EPISODE · Jul 31, 2026 · 24 MIN
Sputi, insulti e aggressioni: i cristiani nel mirino in Terra Santa
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di Elisabetta Burba e Giulia ContiniDalle provocazioni agli attacchi contro chiese e sacerdoti, cresce l’ostilità contro i cristiani in Israele. I dati dei centri di monitoraggio raccontano un fenomeno in aumento, mentre la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta nel corso di un secolo: dal 9,6% della Palestina mandataria nel 1922 all’attuale 1,9% in Israele. Fra pressioni sociali, tensioni politiche e limiti alla libertà religiosa, una comunità che da 2 mila anni custodisce i luoghi più sacri della Cristianità sta perdendo terreno.IN BREVEOstilità quotidiana Sputi, intimidazioni e violenze verbali colpiscono quotidianamente il clero in Terra Santa, testimoniando un clima di odio diffuso e impunito.Escalation e vandalismo I centri di monitoraggio registrano un aumento costante di molestie, aggressioni fisiche e profanazioni ai danni delle proprietà ecclesiastiche.Crollo demografico La percentuale dei cristiani è passata dal 9,6% registrato nel censimento del 1922 nella Palestina mandataria all’attuale 1,9% registrato in Israele.Ostruzioni al culto Le ultime festività pasquali hanno subito severe restrizioni militari e logistiche, limitando fortemente lo svolgimento dei riti tradizionali.Silenzio mediatico Le denunce dei Patriarchi locali vengono ampiamente ignorate dalla stampa internazionale, lasciando la comunità in uno stato di isolamento.«Sì, sputano anche a me. Tutti i giorni». Il vescovo serbo-ortodosso Jovan Ćulibrk lo racconta senza enfasi, quasi fosse un fatto di routine. Profondo conoscitore di Israele, dove ha vissuto per otto anni studiando e lavorando allo Yad Vashem, il vescovo di Pakrac, in Croazia, è appena rientrato da Gerusalemme. Per l’alto prelato, gli sputi contro i cristiani non sono episodi isolati, ma rientrano nella routine. «Ricevere sputi è parte della vita quotidiana di ogni cristiano in Terra Santa» spiega Jovan Ćulibrk, che peraltro è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. «Specialmente di chi indossa abiti clericali, che lo identificano in modo inequivocabile».Gli sputi – un gesto di disprezzo rivolto spesso a terra, davanti ai religiosi, più che addosso a loro – sono la manifestazione immediata di un fenomeno molto più ampio. Il caso che ha attratto l’attenzione internazionale risale al 28 aprile scorso. Sul Monte Sion, nei pressi del Cenacolo, una suora francese di 48 anni è stata spinta a terra e presa a calci in testa da un colono israeliano. Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza hanno fatto il giro del mondo e il giorno successivo l’aggressore è stato arrestato. Ma, secondo le organizzazioni che monitorano la libertà religiosa in Israele, quell’aggressione non rappresenta un caso isolato: è il sintomo più evidente di un clima di ostilità che da anni colpisce la minoranza cristiana della Terra Santa.A documentare questa escalation è il Religious Freedom Data Center, organizzazione indipendente fondata a Gerusalemme nel 2023 dalla studiosa Yiscah Harani, un’ebrea israeliana, insieme a esponenti delle Chiese cristiane. Pur basandosi solo sulle segnalazioni ricevute – e quindi su dati per forza incompleti – il centro ha registrato nel 2025 181 episodi: circa il 60% riguardava sputi, il 18% insulti e abusi verbali, il 12% atti di vandalismo e il 5% aggressioni fisiche. Nei primi sei mesi del 2026 gli episodi documentati sono già 120, di cui 83 avvenuti tra i mesi di aprile e giugno. Gli stessi ricercatori precisano che il fenomeno reale è probabilmente più ampio, poiché molti episodi non vengono denunciati e il monitoraggio riguarda soprattutto Gerusalemme.Valutazione condivisa anche dal Rossing Center for Education and Dialogue, centro fondato 20 anni fa per promuovere il dialogo interreligioso in Israele, in cui operano anche musulmani. «Gli incidenti registrati rappresentano solo una frazione di quelli effettivamente avvenuti, la punta dell’iceberg della realtà quotidiana sul terreno», si legge nell’ultimo rapporto dell’organizzazione, che conta su una rete di contatti istituzionali più estesa rispetto all’altro centro.Nel 2025, il Rossing Center ha documentato 61 aggressioni fisiche, in gran parte contro membri del clero, e 52 attacchi contro proprietà ecclesiastiche. In alcune aree della Città Vecchia, in particolare sul Monte Sion e nel Quartiere armeno, sacerdoti e religiosi rischiano abitualmente di essere insultati, minacciati o aggrediti. Il 16 aprile scorso, ad esempio, un monaco cattolico è stato apostrofato con l’urlo «Fuori dal Paese», mentre a un ragazzo presente è stato ordinato di dirgli: «Che tu possa morire».L’allarme, però, non arriva soltanto dai centri di monitoraggio. Già nel 2022 il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, aveva denunciato in un articolo sul Times di Londra un clima sempre più ostile nei confronti della presenza cristiana nella Città Santa.«Le nostre chiese sono minacciate da gruppi radicali di ultranazionalisti israeliani», scriveva Teofilo III. «I nostri fratelli e sorelle sono vittime di crimini d’odio, le chiese vengono regolarmente profanate e vandalizzate e il clero è sottoposto a continue intimidazioni. L’obiettivo di questi gruppi è spegnere la presenza cristiana nella Città Vecchia».Gli sputi si registrano in pieno giorno e spesso davanti alle forze dell’ordine, rimanendo per lo più impuniti. L’aumento delle violenze fisiche e verbali, insieme agli attacchi ai siti religiosi, ha creato non poche preoccupazioni riguardo al futuro della comunità cristiana in Terra Santa. Il clima di intimidazione incide ormai sulla vita quotidiana della comunità. Secondo il Rossing Center, il 42% dei cristiani di Gerusalemme dichiara di aver paura di mostrare in pubblico la croce che porta al collo. Lo stesso timore riguarda anche molti membri del clero, riconoscibili dall’abito talare e quindi più esposti ad aggressioni e molestie. La paura, dunque, non riguarda soltanto i fedeli laici, ma anche i rappresentanti religiosi.Le tensioni tendono ad aumentare durante le principali festività religiose, ebraiche e cristiane. Quest’anno, la situazione si è aggravata ulteriormente a causa delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane alle celebrazioni della Settimana santa cattolica e della cerimonia ortodossa del Fuoco sacro.Secondo diversi esponenti delle Chiese cristiane, le restrizioni contribuiscono ad alimentare un clima di marginalizzazione e vengono percepite come una forma di discriminazione istituzionale. Come ha detto la monaca ortodossa Agapia Stephanopoulos l’11 agosto 2025 durante un’intervista al The Tucker Carlson Show, i cristiani palestinesi «sono i primi cristiani, i cristiani del tempo di Cristo. Ed è molto difficile per loro praticare la fede».Le festività pasquali del 2026 hanno rappresentato uno dei momenti di maggiore tensione. La Basilica del Santo Sepolcro è rimasta chiusa per 40 giorni prima della Pasqua, rendendo impossibile celebrare la messa. Il 22 marzo, è stata cancellata la tradizionale processione dal Monte degli ulivi. Il 29 marzo è stato impedito l’accesso al Patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode del Santo Sepolcro, vietando per la prima volta dopo secoli di celebrare la messa della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro.Poi è stata vietata anche la processione della via Crucis attraverso la via Dolorosa, la stessa percorsa da Gesù con la Croce. Infine, durante la giornata dell’11 aprile, il giorno della cerimonia del Fuoco Sacro, le forze israeliane hanno trasformato la Città Vecchia in un’area fortemente militarizzata, con posti di blocco e restrizioni al percorso, impedendo l’entrata a vari pellegrini, sempre per motivi di sicurezza.Già, le autorVoci narranti: Elisabetta Burba, Giulio Bellotto, Andrea PincinKrisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano.Editore e direttrice rresponsabile: Elisabetta BurbaCodice ISSN: 3035-2797
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di Elisabetta Burba e Giulia ContiniDalle provocazioni agli attacchi contro chiese e sacerdoti, cresce l’ostilità contro i cristiani in Israele. I dati dei centri di monitoraggio raccontano un fenomeno in aumento, mentre la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta nel corso di un secolo: dal 9,6% della Palestina mandataria nel 1922 all’attuale 1,9% in Israele. Fra pressioni sociali, tensioni politiche e limiti alla libertà religiosa, una comunità che da 2 mila anni custodisce i luoghi più sacri della Cristianità sta perdendo terreno.IN BREVEOstilità quotidiana Sputi, intimidazioni e violenze verbali colpiscono quotidianamente il clero in Terra Santa, testimoniando un clima di odio diffuso e impunito.Escalation e vandalismo I centri di monitoraggio registrano un aumento costante di molestie, aggressioni fisiche e profanazioni ai danni delle proprietà ecclesiastiche.Crollo demografico La percentuale dei cristiani è passata dal 9,6% registrato nel censimento del 1922 nella Palestina mandataria all’attuale 1,9% registrato in Israele.Ostruzioni al culto Le ultime festività pasquali hanno subito severe restrizioni militari e logistiche, limitando fortemente lo svolgimento dei riti tradizionali.Silenzio mediatico Le denunce dei Patriarchi locali vengono ampiamente ignorate dalla stampa internazionale, lasciando la comunità in uno stato di isolamento.«Sì, sputano anche a me. Tutti i giorni». Il vescovo serbo-ortodosso Jovan Ćulibrk lo racconta senza enfasi, quasi fosse un fatto di routine. Profondo conoscitore di Israele, dove ha vissuto per otto anni studiando e lavorando allo Yad Vashem, il vescovo di Pakrac, in Croazia, è appena rientrato da Gerusalemme. Per l’alto prelato, gli sputi contro i cristiani non sono episodi isolati, ma rientrano nella routine. «Ricevere sputi è parte della vita quotidiana di ogni cristiano in Terra Santa» spiega Jovan Ćulibrk, che peraltro è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. «Specialmente di chi indossa abiti clericali, che lo identificano in modo inequivocabile».Gli sputi – un gesto di disprezzo rivolto spesso a terra, davanti ai religiosi, più che addosso a loro – sono la manifestazione immediata di un fenomeno molto più ampio. Il caso che ha attratto l’attenzione internazionale risale al 28 aprile scorso. Sul Monte Sion, nei pressi del Cenacolo, una suora francese di 48 anni è stata spinta a terra e presa a calci in testa da un colono israeliano . Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza hanno fatto il giro del mondo e il giorno successivo l’aggressore è stato arrestato. Ma, secondo le organizzazioni che monitorano la libertà religiosa in Israele, quell’aggressione non rappresenta un caso isolato: è il sintomo più evidente di un clima di ostilità che da anni colpisce la minoranza cristiana della Terra Santa.A documentare questa escalation è il Religious Freedom Data Center, organizzazione indipendente fondata a Gerusalemme nel 2023 dalla studiosa Yiscah Harani, un’ebrea israeliana, insieme a esponenti delle Chiese cristiane. Pur basandosi solo sulle segnalazioni ricevute – e quindi su dati per forza incompleti – il centro ha registrato nel 2025 181 episodi: circa il 60% riguardava sputi, il 18% insulti e abusi verbali, il 12% atti di vandalismo e il 5% aggressioni fisiche. Nei primi sei mesi del 2026 gli episodi documentati sono già 120, di cui 83 avvenuti tra i mesi di aprile e giugno . Gli stessi ricercatori precisano che il fenomeno reale è probabilmente più ampio, poiché molti episodi non vengono denunciati e il monitoraggio riguarda soprattutto...
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