Vivere per la fede quando non comprendiamo - A omelia di sabato XVIII settimana TO episode artwork

EPISODE · Aug 8, 2026 · 7 MIN

Vivere per la fede quando non comprendiamo - A omelia di sabato XVIII settimana TO

from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini

Nel Vangelo ci troviamo davanti a una parola che sembra quasi scoraggiante: la fede, anche piccola come un granellino di senape, sembra qualcosa che non riusciamo ad avere. Guardando noi stessi con sincerità, potremmo dire che la nostra fede non è semplicemente piccola: a volte sembra proprio non esserci. In questa esperienza ci viene incontro il profeta Abacuc, uno dei profeti dell’Antico Testamento che ha il coraggio di rivolgersi direttamente a Dio. Abacuc non nasconde le proprie domande e il proprio smarrimento. Davanti alla violenza, all’ingiustizia e al fatto che il malvagio sembra prevalere sul giusto, chiede a Dio: perché taci? Perché non intervieni? Perché permetti che accada tutto questo? Dove sei? La sua domanda nasce proprio dall’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo. È la domanda che anche noi ci poniamo quando la realtà ci appare incomprensibile: Dio, dove sei? Perché permetti questo? Guardare la realtà con gli occhi del Signore La risposta di Dio ad Abacuc ci invita a cambiare prospettiva. Noi siamo spesso concentrati sulle cose negative, sulle difficoltà e su ciò che non comprendiamo. Dio, invece, ci invita a guardare la realtà con i suoi occhi. La parola decisiva è quella contenuta nell’affermazione: «Il giusto vivrà per la sua fede». Chi non ha un animo retto, cioè chi non orienta la propria vita verso Dio, finisce per ripiegarsi su se stesso. Pensa di dover contare soltanto sulle proprie forze, di avere sempre ragione e pretende che Dio faccia ciò che lui desidera. L’autosufficienza, però, non permette di affrontare il mistero della vita. Quando arrivano situazioni che non possiamo controllare o spiegare, le nostre sicurezze crollano. Il giusto, invece, vive perché si fida: non perché abbia tutte le risposte, ma perché rimane ancorato al Signore. Il giusto vive perché si affida Il giusto non resiste alle difficoltà perché comprende tutto. Vive perché si affida. Anche quando non capisce, continua a guardare verso Dio e gli consegna ciò che sta vivendo. Per questo anche le domande difficili hanno un posto nella fede. Come Abacuc, possiamo chiedere a Dio: «Perché?». Possiamo implorarlo e dirgli che non comprendiamo ciò che sta accadendo. Ma il nostro «perché» non deve diventare una domanda sterile, che ci allontana da Dio. Può diventare, invece, la domanda di chi continua a cercarlo e a fidarsi di Lui. Il versetto di Abacuc è fondamentale anche perché sarà ripreso da san Paolo nella sua riflessione sulla fede e sulla giustificazione. Non siamo salvati semplicemente perché riusciamo a osservare perfettamente una legge o tutti i comandamenti: la nostra salvezza viene dalla fede nel Signore, nel Cristo morto e risorto per noi. La fede nasce da piccoli atti di affidamento Anche Gesù, nel Vangelo, rimprovera la generazione incredula. Per questo siamo chiamati a partire da piccoli atti di fede: affidarci a Lui, rimanere attaccati a Lui e non avere paura delle domande scomode. La fede comporta anche un salto nel buio. Non significa avere la certezza anticipata di tutte le risposte, ma scegliere di fidarci di qualcuno anche quando non riusciamo a vedere chiaramente la strada. Gesù stesso ci ha mostrato questa strada. Sulla croce pronuncia la domanda drammatica del Salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù non finge che la sofferenza non esista e non trasforma la croce in qualcosa di bello o rassicurante. La vive fino in fondo, arrivando persino a sperimentare l’abbandono. Ma proprio dentro quell’abbandono pronuncia anche le parole decisive: «Nelle tue mani affido il mio spirito». La croce, dunque, non è l’ultima parola. È il luogo dell’atto supremo di affidamento del Figlio al Padre. Su che cosa fondiamo la nostra vita? Alla luce di tutto questo, siamo chiamati a domandarci su che cosa fondiamo realmente la nostra fede, la nostra vita quotidiana, la nostra sicurezza e perfino la nostra gioia. Abacuc, alla fine del suo libro, arriva a una sorprendente professione di fiducia: «Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mia salvezza». La sua gioia non nasce dal fatto che i problemi siano finalmente scomparsi. La situazione non è diventata improvvisamente facile. È cambiato il suo sguardo. Quando ci affidiamo totalmente a Dio, possiamo sperimentare una gioia che non dipende dalle circostanze. Non perché tutto vada bene, ma perché sappiamo nelle mani di chi siamo. La testimonianza di san Francesco In questi giorni, camminando sulle orme di san Francesco, abbiamo percepito con particolare forza questa dimensione dell’affidamento. Francesco è stato un uomo che ha cercato di spogliarsi delle ricchezze, delle sicurezze e di tutto ciò che poteva impedirgli di avere soltanto il Signore. La sua povertà non è stata semplicemente povertà di beni materiali. È stata anche la scelta di riconoscere la nostra povertà di mezzi, di risposte e di comprensione. Non possiamo controllare tutto, non possiamo spiegare tutto e non abbiamo sempre gli strumenti per affrontare ogni situazione. Quando ci riconosciamo poveri, ci rimane una cosa essenziale: affidarci al Signore. È proprio questa la fede di cui parla Abacuc: non la pretesa di capire tutto, ma la libertà di consegnare tutto a Dio. È la fede di chi rimane, anche quando non comprende; di chi continua a pregare, anche quando Dio sembra tacere; di chi, come Gesù sulla croce, può gridare il proprio dolore e nello stesso tempo dire: «Nelle tue mani affido il mio spirito». Una fede capace di spostare le montagne Quando ci affidiamo a Dio, Egli non ci lascia soli. Non sempre elimina immediatamente le difficoltà e non sempre ci offre le risposte che vorremmo. Ma non manca di farci sentire la sua presenza e di sostenerci nel cammino. La promessa del Vangelo diventa allora concreta: il Signore può davvero «spostare le montagne», non necessariamente perché faccia scomparire ogni problema, ma perché ci dona la forza di attraversarlo insieme a Lui. Alla fine, la fede non consiste nel riuscire a comprendere tutto. Consiste nel sapere a chi affidiamo ciò che non comprendiamo. E così possiamo vivere anche nelle situazioni più difficili: non perché abbiamo tutte le risposte, ma perché rimaniamo ancorati al Signore. È questa la fede del giusto: una fede povera, forse piccola come un granello di senape, ma capace di diventare una fiducia che sostiene tutta la vita.

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Nel Vangelo ci troviamo davanti a una parola che sembra quasi scoraggiante: la fede, anche piccola come un granellino di senape, sembra qualcosa che non riusciamo ad avere. Guardando noi stessi con sincerità, potremmo dire che la nostra fede non è semplicemente piccola: a volte sembra proprio non esserci. In questa esperienza ci viene incontro il profeta Abacuc, uno dei profeti dell’Antico Testamento che ha il coraggio di rivolgersi direttamente a Dio. Abacuc non nasconde le proprie domande e il proprio smarrimento. Davanti alla violenza, all’ingiustizia e al fatto che il malvagio sembra prevalere sul giusto, chiede a Dio: perché taci? Perché non intervieni? Perché permetti che accada tutto questo? Dove sei? La sua domanda nasce proprio dall’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo. È la domanda che anche noi ci poniamo quando la realtà ci appare incomprensibile: Dio, dove sei? Perché permetti questo? Guardare la realtà con gli occhi del Signore La risposta di Dio ad Abacuc ci invita a cambiare prospettiva. Noi siamo spesso concentrati sulle cose negative, sulle difficoltà e su ciò che non comprendiamo. Dio, invece, ci invita a guardare la realtà con i suoi occhi. La parola decisiva è quella contenuta nell’affermazione: «Il giusto vivrà per la sua fede». Chi non ha un animo retto, cioè chi non orienta la propria vita verso Dio, finisce per ripiegarsi su se stesso. Pensa di dover contare soltanto sulle proprie forze, di avere sempre ragione e pretende che Dio faccia ciò che lui desidera. L’autosufficienza, però, non permette di affrontare il mistero della vita. Quando arrivano situazioni che non possiamo controllare o spiegare, le nostre sicurezze crollano. Il giusto, invece, vive perché si fida: non perché abbia tutte le risposte, ma perché rimane ancorato al Signore. Il giusto vive perché si affida Il giusto non resiste alle difficoltà perché comprende tutto. Vive perché si affida. Anche quando non capisce, continua a guardare verso Dio e gli consegna ciò che sta vivendo. Per questo anche le domande difficili hanno un posto nella fede. Come Abacuc, possiamo chiedere a Dio: «Perché?». Possiamo implorarlo e dirgli che non comprendiamo ciò che sta accadendo. Ma il nostro «perché» non deve diventare una domanda sterile, che ci allontana da Dio. Può diventare, invece, la domanda di chi continua a cercarlo e a fidarsi di Lui. Il versetto di Abacuc è fondamentale anche perché sarà ripreso da san Paolo nella sua riflessione sulla fede e sulla giustificazione. Non siamo salvati semplicemente perché riusciamo a osservare perfettamente una legge o tutti i comandamenti: la nostra salvezza viene dalla fede nel Signore, nel Cristo morto e risorto per noi. La fede nasce da piccoli atti di affidamento Anche Gesù, nel Vangelo, rimprovera la generazione incredula. Per questo siamo chiamati a partire da piccoli atti di fede: affidarci a Lui, rimanere attaccati a Lui e non avere paura delle domande scomode. La fede comporta anche un salto nel buio. Non significa avere la certezza anticipata di tutte le risposte, ma scegliere di fidarci di qualcuno anche quando non riusciamo a vedere chiaramente la strada. Gesù stesso ci ha mostrato questa strada. Sulla croce pronuncia la domanda drammatica del Salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù non finge che la sofferenza non esista e non trasforma la croce in qualcosa di bello o rassicurante. La vive fino in fondo, arrivando persino a sperimentare l’abbandono. Ma proprio dentro quell’abbandono pronuncia anche le parole decisive: «Nelle tue mani affido il mio spirito». La croce, dunque, non è l’ultima parola. È il luogo dell’atto supremo di affidamento del Figlio al Padre. Su che cosa fondiamo la nostra vita? Alla luce di tutto questo, siamo chiamati a domandarci su che cosa...

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