EPISODE · Dec 17, 2025 · 11 MIN
Omelia per la festa di San Lazzaro
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
La separazione che ferisce il cuore Pregando questo Vangelo per la liturgia, sono rimasto profondamente colpito, quasi angosciato, dalla separazione netta e voluta tra il mondo del ricco e quello di Lazzaro. Sono mondi agli opposti eppure vicinissimi: si conoscono, si vedono, ma non si incontrano davvero. Non dialogano, non si parlano, non si incrociano. Questa distanza, così evidente, tocca nel profondo perché non è solo geografica o sociale, ma relazionale e spirituale. È una separazione che scandalizza perché è concreta, quotidiana, e allo stesso tempo terribilmente possibile anche per noi. Possiamo trovarci da una parte o dall’altra, come vittime o come carnefici di questa distanza che cresce silenziosa. Ricchezza e povertà agli estremi Il ricco è ricco in tutto: nei vestiti, nel cibo, nella casa, nel suo stile di vita. Lazzaro invece è povero in tutto: è un mendicante alla porta, malato, coperto di piaghe, affamato. È così solo che i suoi unici “concorrenti” sono i cani, più veloci di lui nel raccogliere le briciole che cadono dalla tavola. Questa opposizione radicale non si esaurisce con la morte. Anzi, continua e si irrigidisce ulteriormente: nel mondo dei morti appare un abisso incolmabile che nessuno può attraversare. “Tu hai ricevuto i tuoi beni, Lazzaro i suoi mali; ora lui è consolato e tu sei nei tormenti.” È un’immagine durissima, che mette paura proprio perché ci riguarda da vicino. Gli abissi nelle nostre relazioni quotidiane Questa separazione non è solo una parabola lontana: parla delle dinamiche del nostro vivere insieme. Esistono muri e abissi anche nelle nostre famiglie, nei rapporti di coppia, tra genitori e figli. Ci sono dialoghi impossibili, mondi incomunicabili, relazioni che vanno avanti solo a frasi di circostanza mentre dentro restano ferite che sembrano non rimarginarsi mai. Lo stesso accade nelle comunità, tra di noi preti, nella città, nei condomini. C’è tanta solitudine e spesso la sensazione di non poter fare nulla di davvero significativo. Il Vangelo sembra quasi dirci che questa distanza non si riesce a colmare, che i nostri tentativi sono fragili, velleitari, insufficienti. Mosè, i profeti e una strada che sembra fragile Persino la risposta di Abramo nella parabola sembra debole, quasi rassegnata: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro.” E quando si insiste perché qualcuno torni dai morti ad avvertire i fratelli, la risposta è ancora più dura: anche se uno risuscitasse, non ascolterebbero. Allora come si fa? L’unica strada indicata è questa: ascoltare Mosè e i profeti. È una via che sembra povera, fragile, ma è l’unica che viene indicata come possibile. La chiamata di Giacobbe e la forza dell’ascolto Proprio per questo mi è tornata alla mente con forza la prima lettura. Giacobbe, ormai anziano, chiama a sé i figli. È una convocazione bellissima, soprattutto se pensiamo che questi fratelli non erano santi: tra di loro ci sono stati tradimenti, violenze, tentativi di omicidio, una storia carica di ferite. Eppure Giacobbe li chiama tutti, e loro devono obbedire. “Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe; ascoltate Israele, vostro padre.” Questa chiamata e questo ascolto sono decisivi. È un’obbedienza che nasce dall’essere convocati, dal lasciarsi radunare davanti a un padre. Questa stessa dinamica ritorna anche nella seconda lettura: “chiamati da Cristo Gesù, santi per chiamata”. È una chiamata che cambia la vita, come ha cambiato quella dei figli di Giacobbe. La benedizione di Giuda: dalla rivalità alla lode Il testo ci riporta solo la benedizione di Giuda, ed è carica di significato. “Ti loderanno i tuoi fratelli.” Il nome Giuda viene proprio dal verbo “lodare”. In mezzo a tante tensioni, emerge un fratello che diventa segno di lode, qualcuno che aiuta gli altri a lodare il Signore e a ringraziare il Padre. Questa lode non è forzata, non è una sottomissione violenta, ma una benedizione. La storia e la discendenza di Israele saranno sempre un ritorno a questa elezione, a questa scelta di Dio, a questa lode che sostituisce la rivalità e il litigio. Giuda è descritto come un re forte e sicuro, un leone giovane che non ha bisogno di attaccare inutilmente. È potente, protegge, custodisce. Il bastone del comando non si allontanerà da lui finché verrà colui al quale appartiene davvero, colui a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. Giuda come figura del Messia Dietro Giuda si profila una figura più grande: il Messia, Gesù. È Lui il re mite e autorevole, capace di far sentire tutti fratelli. In Lui non ci sono più forti e deboli contrapposti: c’è cura per il debole e custodia anche per il forte, per il ricco e per il povero. Davanti a Cristo, che da ricco si è fatto povero per arricchire noi, le divisioni si sgonfiano. Ritroviamo la gioia di essere Suoi, di essere guidati e consolati da Lui, presi per mano nelle nostre fughe, nelle difficoltà, nelle divisioni, nelle fatiche del dialogo e della compassione. Radunarsi e ascoltare per non cadere nell’abisso Ma tutto questo è possibile solo a una condizione: radunarsi e ascoltare. Ascoltare quella Parola che parla di Lui: Mosè, i profeti e il Vangelo. Non possiamo risolvercela da soli. Il testo non ci dice se il ricco e Lazzaro leggessero insieme la Parola di Dio, ma ci invita chiaramente a farlo noi. Per questo dobbiamo ringraziare: perché questa è la strada forte e bella che ci viene consegnata come popolo di Dio, come cristiani, anche in contesti familiari, sociali o lavorativi difficili, che spesso remano contro. Riposare come il giovane leone Il radunarci, come stiamo facendo stasera, e l’ascoltare insieme aprono il cuore alla bellezza di essere figli e fratelli, con un unico Padre, attraverso Cristo. Questa è la nostra gioia più grande e la nostra pace. Siamo qui per questo: non solo per la polenta, ma per riposare come il giovane leone. Riposare nel volerci bene, nel recuperare relazioni, nell’avere l’umiltà di mostrare all’altro il nostro limite e la nostra fatica. Perché, se non lo facciamo, quell’abisso comincia già da qui e rischia di non finire nemmeno di là.
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La separazione che ferisce il cuore Pregando questo Vangelo per la liturgia, sono rimasto profondamente colpito, quasi angosciato, dalla separazione netta e voluta tra il mondo del ricco e quello di Lazzaro. Sono mondi agli opposti eppure vicinissimi: si conoscono, si vedono, ma non si incontrano davvero. Non dialogano, non si parlano, non si incrociano. Questa distanza, così evidente, tocca nel profondo perché non è solo geografica o sociale, ma relazionale e spirituale. È una separazione che scandalizza perché è concreta, quotidiana, e allo stesso tempo terribilmente possibile anche per noi. Possiamo trovarci da una parte o dall’altra, come vittime o come carnefici di questa distanza che cresce silenziosa. Ricchezza e povertà agli estremi Il ricco è ricco in tutto: nei vestiti, nel cibo, nella casa, nel suo stile di vita. Lazzaro invece è povero in tutto: è un mendicante alla porta, malato, coperto di piaghe, affamato. È così solo che i suoi unici “concorrenti” sono i cani, più veloci di lui nel raccogliere le briciole che cadono dalla tavola. Questa opposizione radicale non si esaurisce con la morte. Anzi, continua e si irrigidisce ulteriormente: nel mondo dei morti appare un abisso incolmabile che nessuno può attraversare. “Tu hai ricevuto i tuoi beni, Lazzaro i suoi mali; ora lui è consolato e tu sei nei tormenti.” È un’immagine durissima, che mette paura proprio perché ci riguarda da vicino. Gli abissi nelle nostre relazioni quotidiane Questa separazione non è solo una parabola lontana: parla delle dinamiche del nostro vivere insieme. Esistono muri e abissi anche nelle nostre famiglie, nei rapporti di coppia, tra genitori e figli. Ci sono dialoghi impossibili, mondi incomunicabili, relazioni che vanno avanti solo a frasi di circostanza mentre dentro restano ferite che sembrano non rimarginarsi mai. Lo stesso accade nelle comunità, tra di noi preti, nella città, nei condomini. C’è tanta solitudine e spesso la sensazione di non poter fare nulla di davvero significativo. Il Vangelo sembra quasi dirci che questa distanza non si riesce a colmare, che i nostri tentativi sono fragili, velleitari, insufficienti. Mosè, i profeti e una strada che sembra fragile Persino la risposta di Abramo nella parabola sembra debole, quasi rassegnata: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro.” E quando si insiste perché qualcuno torni dai morti ad avvertire i fratelli, la risposta è ancora più dura: anche se uno risuscitasse, non ascolterebbero. Allora come si fa? L’unica strada indicata è questa: ascoltare Mosè e i profeti. È una via che sembra povera, fragile, ma è l’unica che viene indicata come possibile. La chiamata di Giacobbe e la forza dell’ascolto Proprio per questo mi è tornata alla mente con forza la prima lettura. Giacobbe, ormai anziano, chiama a sé i figli. È una convocazione bellissima, soprattutto se pensiamo che questi fratelli non erano santi: tra di loro ci sono stati tradimenti, violenze, tentativi di omicidio, una storia carica di ferite. Eppure Giacobbe li chiama tutti, e loro devono obbedire. “Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe; ascoltate Israele, vostro padre.” Questa chiamata e questo ascolto sono decisivi. È un’obbedienza che nasce dall’essere convocati, dal lasciarsi radunare davanti a un padre. Questa stessa dinamica ritorna anche nella seconda lettura: “chiamati da Cristo Gesù, santi per chiamata”. È una chiamata che cambia la vita, come ha cambiato quella dei figli di Giacobbe. La benedizione di Giuda: dalla rivalità alla lode Il testo ci riporta solo la benedizione di Giuda, ed è carica di significato. “Ti loderanno i tuoi fratelli.” Il nome Giuda viene proprio dal verbo “lodare”. In mezzo a tante tensioni, emerge un fratello che diventa segno di lode, qualcuno che aiuta gli altri a lodare il Signore e a...
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Omelia per la festa di San Lazzaro
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