EPISODE · Aug 12, 2026 · 34 MIN
Padre Sava: «In Kosovo, i soldati italiani di KFOR restano la nostra vera tutela»
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di Elisabetta BurbaNella seconda parte dell’intervista a padre Sava Janjić, il focus si sposta sulla condizione della comunità serbo-ortodossa in Kosovo. A partire dai recenti episodi di intimidazione dei pellegrini, l’abate del monastero di Dečani denuncia le pressioni sulle libertà religiose e culturali. Al centro del suo ragionamento c’è il rapporto tra diritti delle minoranze e Stato di diritto, mentre si avvicina una possibile riorganizzazione della missione KFOR. Per padre Sava la presenza internazionale, quella della NATO e in particolare quella italiana, resta essenziale per garantire sicurezza e stabilità.IN BREVEControlli oppressivi Padre Sava denuncia che durante i recenti raduni religiosi, i fedeli hanno subito perquisizioni, sorveglianza e limitazioni di movimento.Burocrazia soffocante L’imposizione di norme rigide su targhe, patenti e guide turistiche ostacola la vita quotidiana e l’accesso ai luoghi di culto.Prevenzione e deterrenza La missione NATO, e in particolare il contingente italiano, garantisce un presidio cruciale a difesa dei siti serbo-ortodossi contro possibili azioni a opera di estremisti.Pressioni amministrative La chiusura improvvisa di strutture sanitarie e gli espropri unilaterali rischiano di provocare lo spopolamento delle comunità serbe.Garanzie da rispettare L’abate suggerisce alle autorità di Pristina e ai garanti internazionali sette passi per ripristinare lo Stato di diritto e la fiducia della minoranza serba.Nella prima parte della nostra intervista a Padre Sava Janjić, igumeno del monastero di Visoki Dečani, abbiamo ripercorso le tensioni irrisolte attorno al monastero. In questa seconda puntata, lo sguardo del monaco si allarga al vissuto quotidiano della comunità serba in Kosovo, delineando la progressiva trasformazione del clima politico. Sullo sfondo, le difficoltà riscontrate dai pellegrini durante i recenti raduni religiosi in Kosovo, che hanno segnato un cambio di passo. Dalle intimidazioni agli interrogatori, fino alle detenzioni e ai maltrattamenti, Padre Sava tratteggia una strategia che travalica le singole controversie amministrative. Che si tratti della demolizione di proprietà serbe, dell’inasprimento burocratico su targhe e patenti o della pressione sulle strutture sanitarie comunitarie, quella che emerge è l’immagine di uno «Stato di diritto a intermittenza».Un modello in cui la norma viene piegata a fatto compiuto, trasformando la libertà religiosa e civile da diritto inalienabile a concessione revocabile, sotto una costante sorveglianza etnico-politica. Il ruolo dell’Italia come perno della stabilità locale trova riscontro anche nei recenti messaggi diffusi dalla Diocesi di Raska Prizren, che ha espresso profonda gratitudine all’Esercito Italiano per i quasi 27 anni di tutela garantita con professionalità, moderazione e rispetto. Un legame diplomatico e operativo che oggi è l’unico vero argine di garanzia di fronte al rischio di una progressiva marginalizzazione della comunità serba.Durante la festa al monastero dei Santi arcangeli a Prizren, il 26 luglio, i fedeli hanno dovuto affrontare tiratori scelti, perquisizioni, autobus fatti tornare indietro e volantini di avvertimento. Avendo osservato la vita religiosa in Kosovo per decenni, trova che negli ultimi anni l’approccio delle forze dell’ordine verso i pellegrini serbo-ortodossi sia cambiato?«Il clima è cambiato in modo estremamente inquietante. Negli anni precedenti, anche quand’era necessaria una sicurezza sostanziosa, lo scopo della presenza della polizia era generalmente inteso come protezione dei fedeli e prevenzione degli attacchi. Di questi tempi, invece, sempre più spesso gli stessi pellegrini serbo-ortodossi sembrano essere trattati come la principale preoccupazione di sicurezza. Alla festa dei Santi Arcangeli, i fedeli sono stati sottoposti a ripetuti controlli, perquisizioni di effetti personali, borse e veicoli, oltre a restrizione di movimento. A un autobus che trasportava pellegrini dal Kosovo settentrionale è stato, secondo quanto riferito, impedito di visitare le chiese serbo-ortodosse a Prizren dopo la celebrazione ed è stato scortato direttamente verso l’autostrada.Il cantante e attore Milan Vasić ha dichiarato pubblicamente di essere stato interrogato sul suo repertorio e istruito a non eseguire determinate canzoni che facevano riferimento al Kosovo e Metohija (la denominazione serba per la regione, ndr). Personale armato era visibile anche su posizioni elevate con vista sul monastero, descritti dai testimoni come cecchini o tiratori scelti della polizia. Non voglio esagerare con terminologie che non sono state chiarite in modo indipendente, ma il messaggio visivo e psicologico per i fedeli era inequivocabile.Le precauzioni di sicurezza possono talora essere necessarie, specialmente durante i grandi raduni. Lo capiamo meglio di chiunque altro, perché i nostri monasteri sono stati ripetutamente attaccati. Ma le misure di sicurezza devono basarsi su una valutazione credibile del rischio, devono essere proporzionate e devono essere attuate nel rispetto della dignità umana. Non ci aspettiamo pericoli dai nostri fedeli, ma principalmente da estremisti e terroristi. Perquisire donne anziane, effetti personali di bambini e pellegrini ogni volta che entrano in un monastero per partecipare a una messa, limitare in anticipo i canti religiosi, filmare i fedeli e impedire visite pacifiche ad altre chiese crea un’atmosfera non di protezione, ma di sorveglianza e intimidazione.Questo caso dimostra che la polizia del Kosovo sta usando il proprio dovere di tutela dell’ordine pubblico per trattare monaci, monache e fedeli come un pericolo e non per identificare possibili minacce per i nostri luoghi santi. In una situazione del genere non abbiamo bisogno di protezione dai nostri fedeli, ma dalle azioni della polizia del Kosovo, che sta agendo sempre più come una seria minaccia ai nostri diritti religiosi.Il Monastero dei Santi Arcangeli è stato bruciato dopo la guerra del 1999 e di nuovo distrutto durante le violenze del marzo 2004. È quindi particolarmente doloroso quando coloro che vengono a pregare in quel luogo santo vengono trattati come se la loro identità religiosa e culturale fosse di per sé sospetta. D’altra parte, nessun responsabile della distruzione del monastero nel 2004 è stato assicurato alla giustizia. La polizia del Kosovo all’epoca era o passiva oppure in alcuni casi, persino secondo rapporti internazionali, ha sostenuto i rivoltosi. La risposta giudiziaria a quei disordini è stata del tutto insoddisfacente e una grande vergogna.Una forza di polizia in una società multietnica dovrebbe comunicare attraverso le sue azioni: “Siete al sicuro qui e proteggeremo la vostra libertà di culto”. Il messaggio sempre più ricevuto dai nostri fedeli invece è: “Siete sorvegliati, le vostre parole e i vostri canti sono potenzialmente proibiti, i vostri movimenti sono condizionati e la vostra presenza è tollerata solo sotto stretto controllo”. Tale trasformazione, da proteggere i pellegrini a sorvegliare la loro identità, è uno degli sviluppi più gravi a cui abbiamo assistito».Misure recenti, tra cui requisiti di licenza per gruppi di pellegrini internazionali, nonché arresti e accuse di maltrattamenti durante il giorno di San Vito, il 28 giugno, hanno sollevato preoccupazione nella comunità serbo-ortodossa. Come incidono queste vicende sulla libertà di religione in Kosovo?«È importante iniziare con l’ultimo chiarimento. Dopo che gli agenti di polizia hanno distribuito volantini ai gruppi di pellegrini annunciando l’applicazione delle normative sul turismo e possibili sanzioni a partire dal primo agosto, c’è stata una comprensibile preoccupazione che i pellegrinaggi ortodossi organizzati venissero trattati come tour turistici commerciali che richiedono una guida con licenza locale.A seguito della reazione pubblica della Diocesi, il Ministero della Cultura e del Turismo ha chiarito il 30 luglio che i gruppi che vengono unicamente per la preghiera, il culto o la partecipazione a cerimonie religiose non forniscono servizi di guida turistica. Il Ministero ha anche affermato che sacerdoti, monaci e altri rappresentanti religiosi che accompagnano i pellegrini a titolo pastorale non richiedono licenze di guida turistica. Accogliamo con favore questo chiarimento, che conferma l’essenziale distinzione su cui avevamo insistito fin dall’inizio.Tuttavia, il chiarimento deve ora tradursi in chiare istruzioni operative scritte per agenti di polizia e ispettori. I pellegrini non dovrebbero essere esposti a incertezze ai valici o sulla strada, né il carattere religioso di un viaggio dovrebbe dipendere dall’interpretazione personale di un singolo ispettore. Rimane anche una certa ambiguità riguardo ai viaggi organizzati da enti religiosi che includono trasporto e alloggio. L’organizzazione pratica di un pellegrinaggio non trasforma la preghiera in turismo commerciale.Nelle prime ore dal termine per l’attuazione della nuova direttiva, la polizia del Kosovo ha trattenuto al valico di confine un gruppo di serbi che voleva visitare il proprio villaggio abbandonato all’indomani degli attacchi dell’UCK del 1999 e celebrare una messa. Non è stato loro consentito di entrare in Kosovo finché non è apparsa una guida turistica albanese del Kosovo con licenza che si è unita al gruppo a pagamento. Ciò è inaccettabile e, se continuato, costituirà una seria violazione dei diritti e delle libertà religiose. Le persone comuni che visitano i loro villaggi e le loro chiese in rovina, i pellegrini che vanno a una messa non possono essere considerati turisti.Gli eventi legati al giorno di San Vito rivelano il problema più ampio. Il 28 giugno, la commemorazione a Gazimestan si è svolta pacificamente. La stessa Polizia del Kosovo ha dichiarato che nessun incidente aVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Elisabetta BurbaNella seconda parte dell’intervista a padre Sava Janjić, il focus si sposta sulla condizione della comunità serbo-ortodossa in Kosovo. A partire dai recenti episodi di intimidazione dei pellegrini, l’abate del monastero di Dečani denuncia le pressioni sulle libertà religiose e culturali. Al centro del suo ragionamento c’è il rapporto tra diritti delle minoranze e Stato di diritto, mentre si avvicina una possibile riorganizzazione della missione KFOR. Per padre Sava la presenza internazionale, quella della NATO e in particolare quella italiana, resta essenziale per garantire sicurezza e stabilità.IN BREVEControlli oppressivi Padre Sava denuncia che durante i recenti raduni religiosi, i fedeli hanno subito perquisizioni, sorveglianza e limitazioni di movimento.Burocrazia soffocante L’imposizione di norme rigide su targhe, patenti e guide turistiche ostacola la vita quotidiana e l’accesso ai luoghi di culto.Prevenzione e deterrenza La missione NATO, e in particolare il contingente italiano, garantisce un presidio cruciale a difesa dei siti serbo-ortodossi contro possibili azioni a opera di estremisti.Pressioni amministrative La chiusura improvvisa di strutture sanitarie e gli espropri unilaterali rischiano di provocare lo spopolamento delle comunità serbe.Garanzie da rispettare L’abate suggerisce alle autorità di Pristina e ai garanti internazionali sette passi per ripristinare lo Stato di diritto e la fiducia della minoranza serba.Nella prima parte della nostra intervista a Padre Sava Janjić, igumeno del monastero di Visoki Dečani, abbiamo ripercorso le tensioni irrisolte attorno al monastero. In questa seconda puntata, lo sguardo del monaco si allarga al vissuto quotidiano della comunità serba in Kosovo, delineando la progressiva trasformazione del clima politico. Sullo sfondo, le difficoltà riscontrate dai pellegrini durante i recenti raduni religiosi in Kosovo, che hanno segnato un cambio di passo. Dalle intimidazioni agli interrogatori, fino alle detenzioni e ai maltrattamenti, Padre Sava tratteggia una strategia che travalica le singole controversie amministrative. Che si tratti della demolizione di proprietà serbe, dell’inasprimento burocratico su targhe e patenti o della pressione sulle strutture sanitarie comunitarie, quella che emerge è l’immagine di uno «Stato di diritto a intermittenza».Un modello in cui la norma viene piegata a fatto compiuto, trasformando la libertà religiosa e civile da diritto inalienabile a concessione revocabile, sotto una costante sorveglianza etnico-politica. Il ruolo dell’Italia come perno della stabilità locale trova riscontro anche nei recenti messaggi diffusi dalla Diocesi di Raska Prizren, che ha espresso profonda gratitudine all’Esercito Italiano per i quasi 27 anni di tutela garantita con professionalità, moderazione e rispetto. Un legame diplomatico e operativo che oggi è l’unico vero argine di garanzia di fronte al rischio di una progressiva marginalizzazione della comunità serba.Durante la festa al monastero dei Santi arcangeli a Prizren, il 26 luglio, i fedeli hanno dovuto affrontare tiratori scelti, perquisizioni, autobus fatti tornare indietro e volantini di avvertimento. Avendo osservato la vita religiosa in Kosovo per decenni, trova che negli ultimi anni l’approccio delle forze dell’ordine verso i pellegrini serbo-ortodossi sia cambiato?«Il clima è cambiato in modo estremamente inquietante. Negli anni precedenti, anche quand’era necessaria una sicurezza sostanziosa, lo scopo della presenza della polizia era generalmente inteso come protezione dei fedeli e prevenzione degli attacchi. Di questi tempi, invece, sempre più spesso gli stessi pellegrini serbo-ortodossi sembrano essere trattati come la principale preoccupazione di sicurezza. Alla festa dei Santi Arcangeli, i fedeli sono stati...
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