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Abbecedario Etico
by M. Alessandra Filippi in collaborazione con Ettore Macchieraldo
Abbecedario Etico-Il linguaggio come campo di battagliaUn progetto originale di Alessandra MAF Filippi promosso da Local March for Gaza.Quante volte vi siete persi dietro una parola, leggendo un articolo o discutendo con chi sosteneva l’insostenibile?Quante volte le parole mancavano, erano troppe, oppure erano quelle sbagliate?L’Abbecedario Etico nasce da qui.Una lettera alla volta. Una per ogni parola. Una bussola per orientarsi nel dibattito pubblico, dove il linguaggio è il primo terreno di scontro. Perché le parole non sono mai neutre: non si limitano a descrivere la realtà. La costruiscono. La manipolano. La assolvono o la condannano.Questo progetto non nasce per aggiungere opinioni, ma per restituire precisione. Perché conoscere le parole è un atto politico. Saperle usare correttamente è un atto morale.La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio. Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere
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G come Genocidio
G come GenocidioAll’inferno si arriva a piccoli passi.E George Orwell, nel suo romanzo 1984, pubblicato nel giugno 1949, lo ha raccontato molto bene.Aveva previsto tutto. Compreso l’obiettivo finale: la sottomissione fisica e psicologica delle masse.Dopo la E di Etica, la F di Fascismo, la G di Genocidio ha una sua logica narrativa.Perché il fascismo è la forma politica in cui l’etica viene svuotata, ma il genocidio è precisamente il punto in cui l’etica fallisce.È Raphael Lemkin a coniare questa parola nel 1944, mentre la Seconda guerra mondiale è ancora in corso. Lui si trova negli Stati Uniti, dove è arrivato nel 1941, in fuga dall’Europa nazista.Vive e lavora tra Washington e New York. Conosce lo sterminio degli armeni nell’Impero Ottomano, su cui svolge ricerche febbrili. Ha attraversato la violenza del nazismo. Ne ha subito gli effetti sulla propria vita.Ed è testimone della distruzione delle comunità ebraiche europee. Ma non può avere l’immagine completa dello sterminio industriale nei campi di concentramento, come la conosciamo oggi. Ne percepisce l’eco, ma non può coglierne la totalità.Nei suoi appunti si vede la nascita di un’intuizione. Il diritto internazionale possedeva parole per punire l’omicidio di un individuo. Ma non per nominare la distruzione deliberata di un popolo. Così, al culmine di una ricerca quasi ossessiva della parola giusta, ne inventa una nuova.Unisce il greco génos, stirpe, popolo, al latino caedere, uccidere.Nasce così il termine: genocidio.Lemkin lo definisce come la distruzione deliberata di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale. Non solo attraverso l’eliminazione fisica degli individui.Ma anche attraverso la cancellazione delle condizioni stesse della loro esistenza.Due anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quella intuizione entra nel diritto internazionale.Nel 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. L’articolo due adotta la sua definizione.La storia del Novecento è disseminata di genocidi.Dagli armeni agli ebrei d’Europa.Dal Ruanda alla Bosnia.E oggi quello in corso a Gaza, oggetto di accuse e di procedimenti internazionali.A tre anni dall’inizio della distruzione di Gaza, la polemica sulla parola continua.Per molti, la parola genocidio resta impronunciabile.Come se il problema fosse il vocabolario e non una tragedia che supera ogni giorno i limiti del dicibile.Come se il problema non fossero le decine di migliaia di morti, tra cui almeno ventimila bambini.La tragedia di Gaza sfugge continuamente a ogni definizione.Non perché manchino le parole. Ma perché l’orrore è diventato troppo grande per contenerle.Per molti, la parola genocidio resta impronunciabile.In questa puntata dell'Abbecedario etico attraversiamo il Novecento e arriviamo fino a Gaza, dove la battaglia non si combatte soltanto sul terreno, ma anche nel linguaggio.Perché prima di ogni tragedia c'è sempre una domanda.E dopo ogni tragedia ce n'è un'altra:che cosa deve ancora accadere prima che siamo disposti a chiamare una cosa con il suo nome?G come Genocidio.La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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F come Fascismo
ABBECEDARIO ETICO: F come FASCISMOQuando sentiamo la parola fascismo, la mente corre subito alle immagini del Novecento: le camicie nere, Benito Mussolini, il culto del capo, la repressione del dissenso, le leggi razziali, la guerra.È una reazione comprensibile.Il Fascismo è nato in Italia. A Milano, nella centralissima piazza San Sepolcro, in un salone al primo piano palazzo Castani, il 23 marzo 1919. Al principio sono i Fasci Italiani di Combattimento ed è un’organizzazione paramilitare composta prevalentemente da reduci di guerra delusi dalla cosiddetta “vittoria mutilata”.Attraverso l’uso sistematico della violenza squadrista contro sindacati, scioperi e partiti di sinistra, e dopo la Marcia su Roma dell’ottobre 1922, Mussolini ottenne l’incarico di formare il governo dal Re Vittorio Emanuele III e da quel momento il Fascismo diventa un regime fondato su nazionalismo estremo, propaganda e violenza.Pensare che il fascismo sia morto con la fine del Ventennio significa trasformarlo in un reperto da museo. Qualcosa di chiuso, concluso, incapace di tornare.Ma il fascismo non appartiene soltanto al passato, appartiene ad ogni tempo che smette di riconoscere l’umanità dell’altro.E non è morto a Piazzale Loreto. Nessun ismo muore davvero finché esistono gambe sulle quali può continuare a camminare.Questo è l’Abbecedario Etico.Chiamare le cose con il loro nome.Perché ogni parola è una bussola.Il fascismo non arriva sempre marciando. A volte arriva parlando il linguaggio della paura.Talvolta si presenta in giacca e cravatta chiedendo obbedienza.Oppure convincendoci che alcuni esseri umani valgano meno di altri.F come Fascismo.La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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E come etica
E come EticaL’etica funziona un po' come una bussola, guida ogni scelta individuale e collettiva; è il filtro attraverso cui valutiamo ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è buono da ciò che è intollerabile. Non è universale, varia tra individui e culture, tuttavia si fonda sulla Regola d’oro: trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi.Coltivare etica vuol dire coltivare umanità, assumersi l’onere e l’onore di riconoscere e opporsi a qualunque forma di ingiustizia, abuso, disumanizzazione.In filosofia, l’etica è la riflessione critica sul bene e sul male, sulle azioni umane e sulle loro conseguenze ed è il tentativo di dare forma razionale alla domanda più antica: come si deve vivere?Ma l’etica non è una cosa sola. Esiste un’etica normativa, che stabilisce ciò che dovrebbe essere giusto o sbagliato. Un’etica descrittiva, che osserva come gli esseri umani si comportano davvero, senza giudizio. E un’etica politica, che traduce — o spesso distorce — questi principi dentro rapporti di potere, istituzioni e decisioni collettive.Ed è proprio nello scarto tra queste tre dimensioni che l’etica smette di essere teoria e diventa campo di conflitto. DI questo e molto altro parlo in questa puntata.La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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D come Diritto
Abbecedario Etico - D come Diritto InternazionaleDefinizione giuridicaIl Diritto Internazionale è la bussola che regola i rapporti tra Stati e protegge i diritti fondamentali degli individui, con strumenti vincolanti per prevenire crimini, guerre ingiustificate e violazioni sistematiche dei diritti civili, definendo i limiti della guerra, della sovranità, della forza.Non è solo un insieme di norme astratte È anche ciò che viene rispettato o violato. E la distanza tra queste due cose è oggi uno dei punti più critici del sistema globale.Il diritto del mareUno degli ambiti meno visibili ma fondamentali è il diritto del mare. Nelle acque internazionali valgono regole precise: libertà di navigazione, protezione delle navi civili, divieto di attacchi arbitrari. Eppure, proprio lì si sono moltiplicate azioni che mettono in discussione questi principi: intercettazioni, sequestri, blocchi navali, azioni militari in acque internazionali che non sempre trovano una chiara giustificazione giuridica condivisa. Il mare, che dovrebbe essere spazio neutrale, da tempo è diventato spazio di forza. Se la sovranità degli Stati diventa negoziabileMa le violazioni non riguardano solo il mare. Riguardano anche la sovranità degli Stati e il principio di non intervento. Negli ultimi anni diversi episodi hanno riaperto questo conflitto tra diritto e potere: azioni extraterritoriali, operazioni militari selettive, e interventi che alcuni Stati considerano "necessari per la loro sicurezza", mentre altri li leggono come violazioni dirette del diritto internazionale. II pericoli dall'applicazione selettivaIl punto non è stabilire qui un tribunale politico. Il punto è riconoscere che il diritto internazionale non è automaticamente applicato. È continuamente interpretato, contestato, aggirato. In questo senso l’infelice dichiarazione del nostro Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, “Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto” è un’ammissione di un'involontaria ma pericolosa onestà ideologica.Il diritto internazionale non è solo materia per giuristiScreditare il diritto internazionale – specialmente per uno Stato che ha giurato di rispettarlo e che ha vincoli costituzionali come l'Italia (art. 10 Cost.), equivale ad abdicare ai principi dello Stato di diritto globale per abbracciare la legge del più forte E questo produce una conseguenza decisiva: la sua credibilità dipende dalla sua coerenza. Quando viene applicato in modo selettivo perde forza. E se vale per alcuni e non per altri diventa fragile.Per questo il diritto internazionale non è solo materia per giuristi. È anche una forma di linguaggio politico globale. Definisce cosa chiamiamo “legittimo” e cosa chiamiamo “illegittimo”. E quindi, in ultima istanza, cosa vediamo come guerra e cosa vediamo come crimine. Cosa succede quando il diritto non riesce più a contenere il potere?Di fronte a questo quesito sempre più impellente, il primo passo, sembrerà strano, non è la risposta, è la comprensione e la conoscenza: sapere che il diritto esiste, sapere dove viene rispettato; e sapere dove viene sospeso. Riconoscere queste fratture non è un esercizio teorico, bensì il modo in cui si capisce il mondo contemporaneo.Questo è l’Abbecedario etico.Chiamare le cose con il loro nome… e leggere anche ciò che il diritto non riesce più a proteggere.D come Diritto InternazionaleLa guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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C come Censura
C come Censura Definizione secondo il dizionario De Mauro:TS stor. in Roma antica, magistratura esercitata dai censori | durata di tale carica2a. CO controllo esercitato da un’autorità civile o religiosa su pubblicazioni, spettacoli, mezzi di informazione, per adeguarli ai principi della legge, di una religione o di una dottrina morale: censura repressiva | l’ufficio dei funzionari che provvedono a tale controllo2b. CO in tempo di guerra, controllo che l’autorità politica o militare esercita sulla corrispondenza per impedire lo spionaggio o la diffusione di notizie disfattiste3. CO fig., biasimo, sanzione, critica severa della condotta e dell’operato altrui: incorrere nelle censure altrui4. TS burocr. riprensione scritta inflitta a un impiegato per lievi mancanze5a. TS dir.can. condanna di una dottrina come eretica o erronea5b. TS dir.can. provvedimento punitivo, consistente nella scomunica, sospensione, interdizione e sim., inflitto a un fedele che persevera nel peccato6. TS psic. nella psicoanalisi freudiana, funzione dell’apparato psichico che impedisce che contenuti inconsci inaccettabili accedano alla coscienza7. TS ling. => interdizionePerché è cruciale comprendere il termineLa censura non è solo il divieto esplicito di pubblicare o diffondere un’informazione: è soprattutto il controllo sottile delle parole, delle immagini e delle narrazioni. È l’arte di stabilire cosa può essere detto, come può essere detto e cosa invece deve sparire dal discorso pubblico. Chi controlla le parole controlla la realtà. Le parole non descrivono soltanto i fatti: li modellano, li piegano, li rendono digeribili o mostruosi a seconda di come vengono presentati. Sapere riconoscere la censura significa smascherare i meccanismi con cui siamo manipolati quotidianamente.Perché è importante conoscerlaPerché capire come funziona la censura vuol dire capire come viene usata la comunicazionePerché se il potere agisce per oscurare o travisare sotto sotto c'è da scavare per trovare la veritàPerché il linguaggio non è neutro: evitare la parola giusta è spesso il primo modo per evitare la responsabilità.Responsabilità pratica Conoscere il significato di censura implica interrogarsi su:quali informazione vogliamo;qualimedia finanziamo o legittimiamo;quali narrazioni accettiamo senza verificarle.Come funzionaLa censura non agisce più soltanto per sottrazione, ma per sostituzione: un massacro diventa “operazione di sicurezza”, un muro diventa “barriera difensiva”, la colonizzazione diventa “insediamento”. È un lavaggio semantico che ci entra nelle ossa senza che ce ne accorgiamo. Il Global Language Dictionary del “The Israel Project”Un manuale riservato a politici, giornalisti e opinion maker, redatto da esperti di comunicazione, che insegna come parlare di Israele in modo da condizionare l’opinione pubblica occidentale. Non si tratta di opinioni, ma di tecniche precise: sostituire termini, distorcere contesti, rendere accettabile l’inaccettabile.I social e la propagandaLe piattaforme digitali amplificano e censurano a seconda di algoritmi che favoriscono una narrazione dominante. Palestinesi bannati, giornalisti oscurati, contenuti rimossi perché “contro le linee guida”, mentre propaganda di Stato e fake news continuano a circolare senza ostacoli.Hasbara: cos’è e come si smascheraHasbara significa letteralmente “spiegazione”, ma in pratica è la macchina di propaganda israeliana: una rete organizzata che produce, diffonde e difende la narrazione ufficiale, usando migliaia di volontari e account falsi.Smascherarla significa riconoscere pattern ricorrenti, argomenti prefabbricati e contraddizioni sistematiche.Strategie pratiche di sabotaggio e smascheramento Non accettare mai le parole altrui senza verificarne il contenuto. · Confrontare sempre le fonti ufficiali con quelle indipendenti e locali. · Riportare i termini al loro significato originario: genocidio, colonizzazione, apartheid non sono opinioni ma categorie giuridiche. · Creare contro-narrazioni semplici, chiare e radicate nei fatti. Esempi pratici · Dire “conflitto” invece di “occupazione” sposta la responsabilità dalle strutture di dominio alle vittime. · Parlare di “scontri” quando un esercito armato uccide civili disarmati. · Definire “atto terroristico” la resistenza, ignorando il terrorismo di Stato.Per saperne di piùPer saperne di piùGlobal Language Dictionary (The Israel Project, PDF)B’Tselem – Human Rights in the Occupied TerritoriesAmnesty International – Israel’s ApartheidWho Profits – Researching the Israeli Occupation EconomyMondoweiss – Media analysis on Israel/Palestine La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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B come Boicottaggio
B come BoicotaggioDefinizione: il boicottaggio è uno strumento di pressione civile, economica e politica: consiste nel rifiutare di acquistare prodotti, servizi o sostenere aziende e istituzioni che contribuiscono a violazioni dei diritti umani o a sistemi di oppressione, come l’apartheid israeliano.StoriaUtilizzato nel 1933 da organizzazioni ebraiche e sindacali negli Stati Uniti e in Europa contro la Germania nazista, e negli anni ’80 contro il regime sudafricano contribuendo al suo isolamento internazionale, il boicottaggio è una forma storica di resistenza non violenta.Oggi è promosso dal movimento BDS come strumento di pressione contro il sistema di dominio israeliano esercitato sui palestinesi, secondo la definizione adottata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani.Boicottare riduce fondi, legittimità e potere a chi opprime, e trasforma ogni nostra scelta quotidiana in un atto di resistenza civile.Perché è importanteOgni acquisto o investimento può sostenere direttamente o indirettamente l’occupazione e atti che diverse organizzazioni e giuristi qualificano come genocidio. Il boicottaggio consapevole mette in crisi la legittimità e capacità operativa di chi viola i diritti umani.Principali aziende da boicottare e motivazioniLe aziende elencate sono oggetto di campagne di pressione promosse da organizzazioni della società civile e documentate da database indipendenti. Le valutazioni si basano su report pubblici e possono evolvere nel tempo.Agroalimentare:Ahava – cosmetici derivati da minerali del Mar Morto; impianti negli insediamenti illegali in Cisgiordania.Carrefour – Accordi di franchising con gruppi israeliani che operano anche negli insediamenti in Cisgiordania.Sodastream – già produttrice in un insediamento in Cisgiordania; oggetto di campagne per precedenti attività oltre la Linea Verde; sfruttamento di lavoratori palestinesi.Tecnologia e sicurezza:Cisco – citata da organizzazioni di monitoraggio per collaborazioni tecnologiche con enti statali israeliani per la sorveglianza e controllo dei palestinesi.Elbit Systems – industria bellica e tecnologie militari israeliana, presente nelle campagne di disinvestimento per il coinvolgimento diretto nell’apparato militare.Google – coinvolto nel progetto cloud governativo “Nimbus” con istituzioni israeliane. Google Maps e Google Earth hanno normalizzato insediamenti illegali.HP – coinvolta attraverso contratti tecnologici con istituzioni governative e sistemi di identificazione.Microsoft – software e infrastrutture cloud usati da istituzioni israeliane e università coinvolte nella sorveglianza e nel controllo.Macchine e infrastrutture:Caterpillar – demolizione di case palestinesi, costruzione di insediamenti.Siemens – infrastrutture energetiche e ingegneria, alcune organizzazioni contestano il coinvolgimento in infrastrutture che servono anche insediamenti nei territori occupati.Abbigliamento e sport:Puma – già sponsor della Israel Football Association, criticata per includere squadre degli insediamenti.Piattaforme e-commerce:Amazon – ospita venditori e prodotti provenienti da insediamenti illegali; utilizzo di AWS per servizi collegati alla sorveglianza.Airbnb – contestata per annunci in insediamenti; ha modificato policy più volte.Strategie pratiche:Evitare qualsiasi prodotto o servizio di queste aziende.Scegliere alternative etiche, certificate o locali.Diffondere consapevolezza nelle proprie reti sociali e comunità.Fonti verificate:BDS Movement – Guida praticaWho Profits? – Database aziendeAmnesty International – Israel’s ApartheidB’Tselem – SettlementsObiettivo pratico:Fare del boicottaggio un atto quotidiano e consapevole, trasformando la conoscenza in responsabilità concreta.La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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A come Apartheid
A come ApartheidDefinizione giuridica: l’apartheid non è solo un termine storico legato al Sudafrica. È un crimine contro l’umanità definito dal diritto internazionale, in particolare:dalla Convenzione ONU del 1973 sull’eliminazione e repressione del crimine di apartheiddallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (art. 7)Indica un sistema istituzionalizzato di oppressione e dominio sistematico di un gruppo su un altro, mantenuto attraverso leggi, politiche e pratiche coercitive. Nel contesto israelo-palestinese Secondo organizzazioni come B’Tselem, Amnesty International e Human Rights Watch, il sistema vigente presenta caratteristiche riconducibili a tale definizione:Segregazione territoriale: colonie in Cisgiordania, regime differenziato di strade e permessi, muro di separazione, blocco di Gaza.Disparità legale: due sistemi giuridici nello stesso territorio (diritto civile per coloni israeliani, diritto militare per palestinesi).Controllo demografico e territoriale: restrizioni sulla residenza, revoche di permessi, demolizioni di case.Violenza e coercizione strutturale: arresti amministrativi, detenzioni senza processo, uso sistematico della forza contro la popolazione civile.Perché è cruciale comprendere il terminePerché definire correttamente un sistema significa riconoscerne la natura strutturale, non episodica.Perché se è un crimine contro l’umanità, non è una “questione bilaterale”: è una questione di responsabilità internazionale.Perché il linguaggio non è neutro: evitare la parola giusta è spesso il primo modo per evitare la responsabilità.Responsabilità pratica Conoscere il significato di apartheid implica interrogarsi su:quali istituzioni sosteniamo;quali aziende finanziamo o legittimiamo;quali narrazioni accettiamo senza verificarle.Azioni pratiche:Informarsi tramite fonti verificate.Diffondere consapevolezza nelle proprie reti.Collegare il concetto di apartheid alle scelte di consumo, investimento e supporto culturale.La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio.Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere le distorsioni, smontarle e trovare le parole giuste per nominarle.
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Abbecedario Etico-Il linguaggio come campo di battagliaUn progetto originale di Alessandra MAF Filippi promosso da Local March for Gaza.Quante volte vi siete persi dietro una parola, leggendo un articolo o discutendo con chi sosteneva l’insostenibile?Quante volte le parole mancavano, erano troppe, oppure erano quelle sbagliate?L’Abbecedario Etico nasce da qui.Una lettera alla volta. Una per ogni parola. Una bussola per orientarsi nel dibattito pubblico, dove il linguaggio è il primo terreno di scontro. Perché le parole non sono mai neutre: non si limitano a descrivere la realtà. La costruiscono. La manipolano. La assolvono o la condannano.Questo progetto non nasce per aggiungere opinioni, ma per restituire precisione. Perché conoscere le parole è un atto politico. Saperle usare correttamente è un atto morale.La guerra contemporanea si combatte anche nel linguaggio. Un campo di battaglia dove sopravvivere significa saper riconoscere
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