio in una famiglia di tradizioni italiane. Figlia di un portalettere delle Regie Poste e studentessa a Capodistria, Rita visse in prima persona il trauma del passaggio dell’Istria alla Jugoslavia socialista. Dopo il Memorandum di Londra del 1954, che assegnò la zona B all’amministrazione di Belgrado, la famiglia fu costretta a scegliere tra assimilazione forzata e partenza. Il 16 aprile 1955, Rita abbandonò la propria casa per Trieste, diventando «profuga nella propria patria». Nonostante il benessere raggiunto durante il miracolo economico italiano, l’esodo ha lasciato in lei una ferita insanabile. Un blocco dell’anima che, ancora oggi, le impedisce di guardare al proprio paese natale con animo sereno.Qui la prima puntata: https://krisis.info/it/2026/02/temi/guerra-e-pace/memorie-dallesodo-1-quando-mia-nonna-filo-comunista-fuggi-dallistria/C’è un luogo nella parte nord-occidentale dell’Istria dove la geografia non è solamente paesaggio, ma si fa storia e memoria, divenendo simbolo di una faglia, in una complessa tettonica delle zolle di matrice culturale. Un piccolo borgo nei colli Savrini, in una terra selvaggia, indomabile, terra di vigneti, castagne, tartufi, di profumi potenti, di cieli tersi e di vento che sferza. Un paese di nome Momiano, affacciato sulle rovine del castello Rota, la cui torre angolare e le mura svettano arroccate su una solitaria falesia, nel cuore pulsante dell’Istria grigia, là dove la terra è più fertile, l’acqua sorge abbondante dalle sorgenti e le dolci colline sono modellate da millenni da un’agricoltura fiorente. Un villaggio che si affaccia sulla propaggine settentrionale del mare Adriatico e sulla città che dà il proprio nome a quella parte di golfo, Trieste.La posizione di questo luogo non potrebbe essere più strategica: Momiano domina il bacino del torrente Dragogna, uno dei principali corsi d’acqua istriani, da sempre terra di confine e interscambio tra un entroterra pastorale e una costa ricca di agricoltura, artigianato e commerci. La geografia ha però conferito alla Dragogna (declinata al femminile) una caratteristica preziosa: la posizione. La Dragogna è un osservatorio privilegiato dell’interscambio tra diverse culture, poiché l’Istria e la Venezia Giulia sono da sempre l’unico punto di contatto tra le tre principali famiglie linguistiche e culturali indoeuropee: neolatina, germanica e slava.Un luogo di memoria, mai immobile, mai perfettamente delineato. Confini che si compenetrano, si fondono, scorrono, si allontanano, confliggono, come placche tettoniche di matrice identitaria. L’Istria è stata, nel corso della propria storia, prima celtica, poi romana, a seguire parte della Repubblica di Venezia, poi dell’Impero Austro-Ungarico. Ognuna di queste civiltà ha lasciato il proprio segno, una propria dimensione nei simboli, nelle parole, nella cucina, nella toponomastica.Con la fine della Prima guerra mondiale, Momiano era divenuta parte integrante del Regno d’Italia. Qui negli anni Trenta, in pieno ventennio fascista, sono venuti alla luce i miei nonni, Giuseppe e Rita. Sono nati in una terra amata, nella povertà di un suolo duro da lavorare, in case di pietra dove l’aria gelida si infiltrava negli spifferi. Durante le notti invernali, per trovare un timido tepore, si portavano le bottiglie di acqua calda nel letto condiviso tra fratelli e sorelle. Era un’epoca di fatiche: la mattina presto, dopo la mungitura, si portavano gli animali al pascolo. Le donne lavoravano curve negli orti, mentre gli uomini si occupavano della fienagione. Il cibo disponibile era poco: verze, radicchio e polenta erano il pane e il companatico quotidiano, se la stagione era buona.Il padre di mia nonna, Antonio, era un portalettere presso le Regie poste, ma questo non bastava a garantire un reddito sufficiente per avere il cibo in tavola tutte le sere. Essere un postino nel ventennio fascista, in una terra di confine da poco acquisita dall’Italia a discapito dell’ex Impero Austro-Ungarico dopo il Trattato di Rapallo del 1920, era il simbolo di appartenenza a un regime, a un’ideologica politica. E sua figlia Rita, nello spirito del tempo, non nascondeva le proprie simpatie fasciste.Oggi novantenne, mia nonna Rita è l’ultimogenita di una numerosa famiglia, come si usava quella volta. Era brava nello studio e le fu quindi permesso di frequentare il liceo-ginnasio a Capodistria, tra le poche ragazze del suo paese a frequentare quella scuola dedicata al patriota italiano Carlo Combi, vivendo in collegio, dove si sottostava a regole ferree e a una rigida disciplina di ordine e obbedienza.In quegli anni a Momiano abitavano oltre mille persone, in prevalenza di cultura istro-veneta. Ma nonostante questo, le strade si chiamavano ulica, «via» in sloveno e croato e molti anziani si esprimevano quotidianamente sia in lingua italiana che slava. Ricordo sempre che la mamma di mia nonna, quando era molto anziana e affetta da demenza, si esprimeva solo in croato, quasi fosse stata quella la sua lingua natia, nonostante mia nonna non ne sia mai andata per nulla fiera.Poi, la Seconda guerra mondiale ha sconvolto i già fragili equilibri di una terra povera, relegata dalla geografia in area di confine da tempo immemore. Con la firma dell’armistizio di Cassibile nel settembre del 1943, l’Istria è stata occupata dalle truppe della Wehrmacht, mentre si iniziavano a organizzare movimenti di resistenza partigiana. Durante la guerra le famiglie si erano ancor più impoverite: mia nonna mi racconta che, in questo periodo, quando suo papà comperava il pesce, ciascun figlio aveva a disposizione solo mezza sardina a testa: niente più di un morso, in cui al più fortunato toccava la coda.A partire dal 1947, Momiano è entrata a far parte della zona B del Territorio libero di Trieste, sotto l’amministrazione dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, che aveva già preso il controllo de facto dell’area dopo la sconfitta delle potenze dell’Asse. In questo periodo, in quella parte dell’Istria formalmente indipendente e parte del Territorio libero di Trieste, gli equilibri politici interni stavano mutando profondamente.Con la firma del Memorandum di Londra del 1954 che assegnava la zona B all’amministrazione civile della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, tutti gli equilibri in quel piccolo borgo dell’Istria erano stati sconvolti. La guerra lascia sempre ferite negli animi di tutti, non ci sono confini. Non esiste colore di pelle o appartenenza politica. Il dolore è per tutti. Il dolore è di tutti. Il dolore è in tutti.La storica comunità istro-veneta di Momiano, sotto lo sguardo quieto della Dragogna, ancora una volta si era trovata davanti a nuovi equilibri politici, che imponevano di prendere in fretta una decisione: rimanere in Jugoslavia o andare in Italia. Rimanere significava accettare di far parte di un nuovo mondo, avere nuovi nomi, nuovi vicini di casa e una nuova lingua ufficiale. L’alternativa era partire, scegliere l’ignoto, abbandonare la propria casa, quelle quattro pietre che hanno contenuto tutta la vita fino a quel momento. Il futuro faceva paura e vi era un senso di censura profondo e diffuso.Non a tutti fu però concessa una scelta: con il trasferimento dell’area in gestione alla Repubblica socialista federale di Jugoslavia, i nuovi equilibri politici avevano promosso una sostituzione dei dirigenti e dei quadri all’interno delle istituzioni. La vecchia guardia che faceva capo al Regno d’Italia e alle istituzioni fasciste era allontanata, non solo dagli incarichi, ma anche dai luoghi di vita.Alcune famiglie hanno iniziato a partire, altre le hanno seguite subito dopo. Momiano, come accaduto in altri borghi dell’Istria, si è svuotata della sua stessa comunità, del suo stesso cuore pulsante. Quasi due terzi della popolazione ha abbandonato le proprie case e i propri pochi averi. In questo contesto, la famiglia di mia nonna è dovuta andarsene, fare il salto nel buio, lasciando indietro la propria casa, i propri amici e affetti che avevano deciso di rimanere. Mia nonna è partita alla volta di Trieste il 16 aprile 1955, con sua mamma, i suoi fratelli e un paio di valige ripiene di vestiti e ricordi. Oggi non rammenta nemmeno con quale mezzo sia arrivata in città.Momiano era, come altri, un borgo molto vitale, ricco di tradizioni, ricorrenze e senso di comunità. Quelle stesse famiglie si sono ritrovate disorientate e confuse nei centri di raccolta a Trieste, profughi nella propria patria. Alcune famiglie hanno deciso di partire per altre zone d’Italia, altri ancora sono salpati con le navi diretti per lo più in Australia, Canada o Stati Uniti. Alcuni hanno deciso di fermarsi a Trieste, dove già vivevano parenti o conoscenti, o forse solo dove l’Istria, la terra natia amata, sembrava più vicina e le sue colline si potevano ancora osservare oltre il mare, quando il vento di bora rende il cielo terso e limpido.Mia nonna Rita si è stabilita in questa grande città dal sapore austro-ungarico, dovendo sudare molto prima di trovare una collocazione e un riconoscimento sociale, uno spazio del quale sentirsi parte. Gli esuli istriani, italiani profughi nella neonata Repubblica italiana, non erano sempre ben visti, anche a causa di una forte competizione per il lavoro e per gli alloggi. Entrambi i miei nonni, le loro famiglie, i loro conoscenti hanno dovuto riprendere in mano la propria vita, vivendo dapprima in condizioni molto precarie, adattandosi a lavori umili e faticosi. Giovani, adulti e anziani: tutti sono dovuti ripartire dall’inizio. Sono stati chiamati ad accettare una sfida in cui l’unica soluzione era rimboccarsi le maniche e lavorare sodo.Nel 1958, dopo tre anni di lavori umili e continui trVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797

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di Andrea PincinIn questa seconda puntata, Andrea Pincin ripercorre la storia della nonna Rita, cresciuta a Momiano durante il Ventennio in una famiglia di tradizioni italiane. Figlia di un portalettere delle Regie Poste e studentessa a Capodistria, Rita visse in prima persona il trauma del passaggio dell’Istria alla Jugoslavia socialista. Dopo il Memorandum di Londra del 1954, che assegnò la zona B all’amministrazione di Belgrado, la famiglia fu costretta a scegliere tra assimilazione forzata e partenza. Il 16 aprile 1955, Rita abbandonò la propria casa per Trieste, diventando «profuga nella propria patria». Nonostante il benessere raggiunto durante il miracolo economico italiano, l’esodo ha lasciato in lei una ferita insanabile. Un blocco dell’anima che, ancora oggi, le impedisce di guardare al proprio paese natale con animo sereno.Qui la prima puntata: https://krisis.info/it/2026/02/temi/guerra-e-pace/memorie-dallesodo-1-quando-mia-nonna-filo-comunista-fuggi-dallistria/ C’è un luogo nella parte nord-occidentale dell’Istria dove la geografia non è solamente paesaggio, ma si fa storia e memoria, divenendo simbolo di una faglia, in una complessa tettonica delle zolle di matrice culturale. Un piccolo borgo nei colli Savrini, in una terra selvaggia, indomabile, terra di vigneti, castagne, tartufi, di profumi potenti, di cieli tersi e di vento che sferza. Un paese di nome Momiano, affacciato sulle rovine del castello Rota, la cui torre angolare e le mura svettano arroccate su una solitaria falesia, nel cuore pulsante dell’Istria grigia, là dove la terra è più fertile, l’acqua sorge abbondante dalle sorgenti e le dolci colline sono modellate da millenni da un’agricoltura fiorente. Un villaggio che si affaccia sulla propaggine settentrionale del mare Adriatico e sulla città che dà il proprio nome a quella parte di golfo, Trieste.La posizione di questo luogo non potrebbe essere più strategica: Momiano domina il bacino del torrente Dragogna, uno dei principali corsi d’acqua istriani, da sempre terra di confine e interscambio tra un entroterra pastorale e una costa ricca di agricoltura, artigianato e commerci. La geografia ha però conferito alla Dragogna (declinata al femminile) una caratteristica preziosa: la posizione. La Dragogna è un osservatorio privilegiato dell’interscambio tra diverse culture, poiché l’Istria e la Venezia Giulia sono da sempre l’unico punto di contatto tra le tre principali famiglie linguistiche e culturali indoeuropee: neolatina, germanica e slava.Un luogo di memoria, mai immobile, mai perfettamente delineato. Confini che si compenetrano, si fondono, scorrono, si allontanano, confliggono, come placche tettoniche di matrice identitaria. L’Istria è stata, nel corso della propria storia, prima celtica, poi romana, a seguire parte della Repubblica di Venezia, poi dell’Impero Austro-Ungarico. Ognuna di queste civiltà ha lasciato il proprio segno, una propria dimensione nei simboli, nelle parole, nella cucina, nella toponomastica.Con la fine della Prima guerra mondiale, Momiano era divenuta parte integrante del Regno d’Italia. Qui negli anni Trenta, in pieno ventennio fascista, sono venuti alla luce i miei nonni, Giuseppe e Rita. Sono nati in una terra amata, nella povertà di un suolo duro da lavorare, in case di pietra dove l’aria gelida si infiltrava negli spifferi. Durante le notti invernali, per trovare un timido tepore, si portavano le bottiglie di acqua calda nel letto condiviso tra fratelli e sorelle. Era un’epoca di fatiche: la mattina presto, dopo la mungitura, si portavano gli animali al pascolo. Le donne lavoravano curve negli orti, mentre gli uomini si occupavano della fienagione. Il cibo disponibile era poco: verze, radicchio e polenta erano il pane e il companatico quotidiano, se la stagione era buona.Il padre di mia nonna,...

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