EPISODE · May 3, 2025 · 12 MIN
Omelia III domenica di Pasqua BVI ore 18
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Questa pagina del Vangelo è una delle più belle e ricche e trovare parole adeguate per commentarla è davvero difficile. Mi colpisce in particolare il cammino che Gesù fa fare ai discepoli, soprattutto a Pietro, protagonista dall’inizio alla fine. È un percorso che si fa sempre più profondo e bello, tappa dopo tappa. “Io vado a pescare”: il ritorno alla normalità Il primo passaggio è quello di Pietro che dice: “Io vado a pescare.” Gesù era già risorto, eppure i discepoli sono tornati al lago di Tiberiade, al loro luogo di lavoro e di vita. È sorprendente: sembra che la resurrezione non abbia avuto un grande impatto, almeno apparentemente. Pietro torna a una vita ordinaria, quotidiana. Quel “vado a pescare” suona quasi come un gesto automatico, senza un vero progetto. Solo sette discepoli lo seguono, quindi nemmeno tutti gli Apostoli. E non pescano nulla, nonostante la notte intera trascorsa sul lago. Questa è la fotografia della loro vita in quel momento: fatica, buio, e infine la fame. Ma questa fame non è solo mancanza di cibo. È il vuoto, l’insoddisfazione, l’assenza di qualcosa che davvero nutra la vita. Mentre preparavo l’omelia, ho letto la notizia di un bambino morto di fame a Gaza. È la cinquantasettesima persona che muore così. Quella domanda di Gesù, “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”, è commovente. Parla ai discepoli, ma anche a noi e a tutti i poveri del mondo. Gettate la rete dalla parte destra Il secondo passaggio avviene quando Gesù, ancora non riconosciuto, chiede di gettare la rete dalla parte destra. È un’azione simile a quella che avevano fatto tutta la notte, ma con una novità: l’obbedienza. I discepoli si fidano di quella voce sconosciuta sulla riva. Il risultato è abbondanza: una rete talmente piena da non riuscire quasi a tirarla su. Ed è in quel momento che il discepolo amato lo riconosce: “È il Signore.” Non lo riconosce con gli occhi, ma dall’abbondanza, dal dono inaspettato e generoso. Quando Gesù entra nella nostra fame, porta ricchezza e sorpresa. Pietro è travolto dall’entusiasmo: si tuffa, poi torna, trascina la rete. È un uomo vivo, attivo, trasformato. “Venite a mangiare”: l’invito alla comunione Il terzo passaggio è l’invito: “Venite a mangiare.” Gesù ha già preparato tutto: pesce, pane. Ma chiede anche di portare ciò che hanno pescato, in un gesto di condivisione. Che bello accettare questo invito, essere accolti da Lui che ha già pensato a tutto. E qui c’è uno squilibrio evidente: Gesù fa tutto, i discepoli quasi nulla. È un dono puro, gratuito. E proprio in questo contesto inizia il dialogo più profondo con Pietro. “Mi ami tu più di costoro?”: il cuore dell’incontro Gesù chiama Pietro con il suo nome originario: “Simone, figlio di Giovanni.” È un richiamo alla sua identità più profonda. La domanda è diretta e commovente: “Mi ami tu più di costoro?” Non si tratta di giudicare chi ama di più, ma di tirare fuori da Pietro il suo amore. Gesù glielo chiede tre volte, e Pietro si addolora. Non capisce subito perché, ma Gesù vuole che lui lo dica, che lo confessi: “Ti voglio bene.” Tutto il resto, la pesca, la resurrezione, la missione, viene dopo. Quello che conta davvero è l’amore. Mi sono chiesto anche io: glielo dico mai al Signore che gli voglio bene? Pasci le mie pecore Dopo ogni dichiarazione d’amore, Gesù affida a Pietro un compito: “Pasci i miei agnelli”, “pasci le mie pecore.” Dare concretezza a quel “ti voglio bene” significa occuparsi degli altri, nutrirli, guidarli, proteggerli. Il nostro amore per il Signore non è mai astratto, ma si incarna nel prendersi cura delle “pecore” che ci affida: la nostra famiglia, la nostra comunità, i nostri colleghi. Ogni volta che ci domandiamo se stiamo compiendo bene la nostra missione, possiamo tornare a quella domanda di Gesù: “Mi vuoi bene tu?” Quando sarai vecchio Infine, l’ultimo passaggio: Gesù annuncia a Pietro come sarà la sua vecchiaia, come morirà. Gli dice che un altro lo vestirà e lo porterà dove non vuole. È un’immagine che parla della sua morte, ma anche della pienezza dell’amore. Nella vecchiaia, nella spogliazione, Pietro sarà più vicino che mai a Gesù, che ha steso le mani sulla croce. Quando non avremo più nulla da dare, né forza né autonomia, quello sarà il momento in cui saremo più simili a Lui. Non inutili, ma pienamente suoi. “Seguimi”: il ricominciare di ogni giorno E poi Gesù conclude con una parola che ci emoziona: “Seguimi.” Dopo avergli mostrato tutta la vita, è come se dicesse: ricominciamo da qui. È una nuova chiamata, una nuova partenza. Questa pagina del Vangelo ci invita a collocarci, a chiederci: dove siamo noi nel nostro cammino con il Signore? Prendiamoci tempo questa settimana per rileggere questa Parola, per lasciarla lavorare dentro di noi. E per dirgli anche noi, personalmente: ti voglio bene, ti voglio seguire, voglio pascere le tue pecore. Ringraziamo il Signore che ci dà una prospettiva così ricca e profonda, molto diversa da quel semplice “vado a pescare”.
What this episode covers
Questa pagina del Vangelo è una delle più belle e ricche e trovare parole adeguate per commentarla è davvero difficile. Mi colpisce in particolare il cammino che Gesù fa fare ai discepoli, soprattutto a Pietro, protagonista dall’inizio alla fine. È un percorso che si fa sempre più profondo e bello, tappa dopo tappa. “Io vado a pescare”: il ritorno alla normalità Il primo passaggio è quello di Pietro che dice: “Io vado a pescare.” Gesù era già risorto, eppure i discepoli sono tornati al lago di Tiberiade, al loro luogo di lavoro e di vita. È sorprendente: sembra che la resurrezione non abbia avuto un grande impatto, almeno apparentemente. Pietro torna a una vita ordinaria, quotidiana. Quel “vado a pescare” suona quasi come un gesto automatico, senza un vero progetto. Solo sette discepoli lo seguono, quindi nemmeno tutti gli Apostoli. E non pescano nulla, nonostante la notte intera trascorsa sul lago. Questa è la fotografia della loro vita in quel momento: fatica, buio, e infine la fame. Ma questa fame non è solo mancanza di cibo. È il vuoto, l’insoddisfazione, l’assenza di qualcosa che davvero nutra la vita. Mentre preparavo l’omelia, ho letto la notizia di un bambino morto di fame a Gaza. È la cinquantasettesima persona che muore così. Quella domanda di Gesù, “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”, è commovente. Parla ai discepoli, ma anche a noi e a tutti i poveri del mondo. Gettate la rete dalla parte destra Il secondo passaggio avviene quando Gesù, ancora non riconosciuto, chiede di gettare la rete dalla parte destra. È un’azione simile a quella che avevano fatto tutta la notte, ma con una novità: l’obbedienza. I discepoli si fidano di quella voce sconosciuta sulla riva. Il risultato è abbondanza: una rete talmente piena da non riuscire quasi a tirarla su. Ed è in quel momento che il discepolo amato lo riconosce: “È il Signore.” Non lo riconosce con gli occhi, ma dall’abbondanza, dal dono inaspettato e generoso. Quando Gesù entra nella nostra fame, porta ricchezza e sorpresa. Pietro è travolto dall’entusiasmo: si tuffa, poi torna, trascina la rete. È un uomo vivo, attivo, trasformato. “Venite a mangiare”: l’invito alla comunione Il terzo passaggio è l’invito: “Venite a mangiare.” Gesù ha già preparato tutto: pesce, pane. Ma chiede anche di portare ciò che hanno pescato, in un gesto di condivisione. Che bello accettare questo invito, essere accolti da Lui che ha già pensato a tutto. E qui c’è uno squilibrio evidente: Gesù fa tutto, i discepoli quasi nulla. È un dono puro, gratuito. E proprio in questo contesto inizia il dialogo più profondo con Pietro. “Mi ami tu più di costoro?”: il cuore dell’incontro Gesù chiama Pietro con il suo nome originario: “Simone, figlio di Giovanni.” È un richiamo alla sua identità più profonda. La domanda è diretta e commovente: “Mi ami tu più di costoro?” Non si tratta di giudicare chi ama di più, ma di tirare fuori da Pietro il suo amore. Gesù glielo chiede tre volte, e Pietro si addolora. Non capisce subito perché, ma Gesù vuole che lui lo dica, che lo confessi: “Ti voglio bene.” Tutto il resto, la pesca, la resurrezione, la missione, viene dopo. Quello che conta davvero è l’amore. Mi sono chiesto anche io: glielo dico mai al Signore che gli voglio bene? Pasci le mie pecore Dopo ogni dichiarazione d’amore, Gesù affida a Pietro un compito: “Pasci i miei agnelli”, “pasci le mie pecore.” Dare concretezza a quel “ti voglio bene” significa occuparsi degli altri, nutrirli, guidarli, proteggerli. Il nostro amore per il Signore non è mai astratto, ma si incarna nel prendersi cura delle “pecore” che ci affida: la nostra famiglia, la nostra comunità, i nostri colleghi. Ogni volta che ci domandiamo se stiamo compiendo bene la nostra missione, possiamo tornare a quella domanda di Gesù: “Mi vuoi...
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Omelia III domenica di Pasqua BVI ore 18
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