EPISODE · Dec 27, 2025 · 5 MIN
Sabato 27-12-25 S. Giovanni. La fede che non si incarna resta fragile.
from Santi: dalla tribolazione alla vittoria · host Stefano Savoia
La festa di San Giovanni ci dà una grande opportunità. E' un po' rappresentata anche a queste immagini che il lezionario ci mette davanti. Il discepolo amato, quello che ha posto il capo sul petto di Gesù durante l'ultima cena. E' lo stesso che dice quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e le nostre mani toccarono del verbo della vita. Sta dicendo non soltanto un'impressione, ma un'esperienza che ha toccato con mano, ha ascoltato con gli occhi e quindi ha potuto anche pronunciare con la sua bocca l'esperienza di chi si è fatto carne ma che è all'inizio dei secoli, è all'inizio di tutto, il principio, colui che in principio era il verbo della vita. Beh, l'esperienza di qualcuno non serve semplicemente a raccontare un film perché ne possiamo conoscere la storia. È l'esperienza di chi poi ininterrottamente tramanda ciò che ciascuno di noi potrà poi fare come esperienza. Adesso a partire da quella parola che la Chiesa non soltanto annuncia ma vive e diventa la tua esperienza di fede. Vorrei sottolineare questo aspetto perché altrimenti il chinare del capo sul petto di Gesù non lo capiamo e pensiamo beato lui ma noi niente. La consolazione che viene dal sentire non soltanto con le orecchie ma con il cuore che queste parole sono quelle che il Padre da sempre ci sta dicendo e che nel verbo della vita si sono attuate, si sono compiute, ti dà la possibilità di trovare una stabilità e una forza nella tua fede che altrimenti non c'è. E se non c'è siamo un po' come le foglie al vento. Voliamo di qua e di là ma non sappiamo. Alla fine ognuno dice mi piacerebbe però più di così non posso dirti. Invece guardate il discepolo amato e ieri Santo Stefano sono i segni che l'esperienza viva di quella parola che si è fatta carne, di quella storia che ha cambiato i numeri della storia tant'è che noi abbiamo veramente come riferimento la nascita di Cristo. Cioè quello è il senso del nostro tempo e della nostra storia. Allora abbiamo bisogno di questa concretezza perché la nostra fede vada continuamente ad attingere a questo centro, a questa rivelazione, manifestazione, esperienza. Diventando anche la nostra. Queste cose vi scriviamo dice Giovanni perché la comunione che lui ha con il padre e con il figlio sia anche la nostra e questo possa essere motivo di gioia per la Chiesa. Cioè a differenza di una filosofia o di una religione questo ci introduce in una relazione così viva che ti fa partecipe della gioia della Chiesa non soltanto, capitemi, orizzontale cioè che riguarda chi sta vivendo adesso ma verticale. Cioè ricongiunge cielo e terra, ricongiunge tutta la storia, tutto il tempo sino all'eterno. Questa è la comunione a cui siamo chiamati. Questo è il dono che nell'incarnazione si è attuato perché continuasse nel tempo e nella storia fino all'ultimo dei giorni. E quindi attraverso il discepolo amato ciascuno di noi oggi risponda liberamente per diventare profondamente come il discepolo amato.
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