EPISODE · Mar 19, 2026 · 4 MIN
Non tutti i padri parlano, ma quelli che custodiscono nel silenzio segnano nel profondo. Giovedì 19-3-26
from Santi: dalla tribolazione alla vittoria · host Stefano Savoia
La festa di San Giuseppe ci dice subito due cose. Da una parte c'è una paternità che custodisce la nostra vita. In tutti i Vangeli non c'è una parola di San Giuseppe, neanche una, ma è presentissima. Perché in momenti come questi noi abbiamo bisogno di essere custoditi. Custoditi da una paternità e da una maternità. Che è proprio l'essere nella Chiesa che ci dà una certezza. Che nella nostra vita possiamo essere belli, bravi, buoni, ma possiamo essere anche brutti e cattivi. Ma il Signore ci considera tutti figli. Tutti. E non è che uno lo sia di più o di meno. Lo siamo. Per Lui siamo tutti. Ci guarda tutti in faccia e dice tu sei mio figlio. Ed è quello che oggi possiamo non soltanto sentire personalmente per ciascuno di noi, ma credere e vivere anche per Carmela. È una figlia amata, Custodita. C'è una paternità che come avete sentito nel Vangelo è una paternità, anche lui la chiama surrogata oggi. In realtà è proprio una paternità di chi accoglie e custodisce. Perché per essere padri o madri la fertilità dura poco e la fecondità è quella che conta. C'è un amore che continua a generarti. E questo è possibile a chiunque si rende disponibile innanzitutto ad accogliere l'amore con cui è amato. Oggi abbiamo proprio bisogno di sentire questo perché forse anche a causa di una fatica che la malattia genera ci si può sentire in tanti momenti abbandonati, soli, ci si sente sfiniti. E invece c’è. È proprio nella Croce di Cristo e nell'Eucaristia che stiamo celebrando che questo noi lo rendiamo presente. Cioè l'amore con cui Dio ci ama non è a distanza, è vissuto personalmente. E la Croce è il segno di chi anche nella sofferenza continua ad amare. Gesù poteva scendere dalla Croce? Sì. Perché non è sceso? Perché Carmela non poteva scendere dalla Croce. E quando ci tocca la Croce o la prendi oppure vivi arrabbiato, vivi senza senso. Invece anche il momento del dolore è un momento di grande senso perché puoi fare della tua vita un dono, ed è quello che impariamo in Cristo. Un dono d'amore che non si ferma davanti a nulla. È per questo che la Chiesa continua a vivere l'Eucaristia. Perché qui è la sorgente, è un amore che è continuamente offerto e irrora la nostra vita. Per questo la figura di Giuseppe può aiutare anche in questo momento il nostro cammino. Perché è sapere che stiamo vivendo nel tempo ma c'è un amore che ci precede, ci sta accompagnando e noi ne stiamo facendo un pezzetto insieme. Ma per essere poi nell'eterno. Chiediamo al Signore di saper cogliere questo dono e viverlo fino in fondo perché questa custodia nell'amore fa sentire che tra cielo e terra la comunione continua. Non c'è la visibilità come prima ma c'è una presenza nuova, anzi ancora più facile per comprenderci perché non ci sono più i fraintendimenti. Adesso è nella pienezza e chiediamo al Signore di saper vivere anche noi in questo amore imparando da Lui come il custodirci a vicenda, accoglierci, perdonarci, dare segni di quell'amore che sempre ci genera e proprio la via della salvezza che ciascuno di noi già può scegliere e percorrere in questo mondo.
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Non tutti i padri parlano, ma quelli che custodiscono nel silenzio segnano nel profondo. Giovedì 19-3-26
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