EPISODE · Jan 15, 2026 · 8 MIN
Un grido vuoto e mani sbagliate? Omelia giovedì I settimana TO S. Andrea
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
La sconfitta di Israele e l’accusa a Dio Mi soffermo ancora sul profeta Samuele, che stiamo ascoltando in questi giorni, e su questa pagina molto significativa che nasce da una sconfitta: Israele perde contro i Filistei. La reazione del popolo è immediata e sorprendente: «Perché oggi il Signore ci ha sconfitti davanti ai Filistei?». In questa domanda avverto una sottile accusa rivolta a Dio. Hanno combattuto, hanno perso, e la responsabilità viene attribuita al Signore. Da un lato è bello e giusto che Israele riconosca Dio come protagonista della propria storia, come Colui che accompagna ogni aspetto della vita del popolo. Ma qui emerge un problema profondo: non c’è nessuna interrogazione su se stessi, sul proprio cammino, sulle proprie responsabilità. Dio viene chiamato in causa come se fosse Lui a dover giustificare la sconfitta, mentre il popolo non fa alcuna autocritica. Sappiamo bene, dal racconto precedente, che la situazione spirituale di Israele era gravemente compromessa. Il vecchio sacerdote che aveva accolto Samuele da bambino aveva due figli, Ofni e Fineès, che si comportavano in modo indegno, e Dio aveva già annunciato che la rovina sarebbe venuta proprio a causa loro. Ma tutto questo sembra rimosso dalla coscienza del popolo. L’arca dell’alleanza ridotta a un amuleto Di fronte alla sconfitta, Israele prende una decisione che appare religiosa, ma in realtà è profondamente ambigua: «Andiamo a prendere l’arca». L’arca dell’alleanza si trovava a Silo, dove rimase per circa trecento anni, prima di essere portata a Gerusalemme ai tempi di Davide e del tempio di Salomone. Ancora oggi, andando in Terra Santa verso Nablus, si possono vedere le rovine antiche di quel luogo. Il problema non è il valore dell’arca in sé, ma l’uso che ne viene fatto. Israele non chiede aiuto a Dio, non cerca il motivo della sconfitta, non invoca conversione. Porta l’arca sul campo di battaglia come se fosse un surrogato di Dio, un oggetto magico, un amuleto da usare per garantirsi la vittoria. È un gesto impressionante: Dio viene strumentalizzato. Questo interpella profondamente anche noi. Quante volte accusiamo il Signore per sconfitte che in realtà sono nostre? Quante volte utilizziamo ciò che Lo riguarda — oggetti, pratiche, preghiere — come se fossero strumenti automatici per risolvere i problemi, senza una vera relazione con Lui? Un grido vuoto e mani sbagliate L’arrivo dell’arca provoca un grande grido nel campo di Israele, tanto forte da spaventare i Filistei. Ma è un grido che nasce dalla paura, non dall’invocazione. È un grido vuoto, privo della presenza reale di Dio. Esteriormente sembra potente, ma interiormente è fragile. Ancora più grave è il fatto che l’arca venga portata proprio da Ofni e Fineès, le “mani sbagliate”, i figli corrotti del sacerdote. Tutto questo rende evidente una verità fondamentale: Dio non si lascia usare, non si lascia strumentalizzare. Non è disponibile a sostenere una religiosità falsa, che non passa attraverso la conversione del cuore. Il risultato è devastante: la sconfitta è sonora e totale, e l’arca stessa viene catturata dai Filistei. I Filistei e il timore di Dio Paradossalmente, i Filistei dimostrano una consapevolezza di Dio più profonda di quella degli Israeliti. Sanno bene chi è quel popolo: sono quelli usciti dall’Egitto, quelli accompagnati da Dio, quelli che hanno sconfitto il faraone. Riconoscono la potenza del loro Dio e ne hanno timore. Eppure decidono di combattere, si rincuorano, rafforzano le forze. Israele invece appare piatto, fermo, incapace di interrogarsi. È un popolo che non ha voluto convertirsi, e la sconfitta ne è la conseguenza inevitabile. Questo mi porta a chiedermi se anche noi, a volte, non utilizziamo Dio come una garanzia di successo, come una soluzione rapida ai problemi, senza lasciarci coinvolgere davvero nel profondo. La preghiera rischia così di diventare una richiesta di assicurazione, non un’invocazione autentica di aiuto e di relazione. Il lebbroso del Vangelo: una relazione vera A questa immagine di Israele si contrappone con forza la figura del lebbroso nel Vangelo. Anche lui è pieno di contraddizioni, ma la sua postura interiore è completamente diversa. Dice a Gesù: «Se vuoi, puoi purificarmi». E Gesù risponde: «Lo voglio». Qui emerge una relazione vera. Il lebbroso è consapevole della propria condizione: è escluso, è ai margini della comunità, ha bisogno di essere toccato, preso per mano. Gesù lo tocca, si lascia contaminare, entra nella sua fragilità. Il Signore desidera questa relazione personale, diretta, umile. Quando penso al nostro antenore, lo associo molto di più a questa figura: un uomo che chiede aiuto così com’è, piuttosto che a un esercito che combatte credendo di avere chissà quali forze. Una disobbedienza che genera salvezza Anche il lebbroso, però, non obbedisce fino in fondo. Invece di presentarsi al sacerdote come Gesù gli aveva chiesto, racconta a tutti ciò che gli è accaduto. Questo crea difficoltà a Gesù, che non può più entrare pubblicamente nelle città e resta fuori, in luoghi deserti, quasi prendendo il posto del lebbroso. Eppure, questa fama è una fama buona: è fama di guarigione, di salvezza. Ed è qualcosa che ritrovo anche nella vita del nostro antenore, che in tanti anni di vicinanza, di servizio, di impegno nello sport, nella parrocchia, tra le famiglie e la gente, ha lasciato una traccia buona, silenziosa ma profonda. Un servizio umile e una fede autentica Chiediamo al Signore di prendere esempio da questo stile: un servizio semplice, umile, radicato in una relazione autentica con Lui. Al Signore non interessano le immaginette, gli oggetti, l’arca. Lui vuole noi. Vuole la nostra vicinanza, il nostro amore, il nostro volergli bene. È questa relazione che muove il suo intervento, che rende possibile la sua vicinanza. Senza il Signore, la sconfitta è certa o l’isolamento è inevitabile. Ma noi vogliamo essere persone che, come il nostro antenore, fanno sempre riferimento a Lui come Salvatore, con grande umiltà, consapevoli dei nostri limiti e dei nostri bisogni. Per questo lo ringraziamo: perché davvero non possiamo fare a meno di Lui.
What this episode covers
La sconfitta di Israele e l’accusa a Dio Mi soffermo ancora sul profeta Samuele, che stiamo ascoltando in questi giorni, e su questa pagina molto significativa che nasce da una sconfitta: Israele perde contro i Filistei. La reazione del popolo è immediata e sorprendente: «Perché oggi il Signore ci ha sconfitti davanti ai Filistei?». In questa domanda avverto una sottile accusa rivolta a Dio. Hanno combattuto, hanno perso, e la responsabilità viene attribuita al Signore. Da un lato è bello e giusto che Israele riconosca Dio come protagonista della propria storia, come Colui che accompagna ogni aspetto della vita del popolo. Ma qui emerge un problema profondo: non c’è nessuna interrogazione su se stessi, sul proprio cammino, sulle proprie responsabilità. Dio viene chiamato in causa come se fosse Lui a dover giustificare la sconfitta, mentre il popolo non fa alcuna autocritica. Sappiamo bene, dal racconto precedente, che la situazione spirituale di Israele era gravemente compromessa. Il vecchio sacerdote che aveva accolto Samuele da bambino aveva due figli, Ofni e Fineès, che si comportavano in modo indegno, e Dio aveva già annunciato che la rovina sarebbe venuta proprio a causa loro. Ma tutto questo sembra rimosso dalla coscienza del popolo. L’arca dell’alleanza ridotta a un amuleto Di fronte alla sconfitta, Israele prende una decisione che appare religiosa, ma in realtà è profondamente ambigua: «Andiamo a prendere l’arca». L’arca dell’alleanza si trovava a Silo, dove rimase per circa trecento anni, prima di essere portata a Gerusalemme ai tempi di Davide e del tempio di Salomone. Ancora oggi, andando in Terra Santa verso Nablus, si possono vedere le rovine antiche di quel luogo. Il problema non è il valore dell’arca in sé, ma l’uso che ne viene fatto. Israele non chiede aiuto a Dio, non cerca il motivo della sconfitta, non invoca conversione. Porta l’arca sul campo di battaglia come se fosse un surrogato di Dio, un oggetto magico, un amuleto da usare per garantirsi la vittoria. È un gesto impressionante: Dio viene strumentalizzato. Questo interpella profondamente anche noi. Quante volte accusiamo il Signore per sconfitte che in realtà sono nostre? Quante volte utilizziamo ciò che Lo riguarda — oggetti, pratiche, preghiere — come se fossero strumenti automatici per risolvere i problemi, senza una vera relazione con Lui? Un grido vuoto e mani sbagliate L’arrivo dell’arca provoca un grande grido nel campo di Israele, tanto forte da spaventare i Filistei. Ma è un grido che nasce dalla paura, non dall’invocazione. È un grido vuoto, privo della presenza reale di Dio. Esteriormente sembra potente, ma interiormente è fragile. Ancora più grave è il fatto che l’arca venga portata proprio da Ofni e Fineès, le “mani sbagliate”, i figli corrotti del sacerdote. Tutto questo rende evidente una verità fondamentale: Dio non si lascia usare, non si lascia strumentalizzare. Non è disponibile a sostenere una religiosità falsa, che non passa attraverso la conversione del cuore. Il risultato è devastante: la sconfitta è sonora e totale, e l’arca stessa viene catturata dai Filistei. I Filistei e il timore di Dio Paradossalmente, i Filistei dimostrano una consapevolezza di Dio più profonda di quella degli Israeliti. Sanno bene chi è quel popolo: sono quelli usciti dall’Egitto, quelli accompagnati da Dio, quelli che hanno sconfitto il faraone. Riconoscono la potenza del loro Dio e ne hanno timore. Eppure decidono di combattere, si rincuorano, rafforzano le forze. Israele invece appare piatto, fermo, incapace di interrogarsi. È un popolo che non ha voluto convertirsi, e la sconfitta ne è la conseguenza inevitabile. Questo mi porta a chiedermi se anche noi, a volte, non utilizziamo Dio come una garanzia di successo, come una soluzione rapida ai problemi, senza lasciarci...
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