-
47
Ti stavo aspettando. La Pasqua come certezza di avere un posto a tavola - (Gv 14,1-12) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)At 6,1-7 Sal 32 1Pt 2,4-9 Gv 14,1-12Dal Vangelo secondo GiovanniGv 14,1-12In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».TI STAVO ASPETTANDO La Pasqua come certezza di avere un posto a tavolaAmmettiamolo. Quando veniamo a Messa, ci sediamo sempre negli stessi posti. Quel banco, quella sedia. E non è solo in chiesa. È anche il tavolo al bar dove prendiamo il caffè la mattina. È il gruppo di persone con cui ci sediamo volentieri. Sono le abitudini che ci fanno sentire a casa: la routine del mattino, il telegiornale della stessa ora, il posto sul divano. Le amicizie solide, le certezze che non cambiano. Queste cose ci danno sicurezza. Ci trasmettono serenità. Ci fanno sentire che il mondo è gestibile.Ma reggono davvero? O ci danno solo una temporanea assenza di ansia, e appenaqualcosa cambia, appena il tavolo è occupato, appena l’abitudine non si può ripetere, torna quel senso di precarietà che cercavamo di tenere a bada?Allora vale la pena chiedersi: cosa cerchiamo davvero in un “posto”? Una sedia comoda?O cerchiamo qualcosa di più? Quando Gesù dice “vado a prepararvi un posto”… a cosa si riferisce?Gesù conosce questo bisogno. Non lo ignora. Anche lui aveva i suoi, dei luoghi in cui amava tornare. Il bisogno di appartenenza ci dice come siamo fatti, non è un segno di debolezza. Ma il posto che lui prepara è qualcosa di diverso.Anzi, potremmo quasi dire che la Parola oggi ci parla non di uno ma di due posti, ben precisi.Il primo — quello da cui tutto parte — è la comunità. Nella prima lettura vediamo le prime comunità cristiane che si organizzano. C’è fatica, ci sono urgenze, e c’è il rischio che si perda di vista l’essenziale. Allora gli apostoli si fermano e si fanno una domanda seria: c’è così tanto da fare, come facciamo a fare tutto senza perdere di vista la missione, ciò per cui siamo chiamati? E trovano una risposta concreta: scelgono sette uomini, danno a ciascuno un compito preciso. Creano una struttura. Qualcosa che dia ordine, che restituisca efficacia, pace, entusiasmo: una struttura che permetta di andare avanti senza lasciare indietro nessuno. Per me è proprio questa la Chiesa: una realtà che permette di raggiungere una meta, senza che nessuno venga dimenticato, lasciato indietro, lasciato solo. Voi come la vedete la chiesa? Cosa è per voi, onestamente? Un’istituzione? Una struttura del passato? Un posto bello in teoria ma spesso deludente in pratica? Lasciamoci attraversare per un momento da una risposta vera, quella che non diciamo ad alta voce, prima di andare avanti. Pietro aveva le idee chiare su questa cosa; gliele aveva trasmesse Gesù, innanzitutto a lui. “Tu sei Pietro” gli ha detto, “e su questa pietra fonderò la mia chiesa.” E lui prende questa identità nuova che Gesù gli ha dato e la sovraestende su tutti. Per lui anche ciascuno di noi è “Pietro”. Ci dice che la chiesa è un edificio composto da pietre vive, che ognuno di noi è pietra viva. Per lui la chiesa non è qualcosa che si osserva da fuori o si critica da lontano. Per lui siamo tutti dentro. Siamo parte della struttura.Siamo tutti la parte bella e la parte brutta; siamo tutti il problema come anche la soluzione. Siamo pietre vive, pronte per essere posizionate ad arte da un costruttore. A volte ci troviamo in posti dove siamo a nostro agio, altre volte ci mette vicino a qualcuno che non avremmo scelto. Magari sotto qualche peso che facciamo fatica a portare. Ma ci ha messi lì perché l’edificio regga. Dio è il costruttore, sa quello che fa. Possiamo contare suquesto, e possiamo contare su Cristo, la pietra angolare — quella che i costruttori di oggi e di ieri ancora scartano, e che invece è il fondamento di tutto. Senza di lui, tutto è destinato a crollare. Con lui, ogni cosa regge. Ed è proprio Gesù, la pietra angolare, che ci parla oggi di un ulteriore posto che lui ci va a preparare. Non sta parlando di una prenotazione in un hotel lontano, tra le nuvole. Sta parlando di sé. Quando dice di andare a preparare un posto, sta aprendo la strada perché noi possiamo stare dove sta lui: nel cuore del Padre. Il nostro posto non è un luogo geografico, è una relazione. Pensate a cosa significa tornare a casa e sapere che c’è qualcuno che vi aspetta.Che ha già apparecchiato la tavola. Che vi ha pensato durante il giorno. Che quando aprite la porta vi accoglie… e non perché avete fatto qualcosa, non perché avete meritato quel posto; semplicemente perché vi vuole bene e vi ha preparato un posto. Questo è il Padre di cui parla Gesù. E quando Gesù dice che per raggiungere questo posto conosciamo la via, ci sta dicendo due cose: la prima è che c’è qualcuno così, il Padre che ci aspetta; la seconda è che lui stesso è la prova che c’è qualcuno che ci aspetta. Dio ci ha dato il suo Figlio Gesù proprio per ribadire il suo desiderio di stare con noi. “Io sono la via”: io sono la prova, io sono il compagno di viaggio che cammina con ciascuno di noi, dal posto che occupiamo adesso — in questa comunità, in questa chiesa — verso l’abbraccio del Padre che è la nostra meta finale.Oggi dunque le letture ci restituiscono un’altra definizione della Pasqua: Pasqua è ancheappartenenza. Sapere di appartenere a qualcuno. La domanda allora è semplice, e ciascuno può risponderle in silenzio: mi sento così? Sento di appartenere a qualcosa, a qualcuno? Sento che sto nel posto giusto, non perché sono a mio agio, ma perché mi ci ha messo Dio?Qualunque sia la nostra risposta, l’Eucaristia che celebriamo insieme è il punto giusto da cui possiamo sempre ricominciare a cercare. È proprio lì che Gesù, ogni domenica, apparecchia di nuovo la tavola per noi e ci dice: “Vedi? Questo è il tuo posto. Ti stavo aspettando.
-
46
L'eco nel cuore. Riconosci l'unica voce che non ti vuole rubare la vita - (Gv 10,1-10) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10Dal Vangelo secondo Giovann. Gv 10,1-10In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».L’ECO NEL CUORERiconosci l’unica voce che non ti vuole rubare la vita È la quarta domenica di Pasqua, quella che comunemente viene chiamata la domenica del “buon pastore”, caratteristica di Gesù che oggi attraversa tutte le letture. E in questa domenica particolare ci viene presentato un ulteriore significato della Pasqua, che, assieme a tutte gli altri già visti in precedenza, arricchisce questo tempo speciale che la Chiesa ci fa vivere.Se domenica scorsa ci siamo detti che Pasqua è “liberazione”, che è Cristo che spezza il pane e spezza le catene che opprimono gli occhi, oggi chiaramente le letture ci dicono che Pasqua è riconoscimento; un riconoscimento reciproco: lui ci chiama per nome, noi impariamo a riconoscere la sua voce. Ma permettetemi di dire che la domanda di oggi non può essere semplicemente “se so riconoscere la voce di Gesù oppure no”?; nel contesto odierno in cui viviamo, il problema non è se sappiamo riconoscere o meno la sua voce, ma se sappiamo riconoscere in quella voce ciò che ci serve, ciò che ci dà la vita, ciò di cui ci possiamo fidare. Sulla carta magari lo sappiamo, infatti, che possiamo fidarci di Gesù, ma quando ci troviamo a vivere momenti di sofferenza, di paura, di noia, di vuoto, di smarrimento — la pancia parla più forte della ragione. E la pancia ha fretta. Vuole sollievi immediati. Qualcuno che dica: so io come si fa, seguimi. E oggi, tra social, influencer, amici, gerarchie sociali, le voci non mancano affatto.A volte sono voci che promettono di riempirti tutto — e invece ti svuotano di ogni cosa. A volte è la voce del lavoro, del successo, del desiderio di appartenere ad una realtà, dell’idea che se finalmente raggiungo quello che voglio, o se diventano quelo che vogliono gli altri, starò bene. A volte sono persino voci che ci raccontano una certa identità di Dio, costruita su misura, comoda, che non chiede nulla e sistema tutto. Gesù ha una parola per queste voci: ladri. Li chiama così, senza attenuanti. E chi ha seguito certe strade e si è ritrovato svuotato ne capisce perché. Non si viene derubati con violenza. Si viene derubati con promesse che poi si rivelano bugie, delle vere e proprie truffe. Peccato che poi facciamo i conti con la realtà, diversa da quelle promesse, e quando quella realtà ci viene messa davanti nuda e cruda, come i protagonisti della prima lettura, ci sentiamo trafiggere il cuore e ci chiediamo: “E ora che cosa facciamo?” E Pietro dice a loro e scrive agli altri — quelli della seconda lettura — di tornare alla promessa di Dio, di tornare a fidarci delle promesse di Cristo; di riconoscere in quelle promesse ciò che alla fine ci dà davvero la vita.C’è qualcosa infatti che Gesù dice, prima ancora di parlare di ladri e di briganti, che può spingerci in questa direzione; qualcosa di veramente incisivo: “Il pastore chiama le sue pecore per nome.” Chiama noi, chiama te. Ti chiama per nome. Con la tua storia, con le tue ferite, con le tue domande rimaste senza risposta. Una per una. E le pecore possono riconoscere la sua voce — tu puoi riconoscere quella voce — con una familiarità che viene da lontano, perché è scritta nel tuo cuore. Non è dottrina imparata a memoria. È piuttosto come un’eco che non si è del tutto spenta; una voce che i fondo sappiamo non esserci estranea.Un estraneo — ci dice il Vangelo — le pecore non lo seguiranno, ma fuggiranno da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. Cioè: c’è una capacità di discernimento dentro di noi che ci aiuta a saper riconoscere la voce del Signore. È quella famosa “Nostalgia di Dio” che sentiamo nella liturgia; “perchè chiunque lo cerchi, lo possa trovare”. Anche dopo anni di rumore, quel dono non sparisce del tutto; aspetta solo di essere risvegliato. Quella voce... la sai riconoscere ancora? Magari sì, magari fai fatica. Magari ci sono stati anni in cui ti sembrava impossibile sentirla. Ma anche in quei momenti — come ci ha detto il salmo più bello mai scritto sulla fiducia — anche nella tua “valle oscura” — che sia essa un lutto, un tradimento, un fallimento, una calunnia — in quella valle, puoi riconoscere quella voce. Quella voce che ti dice: “Vieni da me, passa da me; vuoi trovare vita? vuoi trovare gioia? vuoi trovare pace, riscatto, perdono, verità?; passa da me. Io sono la porta.” La porta è il luogo dove si passa da un ambiente ad un altro, da uno smarrimento al pascolo, dalla solitudine alla casa. “Se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.”Trovarai pascolo. Non risposte a tutte le domande. Non una vita senza inciampi. Non soluzioni veloci. Troverai nutrimento; qualcosa cioè che sostiene, che regge, che dà forza per camminare ancora. Questa porta ha un nome concreto, qui, adesso. Si chiama Eucaristia. Ogni domenica ci viene offerto di passare attraverso quella porta. Il pane che spezziamo insieme porta il peso di questa settimana, le ferite di questo mese, la valle oscura degli anni più grigi. La prima comunità cristiana ci offre questa testimonianza; lo abbiamo sentito negli Atti: “Erano perseveranti nello spezzare il pane e nelle preghiere.” Erano persone che tornavano. Ogni volta. Perché avevano capito che quella porta andava attraversata di continuo. Forse anche tu sei qui oggi per questo motivo. Forse ci sono domeniche in cui vieni e non senti niente. Forse ci sono stati periodi in cui hai cercato altrove e ti sei fatto male. Forse c’è qualcosa che porti dentro e che non sai ancora come portare a Lui. Ecco, la buona notizia oggi è che quella porta è aperta.“Eravate erranti come pecore. — dice san Pietro — ma ora siete stati ricondotti al pastore e guardiano delle vostre anime.” Pietro non scrive a gente perfetta. Scrive ad una realtà che conosce l’errare dall’interno. Gente che sa cosa vuol dire seguire voci sbagliate, ritrovarsi lontani, portare graffi. E a quelle persone dice: siete stati ricondotti. Con tutta la strada fatta. Con tutto quello che avete vissuto. La voce che ti ha chiamato per nome non ha smesso di farlo. Anche quando tu hai smesso di ascoltare. Anche nella valle più oscura.Non sei una pecora smarrita; magari sei una pecora che ha dimenticato di riconoscere la voce del pastore. Ma quella voce non smette mai di chiamarti. Quella voce che ti chiama alla mensa Eucaristica, a cui noi tutti possiamo rispondere: “Aiutami Signore a riconoscerti sempre, a riconoscere la tua voce in mezzo alle altre, a sentire tutto ciò che tu nutri per me, a seguire quella voce in mezzo alle altre, perché è l’unica che porta davvero alla vita.”
-
45
Finalmente “autorizzati” a vivere… …da uno “spezzare” che guarisce! (Lc 24,13-35)- Don Falvio Maganuco - SmartPray
III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)At 2,14.22-33 Sal 15 1Pt 1,17-21 Lc 24,13-35FINALMENTE “AUTORIZZATI” A VIVERE... ...da uno “spezzare” che guarisce!Dal Vangelo secondo LucaLc 24,13-35Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e con- versavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i ca- pi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi sperava- mo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si so- no recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro.Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli oc- chi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.Siamo giunti alla terza domenica del tempo Pasquale, un tempo che sappiamo bene dura ben Cinquanta giorni. La Chiesa ci dà proprio questo lungo tempo per aiutarci a capire bene cosa è successo a Pasqua. Non una settimana, non un giorno di festa e poi si torna alla normalità. Cinquanta giorni. Perché la Risurrezione è troppo grande per essere compressa in un sol giorno.E ogni domenica di questo tempo ci porta una chiave diversa per entrare nel mistero. Oggi la chiave è una parola sola: liberazione.Nella prima lettura ascoltiamo di come Pietro, a Pentecoste, predica pubblicamente che Cristo è risorto. E subito dice qual è il primo effetto di questa Risurrezione: Dio ha liberato Gesù dai dolori della morte. Ci dice indirettamente che Dio ha manifestato in Cristo il potere di sconfiggere la morte, che non è il dolore ad avere l’ultima parola.Sempre Pietro nella seconda lettura che abbiamo ascoltato, va ancora più a fondo. Parla di un’altra prigione, più sottile. Dice che siamo stati liberati da una vuota condotta, tramandata dai padri. Vale la pena fermarsi un momento su questa espressione, perché può sembrare strana per noi.Qua Pietro sta scrivendo a comunità che venivano dal paganesimo. Queste persone avevano ereditato un modo di vivere che si tramandava di generazione in generazione; riti, valori, gerarchie, paure... una condotta, appunto, ereditata, strutturata in un modo preciso, quasi in modo inconscio. E Pietro la chiama vuota. Non malvagia, non crudele — vuota, cioè priva di senso, priva di una direzione, priva di vita.E da quella condotta — dice Pietro — siete stati riscattati. Non con oro o argento. Con sangue prezioso.Questa è un affermazione che vale anche per noi. Non basta semplicemente chiedersi: quali cattive abitudini ho? — quella è una domanda troppo piccola. Una fede più matura ci fa fare una riflessione più profonda; cioè ci fa chiedere : c’è un modo di vedere la realtà — me stesso, il mondo, gli altri — che ho ereditato, che magari non ho nemmeno scelto io, che mi hanno in qualche modo “imposto”, che mi tiene prigioniero senza che nemmeno me ne accorga?Magari un modo di interpretare i fallimenti; o un’idea di Dio costruita sulla paura; o ancora, un’aspettativa sulla vita — sulla famiglia, sul lavoro, sulla Chiesa — che quando non si realizza mi lascia con un senso di tradimento sordo, che non so neanche spiegarmi.I discepoli di Emmaus, ad esempio, conoscevano bene questo tipo di “prigione”.Camminavano tristi. Luca ce li descrive con facce scure, abbattute. E ne spiegano le ragioni a quello sconosciuto che camminava con loro: noi speravamo che Gesù fosse colui che avrebbe liberato Israele.Usano proprio quella parola — liberare. Ma la intendevano in un altro senso. Loro si aspettavano una liberazione politica, visibile, trionfante... che Gesù non aveva portato. Era invece morto. E quindi — nella loro logica — aveva fallito.Erano prigionieri. Non di catene esterne. Ma di uno sguardo sbagliato. Di un’idea di liberazione troppo piccola.E Gesù cammina con loro, spiega le Scritture, e il cuore comincia ad ardere... ma gli occhi ancora sono chiusi. Finché non si siedono a tavola. Finché lui non prende il pane, lo benedice, lo spezza.E allora si aprirono loro gli occhi.Questa frase, nel testo “originale” greco , è identica a una frase del libro della Genesi. Quando Adamo ed Eva mangiano il frutto proibito, il testo dice: si aprirono i loro occhi. Videro che erano nudi, videro la loro fragilità, la loro miseria, ne provarono vergogna, fu fonte di paura. Iniziarono a relazionarsi con Dio, con se stessi e col mondo propio a partire da quello sguardo. Fu l’origine di ogni “vuota condotta” che porta alla morte.Luca usa le stesse parole di proposito. Vuole che sentiamo il contrasto. Se quello era uno sguardo aperto sulla morte, questo è uno sguardo aperto sulla vita. La Risurrezione di Gesù — è una nuova creazione dello sguardo umano.E poi Gesù sparisce.Non resta lì, visibile, rassicurante. Sparisce. E i discepoli — invece di essere delusi — si alzano di corsa e tornano a Gerusalemme. Perché hanno capito qualcosa di decisivo: capiscono che avevano torto, che “il mondo” aveva torto! È la fine di uno sguardo che nasceva dalla paura, dal senso di vuoto, dall’ inadeguatezza, da uno modo sbagliato di approcciarsi alla vita... in una sola parola, da quella 'vuota condotta' che tante volte fa sentire anche noi sempre sbagliati, sempre in debito, sempre non abbastanza, sempre prigionieri dei nostri errori. I discepoli si sentono come “autorizzati” a sperare, a vivere, a ricominciare, ad essere felici, perché hanno scoperto — appunto — che il mondo ha torto, che Dio non ha perso, che non li ha mai traditi, che non li ha mai abbandonati, e che mai lo farà.Il loro sguardo è cambiato. Sono liberi.Ogni domenica noi facciamo la stessa cosa che hanno fatto quei due discepoli. Ascoltiamo le Scritture, e il cuore dovrebbe ardere; Poi ci sediamo a questa mensa e il pane viene spezzato.Spezzato. È una parola che fa un po’ paura, perché siamo abituati a pensare che ciò che si spezza fa male. E in effetti c’è uno spezzarsi che ferisce — quando si rompe un’amicizia,quando si incrina un matrimonio, quando crolla un progetto a cui hai dato tutto. Quello spezzarsi lascia le schegge.Ma questo “spezzare” è diverso. È lo spezzare del pane che non distrugge, ma che distribuisce; Che non toglie, ma che moltiplica. E con quel gesto, vuole “spezzare” anche qualcosa in noi. Non qualcosa di buono, ma qualcosa che ci tiene prigionieri. Qualcosa che ti tiene prigionieroForse è la convinzione che Dio si è dimenticato di te. Che le tue preghiere rimangano soffitte vuote, che nessuno le abiti.Magari vuole spezzare la tua stanchezza. La stanchezza profonda di chi ha fatto il bene per anni e non ha visto cambiare niente — né fuori né dentro.Forse vuole spezzare quell’immagine di te stesso che ti porti dietro di non essere abbastanza, di non meritare cose buone, di essere il tipo di persona a cui le cose belle non capitano. Una tua vuota condotta tramandata, magari da una ferita antica, da una parola detta male, da un tradimento che ha lasciato il segno.Gesù, sull’altare, vuole spezzare tutto questo! Tutti questi pesi che appesantiscono il nostro sguardo fino a farci camminare con gli occhi chiusi, ripiegati su noi stessi! Gesù spezza, e gli occhi possono di nuovo aprirsi, perchè il nostro sguardo viene liberato.I due discepoli, dopo, si alzano di corsa nel buio della notte e tornano a Gerusalemme. Le cose del mondo non sono cambiate: Pilato, i romani, i farisei, tutti quelli che hanno ucciso Gesù sono tutti ancora lì. Ma loro sono diversi , loro vedono diversamente.Celebra questa Eucaristia, ed esci dalla Messa con una domanda sola. Non generica — tua. Cosa hai bisogno che venga spezzato per te, perché i tuoi occhi si aprano?Porta sull’altare quella “prigione” e offrila a Cristo. Nel pane spezzato Cristo ti dona il suo Corpo, offerto per te. Lascia che, in Lui, si spezzi l’assedio che stringe il tuo cuore. E ricevi la sua vita: per
-
44
Le ferite che aprono le porte alla pace - (Gv 20,19-31) -Don Flavio Maganuco - SmartPray
II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)At 2,42-47 Sal 117 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31LE FERITE CHE APRONO LE PORTE ALLA PACEDal Vangelo secondo GiovanniGv 20,19-31 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Quando Gesù ti invita a toccare le sue piaghe... lascia che Lui tocchi le tue. Abbiamo appena ascoltato la prima lettura, e forse qualcuno di voi ha pensato — anche solo per un momento — «che bello. Come vorrei che la mia parrocchia, che tutta la chiesa fosse davvero così, fosse sempre così.» Ci viene presentata infatti una comunità che condivide tutto, che prega insieme, che cresce ogni giorno: Una famiglia allargata dove nessuno è lasciato solo, dove la gioia è comune e il dolore è portato insieme. È bello, è vero. Ed è normale desiderarlo. Ma è anche normale — ed è altrettanto vero — che guardandoci intorno, e guardandoci dentro, quella comunità non la vediamo; almeno non sempre. La vediamo a sprazzi. In certi momenti. In certe persone. E poi si chiude di nuovo qualcosa. Forse la realtà che conosciamo assomiglia spesso a un’altra scena, quella del Vangelo di oggi: quel cenacolo chiuso a chiave, la sera di Pasqua. Porte sprangate. Persone che si vogliono bene, che hanno condiviso tre anni di vita insieme, ma che si sono chiuse in se stesse; Per paura. Per delusione. Per stanchezza. Magari per Rancore. Ci riconosciamo? E quanto ci riconosciamo anche in Tommaso? Quante volte anche noi abbiamo chiuso una porta — dentro una relazione che ci ha deluso, dentro un’aspettativa tradita, dentro una fatica che non sappiamo più come spiegare? Quante volte abbiamo aspettato che l’altro cambiasse prima di ricominciare? Che facesse il primo passo. Che dimostrasse qualcosa. Nel matrimonio. In famiglia. Nella comunità. Persino con Dio. «Prima voglio vedere che le cose sono cambiate. Poi ci credo. Poi mi fido di nuovo.» Siamo così diversi da Tommaso? Spesso lo trattiamo come il simbolo della fede mancata: “il discepolo che non credette”; Ma sforziamoci di guardarlo senza giudizio: Tommaso, in fondo, è qualcuno che aveva già creduto. Che aveva lasciato tutto. Che aveva seguito. E poi ha visto tutto crollare in una notte. Tommaso non è cattivo. Magari è fastidioso, ma lo è perchè ha già sofferto abbastanza, e non vuole soffrire ancora. Vuole garanzie. Vuole prove. Prima di riaprire quella porta, vuole essere sicuro. Non è assenza di fede. È eccesso di ferite. Quante volte siamo stati noi così... ci chiudiamo non per mancanza di amore, ma perché abbiam già amato, e abbiamo già sofferto. E non vogliamo che accada ancora.Gesù non rimprovera Tommaso. Non gli fa “una lavata di capo”. Non gli fa una lezione sulla fede. Entra (e le porte erano chiuse, anche quella sera) si ferma in mezzo a loro, e fa una cosa sola: gli mostra le mani e il fianco. Non mostra la gloria. Non arriva con un corpo nuovo, senza segni, come se niente fosse accaduto. Non dice «guarda, è tutto risolto.» Mostra le ferite.E sono proprio quelle ferite a convincere Tommaso. Non un miracolo nuovo. Non una prova di forza. Le ferite di quello che è già passato. Di quello che è stato attraversato. Gesù gli dice: «Tocca le mie ferite... e lascia che io tocchi le tue». Anche Tommaso voleva le prove prima di credere. Gesù gliele mostra: ma sono ferite, non trofei. Fermiamoci un momento qui. Perché questo cambia qualcosa di importante nel modo in cui concepiamo la fede, l’amore, la comunità. La vittoria di Gesù non cancella le ferite. Le attraversa. E questo vuol dire che anche le nostre — nelle relazioni, nelle famiglie, dentro di noi — non sono necessariamente la prova che qualcosa è perduto per sempre. Possono diventare il luogo esatto in cui entra Gesù. Gesù non entra nel cenacolo dopo che i discepoli hanno risolto i loro problemi. Non porta la pace come premio a chi ce l’ha fatta. Entra nel disordine. Nella paura. Nella delusione chiusa a chiave. E porta pace lì. Soffia lo Spirito lì. Consegna il perdono lì. Non ci chiede di essere perfetti per ricevere questi doni. Ce li dà perché possiamo cominciare a camminare. Sono gli attrezzi, non il premio. E allora la comunità degli Atti — quella che desideravamo all’inizio — non era il punto di partenza. Era il frutto. Il frutto di persone imperfette che avevano ricevuto qualcosa di straordinario e avevano cominciato, giorno per giorno, a usarlo. Non ci viene chiesto di essere il miglior coniuge, il miglior genitore, il miglior cristiano — e poi, da quella perfezione, amare. Ci viene chiesto di amare con quello che abbiamo. Con le ferite che abbiamo. Perché dentro di noi c’è già — messo lì da Lui — tutto quello che serve per cominciare. La pace. Lo Spirito. La misericordia. La certezza che il bene è possibile. Non dopo che l’altro è cambiato. Non quando finalmente le cose vanno meglio. Adesso. Quale ferita, nella tua vita, potrebbe diventare il luogo in cui riconoscere che Gesù desidera entrare? Buona domenica della Misericordia: Lasciamoci toccare da Cristo, dalla sua parola, dall’Eucaristia, dal fratello; e quel tocco aprirà le porte per far entrare la gioia tanto desiderata.
-
43
La "fretta" della Pasqua - (Gv 20,1-9) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) At 10,34a.37-43 Sal 117 Col 3,1-4 Gv 20,1-9LA ”FRETTA” DELLA PASQUA cambia il ritmo della nostra vitaCarissimi,il Vangelo di questa domenica inizia nel buio. È lo stesso buio che abbiamo lasciato venerdì sera ai piedi della Croce; è il buio di Maria di Màgdala che va al sepolcro non per cercare un miracolo, ma per piangere un corpo. È il buio di chi pensa che, dopo il sangue e la morte, l’unica cosa che resti sia una pietra pesante a chiudere i conti con la speranza. Ma quella pietra è tolta. E in quel momento, il Vangelo cambia ritmo. Inizia la corsa. Corre Maria verso i discepoli; corrono Pietro e Giovanni verso il sepolcro. Si superano, ansimano, scattano. Perché accade questo? Perché se la morte è stata sconfitta, allora la vita ha fretta.In questi giorni abbiamo fatto un percorso profondo.Il Giovedì abbiamo visto Dio chinarsi a lavare il nostro fango.Il Venerdì lo abbiamo visto entrare nella nostra carne per farci una trasfusione di grazia, donandoci il Suo sangue perché la nostra buona volontà non bastava a farci risorgere.Ma quel sangue non è fatto per stare fermo: il sangue deve circolare. La trasfusione che abbiamo ricevuto in croce oggi ci mette in moto.Pasqua non è una spiegazione filosofica sul dopo-morte. È un incontro che ti rimette in corsa.Giovanni entra nel sepolcro, vede i teli posati là e il sudario avvolto in un luogo a parte. Non vede Gesù, vede solo la Sua assenza. Eppure, dice il Vangelo, "vide e credette". Capisce che quel vuoto non è un furto, ma un’esplosione di vita. Capisce che il varco nel mare che Dio ha aperto per noi non si richiuderà mai più.Oggi la domanda della Pasqua non è più "perché è successo?", ma "verso dove corri?". Oraora che non sei più solo nel fango, ora che il suo sangue scorre nelle tue vene, ora che fa battere il tuo cuore: cosa ne farai di questa vita nuova?Non siamo più prigionieri della rassegnazione. Non siamo più spettatori della nostra sconfitta. Siamo uomini e donne "trasfusi" di vita divina. La Pasqua ci dà una nuova velocità: la velocità del perdono che non aspetta, della carità che non calcola, della speranza che non si arrende davanti a nessuna pietra tombale.Uscite da qui e correte. Correte a dire a chi è nel buio che la pietra è stata tolta.Cristo è risorto: il traguardo non è più la morte, ma la Vita senza fine.Buona Pasqua di Risurrezione!
-
42
Il varco nel mare - Sabato Santo - (Mt 28,1-10) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
SABATO SANTO (ANNO A)Es 14,15- 15,1 Da Es 15,1-18 Rm 6,3-11 Mt 28,1-10È finalmente Pasqua.IL VARCO NEL MARE che ora puoi attraversare senza affogareAbbiamo attraversato la Quaresima e questa Settimana Santa, e in qualche modo abbiamo attraversato anche qualcosa di noi: i nostri limiti, le nostre chiusure, le nostre fragilità. A volte ci sono sembrate insormontabili, proprio come deve essere apparso il Mar Rosso al popolo eletto nella sua notte di Pasqua; davanti: un ostacolo impossibile; dietro: qualcosa che li voleva inchiodare alla schiavitù; in mezzo: il popolo che gridava aiuto. Ed è proprio lì che Dio interviene: apre un passaggio dentro quel mare.Non illumina una strada diversa, una scorciatoia. Apre proprio il mare, li fa passare proprio attraverso ciò che sembrava impossibile che venisse attraversato.Pasqua significa proprio questo: passare.Ma non nel senso di evitare o scappare. Pasqua è passare attraverso i nostri “mar Rosso” senza affogare: attraverso la tristezza per arrivare alla gioia,attraverso la rassegnazione per arrivare alla speranza,attraverso la paura per arrivare a una fiducia nuova. Noi questa notte, con la Resurrezione di Cristo, celebriamo esattamente come avviene per noi questo passaggio. Il Vangelo ci ha mostrato delle donne che arrivano al sepolcro con il cuore pieno di tristezza. Il Maestro non c’è più. Non è morto soltanto Lui: sembra morta anche la speranza, la possibilità che qualcosa potesse cambiare davvero. È un’esperienza che conosciamo.Ci sono momenti in cui ci si ritrova così: dentro una sconfitta, dentro una rassegnazione, dentro un piccolo lutto quotidiano. Situazioni in cui smettiamo di aspettarci qualcosa di nuovo, che qualcosa possa ridarci gioia e voglia di vivere davvero. Quelle donne vanno al sepolcro così.E ne escono in modo completamente diverso. Perché incontrano qualcuno che le rimette in movimento, qualcuno che riaccende qualcosa dentro,qualcuno che le fa correre.La Pasqua è proprio questo: non una spiegazione o una soluzione ai guai della nostra vita, ma un incontro che la riaccende, la vita. Un incontro che toglie al peccato, al fallimento, alla morte il potere di decidere per noi, il potere di spegnere la nostra gioia. Cristo è risorto.E questo significa che dentro la nostra vita esiste sempre un passaggio, anche quando non lo vediamo ancora. Tra poco faremo la nostra professione di fede.Non sarà soltanto ripetere delle parole. Sarà scegliere da che parte stare.Non è un'opinione, è un atto di ribellione. È dire alla morte e ai nostri fallimenti: 'Voi non avete l'ultima parola'. Questa notte, credere è l'inizio della nostra rivoluzione. Dire “io credo” significa questo:credo che non sono bloccato per sempre nei miei limiti, credo che le mie cadute non definiscono tutta la mia vita, credo che Cristo è vivo e può rimettere in moto anche me. Questa è la gioia della nostra fede, questa è la gioia della liberazione, questa è la gioia della nostra Pasqua.
-
41
Trasfusione di Grazia - Venerdì Santo - (Gv 18,1- 19,42) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
VENERDÌ SANTO (ANNO A)Is 52,13- 53,12 Sal 30 Eb 4,14-16; 5,7-9 Gv 18,1- 19,42TRASFUSIONE DI GRAZIAperchè la nostra buona volontà non basta a farci risorgere Carissimi, se la Domenica della Palme abbiamo ascoltato la passione di Cristo secondo il vangelo di Matteo, oggi l’abbiamo ascoltata secondo quello di Giovanni, e oggi, come domenica scorsa, dopo aver ascoltato di nuovo questa storia fatta di tradimenti, di inganni, di crudeltà, di sangue e dolore, la domanda è inevitabile ed è la stessa che ha fatto ammattire i teologi per duemila anni: Perché? Perché è stato necessario tutto questo? Dio è l’Onnipotente: non poteva salvarci con un colpo di spugna? Non poteva perdonarci con un semplice decreto dall’alto dei cieli? La risposta è scomoda: Dio non vuole salvarci 'nonostante' la nostra storia, ma 'dentro' la nostra storia. Un perdono a distanza sarebbe stato un colpo di spugna magico, ma non avrebbe toccato la nostra carne sanguinante. Per tirarti fuori dal fango, Dio deve affondare i piedi nel tuo stesso fango. Se tuo figlio è bloccato in una casa in fiamme, non gli gridi "sei salvo" dal marciapiede opposto. Entri nell’incendio, rischi la pelle, segui la logica del fuoco per tirarlo fuori.Dio ha fatto esattamente questo. Non ha seguito una sua metodologia divina e “aliena” alla nostra; ha seguito la nostra. È sceso nelle nostre regole del gioco, fatte di tradimenti, tribunali farsa, chiodi e polvere, perché è lì che noi ci eravamo perduti. Ha imparato il linguaggio del dolore. Ci ha amati fino a questo punto non per darci un esempio di eroismo, ma per redimerci. Redenzione significa riscatto: noi eravamo incastrati in un vicolo cieco di egoismo e morte, e Lui ha detto: "Resto io qui dentro, tu esci e torna a vivere", pagando il prezzo con il suo sangue. E qui arriviamo al punto che oggi facciamo fatica a capire: perché serve proprio il sangue? Per la Bibbia, e per la vita stessa, il sangue non è morte: è la sede della vita. Ed è proprio la vita che Dio vuole donarci.Noi siamo qui stasera perché siamo "anemici" nello spirito, malati nell'amore, spenti nella speranza. Non possiamo salvarci solo con la nostra buona volontà; sarebbe come versare un bicchiere d’acqua in un deserto: non basta a rimetterci in piedi. Ci serve una trasfusione.Gesù sulla croce non sta pagando una multa a un Dio arrabbiato. Sta facendo un’operazione chirurgica d’urgenza: versa il suo sangue – cioè la sua vita integra, pura, divina – dentro la nostra carne malata.Non è schiavo delle nostre logiche di morte; le abita per farle esplodere dall’interno. Prende lo strumento di tortura più atroce e lo trasforma nel segno di un amore che non si arrende.Tra poco baceremo questo segno.Non baceremo il dolore di un uomo, ma la firma di Dio sulla nostra libertà.Baciando la Croce, diremo: "Ho capito che non potevo farcela da solo. Ho capito che la mia vita è costata la Tua. Grazie perché non hai guarito dall'alto, ma sei sceso nel mio incendio".Restiamo ora in silenzio davanti a questo mistero.Non cerchiamo altre parole. Guardiamo Lui. Lasciamoci raggiungere dalla Sua vita. Davanti a questo legno, deponi l'illusione di salvarti da solo. Accetta il Suo riscatto. Lascia che sia il Suo sangue, oggi, a farti tornare a vivere.
-
40
Puliti perchè amati - Giovedì Santo - (Gv 13,1-15) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
GIOVEDÌ SANTO (ANNO A) Es 12,1-8.11-14 Sal 115 1Cor 11,23-26 Gv 13,1-15 ”PULITI” PERCHÈ AMATITi vedo, ti accolgo, mi prendo cura di te Carissimi, ogni anno il Giovedì santo ci ripropone la scena emblematica della lavanda dei piedi, e fra poco anch’io, come Gesù quella sera, mi inginocchierò davanti a dodici di voi e farò la stessa cosa; Qui davanti a me ci sono dodici persone, piccoli, grandi, “più grandi”, sia uomini che donne, perchè con questo gesto voglio abbracciare tutta la comunità qui riunita. Non è un gesto folkloristico, non è una scenetta. È la memoria viva di ciò che accadde nell’Ultima Cena. Gesù, il Maestro, il Signore, si alzò da tavola, si tolse il mantello, si cinse un asciugamano e lavò i piedi sporchi dei suoi dodici discepoli. E ora lo fa di nuovo, attraverso di me e loro, con voi. Ma per capire quanto sia grande questo gesto, dobbiamo tornare indietro di duemila anni, nella Palestina del I secolo. Le strade erano sterrate, polverose d’estate, fangose d’inverno, piene di escrementi di animali e sabbia. La gente portava sandali aperti: dopo una giornata di lavoro o di cammino i piedi arrivavano incrostati di polvere e sudore. Lavarsi i piedi prima di entrare in casa e di mettersi a tavola non era un optional: era igiene, rispetto, ospitalità. Si mangiava reclini, con i piedi vicini al cibo, alla portata del viso degli altri. Chi entrava in casa con i piedi sporchi offendeva tutti. Nelle famiglie normali – quelle di contadini, pescatori, artigiani come la famiglia di Gesù – la lavanda dei piedi era un gesto quotidiano carico di significato.Quando si trattava del rapporto tra marito e moglie, era spesso un atto di profonda intimità: la moglie che lavava i piedi al marito esprimeva cura, vicinanza affettiva, attenzione amorevole dopo la fatica della giornata. Quando invece era rivolto al capofamiglia o a un ospite importante, diventava un atto di onore e di servizio: spettava riceverlo solo alla persona di maggiore dignità nella casa, o all’ospite di quella sera, e spettava farlo al membro più umile – il servo (se c’era) o il figlio/ figlia più piccolo. Era il modo concreto di dire: «Ti vedo, ti accolgo, mi prendo cura di te». Fuori dal contesto del capo famiglia o dell’ospitalità, invece, la regola era semplice: ognuno si lavava i piedi da sé. E questo valeva anche nella relazione tra maestro e discepoli. I discepoli servivano il rabbi in tanti modi – gli portavano i sandali, gli versavano acqua per lavarsi le mani, gli preparavano il cibo – ma lavare i piedi al maestro era considerato troppo umiliante e degradante per un ebreo libero che studiava la Torah. Nessuno lo pretendeva dal proprio discepolo. Se nella stanza non c’era uno schiavo gentile, ognuno si lavava i piedi da solo, in silenzio, in modo pratico e rapido. E invece cosa fa Gesù quella sera nell’Ultima Cena?Prende proprio il posto dello schiavo. Si abbassa. Si svuota.Lavando i piedi ai discepoli – compresi quelli di Pietro che lo rinnegherà e di Giuda che lo tradirà – Gesù fa ciò che nessun maestro aveva o avrebbe mai fatto... e che nessuno avrebbe o aveva mai chiesto. Questo gesto ci rivela la logica profonda di tutto il Vangelo: l’amore è kenosi, cioè “svuotamento di sé.”È Dio che rinuncia alla sua condizione divina per prendere la condizione di servo.È un amore che non si ferma ne’ davanti alla fragilità umana, alla sua sporcizia, alla sua fatica, ne’ davanti al tradimento. È un amore che purifica: «Se non ti laverò, non avrai parte con me», dice Gesù a Pietro. Solo questo amore può lavare la polvere quotidiana della nostra vita, i nostri peccati, le nostre stanchezze. E non è un caso che questo gesto avvenga subito prima dell’Eucaristia.La tavola dove si spezza il pane e si versa il vino diventa, prima di tutto, il luogo del servizio. La lavanda dei piedi, insieme alla Croce, è come la chiave di violino senza la quale non si può leggere correttamente la sinfonia dell’Eucaristia. Senza quella chiave, la musica semplicemente resta muta. Con quella chiave, ogni nota – il pane, il vino, il “fate questo in memoria di me” – trova il suo vero significato. Per questo, quando Gesù dice: «Fate questo in memoria di me», non ci sta chiedendo solo di ripetere il gesto del pane e del vino.Ci sta chiedendo di ripetere tutto: di amarci come Lui ci ha amati, di inginocchiarci gli uni davanti agli altri, di servirci a vicenda, di lavare anche i piedi di chi ci ha ferito o ci tradito. E oggi, cosa significa allora lavare i piedi?Significa scegliere, nella vita concreta di ogni giorno, i gesti più umili e scomodi per amore degli altri: cambiare alle tre di notte il pannolino al figlio piccolo.. come anche al genitore anziano; ascoltarsi in famiglia anche quando si è stanchi, senza interrompere, senza per forza avere l’ultima parola. Significa anche perdonare chi ci ha ferito, servire senza aspettare di essere serviti, mettere da parte il proprio tempo per dedicarlo a chi ci sta accanto. Significa inginocchiarsi davanti a chi il mondo considera “inferiore” e trattarlo con la stessa dignità con cui Gesù ha trattato i suoi discepoli. Tra poco avrà luogo la lavanda dei piedi; vivremo questo gesto per ricordarci quanto Cristo ci ama. E lo fa con un amore che non si ferma davanti alla polvere dei nostri piedi:la polvere delle nostre giornate faticose, delle nostre cadute ripetute, delle nostre parole sbagliate, delle nostre paure che non vogliamo confessare.Lo fa con un amore che lava anche il tradimento che portiamo nel cuore – quel tradimento piccolo o grande con cui a volte feriamo chi ci sta accanto, o con cui tradiamo persino noi stessi e la nostra vocazione.Lo fa con un amore che si china sulla nostra stanchezza più profonda: la stanchezza di chi non ce la fa più, di chi si sente inadeguato, di chi combatte da anni con lo stesso limite e ha quasi smesso di sperare.Gesù non lava piedi puliti. Lava i nostri piedi, così come sono oggi: sporchi, segnati, stanchi.E mentre lo fa, ci dice con tutta la tenerezza del mondo: «Ti vedo. Ti conosco. Ti amo lo stesso. E non ti lascio così». Cari fratelli e sorelle,quando fra poco mi inginocchierò davanti a voi, non guardate me. Guardate Lui che attraverso questo gesto vi sta dicendo ancora una volta: «Sei amato. Profondamente. Fino in fondo. Fino alla croce». E proprio perché siamo amati in questo modo – con un amore che si abbassa, che purifica, che non si arrende –siamo chiamati a vivere ogni giorno lo stesso amore: umile, concreto, capace di chinarsi davanti all’altro, anche quando costa. Portate via con voi questa certezza:non siamo amati perché siamo puliti.Siamo puliti perché siamo amati.E da questo amore possiamo finalmente imparare ad amare. Amen.
-
39
Dentro “il calice amaro” il dolore che può diventare amore - Domenica delle Palme - Don Flavio Maganuco - SmartPray
DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)Mt 21,1-11 Is 50,4-7 Sal 21 Fil 2,6-11 Mt 26,14- 27,66DENTRO “IL CALICE AMARO” il dolore che può diventare amoreÈ un’esperienza unica quella che facciamo ogni anno nella domenica delle Palme, quella di ascoltare tutta d’un fiato tutta la passione di Gesù; da sempre è un’esperienza faticosa, difficile, come è difficile stare accanto ad una persona che soffre, come è difficile subire una fase della vita che non si vuole affrontare. Abbiamo iniziato con Gesù che entra a Gerusalemme. Anche per noi è stato un momento festoso, con la benedizione delle palme e dei ramoscelli d’ulivo che tenevamo in mano, al pari della folla che agitava i rami di palma, che stendeva mantelli, che gridava «Osanna!». Un ingresso trionfante, quello di Gesù, vissuto comunque nella semplicità: cavalcava un puledro d’asina e, come noi, lui sapeva già incontro a cosa stava andando: verso la croce. Siamo entrati con i ramoscelli d’ulivo in mano in chiesa, come Gesù entrava nell’orto degli ulivi, dove lo abbiamo ascoltato pregare: «Padre, se questo calice non può passare oltre senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Gesù sa che il calice è amaro. Lo beve lo stesso. Magari in quella frase ci siamo ritrovati in molti; Anche la nostra vita spesso è piena di calici amari: le malattie che non passano, il lavoro che schiaccia, il tradimento del familiare che fa male, la solitudine che pesa. È dura ammettere che non possiamo scegliere se bere o meno “i calici amari” che la vita ce li mette davanti. Ma possiamo scegliere come berli: il calice non è solo ciò che ti rovina la vita; è anche il luogo dove decidi che tipo di persona vuoi essere. Perché davanti a ciò che ti pesa, a ciò che non hai scelto, a ciò che ti costa, puoi chiuderti, indurirti, scappare. Oppure puoi amare; e farlo come Gesù. La Parola di oggi ce lo mostra. Nella prima lettura il Servo di Isaia dice: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza»; Questa è Obbedienza. Nella seconda lettura san Paolo canta lo svuotamento di Cristo: «pur essendo di natura divina, svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo». Questa è Umiltà totale. E nel Vangelo Gesù entra in città come Re, ma nel modo più piccolo e incompreso. Questo è mistero. Gesù non beve quel calice nella vuota e triste rassegnazione, ma proprio nell’umiltà, nell’obbedienza, nel servizio, nella fiducia: in una sola parola: nell’amore. Un amore che non è solo sentimento, ma dono concreto, spesso invisibile, spesso non capito. E allora, se proprio dobbiamo farlo, perché non scegliere di berlo proprio come Lui? A prima vista forse può non sembrare una grande ricompensa. Perché il mondo ci insegna altro: che vale solo ciò che vuoi, o che è tuo, che devi pensare a te stesso, che se non ci guadagni qualcosa... non ne vale la pena. E intanto, quasi senza accorgercene, finiamo per diventare dipendenti dalle sue piccole cose: dai piaceri veloci, dalle approvazioni degli altri,dai “Like” e dai cuoricini, dalle distrazioni, dalle passioni a cui non riusciamo più a rinunciare, che si prendono tutto il nostro tempo, le nostre risorse, le nostre relazioni... cose che promettono libertà e pace e invece ci tengono legati e ci succhiano la vita. E così rischiamo di perdere proprio il gusto della cosa più bella che Gesù ci ha lasciato, la sua fraternità e la fraternità fra di noi. La fraternità non è mai facile, o immediata, o comoda, e non è sempre gratificante.Ma è l’unica cosa che riempie davvero il cuore.Perché quando gusti lo stare con qualcuno con cui puoi essere vero, con qualcuno per cui vale la pena donarti, con qualcuno che non compri e non vendi, allora riconosci che quella è la vita che cercavi da sempre. Ma perché tutto questo tocchi il cuore, dobbiamo sentire una cosa bellissima: il valore che abbiamo noi e che hanno le persone per cui dovremmo donarci.Guardate la croce. Lì Gesù non ha dato la vita per «l’umanità in generale».L’ha data per te. Per ciascuno di voi che oggi siete qui. Ha bevuto fino in fondo il calice amaro proprio per dirti negli occhi:«Tu vali tutto il mio sangue. Tu vali la mia vita intera.Non sei un numero, non sei un peso, non sei uno per cui “non vale la pena”». E lo stesso vale per ogni fratello e sorella che incontri: e non solo “quelli bravi”.Anche il collega che sembra invisibile, anche l’amico che ti stanca, anche il povero che bussa, il malato difficile da gestire, il familiare che senti lontano da te...Anche loro valgono il sangue di Cristo.Proprio perché Lui li ha amati fino a morire per loro, nessuno di loro, come te, è mai “uno per cui non vale la pena”. Quando scegli di bere quel calice come Cristo – servendo, donandoti, restando anche quando non sei capito – non stai buttando via la vita. Stai investendo nel tesoro più grande che esiste: fratelli e sorelle che hanno un valore eterno, figli e figlie per cui Dio stesso è morto. E proprio lì, in quel dono gratuito, scopri la gioia più profonda: la fraternità vera, la comunione che nessun calcolo umano può comprare. E proprio per questo noi celebriamo questa Eucaristia. Non è un ricordo triste. È il memoriale vivo della Passione e della Pasqua di Cristo: Lui ha bevuto quel calice per noi, per la nostra salvezza, per dirci che il nostro valore è infinito ai suoi occhi. Ogni volta che ci accostiamo all’Eucaristia diciamo a Dio e a noi stessi:«Signore, anche noi vogliamo bere quel calice come te.Non perché dobbiamo, non perché ci piace, ma perché ne vale la pena.Perché solo così entriamo nella tua stessa vita, nella tua fraternità, nella tua comunione che dura per sempre». Questa Settimana Santa sia per noi il tempo di scegliere, giorno per giorno, di bere quel calice con Cristo e come Cristo. Il tesoro più prezioso che ne riceveremoè proprio quella comunione con Dio e tra di noi che nessuno potrà mai rubarci. Amen.
-
38
Liberatelo e lasciatelo andare! Quinta Domenica di Quaresima anno A - (Gv 11,1-45) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
V DOMENICA Di QUARESIMA (ANNO A)Ez 37,12-14 Sal 129 Rm 8,8-11 Gv 11,1-45LIBERATELO E LASCIATELO ANDARE!Dal Vangelo secondo GiovanniGv 11,1-45In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.La promessa di una vita libera dalla morte interiore Quinta Domenica di Quaresima; Ci avviciniamo alla fine di questo tempo e, se siamo sinceri, una parte di noi pensa già a quando tutto questo finirà. Magari qualcuno ha fatto qualche fioretto particolare e non vede l’ora di poter riutilizzare o riassaggiare qualcosa. Eppure, mentre questo tempo penitenziale sta per concludersi, sappiamo che ci sono tante “piccole quaresime” che non vedono una fine.Qualcuno è incastrato dentro un lavoro che non lo gratifica, qualcun altro non riesce a mettere pace in una situazione di conflitto, qualcun altro ancora si trova a convivere con una malattia che lo attanaglia. Tante “piccole Via Crucis” che non raggiungono mai un’ultima stazione. E quando ci si trova in queste situazioni difficili, è naturale abbattersi e non rialzarsi dopo l’ennesima caduta. Volendo utilizzare le parole del profeta Ezechiele ascoltate nella prima lettura: «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti». È una condizione forte, tremendamente difficile da affrontare: vivi fuori, ma spenti dentro.Che bello allora che durante questo tempo di Quaresima ascoltiamo parole di Resurrezione, prima ancora di arrivare alla Pasqua; a indicarci non soltanto la meta, ma anche a ricordarci che nemmeno una delle croci che portiamo viene trascurata o dimenticata. Dio vede ogni situazione difficile, conosce ogni fatica; non la nega, non la addolcisce ma se ne prende cura; ci dice:«Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe... farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete». È una promessa concreta: Dio non è insensibile alle nostre tombe interiori, non ne è indifferente. E lo vediamo bene in ogni gesto compiuto da Gesù nel Vangelo di oggi: appena Lazzaro muore, si mette in cammino verso Betania e davanti al dolore di Marta e di Maria si commuove, ne è turbato, scoppia in pianto. Dio abita le nostre ferite. Fa aprire il sepolcro e grida: «Lazzaro, vieni fuori!».E Lazzaro, tra lo stupore di tutti, esce, ancora legato; Gesù ordina: «Liberatelo e lasciatelo andare». Liberatelo. La morte non ha più potere su di lui. Non lo domina più. Lazzaro è libero, ha una vita nuova. Vorrei dirlo ancora: Lazzaro è libero, ha una vita nuova. Come noi.La vita nuova nel battesimo è libertà: libertà da ciò che ci schiaccia, libertà da ciò che ci opprime, libertà da ciò che ci intristisce, liberi dalla morte, liberi dal male. Essere liberi dal male non vuol dire che il male sparisce, ma che non ha potere su di noi. Bene dice san Paolo: «voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito», noi non apparteniamo alla morte, apparteniamo a Cristo. E lo «Spirito di Dio che abita in noi ci darà la vita». E questa vita nuova ha dei segni. Pensateci: Cristo Risorto porta ancora i segni della Passione... ma non per restare ferito, bensì perché chi è ferito possa iniziare a vivere con i segni della Risurrezione. Perché la “tua passione” non è più il luogo dove vince la morte, ma il luogo in cui può abitare una vita diversa.E allora si capisce cosa significa, concretamente, vivere da risorti:Non è avere tutto risolto. È accorgersi che, anche dentro ciò che non si risolve, qualcosa in noi è cambiato. Quando invece di chiuderci continuiamo ad amare; quando invece di indurirci lasciamo spazio al perdono; quando invece di spegnerci troviamo ancora un motivo per sperare. Questi sono i segni della risurrezione. E questi segni li dona lo Spirito Santo, che lavora dentro di noi in modo silenzioso ma reale. La parola di oggi ci invita a chiederci:E se Lazzaro fossi io? Qual è oggi la mia tomba?Dove mi sto abituando a vivere come se fossi già finito? Perché è proprio lì che il Signore continua a dire: «Vieni fuori».E forse oggi possiamo anche noi fare nostra quella parola che Gesù affida agli altri: «Liberatelo». E trasformarla in preghiera: Liberami, Signore, da tutto ciò che mi tiene legato dentro le mie paure.Liberami dalle chiusure che mi impediscono di amare.Liberami da quel modo di pensare che mi fa credere che nulla possa cambiare. Apri i miei sepolcri, come hai promesso,e fa’ entrare in me il tuo Spirito, perché io riviva. Donami i segni della risurrezione:uno sguardo che sa ancora sperare,un cuore che non si indurisce,una vita che, anche nelle ferite, continua ad amare. E insegnami, Signore, a uscire dalle mie tombe e a camminare nella luce,da risorto, insieme a Te. Amen.
-
37
Etichette: tu cosa vedi? - Quarta Domenica di Quaresima Anno A - (Gv 9,1-41) Don Flavio Maganuco - SmartPray
IV DOMENICA Di QUARESIMA (ANNO A)1Sam 16,1.4.6-7.10-13 Sal 22 Ef 5,8-14 Gv 9,1-41ETICHETTE: tu che cosa vedi?C’è una punta di ironia nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato.Di tutti i personaggi del racconto, l’unico che non vedeva... alla fine è Il solo che vede davvero.Tutti gli altri, che vedono benissimo, che studiano la Legge, che pensano di sapere tutto su Dio... rimangono nel buio. È tragicamente buffo, non trovate? Proviamo allora ad entrare meglio in questo brano, e per farlo vi chiedo, per un momento, di provare ad immaginare la vita di quest’uomo.Era nato cieco, e al tempo di Gesù questo non era solo un problema fisico: era una condanna sociale. La gente passava accanto a lui e pensava subito che ci fosse dietro una colpa. «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?» Ma come si fa a peccare prima ancora di nascere? Oggi sarebbe assurdo pensare questa cosa; eppure una volta funzionava così: gli altri non vedevano una persona, vedevano una condizione, una colpa, una spiegazione religiosa già pronta, una condanna a un senso di colpa costante, che era come sale sulla ferita (io non l’ho mai provato davvero a mettere sale, ma se esiste questo detto ci sarà un motivo, e non ho bisogno di provarlo per sapere che probabilmente farà un male cane).Quell’uomo non era solo cieco. Era etichettato; la gente passava e non si chiedeva «chissà come se la vive, come se la cava, come lo posso aiutare»... il dubbio era solo uno: «Di chi è la colpa? Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?» Allora permettimi di opporre con gioia a questo modus operandi umano, quello divino, quello che da solo basterebbe – se se ne facesse esperienza – per convincere anche il più ateo degli atei a cambiare bandiera:«L’uomo guarda l’apparenza, mentre Dio guarda il cuore». L’uomo è velocissimo nel catalogare le persone, nel ridurle a un’etichetta, a un errore, a una storia già scritta. Dio invece guarda molto più in profondità, vede il cuore, vede col cuore (cit. Piccolo Principe), vede quello che è nascosto, vede lo splendore che ancora può nascere. Gesù ha proprio questo sguardo: «Nessuno ha peccato – dice – ma è così perché in lui possa manifestarsi l’opera di Dio».Ma quanta fede ci vuole per credere che un tuo handicap, una tua situazione difficile, un’orribile cicatrice possa diventare sacrario dove si manifesta l’opera di Dio... un meraviglioso miracolo, lento, graduale, non rapido, come il miracolo del germoglio di un fiore, come il miracolo che fa Gesù. Si ferma, fa del fango con la terra e la saliva, lo mette sugli occhi del cieco e gli dice di andare a lavarsi. È un gesto che ricorda la creazione dell’uomo, quando Dio plasmòl’uomo con la polvere del suolo. È come se Gesù stesse dicendo: non ti sto soltanto guarendo, ti sto ricreando. E infatti quell’uomo torna che ci vede. Oggi nelle letture sono presenti molti elementi battesimali: l’acqua, l’unzione regale con l’olio, la luce... e voi sapete già che il battesimo è una nuova creazione, un nuovo «venire alla luce»; i primi battezzati venivano infatti chiamati «illuminati». Ecco. Possiamo dire che questo cieco è stato illuminato da Gesù. Purtroppo è proprio in quel momento che cominciano i problemi. Perché quando uno comincia a vedere davvero, - sembra un altra assurdità lo so - ma non tutti ne sono contenti. I vicini non ci credono, i farisei si irritano; perfino i suoi genitori hanno paura di difenderlo.È incredibile: un uomo ritrova la vista e invece di gioire insieme a lui molti reagiscono con sospetto, con resistenza, con fastidio. Succede anche oggi. Quando qualcuno cambia davvero, quando qualcuno ricomincia a vivere, quando qualcuno guidato dalla fede trova il coraggio di rimettere ordine nella propria vita... spesso gli altri sono un ostacolo. Probabilmente perchè quel cambiamento rompe uno status quo, rompe un equilibrio al quale ci si è abituati; A volte una condizione negativa degli altri è persino confortante e conveniente, è un motivo per stare meglio, perché fa sentire superiori; ed. anche un ottimo alibi per giustificarsi, per non faticare, per non rischiare di soffrire, per restare nel buio. Pensate a quelle mattine d’estate, quando i bambini o i ragazzi dormono fino a tardi. La stanza è tutta buia, le tende sono tirate, e loro stanno bene così. Poi arriva la mamma, spalanca le finestre e fa entrare la luce. E cosa succede? Subito la protesta: «Chiudi le tende! Spegni la luce!» Magari si girano dall’altra parte, si coprono la faccia con il cuscino, si nascondono sotto le coperte per tornare nel buio. È una scena televisiva divertente, ma dice anche qualcosa di molto serio della nostra vita. A volte restiamo così a lungo al buio che finiamo di preferirlo alla luce. E ci abituiamo talmente tanto che «il non vederci più» diventa normale.E quando qualcuno apre le tende e fa entrare la luce, quella luce ci disturba. Ma la Parola di Dio oggi è molto chiara. Anche se abbiamo paura, anche se fa male, quelle tende vanno aperte, perchè da cristiani le tenebre non ci appartengono più. San Paolo dice:«Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli della luce, non partecipate alle opere delle tenebre». È una frase forte. Significa che ogni volta che nella nostra vita si apre una possibilità di bene, di verità, di giustizia, e noi ci opponiamo, in quel momento stiamo scegliendo di restare nel buio. La luce non sempre è comoda. A volte illumina ferite, incoerenze, cambiamenti necessari. Ma è l’unico modo per vivere davvero. “L’ex-cieco”, che prima stava seduto ai margini della strada, ora è più libero, persino più coraggioso. Davanti alle domande dei farisei, gli altri hanno paura di rispondere, lui no.E non fa discorsi complicati. Dice solo una frase semplicissima: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». È la testimonianza più bella che ogni cristiano può dare. Perchè è proprio quello che succede quando una persona incontra davvero Cristo. A un certo punto guardi La tua vita e ti accorgi che vuoi vivere in modo diverso, con una nuova consapevolezza: Se il te prima di Cristo era diverso, spento, quasi senza vita, adesso qualcosa dentro ti spinge a vivere. Hai fatto esperienza che la luce esiste... ed è possibile! Anche per chi ha sempre sbagliato tutto, anche per chi sente di non potersi rialzare più, anche per chi si è convinto di non valere niente, anche per chi «è nato tutto nei peccati». E chi viene rinnovato così mette in crisi chi vuole restare uguale. Usando le parole di san Paolo: le persone illuminate mettono in crisi chi vuole restare nel buio. Per questo quell’uomo viene cacciato fuori. Ma proprio in quel momento Gesù appare di nuovo. È una scena bellissima: quando tutti lo respingono, Cristo gli si avvicina.Gli fa una domanda semplice: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?»E lui risponde con una sincerità che commuove: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli dice: «Lo hai visto: è colui che parla con te». E allora quell’uomo pronuncia la frase che è espressione di una gioia sempre sperata ma che ormai non si credeva realizzabile: «Credo, Signore». È questa la gioia del Vangelo, è questa la gioia di questa «domenica in Laetare». Credere di poter scovare il bene là dove altri non lo riconoscono, la speranza dove altri vedono solo fatica, una strada dove altri vedono solo vicoli ciechi.È proprio come quando si aprono le tende e finalmente, dopo tanto buio, entra il sole nella stanza. All’inizio quasi dà fastidio agli occhi, è vero, ma poi ci si accorge che tutto diventa più vero, più vivo, più bello più colorato. Proviamo oggi, allora, a fare questa preghiera : Signore, fammi vedere bene. Fammi vedere la mia vita con i tuoi occhi.Fammi vedere il bene che non riesco più a riconoscere. Fammi vedere la via quando non so più dove sbattere la testa. Così che nasca dentro me qualcosa di nuovo: un desiderio di vita, di verità, di santità. Così che possiamo dire con gratitudine che la nostra storia, che sia frutto del nostro passato o delle convinzioni altrui, può essere riscritta. Quello che eravamo prima di Te, resti alle spalle... e la vita diventi più vera, più luminosa, più bella... più colorata.Amen.
-
36
"Tu, di che sete.. hai veramente sete?" - Terza Domenica di Quaresima Anno A - (Gv 4,5-42)Don Flavio Maganuco - SmartPray
III DOMENICA Di QUARESIMA (ANNO A)Es 17,3-7 Sal 94 Rm 5,1-2.5-8 Gv 4,5-42AL POZZO CON GESÙ: di che sete... hai veramente sete?Vangelo secondo Giovanni 4, 5-15.19b-26.39a.40-42 (forma breve)In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».Mentre meditavo il vangelo di questa domenica, mi è venuta in mente una domanda un po’ curiosa. Gesù dice alla Samaritana: “Dammi da bere”. E allora mi sono chiesto: oggi, se qualcuno ci chiedesse una cosa così, quante bevande potremmo offrirgli? Una volta c’erano poche cose: acqua, vino... poco altro. Oggi invece credo che siamo nell’ordine delle migliaia di bevande diverse. Acque naturali, frizzanti, aromatizzate, succhi, bibite di ogni tipo, bevande energetiche, alcoliche e analcoliche. Uno può bere davvero di tutto. Eppure sappiamo bene che non tutto quello che beviamo ci fa bene. Alcune bevande sembrano dissetare, ma in realtà aumentano la sete. Altre danno un piacere immediato, ma non danno al corpo ciò di cui ha davvero bisogno: il giusto equilibrio di acqua, sali, zuccheri e altri elementi importanti. A un certo punto mi sono accorto che questa cosa succede anche nella vita. Anche dentro di noi esiste un’altra “sete”, una sete interiore: sete di giustizia, sete di verità, sete di amore, sete di attenzione, sete di pace. E allora la domanda diventa seria: dove andiamo a bere quando abbiamo questi tipi di “sete”?La Quaresima, in fondo, ci aiuta proprio a fare questo discernimento: a dare un nome alla nostra fame e alla nostra sete, e a capire che cosa davvero può saziarle. Non è un caso, infatti, che il Vangelo di queste domeniche ci mostri un Gesù molto umano. Nella prima domenica di Quaresima lo abbiamo visto nel deserto: aveva fame. Oggi lo incontriamo seduto accanto a un pozzo: è stanco e ha sete. Gesù non si presenta come uno che non ha bisogno di nulla. Entra fino in fondo nella nostra umanità. E proprio da lì ci insegna qualcosa di decisivo. Nel deserto, quando ha fame, rifiuta l’illusione di trasformare le pietre in pane. Non tutto ciò che sembra cibo nutre davvero. E oggi, al pozzo, quando ha sete, incontra una donna che da tempo sta cercando di dissetare la propria vita in tanti modi diversi. Il Vangelo racconta con delicatezza la sua storia: ha cercato amore, sicurezza, stabilità... ma ogni volta è rimasta un po’ più assetata di prima. Non è una donna cattiva. È una donna assetata. E Gesù non la rimprovera per la sua sete. Fa una cosa sorprendente: le dice “Dammi da bere”. È come se Dio ci dicesse: prima ancora della tua sete, c’è la mia. Dio ha sete dell’uomo. Poi, piano piano, la conduce a scoprire che esiste un’altra acqua. Non quella che si tira su con la corda dal fondo di un pozzo, ma un’acqua che diventa sorgente dentro la persona. Qui la Parola di Dio di oggi si intrecciano a vicenda: Nel deserto il popolo ha sete, mormora, si ribella: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. Ma Dio non abbandona il suo popolo: chiede a Mosè di colpire la roccia e da quella roccia sgorga l’acqua che salva. I cristiani hanno sempre visto in quella roccia un segno di Cristo: da Lui scaturisce l’acqua che dà vita.E san Paolo, nella seconda lettura, nella Lettera ai Romani, ci dice perché possiamo fidarci di questa sorgente: Dio ci ha dato la prova più grande del suo amore: quando eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. L’acqua che Gesù offre non è “fake”, no ha secondi fini: nasce da un amore che è arrivato fino alla croce. Per questo la Chiesa legge questo Vangelo nel cammino verso il Battesimo dei catecumeni; Perché la vita cristiana nasce proprio così: da una sorgente nuova che Dio fa scaturire per noi e dentro di noi. Ma c’è un dettaglio bellissimo nel racconto che spesso passa quasi inosservato. A un certo punto il Vangelo dice che la donna lasciò la sua anfota e corse in città. È un gesto semplice, ma molto significativo. L’anforaserviva per prendere l’acqua dal pozzo: era lo strumento del suo vecchio modo di dissetarsi. Quando incontra Cristo, non ne ha più bisogno. Lascia il pozzo e l’anfora.Come se dicesse: non devo più andare a cercare acqua dove e come ho sempre fatto. E forse questa è la domanda più vera per la nostra Quaresima. Perché anche noi abbiamo abitudini, modi di vivere, posti dove andiamo a cercare ciò che ci manca. C’è chi cerca di dissetare la propria vita correndo sempre, riempiendo ogni giornata di cose da fare, pensando che prima o poi arriverà la pace. C’è chi cerca di riempire il cuore con l’approvazione degli altri, con i like, con il bisogno continuo di essere riconosciuto.C’è chi prova a dissetarsi nel possesso, nelle cose, negli acquisti, nelle piccole soddisfazioni che durano un attimo e poi lasciano di nuovo vuoto. C’è chi cerca l’acqua nelle relazioni sbagliate, aspettandosi da una persona quello che solo Dio può dare. E ogni volta succede la stessa cosa: si beve... ma dopo un po’ la sete torna. Gesù oggi non rimprovera la Samaritana per la sua sete. Fa qualcosa di molto più bello: le fa scoprire che esiste una sorgente diversa. Una sorgente che non dipende dalle circostanze, dalle persone, da ciò che possediamo. Una sorgente che nasce dentro la vita quando incontriamo davvero Lui. Per questo la Quaresima è un tempo prezioso. È il tempo in cui il Signore ci riporta al pozzo e ci fa una domanda molto semplice: Di che cosa hai veramente sete? E soprattutto: dove stai andando a bere? Perché il problema non è avere sete. Tutti abbiamo sete. Il problema è la sorgente. E forse il passo più grande che possiamo fare in questa Quaresima è proprio quello della Samaritana: abbandonare l’anfora. Abbandonare, cioè, quei modi abituali con cui abbiamo sempre cercato di riempire la vita e che non ci hanno mai davvero dissetato. La nostra vita cambia il giorno in cui smettiamo di cercare qualcosa che ci disseti e iniziamo a fidarci di Qualcuno che lo fa davvero; e scoprire, finalmente, che in Cristo esiste davvero un’acqua viva, una sorgente che non inganna, che non si paga, che non esaurisce e non si esaurisce. Mai.
-
35
Trasfigurazione - Seconda Domenica di Quaresima Anno A - (Mt 17,1-9) - Don Flavio Maganuco - SmartPray
II DOMENICA Di QUARESIMA (ANNO A)Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9TRASFIGURAZIONEla luce che precede e abita ogni fatica.Quaresima è tempo di penitenza; è tempo di fioretti; è tempo di rinunce; in una sola parola: è tempo di fatica.Tutto vero: non “rivoluzioniamo” nulla. Ma questa fatica non è affatto una fatica sterile o fine a se stessa, e sopratutto: non la facciamo da soli. Permettetemi allora di sottolineare la grande importanza della Celebrazione Eucaristica e di dire grazie; perchè, di domenica in domenica, ci viene ricordata questa bella verità e veniamo arricchiti dalla sapienza e dalla saggezza che solo la Parola di Dio è capace di donare.Domenica scorsa ci siamo soffermati a riflettere sul dono dell’alito di Vita che Dio ha consegnato all’umanità; oggi veniamo guidati da un altro segno, quello della Trasfigurazione. Qualora pensassimo che la Quaresima sia solo un tempo di penombra, la liturgia di oggi ribalta le nostre prospettive offrendoci invece l’immagine del volto luminoso di Cristo. Perché questa luce adesso? Perché non alla fine? Forse perché Dio sa che non si può attraversare la “valle di lacrime” – come la chiamiamo noi nella preghiera del “Salve Regina” – se prima non si è fatta l’esperienza luminosa del monte Tabor. Su quel monte Gesù si trasfigura, le sue vesti diventano splendenti, e una voce dal cielo dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Prima della passione, prima del rifiuto, del tradimento, prima del Getsemani, il Padre gli ricorda chi è. Non gli toglie la croce. Gli ricorda che è l’Amato. Anche la prima lettura ci racconta qualcosa di simile.Abramo è un uomo che aveva una terra, una stabilità, una misura. Eppure Dio lo chiama a uscire; ma prima di indicargli il cammino, prima di dargli qualsiasi istruzione, lo benedice. Questa Parola oggi ci sta dicendo che la benedizione viene prima del cammino, che l’amore precede la prova.Abramo parte non perché ha tutto chiaro, non perché ha il cuore leggero, ma perché è forte della benedizione e della promessa di bene che Dio gli ha dato, perché si fida di Lui.Nella seconda lettura Paolo di Tarso scrive a Timoteo: non promette rose e fiori, la vita del discepolo non è facile, ma lo invita ad affrontare ogni prova “con la forza di Dio”.Non dice: sii forte da solo. Dice: lasciati sostenere. È un’altra prospettiva.La prova non è il luogo dove sperimentiamo l’assenza di Dio; quella è solo – l’ennesima – tentazione del maligno.La prova è invece il luogo in cui “risplende” la Sua forza, la Sua grazia, la Sua vittoria. Forse è proprio questo il segreto di Abramo, di Paolo, di tanti uomini e donne della Sacra Scrittura, dei Santi e di Gesù stesso.Loro non affrontano la prova e il dolore per meritarsi l’amore del Padre; li affrontano perché sanno di essere benedetti, perché sanno di essere accompagnati e sostenuti; in una sola parola: perché sanno di essere amati. La luce non è il premio dopo la fatica. È una forza prima della fatica, dentro la fatica. Sapete, mi sono accorto, nella mia vita, che sapere di essere amati cambia davvero il modo di stare dentro le cose.Le confessioni che mi hanno fatto più bene, sia da penitente che da confessore, non sono state quelle in cui ho spiegato meglio gli errori, ma quelle in cui, alla fine, ci siamo lasciati con questa semplicissima ma potentissima verità: che siamo amati. E magari fuori le cose non cambiano. Le fatiche della vita sono ancora lì. Le fragilità anche. Alcuni errori del passato non si cancellano dalla memoria.Ma davanti a Dio quei peccati non c’erano più. Erano davvero perdonati.Questo cambia ogni prospettiva. Non perché sparisce il vissuto, ma perché non ha più il potere di accusarci. Non definisce più chi siamo. Ho capito che il problema non è che Dio non perdona abbastanza.È che noi facciamo fatica a vivere da perdonati.Continuiamo a guardarci con lo sguardo del fallimento: il genitore che pensa di aver sbagliato tutto con i figli; il marito che si sente inadeguato; la donna che porta addosso una scelta che rimpiange; il prete che misura il suo ministero dai risultati.Quando uno non si sente amato, ogni errore diventa una sentenza. Ogni caduta diventa un’identità. Ma quando uno sa di essere amato, qualcosa si trasfigura.La fragilità resta, sì, ma non governa più. La memoria resta, vero, ma non schiaccia.Si può riprovare. Si può continuare a donarsi.Si può scendere dal monte e affrontare la “valle di lacrime” senza che i propri limiti diventino una prigione. E allora capiamo anche Pietro: “È bello per noi essere qui”.Vorrebbe fermare quel momento, costruire tende, trattenere la luce.È una tentazione che conosciamo: quando finalmente sentiamo pace, quando qualcosafunziona, vorremmo congelarlo.Ma Gesù non resta sul monte. La luce non è un rifugio. È una preparazione. È memoria. Ogni Eucaristia è il nostro Tabor.Anche noi saliamo, ascoltiamo la Parola, riconosciamo il Signore nel pane spezzato. Anche noi ascoltiamo, in fondo, la stessa voce: sei amato.Non perché sei perfetto. Non perché non sbagli. Ma perché sei figlio. E tra poco scenderemo. Torneremo alle nostre case, alle relazioni complesse, alle responsabilità faticose, alle preoccupazioni che non si sono dissolte.La “valle di lacrime” è ancora lì. Ma possiamo attraversarla diversamente. Vi auguro, ci auguro che questa Quaresima non sia tempo in cui diventiamo più impeccabili, ma il tempo in cui impariamo a vivere da amati.Perché quando uno sa di essere amato, può affrontare anche ciò che non capisce. Può riprovare dopo una caduta. Può servire senza essere paralizzato dalla paura di non essere all’altezza. Non scendiamo dal monte con una tenda da montare, ma con una parola da custodire e da condividere.E se domani tutto sembrerà difficile, ricordiamoci almeno questo: prima della prova, c’è una voce - l’unica che ha il diritto di definirci - che dice chi siamo. E quella voce non smetterà mai di ricordarcelo con amore.
-
34
Il respiro dello Spirito Santo - Prima domenica di Quaresima -( Mt 4,1-11 )- Anno A -Don Flavio Maganuco - SmartPray
I DOMENICA Di QUARESIMA (ANNO A) Gen 2,7-9; 3,1-7 Sal 50 Rm 5,12-19 Mt 4,1-11Dal Vangelo secondo MatteoMt 4,1-11In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. DAL FIATO CORTO ALLA VITTORIA allenandosi col respiro dello Spirito contro le tentazioni del deserto.Quando comincia la Quaresima pensiamo subito alle cose da togliere: fioretti, rinunce, astinenze; è “cosa buona e giusta”, per carità, ma la prima lettura che abbiamo ascoltato oggi non comincia da qualcosa che viene tolto, inizia piuttosto con un dono.Che cosa abbiamo ascoltato infatti: «Il Signore soffiò un alito di vita». L’alito di vita... mi ha fatto pensare subito a un’espressione opposta, che diciamo in alcuni momenti ben precisi della nostra vita: «Mi manca il respiro». È una frase che diciamo quasi senza accorgercene, e la diciamo quando la vita ci stringe un po’ troppo, quando una preoccupazione ci attraversa all’improvviso, quando una discussione ci lascia addosso un peso che non sappiamo spiegare, quando qualcosa dentro si agita e non trova spazio, e allora il corpo parla prima ancora della testa e dice così, con semplicità disarmante: mi manca il respiro. Che bello allora vedere che il Signore comincia proprio da lì: Dio si avvicina, si china, prende la terra, la impasta, e poi compie un gesto intimo, quasi scandaloso per quanto è vicino, gli soffia nelle narici il suo alito di vita, come a dire che la nostra esistenza non sta in piedi da sola, ma vive di un respiro ricevuto. Quindi non siamo solo terra impastata! Non siamo solo fango!Quante volte ci convinciamo di questo, che il fango sia la nostra condizione, la nostra fragilità, che siamo solo limiti che non possono essere superati (e qualche volta lo pensiamo anche degli altri, definendoli, appunto, «fango»); invece dobbiamo ricordarci di questo alito di vita, che possiamo ripartire proprio da quel soffio. Lo facciamo? Oppure questo fiato ce lo produciamo da soli, come se la vita dipendesse solo dalla nostra capacità di trattenerla, di controllarla, di difenderla? Forse il peccato, prima ancora di essere una trasgressione, è proprio questo lento andare in apnea, questo abituarsi a un fiato corto, questo convincersi che in fondo possiamo cavarcela anche senza respirare davvero Dio, e così finiamo per sopravvivere invece di vivere. La Parola oggi ci dice che il maligno inizia proprio da qui, da questa tentazione! Cosa dice ad Adamo? «Guarda che non è quell’alito che ti rende uguale a Dio! Se vuoi essere come lui, devi cercare fuori ciò che ti serve, non dentro di te!» E Adamo ci casca, con tutta la moglie.Prendiamo allora esempio dal «nuovo Adamo», come ce lo ha presentato Paolo. Nel deserto, nel Vangelo di questa Domenica, Gesù viene anche lui tentato dal maligno, che gli dice le stesse cose: «Vuoi essere felice? Vuoi essere appagato? Vuoi la pace? Te la do io in quelle cose che sono fuori da te, fuori dalla tua portata!» Ma Gesù non si lascia fregare: lui resta nel respiro del Padre mentre il Maligno glielo vuole togliere.Vedete, le tentazioni sono esattamente quelle situazioni in cui anche noi sentiamo che qualcosa ci stringe la gola, ci toglie il respiro, e ci promette una soluzione rapida: un pane subito, un potere immediato, una via più facile che però, senza che ce ne accorgiamo, ci lascia ancora più senza fiato. E allora la Quaresima non può essere il tempo in cui dobbiamo fare rinunce e fioretti solo per dimostrare di essere forti, né il periodo in cui inventarci qualche sacrificio per sentirci a posto, ma è il tempo in cui ci accorgiamo che stiamo vivendo in apnea e decidiamo, finalmente, di attingere a quell’alito di Vita, di respirarlo a fondo, perché come solo chi sa padroneggiare il proprio respiro può affrontare in modo efficace uno sforzo serio e spingersi oltre la fatica, così solo chi lascia entrare il soffio di Dio dentro la propria fragilità può permettersi quel colpo deciso che rompe un’abitudine, che lacera una tiepidezza, che interrompe un compromesso.In questo “training” spirituale che è la Quaresima, nel cammino che stiamo facendo, comincia da qui! Prima di entrare nel deserto, comincia ritrovando quell’alito di Vita, lasciamoci governare dal soffio dello Spirito, dal dono abbondante della Grazia di Dio, che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che riacquistiamo con la confessione sacramentale; Grazia che ci fa vivere e che ci fa vincere. Vincere! Quante volte abbiamo pensato che non è possibile? Vincere una tentazione, vincere un vizio, vincere l’orgoglio, vincere la depressione; vincere la partita contro il diavolo, contro il mondo, contro i nostri limiti. E lo so che siamo stanchi di lottare, perché lo facciamo da tutta la vita, ma... non è che il problema è che lottiamo male? Perché non usiamo bene il respiro? Concentriamoci, allora; usiamolo bene: davanti alla paura, alla fretta, alla tentazione, all’abitudine sbagliata, non trattenerlo, riprendilo. Inspiralo di nuovo, portalo dentro, lascia che ti dia forza, lucidità, coraggio, e così, passo dopo passo, giorno dopo giorno, piccolo gesto dopo piccolo gesto, giungeremo, con Cristo accanto, alla fine del deserto, e non diremo più «mi manca il respiro», ma «Finalmente respiro, finalmente vivo, finalmente posso vincere!»
-
33
Sia “Festa” la tua volontà - Omelia della VI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A - Mt 5,17-37 -Don Flavio Maganuco - SmartPray
Dal Vangelo secondo MatteoMt 5,17-37In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)Sir 15,16-21 Sal 118 1Cor 2,6-10 Mt 5,17-37 SIA “FESTA” LA TUA VOLONTÀ, dove si abbracciano il Tuo amore e le mie scelte. Esiste una frase che diciamo (mi auguro) ogni giorno, ma forse a volte, la diciamo quasi distrattamente: «Sia fatta la tua volontà». La diciamo nel Padre nostro. La ripetiamo tante volte.Ma se ci fermassimo un attimo... siamo davvero sicuri di sapere cosa stiamo chiedendo? Perché, diciamocelo, la parola “volontà” non sempre ci piace.Abbiamo conosciuto volontà che desiderano solo schiacciare; o imporre. O che non sanno ascoltare. Quando facciamo queste brutte esperienze, dentro di noi può nascere una paura sottile:E se attuandosi la volontà di Dio, io perdessi qualcosa? E se devo attuarla io questa volontà, ma mi chiedesse troppo? E se mi togliesse ciò che amo? Una paura talmente forte da farci persino omettere di pronunciare quella frase in futuro, non si sa mai. Che bello è allora che la Parola di oggi sia molto concreta. Perchè ci dice esattamente quanto pesa la volontà di Dio, e quanto incide sulla nostra libertà.Il Siracide ce lo dice senza giri di parole: Dio non impone, ci lascia scegliere:«Se vuoi, osserverai i comandamenti». Se vuoi. anche davanti a scelte di vita e di morte, Dio non decide al posto nostro. Non ci manipola. Anzi: Ci prende sul serio. La sua volontà passa attraverso la nostra libera scelta. E che cosa otteniamo se scegliamo Lui e facciamo sua volontà? Il Salmista ce lo canta con una semplicità disarmante: «Beato chi cammina nella legge del Signore».Beato. Felice. Non oppresso. Non umiliato. Felice. È un canto che nasce dall’esperienza. Chi ha scelto Dio, magari non ha ottenuto quello che desiderava, magari ha fatto scelte che sono costate qualcosa, ma è Felice, perchè quanto ha ottenuto vale più di quanto ha donato o rinunciato. E in che cosa consiste questa volontà? Ce lo ha detto Gesù nel Vangelo di oggi:«Avete inteso che fu detto... ma io vi dico».Accogliere la volontà di Dio significa non accontentarsi del minimo sindacale.Non basta non fare del male: non puoi nemmeno odiare tuo fratello nel cuore.Non basta non tradire: siamo chiamati a custodire le nostre relazioni; col desiderio, con la fedeltà, con la verità. «Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no». Cioè: niente compromessi. Niente doppiezze.Perché la volontà di Dio non può una morale appiccicata addosso. Ma un amore che vuole abitare dentro di noi.E secondo me è qui che tocchiamo il punto decisivo.La volontà di Dio nasce dall’amore: significa che non è contro di noi. Ma che è per noi. Non è il capriccio di un padrone. È il desiderio di un Padre. San Paolo oggi ce lo ha detto con un’espressione bellissima:Dio ha preparato una sapienza per coloro che lo amano. Ha preparato.Cioè c’è qualcosa di bello, di fresco, di grande, di liberante che Dio ha già pensato per te. Perchè ti ama, perchè ti vuole bene. Perchè non vuole schiacciarti, vuole farti fiorire. E questo qualcosa è una sapienza che il mondo non riesce a capisce, che forse non capirà mai, perchè supera la logica umana, ma che conduce alla vita. E allora certo, fare quello che Gesù chiede non è facile.Amare così, perdonare così, essere limpidi così... va oltre le nostre forze. Ma prima di essere qualcosa da “fare” è qualcosa da “accogliere”; è sentirsi amati così, perdonati così, accolti così.Si tratta dunque di ricevere per poi restare nell’amore di un Padre che non ci ripudia, che non si stanca di noi, che non vuole abusare della nostra libertà, al massimo educarla.Che desidera armonia tra i suoi figli e rettitudine nei loro cuori... perché siano felici. Non è forse vero che questo che cambia tutto?Se mi sento amato così, allora posso fidarmi. Se mi sento custodito, allora posso scegliere. Se so che Dio non è contro di me, allora la sua volontà non mi fa più paura. Se so tutto questo, allora quella frase del Padre nostro smette di essere rassegnazione. «Sia fatta la tua volontà» non è più : va bene, mi arrendo.Diventa: mi fido. Diventa: scelgo con Te. Diventa: cammino con Te. E piano piano, quasi senza accorgercene, la volontà di Dio diventa festa. Festa che comincia quando ci si ritrova attorno a una tavola senza maschere. Festa che comincia quando tra fratelli torna la pace.Festa che comincia quando il cuore è limpido e non ha più bisogno di mentire, quando l’amore di Dio incontra il nostro amore fragile... e lo rialza. Tra pochi giorni entreremo nel tempo di Quaresima.Se ci lasciamo guidare da questo non sarà il tempo in cui Dio ci toglie qualcosa.Sarà piuttosto il tempo in cui ci insegna a dare un nome alle nostre fragilità; e a scegliere meglio. A scegliere la vita. A scegliere l’amore vero. A dire qualche “no” che libera e qualche “sì” che costruisce. La volontà di Dio sarà il luogo dove diventiamo veramente noi stessi; il luogo dove impariamo ad amare come Lui. E potremo pregare con tutto il cuore: Padre, non solo sia fatta la tua volontà. Sia festa la tua volontà. Dentro di noi. Tra di noi. Per il mondo. Amen.
-
32
Tu sei luce, tu sei sale. Io mi fido di te. Omelia della V Domenica del Tempo Ordinario Anno A - Mt 5,13 Don Flavio Maganuco - SmartPray
Dal Vangelo secondo MatteoMt 5,13-16In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)Is 58,7-10 Sal 111 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16TU SEI LUCE, TU SEI SALE. Io mi fido di te.Nei momenti di crisi capita di pensare che Dio non ci sia, o se c’è non mi vede perché ha cose più importanti da seguire, o se mi vede non si cura di me, non gli importa che sto male o che sono nei guai. Le letture di domenica scorsa hanno voluto ribadire, una dietro l’altra, che Dio non ragiona così: non solo vede il povero, ma promette di prendersi cura di lui e lo chiama a grandi cose proprio a partire dalla sua povertà, confondendo chi non è in sintonia con i suoi modi e i suoi pensieri. Abbiamo ascoltato Gesù sul monte proclamare le beatitudini e oggi lo ritroviamo sullo stesso monte a continuare il bellissimo discorso della montagna. Quando la vita ci butta giù, quando abbiamo bisogno di ritrovare il centro della nostra anima, possiamo sempre contare su queste parole che non solo ci rimettono in carreggiata, ma ci restituiscono la pace e l’amore di cui abbiamo tutti bisogno per vivere.Dopo averci proclamati beati, Gesù ci rivela cos’altro siamo. Se chiediamo a chiunque altro chi siamo, ci dirà cose legate a quello che abbiamo fatto o detto, a volte vere, a volte no. Quando lo chiediamo a Gesù, lui dice di noi realtà che magari non abbiamo mai visto né saputo di avere, ma sono sempre vere.Oggi ci dice: siamo luce del mondo e sale della terra. Oggi Gesù ti dice: «Tu sei luce. Tu sei sale.» Che cosa significa? Perché, diciamolo francamente, quando sentiamo «Tu sei la luce del mondo e il sale della terra», spontaneamente verrebbe da rispondere: «Signore, forse hai sbagliato persona... forse hai guardato un’altra vita, non la mia».Noi la nostra storia la conosciamo: sappiamo quante volte siamo spenti più che luminosi, quante volte invece di dare sapore rendiamo le cose un po’ amare, quante volte la nostra fede sembra una cosa che teniamo in tasca, che non cambia la mia vita, figuriamoci quella degli altri. Eppure Gesù non fa marcia indietro. Non dice «Diventa luce!» né «Impegnati per essere sale». Dice: «Tu sei.» «Voi siete.» Come se parlasse di qualcosa che c’è già, anche se noi non lo vediamo e facciamo fatica a crederci. Forse perché pensiamo che servano cose straordinarie, mentre già nella prima lettura Isaia ci mostra gesti fattibili, a volte quasi banali (ma che banali non sono): dividere il pane con chi ha fame, accogliere chi ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa, non girarsi dall’altra parte davanti a chi è ferito dalla vita.La luce non si accende con cose clamorose... si accende quando ti lasci toccare nel cuore. E quella luce sarà come l’aurora: sarà la svolta, sarà aria nuova, sarà una rinascita: un nuovo inizio per gli altri e per te.E poi c’è il sale. Il sale è curioso: non si vede. Nessuno a tavola dice «Che bel sale!». Se tutto va bene, scompare, ma rende buona tutta la pietanza. Gesù ci sta anche mettendo in guardia: sei luce, sì, ma sta’ attento a non attirare l’attenzione su di te. Il cristiano non deve stare sempre al centro (al centro c’è Gesù), non deve farsi notare, non deve dimostrare qualcosa. È uno che, magari in silenzio, magari senza applausi, rende la vita un po’ più vivibile per qualcuno. Magari abbiamo paura, dubbi, debolezze, ma come ci ha insegnato san Paolo oggi, non servono grandi parole o discorsi: è proprio nella nostra semplicità, nonostante le fragilità, che – se glielo permettiamo – passa tutta la forza del Vangelo.Credo che il cuore del messaggio di oggi sia proprio questo: quando Gesù dice «Voi siete la luce, voi siete il sale», non ci sta facendo un complimento. Ci sta dicendo: «Mi fido di voi. Mi fido di te.» Dentro la tua vita, anche nelle parti che tu scarteresti, io ho messo una luce. Dentro i tuoi gesti semplici, nella tua fatica quotidiana, io ho messo un sapore che può cambiare la vita di qualcuno.La fatica non è diventare luce, ma convincerci di non essere solo buio. Non è diventare sale, ma credere di non essere insignificanti, piuttosto di essere preziosi e di non perdere il coraggio di stare dentro la vita, dentro le relazioni, dentro le ferite... la vera fatica è non smettere di amare. E possiamo farlo se ci fidiamo di Dio, che lavora anche quando ci sentiamo piccoli, stanchi o inadeguati.A volte basta un gesto semplice, una parola detta con verità, decidere di restare e non scappare, per accendere una luce che nemmeno immaginiamo. E magari quella luce, senza fare rumore, aiuterà qualcuno a non sentirsi più solo.
-
31
Beati voi! Omelia della IV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A - Mt 5,1-12
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)Sof 2,3; 3,12-13 Sal 145 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,1-12aIn quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:«Beati i poveri in spirito,perché di essi è il regno dei cieli.Beati quelli che sono nel pianto,perché saranno consolati.Beati i miti,perché avranno in eredità la terra.Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,perché saranno saziati.Beati i misericordiosi,perché troveranno misericordia.Beati i puri di cuore,perché vedranno Dio.Beati gli operatori di pace,perché saranno chiamati figli di Dio.Beati i perseguitati per la giustizia,perché di essi è il regno dei cieli.Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».BEATI VOI! Perchè magari con Dio la vita non diventa più facile, ma torna sempre ad essere possibile.Quando leggo o ascolto il brano del Vangelo delle Beatitudini, inevitabilmente questo mi tocca nel profondo. È il primo “pezzo” di Vangelo che da bambino ho imparato a memoria dopo il Padre Nostro, il brano che ha accompagnato la mia ordinazione presbiterale,è un passo a cui sono molto legato. Quante omelie ci ho ricamato sopra, ma ogni volta che devo pensarne una nuova, involontariamente trovo quasi sempre un nuovo passaggio da cui partire. E in questa occasione particolare,anche alla luce delle altre letture che accompagnano il Vangelo di questa domenica, c’è un aspetto che ha richiamato la mia attenzione. Notate bene: prima di parlare ai suoi discepoli, Gesù si siede,come facevano i maestri di quel tempo prima di parlare ai loro discepoli;prima ancora sale sul monte; il luogo da cui parla l’inviato da Dio,come Mosè che dona la legge al popolo eletto– e in effetti tutto il discorso della montagna è “la nuova legge” che Dio ci consegna – , ma prima ancora Gesù, guarda; guarda e vede le folle, così come sono:con le loro attese, le loro ferite, le loro stanchezze e paure. E solo dopo sale sul monte, si siede, e comincia a insegnare. Questo ci dice qualcosa di molto semplice e molto profondo: Per Dio la vita viene prima dei discorsi sulla vita. Gesù non inizia il suo discorso prendendo a modello un uomo “ideale”, ma inizia a partire dalla condizione di uomini e donne concreti che ha davanti.Il suo insegnamento nasce da uno sguardo che si posa sulla realtà,non dalle teorie, dai principi o dai progetti. E se ci pensiamo bene,questo è in fondo lo sguardo che Dio ha sempre avuto sull’uomo. Lo abbiamo ascoltato nelle altre letture:anche lì Dio parla a un popolo che innanzitutto riconosce povero, invitandolo alla giustizia e all’umiltà;promette di prendersi cura di chi è piegato dalla vita,di chi ha fame, di chi è malato, di chi è solo,perché è un Dio che non passa oltre davanti alla fatica.Anche san Paolo infine cosa ci dice?Che Dio non sceglie chi ha le qualità necessarie per portare avanti i suoi progetti,ma vede e chiama gli ultimi, a partire dalla loro povertà, e li rende capaci,un modo di fare che lascia sempre confuso chi non capisce con quale cuore Dio ragiona. Quando allora Gesù proclama le Beatitudini,non sta inaugurando un pensiero alternativo o un’utopia spirituale.Sta dando voce a questo sguardo antico, fedele, ostinato:uno sguardo che si posa dove la vita sembra più esposta, più vulnerabile. E che cosa cambia nelle nostre vite quando Dio ci guarda così? Lui ci chiama Beati, ma se non stiamo attenti c’è il rischioche possiamo avvertire questa chiamata solo come una consolazione gentile; una parola che sì, scalda il cuore, ma che non incide nella realtà,che non la sposta di un millimetro. Papa Leone, in una recente udienza, ha detto una cosa molto bella a tal proposito: «Nulla di ciò che siamo è estraneo a Dio; [...]Dio non entra nella nostra vita quando tutto è risolto,ma proprio mentre le cose sono ancora aperte, irrisolte, faticose.» e poi continua dicendo che Dio “attende pazientemente”il momento in cui ricambieremo il suo sguardo,“per vedere il suo volto amico, capace di trasformarela delusione in attesa fiduciosa, la tristezza in gratitudine, la rassegnazione in speranza”. Insomma:La sua vicinanza non elimina automaticamente i problemi; però cambia il modo in cui una persona sta dentro ciò che vive. Può succedere, ad esempio, a quel giovane che si sente indietro rispetto agli altri e piano piano, grazie a questo sguardo di Dio,smette di considerarsi un errore, riscoprendo che la sua vita ha valore anche così. O può succedere a quel genitore che continua a fare la sua parte,magari nel silenzio e nella stanchezza,e lo sguardo di Dio lo invita a credere che la fedeltà quotidiana non è tempo perso. O ancora, può succedere a quell’anziano che non può più fare ciò che faceva un tempo,ma, sentendosi visto da Dio, comprende che non è da accantonare perché “poco utile”,ma sentendosi amato, capisce che la sua presenza è preziosa proprio perché può continuare a parlare di questo amore, in modi diversi e nuovi. Le situazioni magari restano spesso le stesse. La fatica non sparisce. Le domande non ricevono tutte una risposta immediata. Eppure qualcosa si muove. La persona non è più sola dentro quello che vive. Questo, lentamente, può fare la differenza.Questo è il senso più vero delle Beatitudini: non è che la vita viene semplificata; è che diventa abitabile.Non viene alleggerita, come magari vorremmo tutti; ma viene resa attraversabile. Gesù vede le folle e insegna partendo da lì.Ci dice che Dio non aspetta condizioni ideali per farsi presente. Ci incontra nella vita così com’è. E noi? Siamo disposti a lasciarci guardare da Dio così come siamo? Siamo stati – giustamente – educati a mostrarci sempre “presentabili” agli altri,capelli ben fatti (per chi ancora ce li ha), vestiti puliti e adeguati ai vari momenti;È una tentazione sempre più crescente nel discepolo che avanza nel cammino,quella di voler fare questa cosa anche con Dio, dimenticandoci da dove ci ha chiamati. Continuiamo invece a lasciarci guardare da Dio a partire dalle nostre povertà;perché quando permettiamo a Dio di continuare a guardarci cosìo, anche ciò che pesa può diventare cammino. E la vita, senza diventare più facile, torna finalmente ad essere possibile.
-
30
Omelia della Terza Domenica del Tempo Ordinario - Anno A - Subito: la misura del desiderio - Don Flavio Maganuco - SmartPray
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - DOMENICA DELLA PAROLA (ANNO A)Is 8,23-9,3 Sal 26 1Cor 1,10-13.17 Mt 4,12-23Dal Vangelo secondo MatteoMt 4,12-23Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,sulla via del mare, oltre il Giordano,Galilea delle genti!Il popolo che abitava nelle tenebrevide una grande luce,per quelli che abitavano in regione e ombra di morteuna luce è sorta».Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. SUBITO: la misura del desiderioC’è una parola nel Vangelo di oggi che, ogni volta, mi mette un po’ di inquietudine. È una parola semplice, quasi banale.Eppure pesa: «subito». Gesù passa lungo il mare, guarda dei pescatori, dice poche parole. E loro — dice il Vangelo — subito lasciano le reti e lo seguono. Subito. E non so voi, ma io, davanti a quel «subito», mi sento sempre un po’ fuori posto. Perché nella mia vita le cose importanti non sono mai state subito.Sono state lente.Combattute. Rimuginate.Vedete, il Signore non mi ha chiamato una volta sola, ma tante.E ogni volta un po’ più forte.Finché, a un certo punto, quel sì è diventato possibile. Ed è stato subito liberante. Eppure ancora oggi mi chiedo: Ma com’è possibile dire di sì subito? Se siamo onesti, nella vita noi il «subito» lo conosciamo.Facciamo subito le cose che ci piacciono.Quelle che ci attirano.Quelle che sentiamo in sintonia con qualcosa di profondo.Insomma, quando qualcosa intercetta un desiderio vero, non servono troppe spiegazioni. Non servono rinvii. Il passo viene da sé.E forse è qui la chiave della Parola di oggi. Isaia parla di un popolo che cammina nelle tenebre e vede una grande luce. Una luce che attrae.La seguono perché viene dopo le tenebre.Perché promette vita. Perché dice: non sei destinato a restare nel buio. Il «subito» nasce così.Quando ciò che ci viene incontro è più grande della paura. Quando è più forte dell’esitazione.Quando è più vero delle nostre resistenze.Il Salmo lo dice con una semplicità disarmante: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?» Non è che il timore semplicemente sparisce, è che la forza, la sicurezza, la pace che vengono fuori da quella luce, sono più forti del timore. E Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che si cammina insieme solo quando c’è qualcosa che unisce più dei gusti personali, più delle simpatie, più delle appartenenze. Quando c’è un desiderio condiviso, quando c’è quell’unione di pensieri e di sentire. Quando ciò che ci viene proposto è più grande di noi. Ecco allora il punto. La Domenica della Parola, allora, non serve a ricordarci che dobbiamo leggere di più la Bibbia.Serve a ricordarci che la Parola di Dio è qualcosa di così bello, di così liberante, di così vero, che — quando la riconosci — la vuoi subito. E quel «subito» può nascere in due modi:Dalla fede: mi fido di Dio più delle mie paure;Oppure dall’esperienza: ho già visto che questa Parola mantiene le promesse; A volte da entrambe le cose, insieme. I discepoli dunque non seguono Gesù perché sono eroi spirituali.Lo seguono perché, nelle Sue parole e nelle Sue opere, hanno riconosciuto qualcosa che parlava alla loro vita più delle reti che tenevano in mano. E allora oggi la domanda non è:«Perché io non sono capace di dire “sì” subito?» La domanda vera è un’altra:Che volto ha, per me, la Parola di Dio?È un peso o una promessa?Un dovere o una gioia?Una richiesta in più o una liberazione possibile? Perché quando la Parola intercetta il desiderio profondo di vivere davvero, quando dice qualcosa di vero su di noi,allora — prima o poi —quel «subito» diventa possibile. E non perché siamo migliori.Ma perché ci siamo fidati della luce più che del buio. Amen.
-
29
II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) - Tu lo conosci Gesù - (Gv 1,29-34) Don Flavio Maganuco - SmartPray
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) Is 49,3.5-6 Salmo 39 1Cor 1,1-3 Gv 1,29-34 Dal Vangelo secondo GiovanniGv 1,29-34In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».TU LO CONOSCI GESÙ? e quanto pensi di conoscerlo? Ci sono persone che pensiamo di conoscere. Le frequentiamo da anni, sappiamo come ragionano, cosa fanno, cosa pensano. Poi, a un certo punto, succede qualcosa. Un gesto. Una parola. Una scelta. E improvvisamente ci accorgiamo che non le conoscevamo davvero-davvero. Non li stiamo accusando di falsità, Stiamo solo dicendo che mostrano sfaccettature e profondità che prima non conoscevamo. quando accade questo, non cambia solo l’immagine che abbiamo di loro: cambia anche il modo in cui ci relazioniamo, Magari facciamo qualche passo indietro, magari in avanti, magari ci fidiamo pure di più. È quello che è successo a Giovanni il Battista che nel vangelo di oggi dice una frase sorprendente: «Io non lo conoscevo». E lo dice parlando di Gesù. Di suo cugino. Come fai a dire che non lo conosci? Chiaramente non è una bugia, È qualcosa di molto più serio. Giovanni sta dicendo che l’incontro al Giordano con Gesù e con l’episodio del battesimo, lo ha costretto a rivedere tutto: ciò che pensava di sapere su Dio, su se stesso, sulla sua missione, sul modo in cui Dio salva il mondo. Giovanni aspettava un Messia forte. Si trova davanti l’Agnello. senza difese, senza artigli, eppure capace di portare via tutto il peso che noi non riusciamo nemmeno a sollevare. Si Aspettava un giudizio; Si trova davanti qualcuno che prende su di sé il peccato del mondo. Da quel momento nulla è stato più uguale, per lui e in lui. Questo potrebbe accadere anche a noi. Noi pensiamo di conoscere Gesù, perché lo abbiamo ascoltato e letto tante volte. Ora, ancora una volta, di domenica in domenica, ripercorreremo con il Vangelo la sua vita, il suo ministero, la sua salita verso la croce e poi la risurrezione. In questo viaggio, capiterà che una frase del Vangelo letta per la centesima volta ci colpisca come se fosse la prima, e improvvisamente ci illuminerà una scelta quotidiana, una relazione, un gesto che dobbiamo fare. Magari un incontro con una persona che affronta una situazione particolare ci farà scoprire come Gesù stia agendo in quella situazione, ci chiederà di lasciarci coinvolgere, di cambiare il nostro modo di reagire. In questo modo impareremo che conoscere Gesù non è accumulare informazioni su di Lui, quanto piuttosto di permettergli di ricalibrare la nostra vita, di cambiare il nostro sguardo su ciò che conta davvero. in questo modo il tempo ordinario non sarà semplicemente un tempo cerniera tra natale e quaresima; sarà il tempo in cui lasceremo che Gesù entri nella vita di ogni giorno e, passo dopo passo, la ricalibri, spostando la nostra attenzione e le nostre convinzioni su ciò che alla fine conta davvero. Se ci pensate bene, in fondo, È quello che abbiamo ascoltato anche nelle altre letture. Il servo di Isaia scopre che Dio lo pensa più grande di come lui pensava se stesso. Il salmista non dice «ho capito», ma «Eccomi, vengo»… Quante volte dentro di me, ascoltando questo versetto penso: Signore, ma davvero io? Con tutti i miei cortocircuiti? Paolo si rivolge a una comunità fragile e la chiama santa, non perché perfetta, ma perché chiamata. Vedete, È sempre la stessa dinamica: Dio non conferma le nostre misure e le nostre convinzioni, le trasforma sempre. Pensiamo di sapere come vivere una giornata difficile, una discussione ingarbugliata e invece una parola del Vangelo o una presenza silenziosa ci mostra una via diversa. All’improvviso comprendiamo che potevamo reagire con rabbia, e invece ci sentiamo chiamati a perdonare; o che potevamo chiudere il cuore, e invece possiamo tendere la mano. Carissimi fratelli e sorelle, quando nella celebrazione Eucaristica il sacerdote dice: «Ecco l’Agnello di Dio». Ricordiamocelo: è più di una formula. È il nostro sguardo che viene rieducato. Non diciamo così perché ormai sappiamo chi è Gesù, ma perché abbiamo bisogno di riconoscerlo ancora. Ogni Eucaristia in fondo è proprio questo: fare esperienza di un Dio che si dona e si mette in cammino con noi; un amico che rimette ordine nel nostro modo di vivere. Forse la fede non è arrivare a dire: «Adesso lo conosco». Ma avere il coraggio di ripetere, come Giovanni: «Pensavo di sapere… e invece Tu mi stai mostrando qualcosa di più». E lasciare che questo incontro, di domenica in domenica, cambi il nostro modo di guardare Dio, gli altri, e la vita di ogni giorno
-
28
Dio si mette in fila nel posto giusto, al momento giusto - Il battesimo del Signore - Don Flavio Maganuco - SmartPray
BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A)Is 42,1-4.6-7 Sal 28 At 10,34-38 Mt 3,13-17DIO SI METTE IN FILAnel posto giusto, al momento giusto.C’è un’esperienza che conosciamo tutti: la fila. La fila che rallenta, che fa perdere tempo, che mette alla prova la pazienza. La fila davanti alla quale nasce subito una tentazione:la scorciatoia, la via furba, il modo per arrivare prima degli altri. Perché, in fondo, pensiamo quasi sempre che il posto giusto per noi sia un po’ più avanti.Un posto migliore.Un posto che sentiamo di meritare. La Parola che abbiamo ascoltato oggi desidera cambiare il nostro sguardo e il nostro cuore proprio a proposito di questo. Nel Vangelo vediamo Gesù stare proprio in fila. Non sbuffa, non si lamenta, sta lì.In fila con i peccatori.In fila con chi ha bisogno di cambiare vita. In fila con chi porta addosso il peso delle proprie fragilità. Giovanni resta spiazzato:«Ma come? Sei tu che dovresti battezzare me»;Come a dire «guarda che sei nel posto sbagliato, nel ruolo sbagliato!».E invece Gesù risponde con una frase che è la chiave di tutto:«Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Ma che cos’è questa giustizia? Per noi, di solito, la giustizia ha a che fare con il merito. Con ciò che spetta.Con il posto che pensiamo di dover occupare nella vita. Per Gesù, invece, la giustizia è un’altra cosa. Non è occupare il posto che si merita. È scegliere il posto dove c’è bisogno di Lui. La giustizia, per Gesù, non è stare sopra. È stare dentro. Dentro la storia.Dentro la fatica degli uomini.Dentro quell’acqua torbida che è la nostra vita, senza scorciatoie e senza corsie preferenziali. Così si chiude il tempo di Natale.Il Dio che abbiamo contemplato nella luce ora entra definitivamente nell’ordinario. E lo fa mettendosi in fila insieme agli ultimi, perché in quel momento quello è il suo “posto giusto”. Quante persone, oggi, vivono una frustrazione silenziosa. Perché non sono dove pensavano di dover essere. Non sono dove sognavano.Non sono dove credevano di meritare. In quanti nasce allora il sospetto che la felicità sia loro preclusa. Che altri siano più favoriti.Più avvantaggiati.Più benedetti. «Se fossi nato in un altro posto, con più possibilità, con più occasioni, allora...». Allora... allora.E si ripetono questa menzogna, non per consolarsi, ma per intristirsi, per arrabbiarsi con il mondo e con Dio. E invece la seconda lettura ci libera da questo inganno: “Dio non fa preferenza di persone”, ci dice San Pietro. Cioè ci dice che non esistono paletti alla felicità.Non esistono luoghi sbarrati alla grazia.Non c’è una posizione nella vita che impedisca a Dio di raggiungerci. Ovunque io sia, posso starci con Lui. Ovunque io sia, posso trovare il senso.Ovunque io sia, posso vivere la sua benedizione, la sua forza, la sua presenza, il suo compiacimento.In una sola parola: la felicità vera. Niente ce la può precludere, se non una cosa sola: convincerci che non sia così. Il Vangelo di oggi ci regala questa pace profonda: caro fratello, cara sorella, il posto dove stai magari non è quello che avevi immaginato, ma può diventare lo stesso il tuo “posto giusto”. Se lo abiti con Dio.Se lo vivi come spazio di amore. Se lo trasformi in vocazione.Lì dove sei: come figlio o come genitore, come coniuge,come fratello,come amico, come collega, come vicino di casa. Come figlio amato da Dio.Che non alza la voce.Che non spezza le relazioni incrinate dalle fragilità umane. Che non spegne il lucignolo fumigante della speranza. Eccole, secondo Isaia, le “armi” dei figli amati. Armi semplici, ma potentissime:la gentilezza che non ferisce,la resilienza che non si spezza,la perseveranza che non si arrende al male. Sono armi che non fanno rumore, che non attirano applausi, ma sono il modo con cui Dio rimette in piedi il mondo. E allora la domanda finale è semplice, ma decisiva: la giustizia che Gesù vive oggi combacia con la mia idea di giustizia? Continuo a cercare il posto che penso di meritare,oppure scelgo di abitare il posto in cui Dio mi ha raggiunto? E mentre decidiamo che cosa rispondere a questa domanda, ringraziamo il Signore perché, nel frattempo, continua a raggiungerci sempre:nell’Eucaristia che fra poco consacriamo,nell’amore delle persone che ci ha messo accanto, nelle file scomode della nostra vita. Amen.
-
27
Dio non passa, resta. La luce ha preso casa. - II Domenica di Natale - Anno A - Don Flavio Maganuco - SmartPray
II DOMENICA DI NATALE (ANNO A)Sir 24,1-4.12-16 Sal 147 Ef 1,3-6.15-18 Gv 1,1-18 DIO NON PASSA, RESTA.La luce ha preso casa.Siamo giunti alla seconda domenica di Natale, di questo tempo così breve e allo stesso tempo così intenso. Di solito quando ci avviciniamo alla solennità dell’Epifania torna di moda l’espressione “che tutte le feste porta via”, ricordandoci che questo tempo sta ormai passando, per fare spazio a qualcos’altro. Diventa allora importante oggi dirci che anche se le feste vanno via, c’è qualcuno che vuole restare, che vuole Abitare. C’è una differenza enorme tra qualcuno che passa e qualcuno che resta. Chi passa ti saluta, lascia una traccia, magari anche un bel ricordo. Chi resta, invece, cambia la tua vita. Perché quando qualcuno resta, devi fare spazio, condividere, aggiustare i tuoi ritmi, abitare nuove fatiche. Il Natale ci lascia sempre questa meravigliosa notizia:Dio non è semplicemente passato nella storia. Dio ha deciso di restare. La prima lettura lo dice con un’immagine bellissima: la Sapienza di Dio prende dimora, pianta la sua tenda. Non resta nei cieli, non si accontenta di illuminare da lontano.Scende, sceglie un popolo, una città, una storia concreta.Dio non ama con le idee: ama con la sua presenza.E il Vangelo di Giovanni ci dice “come” questa Sapienza prende dimora: il Verbo si fa carne. Non un principio, non un’emozione religiosa, non un momento intenso da ricordare. Carne.Cioè fragilità, tempo, quotidianità.Dio ha scelto di abitare la nostra umanità.E questa scelta non ha riguardato soltanto Lui, ma anche noi. Abitando la nostra carne, Dio ci ha cambiati. San Paolo ce lo ha ricordato: non siamo ospiti di questo mondo, non siamo comparse. Siamo figli. Pensati da sempre, scelti prima ancora della creazione del mondo, chiamati a vivere nella carità. Perchè quando Dio resta, la nostra vita diventa casa di Dio. Ma... davvero ogni carne, ogni vita, è la casa di Dio? Che cosa può impedire a Dio di fissare la sua tenda in mezzo a noi? Nel Vangelo troviamo questa nota amara: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». E mentre ci chiediamo se lo abbiamo accolto o no, è importante capire cosa vuol dire davvero “non accogliere Dio”; L’impermeabilità del cuore non nasce quasi mai dal rifiuto violento. Nasce dalla distrazione.Dall’abitudine.Dal vivere come se Dio fosse più un’idea che una presenza. E se da una parte siamo chiamati riconoscere dove e quando non riusciamo ad accogliere Dio, dall’altra parte possiamo sperare, perchè nonostante tutto, nonostante noi, «La luce splende nelle tenebre» e le tenebre non possono vincerla. Giovanni ci dice che anche se le tenebre non scompaiono, la luce resta accesa. Anche quando non la riconosciamo.Anche quando non la accogliamo.Perchè? Semplicemente perchè Dio non passa, resta. Resta nella storia.Resta nella Chiesa.Resta nella nostra vita, anche ferita, anche stanca, anche distratta. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia Dio ci ricorda che è venuto per restare con noi per sempre, che vuole abitare le nostre vite, che vuole brillare nelle tenebre, che vuole essere la nostra famiglia. Lasciamoci abitare ancora una volta da questa luce, lasciamogli sciogliere ogni volta di più la nostra impermeabilità, lasciamolo restare nelle nostre vite, Perché una vita abitata da Dio è una vita felice. È la vita di chi sa che non sarà mai davvero solo.Per l’eternità.
-
26
Sotto lo sguardo di Dio - Inizia l'anno nuovo come Maria - Don Flavio Maganuco - SmartPray
MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (ANNO A)Nm 6, 22-27 Sal 66 Gal 4,4-7 Lc 2,16-21SOTTO LO SGUARDO DI DIOInizia l’anno nuovo lasciandoti benedire e custodire, come MariaC’è un gesto che tutti facciamo, nei primi giorni dell’anno. Guardiamo avanti.Guardiamo ciò che verrà.E quasi senza accorgercene, ci viene da pensare: “Ce la farò?” Ce la farò a reggere questo tempo, le relazioni, le fatiche, le attese, le responsabilità che mi aspettano? La liturgia di oggi fa una cosa molto semplice, ma decisiva. Non ci chiede di guardare avanti.Ci chiede prima di lasciarci guardare. La prima parola dell’anno, nella Parola di Dio, non è un comando. È una benedizione: «Ti benedica il Signore e ti custodisca.Il Signore faccia risplendere per te il suo volto». All’inizio dell’anno, Dio non ci mette davanti un elenco di cose da sistemare. Ci mette davanti il suo volto.Uno sguardo che non giudica, non pesa, non misura.Uno sguardo che dice: “Puoi stare in piedi davanti a me. Così come sei.” Nella Bibbia, “far risplendere il volto” significa questo:dare dignità, restituire valore, permettere a qualcuno di alzare la testa. Come un re che concede udienza.Ma qui il Re è Dio.E lo fa non perché ce lo siamo meritati, ma perché ci ama. E allora l’anno nuovo non comincia con quello che dobbiamo fare meglio. Comincia con il fatto che qualcuno ci guarda con benevolenza. San Paolo, nella seconda lettura, ci dice perché questo è possibile:«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna». Il tempo diventa pieno non quando noi lo riempiamo di impegni, ma quando Dio entra nel tempo.E ci entra così:facendosi Figlio, per renderci figli.Non servi che devono dimostrare qualcosa. Non ospiti tollerati.Figli che possono dire: “Abbà, Padre”. E qui entra in scena Maria. Non con grandi parole. Non con spiegazioni.Con una presenza. Maria è la donna che ha lasciato passare su di sé lo sguardo di Dio. Lo ha accolto.Lo ha custodito.E lo ha consegnato al mondo. Nel Vangelo non fa nulla di straordinario: custodisce, medita, dà un nome a suo Figlio. Ma è proprio così che inizia il nuovo:non facendo cose eclatanti, ma lasciando che Dio abiti il tempo ordinario. Il primo giorno dell’anno ci dice questo: il tempo non ci è nemico.Il tempo può diventare casa,se lo lasciamo abitare da Dio. E oggi, come allora, questo sguardo ci raggiunge qui. Non in un’idea, ma in un gesto concreto. Nell’Eucaristia che celebriamo. Qui Dio continua a benedirci.Qui continua a far risplendere il suo volto su di noi.Qui ci dice ancora:“Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia, in te mi compiaccio.” Allora forse il proposito più vero per questo anno non è fare di più. Ma fidarsi di più.Restare sotto questo sguardo.E, come Maria, custodirlo nel cuore. Perché quando inizi un anno così, anche la pace – quella vera –non è più solo un augurio. Diventa una possibilità reale. Amen.
-
25
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe - Anno A - Don Flavio Maganuco - SmartPray
SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)Sir 3, 3-7.14-17 Sal 127 Col 3,12-21 Mt 2,13-15.19-23Matteo 2:13-1513 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».14 Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio.Matteo 2:19-2319 Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20 e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nel paese d'Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». 21 Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d'Israele. 22 Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea 23 e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato Nazareno».DIO CRESCE IN UNA FAMIGLIA: Può abitare anche la mia? C’è una cosa che colpisce sempre, quando torniamo a guardare la Santa Famiglia. Non è la perfezione. È la normalità. Dio entra nella storia e, invece di scegliere una scorciatoia, sceglie una casa. Invece di salvarci dall’alto, si lascia crescere.Invece di imporsi, impara a stare. Dio non ha avuto fretta. E questo, forse, è ciò che più ci mette in discussione.Noi abbiamo fretta di capire, di sistemare, di far funzionare. Dio no. Dio sceglie trent’anni di vita nascosta.Trent’anni senza miracoli evidenti, senza riconoscimenti, senza successo. Trent’anni a fare il figlio in una famiglia. E il Vangelo di oggi non ci mostra una famiglia ideale, tranquilla, al riparo. Ci mostra una famiglia in cammino, spesso costretta a cambiare strada.Un bambino da proteggere.Un padre che ascolta Dio nei sogni, perché di giorno non ha tutte le risposte.Una madre che custodisce e si affida.Una casa che si ricostruisce ogni volta che sembra perduta. Ne emerge una verità decisiva:la Santa Famiglia non è il ritratto di una vita senza problemi, ma il segno di una vita attraversata dalla fiducia. Ecco perchè oltre ad essere un modello buono e anche un modello realmente imitabile. Ecco perchè la santità in famiglia diventa per tutti una condizione possibile. E la parola di Dio che oggi abbiamo ascoltato ci offre altre bellissime indicazioni per vivere questa santità familiare.Il Siracide parla di onorare il padre e la madre, di obbedire, di prendersi cura.Ma non lo fa con il tono della prevaricazione e della sottomisissione.Lo fa con la delicatezza di chi sa che una famiglia vive se sa amare, se sa consolare. Onorare significa non lasciare solo.Obbedire significa restare in relazione, anche quando costa. San Paolo, poi, usa un’immagine bellissima e molto concreta: «Rivestitevi di carità». Non dice: diventate perfetti.Dice: rivestitevi.Come quando fa freddo.Come quando non sei forte, ma hai bisogno di qualcosa che ti tenga insieme. La carità non è l’eroismo delle famiglie ideali.È ciò che permette alle famiglie reali di continuare a vivere. Gesù cresce lì.In una casa dove non tutto è chiaro, ma tutto è affidato.In una casa dove Dio non è spiegato, ma accolto.In una casa dove si impara che l’amore non elimina le difficoltà, ma le attraversa. E allora oggi la domanda non è: la mia famiglia assomiglia alla Santa Famiglia? La domanda è più vera, più liberante: Dio può abitare anche la mia? Può abitare le fatiche, le tensioni, i silenzi, le ferite? Può crescere dentro una normalità imperfetta? La risposta di questa festa è semplice e profonda: sì. È proprio lì che Dio ha scelto di stare. E mentre celebriamo questa Eucaristia, Dio continua a fare la stessa scelta. Non cerca famiglie ideali. Cerca spazio.Un posto dove poter restare. Forse oggi non possiamo cambiare tutto. Ma possiamo fare una cosa essenziale: lasciare che Dio abiti la nostra normalità.È da lì che passa la salvezza.
-
24
La genealogia di Gesù - Messa vespertina della Vigilia di Natale anno A - Don Flavio Maganuco - SmartPray
NATALE DEL SIGNORE, MESSA VESPERTINA DELLA VIGILIA (ANNO A)Is 62,1-5 Sal 88 At 13,16-17.22-25 Mt 1,1-25L’ALBUM DI FAMIGLIA DI DIODio entra nelle vite vere, non in quelle perfetteQuando ascoltiamo la genealogia di Gesù pensiamo spesso che sia solo un elenco di nomi.In realtà è una delle pagine più oneste del Vangelo. Perché lì dentro non ci sono eroi. Ci sono famiglie complicate. Storie spezzate.Scelte sbagliate. Ripartenze faticose. È come guardare l’album di famigliae accorgersi che non tutte le foto sono perfette, ma tutte sono vere. E Dio ha scelto proprio quella storia per entrarci dentro. Noi a volte pensiamo che, per far parte del progetto di Dio, bisogna essere a posto.Avere tutto chiaro.Essere coerenti. La genealogia dice il contrario:Dio non entra nelle vite sistemate, entra nelle vite vere. E questa è la ridefinizione del Natale:la fede non è presentarsi davanti a Dio migliori di quel che si è,ma permettere a Diodi entrare dove siamo così come siamo, per rendere migliore ogni cosa. Quelle pagine ci dicono che Dionon si vergogna dei nostri incastri storti, dei nostri errori,delle nostre ferite.Anzi, è proprio da lì che riparte. La genealogia non serve solo a spiegare da dove viene Gesù. Serve a dirci dove vuole andare:E Lui vuole arrivare fino a noi.E questa sera, celebrando l’Eucaristia,non stiamo solo ricordando una storia passata.Stiamo permettendo a Diodi entrare ancora una volta nella nostra storia concreta. Il pane che spezzaremonon chiede una vita perfetta. Chiede solo una vita aperta. E allora la domanda è semplice, ma decisiva: Vuoi che il tuo nomestia in mezzo a questa storia? Vuoi lasciare che Dio continui la sua promessa anche attraverso di te? Perché il Natale accade quando diciamo sìe lasciamo che Dio abiti la nostra vita.
-
23
Buon Natale! Accogliamo il Dio che cambia tutto, anche prima che le cose cambino- Don Flavio Maganuco - SmartPray
NATALE DEL SIGNORE, MESSA DEL GIORNO (ANNO A)Is 52,7-10 Sal 97 Eb 1,1-6 Gv 1,1-18BUON NATALE!Accogliamo il Dio che cambia tutto, anche prima che le cose cambino. Finalmente è arrivato Natale. Ci scambiamo gli auguri, apriamo qualche regalo, ci abbracciamo. E poi? Ci siamo preparati solo per questo?Per dirci “Buon Natale”, per scambiarci un sorriso o un regalo? C’era bisogno di quattro settimane di Avvento per arrivare a questo? Allora cosa ci diciamo davvero quando ci diciamo Buon Natale? Ce lo dice Isaia: ci stiamo dicendo che Dio è venuto.Che non ci ha lasciati soli nella fatica, nella paura, nell’esilio della vita quotidiana.Che non dobbiamo aspettare di sistemare tutto, di risolvere tutto, per poter respirare. Buon Natale significa:qualcuno è arrivato a prendersi cura di me, della mia storia,del mio cuore. È una gioia che si sente subito,prima ancora di vedere i risultati concreti, prima ancora che le cose cambino davvero. È come quando un esercito vede arrivare il condottiero:prima di vincere, ritrova coraggio.O come una squadra che cambia allenatore:prima dei risultati, si riaccende la speranza, perchè che è arrivato qualcuno che sa come fare. Buon Natale è questo:la fiducia che c’è Dio,anche se non sappiamo come farà, anche se non vediamo ancora la vittoria. Allora lasciamoci raggiungere da questa promessa che Dio mantiene. Come abbiamo ascoltato,Lui non manda un messaggio: viene Lui stesso.Il Figlio si fa carne, abita in mezzo a noi, si mette in gioco.Perfino gli angeli si fermano a contemplare questa Presenza, perché quando arriva Lui, tutto il resto può aspettare. Il Natale non è una festa di miracoli immediati, ma di Presenza. Non ci dice che le tenebre non ci saranno più, ma che la Luce non verrà mai sopraffatta. Non ci dice come andrà a finire,ma ci invita a camminare con Fiducia, perché Chi è venuto sa dove ci porta. E oggi, come sempre,quella Presenza si fa pane.Dio si consegna tra le nostre mani, nella nostra vita,nella nostra storia quotidiana. Prima ancora che le cose cambino, prima ancora che i problemi si risolvano, Dio c’è. E questo è ciò che davvero ci diciamo quando ci diciamo “Buon Natale”: Non sei solo.Non cammini senza guida. La luce è arrivata.Dio è con te. Buon Natale a tutti voi.
-
22
Avvento, il tempo dei sogni - Omelia nella IV Domenica di Avvento - Anno A - Don Flavio Maganuco - SmartPray
IV DOMENICA DEL TEMPO DI AVVENTO (ANNO A)Is 7,10-14 Sal 23 Rm 1,1-7 Mt 1,18-24AVVENTO: IL TEMPO DEI SOGNIDio con noi: quando l’impossibile chiede spazioCi sono momenti nella vita in cui Dio ci chiede di fidarci proprio lì dove noi abbiamo già deciso come andrà a finire. Abbiamo già fatto i conti. Abbiamo già trovato un piano B.Abbiamo già stabilito fin dove Dio può arrivare... e dove invece no. È quello che succede al re Acaz.Dio gli dice: «Chiedimi un segno, qualunque».E Acaz risponde con parole che sembrano religiose, educate, perfino pie: «Non voglio tentare il Signore». Può sembrare umiltà, in realtà è una fede che si protegge. Una fede che non rischia. Una fede che ha già deciso di fidarsi più dell’Assiria che di Dio. E allora accade qualcosa di sorprendente: Dio non si ferma davanti al nostro rifiuto. Non ritira la sua promessa. Va oltre. E dona comunque un segno. Non un esercito.Non una soluzione immediata. Ma un bambino. Un Dio che entra nella storia così: fragile, piccolo, affidato. Emmanuele. Dio-con-noi.Non Dio-al-di-sopra,non Dio-da-lontano, non Dio-che-sistema-tutto-al-posto-nostro.Ma Dio che decide di stare dentro la complessità della vita. Ed è qui che all’atteggiamento di Acaz si contrappone quello di Giuseppe.Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Giuseppe non parla: ascoltiamo piuttosto i suoi ragionamenti. Giuseppe non capisce, non ha spiegazioni; non è perfetto, ma – come abbiamo ascoltato – ha un cuore giusto.Un cuore che, anche nel buio, sceglie di non fare del male.Un cuore che rimane aperto all’amore anche quando l’amore diventa complicato. Un cuore capace di fare silenzio. E in quel silenzio fa spazio. Accoglie.E accoglie un sogno. Buffa cosa i sogni: non li possiamo controllare, non decidiamo noi cosa accade lì.Nei sogni, se ci pensate, cadono le difese; diventano il luogo in cui emergono il nostro inconscio,le nostre paure, le nostre ansie, i nostri desideri più nascosti.A volte prendono la forma di sogni bellissimi, altre volte di incubi terrificanti.Alcuni di questi sogni, belli o brutti che siano, sono talmente forti da portarci nella vita reale tutte le emozioni che li accompagnano, come se fossero stati un’esperienza vera. È confortante sapere che anche Dio sceglie proprio quel luogo fragile e incontrollabile per parlare.Non entra quando tutto è sotto controllo,non si impone quando siamo lucidi, forti, ben organizzati. Dio parla nel sogno, quando abbassiamo le difese,quando non recitiamo,quando siamo semplicemente noi, con le nostre paure e i nostri desideri mescolati insieme. È come se Dio aspettasse il momento in cui smettiamo di proteggerci persino da Lui, per dirci la cosa più importante:«Non temere».Non temere di accogliere. Non temere di fidarti. Non temere di lasciare entrare ciò che non capisci ancora. Giuseppe si fida di quella parola ascoltata in sogno e, dopo aver ascoltato, decide.Decide di non chiudere la porta a Dio.Giuseppe ci insegna che essere giusti non significa essere perfetti, ma accogliere Dio anche quando arriva in un modo che non avevi programmato né previsto. Avvento allora non è preparare il Natale “per bene”.È decidere se vogliamo essere come Acaz — religiosi, magari all’apparenza perfetti, ma chiusi — o come Giuseppe — spaventati, sì, ma giusti, cioè disponibili. Dio sta per nascere. Ma non lo fa senza il nostro sì. Non invade. Chiede spazio. E forse oggi la domanda è semplice e complicata insieme: in quale parte della mia vita Dio sta bussando come “impossibile” e io sto facendo finta di essere credente per non aprire? Forse non lo fa quando siamo lucidi e sicuri, ma quando siamo stanchi, disarmati, quando la vita ci fa abbassare le difese. Forse Dio continua a parlare lì, in quella zona un po’ notturna del cuoreche assomiglia più a un sogno che a un progetto. Se gli facciamo posto, anche solo un poco, iniziando oggi — nella Parola ascoltata, nell’Eucaristia che accoglie,nei fratelli che ci stanno accanto — scopriremo che Dio non toglie i problemi, ma ci sta dentro. Con noi.Per sempre.E questo basta per ricominciare.
-
21
Avvento, tempo della gioia vera - Omelia della III Domenica di Avvento - Anno A - Don Flavio Maganuco - SmartPray
III DOMENICA DEL TEMPO DI AVVENTO (ANNO A)Is 35,1-6.8.10 Sal 145 Gc 5,7-10 Mt 11,2-11AVVENTO: IL TEMPO DELLA GIOIA quella vera, che non è entusiasmo, ma orientamento.È sapere da dove vieni e verso Chi stai andando.Chi inviterebbe a vivere la gioia una famiglia che sta affrontando un lutto? Chi direbbe “rallegrati” a un padre che già sa che a fine mese gli staccheranno la corrente perché non riesce a pagare la bolletta?Chi avrebbe il coraggio di parlare di gioia a una coppia che si sta lasciando, o a qualcuno che sta vivendo un crollo interiore? Sarebbe come chiedere a una terra arida di far germogliare qualcosa... quando gli mancano i presupposti per poterlo fare. Forse nessuno di noi metterebbe la parola “gioia” vicino alla parola “deserto”.La gioia la associamo ai giorni in cui tutto funziona, ai momenti in cui finalmente respiri. E invece la liturgia oggi inizia proprio lì, nel posto più arido che esista, e lo fa con un comando quasi scandaloso: «Si rallegrino il deserto e la terra arida».È come se Dio dicesse: la gioia vera non nasce quando tutto va bene, ma quando scopri che Io vengo proprio dove tu non ti aspetti più nulla. Il profeta Isaia non è un ingenuo. Sa che il deserto non fiorisce da solo. Sa che certe zone della vita sembrano condannate a rimanere così. Le aridità che ci portiamo dentro non cambiano con un po’ di buona volontà: o Dio ci mette mano, oppure rimangono deserto. Eppure Isaia osa annunciare che quel deserto “fiorirà come il Carmelo, come lo Sharon”.È come se dicesse a noi: Non guardare quello che non ce la fai a cambiare. Guarda Chi sta venendo. La gioia cristiana non è il risultato dei nostri successi, ma la certezza di una Presenza che entra nelle nostre difficoltà e le trasforma dall’interno. Per questo Isaia aggiunge: «Rinfrancate le mani, irrobustite le ginocchia, dite ai cuori smarriti: Coraggio!»Cioè: quando inizi a intravedere che Dio si è messo in cammino verso di te, il primo frutto non è un’emozione, ma un compito. La gioia diventa forza per te e cura per gli altri.Diventa mani che riprendono a fare, ginocchia che non hanno paura di sbucciarsi, cuori che ricominciano a decidere. Ma questa gioia non arriva subito.E soprattutto — ed è importante dirlo — non la puoi produrre da solo.Puoi impegnarti, sforzarti, organizzarti... ma la gioia vera non nasce dalle tue strategie interiori.Hai bisogno di Altro. Hai bisogno di Dio. E il nostro Dio non rispetta i nostri orari, le nostre tabelle, le nostre accelerazioni. La gioia arriva al suo tempo, non al nostro. Per questo Giacomo oggi ci invita alla pazienza: non come rassegnazione, ma come atto di fede e di umiltà.È umile chi riconosce che i tempi di Dio sono migliori dei propri.È credente chi sa che quei tempi arriveranno, anche quando tutto sembra fermo. E qui l’immagine dell’agricoltore diventa perfetta:Prepari il terreno, fai la semina, ma la pioggia non la produci tu; il frutto non lo anticipi tu, non lo comandi tu.Arriva quando vuole, e quando arriva cambia tutto. Questa è la gioia cristiana: fidarsi del ritmo di Dio anche nella stagione in cui percepisci che non succede niente, o peggio, nella stagione in cui percepisci solo ingiustizie. Ed è proprio in questo clima che appare Giovanni Battista, dal fondo del suo carcere. Lui, l’uomo del deserto, ora vive un deserto che non ha scelto: la prigionia, l’abuso, il torto subito, la sensazione che tutto sia giunto al termine.E lì gli nasce la domanda che tutti, almeno una volta, ci portiamo addosso: «Sei tu o dobbiamo aspettare un altro?» È la domanda che nasce quando hai fatto tutto quello che potevi, anche nel nome di Dio, e invece di vedere frutti... vedi crollare ciò che avevi costruito:Sei tu o dobbiamo aspettare un altro? È la domanda che nasce quando scegli la strada del Vangelo e, proprio per questo, qualcuno ti volta le spalle, ti giudica, ti esclude:Sei tu o dobbiamo aspettare un altro? È la domanda che nasce quando preghi, quando fai il bene, quando ti impegni, e ti sembra di essere ripagato con il silenzio o con il contrario di ciò che speravi:Sei tu o dobbiamo aspettare un altro? E Gesù non risponde con un “sì” o con un “no”.Dice a Giovanni — e a ciascuno di noi — : «Guarda i segni»: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i poveri ricevono una buona notizia.In altre parole: il deserto sta già fiorendo, Giovanni. Non tutto è come sembra. La gioia cristiana nasce così: non quando cambiano le circostanze, ma quando ti accorgi che Dio è già all’opera, silenziosamente, in quelle stesse circostanze.È la gioia di chi non aspetta più “un altro”: ha riconosciuto che Dio è fedele anche quando il tempo sembra sbagliato, anche quando la vita è un carcere, anche quando non si vedono ancora i fiori.E Isaia chiude con un’immagine bellissima: una via santa, una strada che attraversa il deserto e porta a casa.Cioè: la gioia, quella vera, non è un entusiasmo, è un orientamento.È sapere da dove vieni e verso Chi stai andando. Ed è per questo che tristezza e pianto “fuggono”: non perché spariscono i problemi, ma perché non sono più loro a guidarti. Allora forse oggi la domanda che ci salva è semplice: Dov’è il deserto che sto vivendo... e cosa succede se lì, proprio lì, io credo che Dio sta già venendo? Perché è lì che comincia la gioia. Impariamo ad accoglierla già oggi nell’Eucaristia, facciamole spazio già oggi nel nostro cuore.
-
20
Avvento - L’improbabile che diventa possibile - II Domenica di Avvento Anno A - Don Flavio Maganuco - SmartPray
II DOMENICA DEL TEMPO DI AVVENTO (ANNO A)Is 11,1-10 Sal 71 Rm 15,4-9 Mt 3,1-12AVVENTO: L’IMPROBABILE CHE DIVENTA POSSIBILEla conversione non avviene perchè siamo bravi, ma quando smettiamo di opporci allo Spirito.Immagino conosciate il detto: “Tra moglie e marito non mettere il dito”, vero?Ecco, quante volte, quando ci siamo ritrovati insieme ad una coppia – non necessariamente sposata – e ci è capitato inavvertitamente di toccare un argomento che scatena tra i due un battibecco. In quei momenti vorresti scomparire ed evitare qualsiasi parola; ti sembra di camminare sulle uova: se dici una cosa sbagliata sarà come gettare benzina sul fuoco. Di solito questo accade non perché ci siano drammi enormi: ma perchè ci sono piccoli non detti, ma vecchi di anni; o perchè ci deve essere per forza ultima parola che “deve essere detta”; o semplicemente perchè c’è quel bisogno di avere ragione che diventa corazza. È impressionante quanta distanza può nascere quando si induriscono i cuori e si puntano i piedi. È proprio per questo che, nel Vangelo di questa seconda domenica di Avvento, la parola che deve risuonare di più in noi è l’invito di Giovanni il Battista a convertirci. Conversione: di solito questa parola la associamo alla Quaresima, alla confessione, ai fioretti, ai sensi di colpa, alla lista delle solite mancanze o dei peccati “scandalosi”. Ma nel Vangelo di oggi la parola usata per dire conversione non chiede semplicemente un’azione; prima vuole parlare al cuore. Viene usato infatti il termine metànoia, che significa cambiamento di mentalità: passare cioè da una rigidità ad un cuore capace di smuoversi. È smettere di dire: “Io sono a posto, ho le mie ragioni, faccio le mie cose”, per cominciare a chiedersi: “ma Il mio modo di pensare... sta facendo crescere la mia vita... quella di chi mi sta accanto... o le sta soffocando?” Convertirsi allora non significa semplicemente “fare”: significa lasciare che il Signore cambi lo sguardo e apra uno spiraglio dove noi vediamo solo muri. È cambiare posizione non per debolezza, ma per amore. È trovare il coraggio di dire uno “scusa” che magari teniamo inchiodato in gola da mesi. È accorgerci che non è la verità a dividerci, ma il modo rigido di difenderla. La liturgia di oggi, con san Paolo, lega la conversione a due parole bellissime: consolazione e perseveranza.La consolazione, che inizia quando smetti di guardare ossessivamente ai torti subiti e finalmente vedi l’altro come un fratello e non come un avversario; quando torni a vedere il bene che puoi ancora fare. La perseveranza, che non è ostinazione, non è il restare duri fino alla fine: è la costanza nel voler bene anche quando l’altro non cambia subito. È l’amore che non si arrende al primo graffio, e nemmeno al centesimo.Ma attenzione: qui non si tratta semplicemente di impegnarci a essere più buoni. Per quanto sia bello e giusto, ridurrebbe tutto a mero buonismo. Che cosa ci dice la prima lettura? Che lo Spirito di Dio è capace di ciò che a noi sembra impossibile.Il lupo che dimora con l’agnello, il bambino che mette la mano nella tana della vipera... Non sono immagini poetiche per bambini: sono la profezia che quando Dio entra in una storia, l’improbabile diventa possibile. Il miracolo non è che il lupo diventi agnello: è che smettano di vedersi come nemici. E questo accade anche tra noi quando lo Spirito cambia lo sguardo prima delle circostanze. Un amico o un fratello che, dopo anni, decide finalmente di richiamare;una coppia che riesce a parlarsi senza alzare la voce;un vecchio rancore che smette di bruciare;un “come stai?” detto proprio alla persona che non riusciamo più a guardare negli occhi. Questi miracoli non accadono grazie alle nostre tecniche di comunicazione, né alle nostre battaglie per dimostrare chi ha ragione. Accadono perché permettiamo allo Spirito di agire, di cambiare i cuori.Dio non ci chiede grandi cose: ci chiede di desiderarlo, di lasciargli uno spazio, anche minimo. A Lui basta un varco per fare nuove tutte le cose. Forse allora convertirsi è proprio questo: lasciare che una parte del nostro cuore smetta di attaccare e finalmente si lasci toccare e guidare. È permettere che una chiusura velenosa si trasformi nella possibilità di mettere la mano dove prima c’era solo pregiudizio e paura. E tutto questo non perché siamo bravi, ma perché Cristo viene.E quando Lui viene, l’ordine cambia: ciò che era diviso può tornare insieme; ciò che era indurito può riaprirsi per accogliere. E allora la domanda da portarci a casa oggi è semplice e spiazzante:Qual è il cambio di mentalità che il Signore mi chiede adesso, in questo Avvento concreto che sto vivendo?Non in teoria: nella mia famiglia, nella mia comunità, nelle relazioni che hanno bisogno di guarire.Non lasciamo che queste domande restino in aria o nella testa per un momento soltanto. Giovanni ci ricorda che questo è il tempo per preparare i cuori al Signore che viene, perché un cuore non preparato è un cuore che non può accoglierlo. Non lasciamo che questo Natale sia l’ennesimo promemoria delle nostre chiusure. Lasciamo spazio al suo Spirito e alla sua Parola.E lo Spirito compirà anche in noi il miracolo della conversione. A noi tocca solo dire: “Vieni, Signore”...e avere il coraggio di lasciarci cambiare.
-
19
Tu appartieni alla Luce - Solennità di Cristo Re - Don Flavio Maganuco - SmartPray
DOMENICA 23 NOVEMBRE: SOLENNITÀ DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO (ANNO C)2Sam 5,1-3 – Sal 121 – Col 1,12-20 – Lc 23,35-43TU APPARTIENI ALLA LUCECelebriamo l’amore che vince ogni volta che scegli di non rimanere prigioniero, nemmeno di te stesso.C’è un momento dell’anno in cui tutti, senza accorgercene, sentiamo il bisogno di fermarci e fare il punto. Capita a fine dicembre, prima di un compleanno, quando chiude un progetto... e anche oggi, alla fine dell’anno liturgico. È come se la Chiesa ci dicesse: «Guarda indietro un attimo. Com’è andata la tua vita quest’anno? Dove ti ha portato il cuore? Cosa è cresciuto e cosa si è spento?». La liturgia non ci chiede conti perfetti, ma verità. E la verità, il più delle volte, non è mai scandalosa: è semplicemente nostra. Ed è bello che questo “recap” non lo facciamo davanti a un bilancio, ma davanti a una croce.Perché l’anno si chiude con una buona notizia che non cambia mai: la croce ha vinto il male, il bene è più forte delle tenebre, l’amore è l’unica logica che non si spegne. È la «buona notizia di oggi»; ma in questa verità così grande, paradossalmente dobbiamo imparare a crederci ogni giorno, perché il mondo intorno, e a volte anche quello dentro di noi, continua a sussurrare il contrario. Come quando una persona di cui ci fidavamo ci ferisce, e subito pensiamo che l’amore sia solo ingenuità. O quando subiamo un’ingiustizia al lavoro e ci viene da dire: «Chi è onesto viene sempre fregato». O come quando vediamo che chi urla di più ottiene ciò che vuole, e ci viene il dubbio che la mitezza sia solo per i deboli. Piccoli momenti che però ci attraversano come lame e ci portano a pensare, almeno per un istante, che il male è più forte. E allora nasce spontanea la domanda: Se Cristo ha vinto il male, perché il male continua a insistere? Perché continua a bussare, a confonderci, a convincerci che il bene non serve? È la domanda che ogni cristiano, prima o poi, si fa.Una domanda che ci facciamo già da bambini e che in qualche modo può renderci adulti nella fede. La risposta che rende possibile questo ci viene incontro nelle letture: La prima lettura ci ricorda che siamo stati resi partecipi della regalità di Cristo: come Davide viene consacrato re, così noi siamo stati unti nel Battesimo. E quell’unzione non ci ha fatto padroni del mondo, ma figli, fratelli, persone che hanno ricevuto una dignità che non può essere rubata. La seconda lettura lo dice con parole splendide: siamo diventati «partecipi della sorte dei santi nella luce». È come se Paolo dicesse: «Tu appartieni alla luce. Non importa quanta oscurità incontri, tu non sei fatto per restare lì dentro». Eppure il male insiste. Ma insiste come un ladro che sa di essere già stato disarmato. È questa la ridefinizione che ci serve: Cristo non ha tolto il male dalla storia; gli ha tolto il diritto di avere l’ultima parola. Per questo il Vangelo di oggi non ci porta in un palazzo, ma sul Golgota. Non ci mostra un trono, ma un uomo crocifisso. E accanto a Lui c’è l’unico vero uomo libero di quella scena: il buon ladrone.Lui non nega la verità su se stesso, non finge, non si giustifica. Dice (con una lucidità che spesso noi non abbiamo): «Noi lo meritiamo». Ma non si ferma lì. Va oltre. E mentre gli altri gridano «Scendi!», «Salva te stesso!», lui sceglie un’altra strada: si affida. Va controcorrente rispetto al mondo, ma anche rispetto al suo passato. Ed ecco il miracolo: quel ladro diventa il primo a varcare la porta del Paradiso aperta dalla croce. È il primo frutto della vittoria di Cristo. È la prova che il male non è più il padrone. È come se oggi il Vangelo ci dicesse: «Vuoi sapere come si manifesta la vittoria di Cristo? In ogni volta che scegli di non rimanere prigioniero di te stesso». Perché in un mondo in cui tutti rivendicano, trattengono, accusano, urlano, approfittano... è già una vittoria scegliere la sincerità, la mitezza, il perdono, il coraggio di non approfittarsi dell’altro.La controcorrente non è eroismo: è fiducia. È credere che il bene non è inutile. È credere che la croce non è stata una parentesi, ma una porta. E che quella porta è aperta per noi. Pensateci bene: non lo abbiamo forse già visto accadere? Quando una famiglia attraversa una crisi e invece di lasciarsi l’un l’altro nelle proprie ferite o di accusarsi a vicenda, si sceglie di sedersi, di parlarsi davvero o di restare abbracciati in silenzio... e lì nasce una pace nuova.O quando qualcuno, dopo anni di silenzio, trova il coraggio di chiedere perdono o di perdonare un parente e quella relazione riprende vita. O quando una persona ferita dalla vita decide comunque di non indurire il cuore e continua a fare il bene, anche se nessuno lo vede. In quelle piccole resurrezioni quotidiane, la vittoria di Cristo è già all’opera. E quando vivi così — anche nelle cose piccole, nelle giornate storte, nelle fatiche familiari, nelle paure che ti abitano — accade qualcosa di insolito: la vita, pur con tutto quello che resta difficile, comincia ad avere un sapore diverso. Comincia a somigliare già un po’ alla casa di Dio. Ed è per questo che oggi possiamo dire con il salmista: «Andremo con gioia alla casa del Signore». Non perché ce la siamo meritata, non perché siamo migliori, ma perché Cristo ci ha presi per mano.E perché ogni nostra piccola scelta controcorrente è già un passo dentro quella casa. Un passo dentro quella casa lo fai quando scegli di non rispondere a una provocazione, non perché sei debole, ma perché non vuoi far crescere altro rancore. Lo fai quando in una giornata carica di stanchezza decidi lo stesso di ritagliare cinque minuti veri per ascoltare qualcuno che ti parla con il cuore pesante. Lo fai quando, invece di giudicare al volo una persona che sbaglia, provi almeno una volta a domandarti cosa sta vivendo davvero. Questi e molti altri sono già tutti modi con cui questa terra, che Gesù chiama «lo sgabello dei suoi piedi», comincia a diventare davvero la casa di Dio: una casa di fratelli, di luce, di pace. Che il Signore ci conceda, alla fine di quest’anno liturgico, il dono più semplice e più grande: credere che il bene vince. E vivere come figli della luce, anche quando la luce sembra poca. Amen.
-
18
Un fiume in piena. L’ amore che “scuote” ciò che non serve, per far posto a ciò che vivifica - Gv 2,13-22 - Don Flavio Magnuco - SmartPray
Domenica 9 Novembre: Dedicazione della Basilica Lateranense - Anno C - Gv 2,13-22Ez 47,1-2.8-9.12; Sal 45; 1Cor 3,9-11.16-17; Gv 2,13-22UN FIUME IN PIENAL’ amore che “scuote” ciò che non serve, per far posto a ciò che vivifica. Prima o poi arriva per tutti quel momento in cui ti rendi conto che la tua casa ha bisogno di ordine. Magari qualcuno ha una soglia di “tolleranza” più alta di altri, ma quel momento comunque arriva.Non perché la casa sia sporca, ma perché nel tempo si è riempita di troppe cose, molte delle quali fuori posto. Ti metti a fare pulizia, apri i cassetti, svuoti gli scaffali.E ogni oggetto sembra farti una domanda: “Mi tieni o mi lasci andare?”. È lì che ti accorgi che c’è anche un’altra fatica da fare: decidere cosa merita di restare. Un vecchio libro che ti ha fatto crescere, una foto che ti riporta pace... restano.Tutto ciò che ingombra, che toglie luce o serenità, va lasciato andare. Ma la domanda vera è questa: quale criterio usi per scegliere cosa tenere? Quello che ti dà sicurezza, o quello che porta pace e bellezza? Perché non sempre le due cose coincidono! Gesù oggi entra nel tempio come chi ama davvero una casa: non per distruggere, ma per liberare, per restituirvi dignità.Scuote tavoli, rovescia monete, interrompe abitudini religiose diventate automatismi. Non lo fa per rabbia, ma per passione: È l’amore che “scuote” ciò che non serve, per far posto a ciò che vivifica. E noi, spesso, abbiamo paura di lasciargli fare la stessa cosa nella nostra vita. Ci affezioniamo alle nostre abitudini, anche a quelle che ci fanno male.Difendiamo le nostre rigidità come se fossero rifugi, ma in realtà sono prigioni. Succede ad esempio quando restiamo in un lavoro che non ci fa più crescere o stare bene solo perché “almeno è sicuro”. O quando portiamo avanti relazioni ormai spente, ma non per sanarle, solo perché temiamo la solitudine. O come quando non cambiamo mai ritmo, anche se il corpo e l’anima gridano che abbiamo bisogno di riposo.Oppure quando, infine, davanti a una novità, reagiamo subito con un “ma si è sempre fatto così”. In fondo, temiamo che se lasciamo andare, resti il vuoto. E invece, ogni volta che Gesù fa un po’ di pulizia nella nostra vita, non lascia un vuoto: crea spazio per la vita vera. Abbiamo bisogno di convincerci che Gesù non è venuto a toglierti la sicurezza, ma a restituirti la libertà. Pensiamo all’immagine dell’acqua che Ezechiele vede uscire dal tempio; non invade, ma dona vita a tutto ciò che tocca.È una forza gentile, come un fiume che attraversa un villaggio portando freschezza e un po’ di poesia. Il mio ultimo anno di formazione l’ho trascorso a Pavia, per chi non lo sapesse, quella città che giravo da una parte all’altra in bici (due me ne hanno rubato), è attraversata dal fiume Ticino. Quando la sera tornavo in seminario dopo aver svolto il mio servizio da seminarista in oratorio, o in chiesa o alla casa del Giovane, prendevo sempre la strada piùlunga che costeggiava la riva del fiume.E mi fermavo lì, specialmente nella fase primaverile ed estiva, a guardare il fiume e il tramonto su quel fiume. Stavo solo lì, a guardare l’acqua scorrere, insieme ai miei pensieri, ai ricordi di quella giornata, ai miei sogni e alle ansie degli esami che di lì a poco mi aspettavano. Ecco: Quando lasciamo che Cristo “metta ordine” dentro di noi, nasce la stessa sensazione: il caos si trasforma in fiume, la paura in pace, la confusione in allegria.Dio non viene a chiederti di essere perfetto: viene a farti scoprire quanto sei vivo, se lasci che la Sua presenza scorra nella casa del tuo cuore. Sì, perché la casa di Dio non è fatta di pietre, ma di persone; “Voi siete il tempio di Dio”, ci ha detto san Paolo. È vero, oggi celebriamo la dedicazione della Basilica Lateranense — la cattedrale del Papa, la chiesa madre di Roma e del mondo intero. Ma non dimentichiamolo: quella Basilica è segno, non fine. È simbolo della Chiesa viva, fatta di volti, di storie, di cuori. È dentro di noi che il Signore vuole abitare: nei cuori che si lasciano visitare, toccare, trasformare. E se davvero siamo il tempio di Dio, allora lasciarlo abitare in noi significa accettare che faccia ordine, che riporti luce dove c’era disordine.E questo, anche se a volte costa, non è mai una perdita. La purificazione non è uno sradicamento, ma un risveglio. Non è la fine di qualcosa, ma un inizio, il soccorso che arriva allo spuntare dell’alba. Come quando finalmente trovi il coraggio di parlare dopo mesi di silenzio, e ti accorgi che la verità non ti distrugge, ti libera.O come quando chiudi un capitolo difficile — una prova, una delusione, una paura — e ti sorprende quella leggerezza che non provavi da tempo. O ancora, come quando decidi di perdonare, e scopri che la pace non è un premio per i forti, ma un dono per chi si arrende all’amore. È lì che capisci che Dio non scuote per punire, ma per rivelare quanto è forte ciò che resta dopo che hai pulito. Infine, ricordiamoci che se diventiamo il vero tempio, diventiamo anche rifugio per gli altri.Se lasciamo che la Sua acqua scorra in noi, diventiamo anche noi parte di quel fiume che rallegra la città di Dio: rivoli di uomini e donne che portano vita dove c’è aridità, ascolto dove c’è rumore, luce dove sembra notte. E la Chiesa così smette di essere un edificio di pietra, e diventa un popolo che diffonde pace, una comunità che “soccorre all’alba” i passi stanchi del mondo. Allora, alla luce di questi criteri che ci aiutano a scegliere, proviamo a chiederci questa settimana: “Cosa tengo perché mi rallegra? E cosa posso lasciare andare per far spazio alla vita di Dio?” E poi, una di queste sere — perchè no, magari questa — , ringrazia per una cosa che ti ha portato pace: sarà come far scorrere un piccolo fiume nel cuore. Perché si, ogni volta che lasci che Cristo purifichi la tua vita, il mondo diventa un po’ di più casa Sua.
-
17
Una luce nella notte : Spera nel Signore. Sii forte. Il cuore sa la strada - Gv 6,37-40 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
2 NOVEMBRE: COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI (ANNO C)Gb 19,1.23-27; Sal 26; Rm 5,5-11; Gv 6,37-40UNA LUCE NELLA NOTTESpera nel Signore. Sii forte. Il cuore sa la strada.Ci sono giorni in cui il cuore pesa. Giorni in cui una sedia vuota a tavola, una voce che non si sente più, un nome che non risponde al telefono ci fanno scoprire quanto sia fragile la vita e quanto profonda la nostalgia.L’esperienza del lutto di una persona cara è un’esperienza che lascia sempre sconvolti. Io non ho perso molti parenti... solo due nonne, una per parte. Quando ero a Santa Croce ho perso due giovani che ho visto crescere in oratorio: Andrea e Francesco, entrambi in un incidente stradale. Uno era appena uscito di casa sua, aveva dato un bacio alla madre ed era uscito per andare a divertirsi; nemmeno 10 minuti dopo, un incidente autonomo con l’auto; forse perché distratto dal telefonino, forse per evitare un animale.L’altro Francesco, anche lui diciannove anni, tornava a casa da lavoro in moto; un camion ha invaso la sua corsia, ed è finito tutto lì. Nella mia mente li vedo ancora dodicenni, uno mentre prepara i dolci con la madre in oratorio durante un laboratorio di cucina, l’altro, a cui piaceva molto disegnare, mentre insegnava ai bambini come fare un fumetto, in un laboratorio di disegno. Sono lì, cristallizzati, insieme a tanti volti che ho conosciuto e che, come successo a molti di voi. A volte la mancanza è forte come un pugno allo stomaco, il dolore ti prende e non ti lascia più. È allora che ci viene spontaneo fuggire: distrarci, non pensarci, trovare qualcosa da fare per non sentire troppo quel vuoto che ci si apre dentro.Sperare che in qualche modo, non sappiamo quale, quella sensazione passi. Ecco, la liturgia di oggi ci chiede di disobbedire a questo impulso; non ci invita a fuggire: ci invita a restare davanti al dolore, anche se fa male, ad attraversarlo con gli occhi della fede. Giobbe, che conosce la perdita come pochi, oggi ci consegna una parola che squarcia come un lampo di luce la notte: «Io so che il mio redentore è vivo».È un grido, non una lezione. È la voce di chi, pur non capendo nulla di ciò che gli accade, decide di non lasciare che la sofferenza sia l’ultima parola. Dentro il dolore, Giobbe sceglie la fiducia. È come se dicesse: “Non so dove sei, Signore, ma so che ci sei.” E quella certezza, anche se piccola, è già resurrezione che comincia. C’è chi, in mezzo al dolore, impara a dire cose simili senza nemmeno saperlo. Come quella figlia che ogni mattina passa dal cimitero per salutare la madre e le racconta della giornata. O quell’uomo che, dopo aver perso il lavoro, continua a dire ai figli: “Non vi preoccupate, qualcosa troveremo.” Sono piccole confessioni di fede, dette a mezza voce, ma che fanno tremare il cielo.E mentre lo dici, dentro ti nasce un sussurro: “Tu sei la mia luce... Tu sei la mia difesa... Non ho paura.”Non lo dici perché tutto va bene, ma proprio perché non va bene. Perché hai capito che Dio non è la via di fuga dal dolore, ma la presenza che lo attraversa con te. È come quando ti sembra di camminare nel buio, ma ti accorgi che qualcuno ti tiene la mano: non vedi la strada, ma sai che non sei più solo. San Paolo lo dice con forza: «La speranza non delude.»Non è la speranza ingenua di chi ripete “andrà tutto bene”, ma quella di chi crede che anche ciò che si spezza può essere raccolto da Dio e rimesso insieme. È la speranza di chi si inginocchia davanti a una tomba e, pur tra le lacrime, sussurra: “Ti rivedrò.” È la speranza di chi viene a Messa e, mentre il pane si spezza, sente che lì, in quel gesto, tutti i mondi si toccano: la terra e il cielo, i vivi e i defunti, le lacrime e la gioia.Perché ogni volta che il Signore si dona nell’Eucaristia, il confine si assottiglia: chi ci ha preceduti è più vicino di quanto pensiamo, come se il loro nome continuasse a vibrare nel silenzio tra il calice e l’altare. E nel Vangelo Gesù ci dice: «Chiunque crede in me, io lo risusciterò nell’ultimo giorno.»È la promessa che ogni dolore attraversato con Lui è già un passo dentro la vita eterna. E che nulla, nemmeno la morte, può separare da chi si è amato in Dio. Il cielo non è un luogo lontano, ma la presenza viva di Dio che continua a custodire i nostri nomi, anche quando qui sembrano svanire. È come se ogni persona che abbiamo amato ci dicesse oggi: “Io sono nella luce. Vivi anche tu con quella luce nel cuore.” Forse questo è il segreto della fede: imparare a desiderare ciò che non si vede, a cercare un volto che a volte sembra nascosto. Ma chi lo cerca non resta deluso. Perché ogni volta che diciamo “spera nel Signore”, qualcosa dentro di noi si rinforza, il cuore si rialza, e il dolore resta, ma diventa passaggio.Allora commemorare i defunti non è ricordare i morti, ma ricordare la Vita. È ricordare che c’è una promessa più grande del dolore, un amore più forte della morte.E quando ci chiediamo come affrontare la malattia, il fallimento, la perdita, possiamo rispondere come Giobbe, come Paolo, come il discepolo che sta sotto la croce: “Il mio Redentore vive. Io non ho paura. La speranza non delude.” Non fuggire dal dolore, ma attraversalo con queste parole sulle labbra: saranno loro a trasformarlo, a renderlo passaggio, respiro, attesa.E così, ogni lacrima non sarà sprecata, ma diventerà luce che prepara l’alba del cielo. Perché chi ha amato davvero non è mai perduto: è solo avanti, nella casa dove un giorno ci ritroveremo.
-
16
Sai Affidarti? Il segreto della vita cristiana non è essere perfetti, ma lasciarsi salvare (Lc 18,9-14)- Don Flavio Maganuco - SmartPray
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)Sir 35,15-17.20-22 – Sal 33(34) – 2Tm 4,6-8.16-18 – Lc 18,9-14SAI AFFIDARTI?il segreto della vita cristiana non è essere perfetti, ma lasciarsi salvare.Ammettiamolo; ci piace essere autosufficienti, ci dà un senso di appagamento che solo poche cose riescono a dare alla stessa maniera; ma purtroppo ci sono anche momenti in cui la vita ti costringe a metterti nelle mani di qualcun altro. Ricordo una volta, dopo un piccolo intervento, in cui per qualche giorno non potevo guidare.Dipendevo da chi mi accompagnava, da chi mi faceva la spesa, da chi si ricordava di me. E mentre una parte di me provava gratitudine, un’altra si sentiva vulnerabile, quasi “inutile”. È strano: se non stiamo attenti, essere aiutati a volte può fare più male che bene, perché ci mette davanti alla nostra fragilità.Ci ricorda che non siamo onnipotenti, che non controlliamo tutto. E dentro quella scoperta si nasconde sempre una punta d’orgoglio ferito. Forse perchè viviamo in una società che ci ha convinti che valiamo solo se produciamo, se risolviamo da soli, se non diamo fastidio a nessuno. La “cultura dello scarto”, come la chiamava Papa Francesco, comincia proprio lì: nel pensare che chi non produce e non è autonomo non serve più.E Dio solo sa quanta paura e quanta tristezza questa condizione può mettere nel cuore dell’uomo. La buona notizia è che Dio, proprio nelle letture che abbiamo ascoltato oggi, rovescia questa logica. Lui, dice il Siracide, “non è parziale a danno del povero”, ma “ascolta la supplica dell’oppresso”. In parole povere, Dio ascolta chi non può fare da sé. Dio si china su chi non ha più voce. È in fin dei conti quello che accade nella parabola del Vangelo di oggi: due uomini salgono al tempio. Uno porta davanti a Dio i suoi meriti, la sua “produttività”; l’altro, solo la sua povertà. Il primo si racconta perfetto; il secondo si riconosce fragile.E Gesù conclude: “Questi tornò a casa giustificato, a differenza dell’altro.” Perché? Perché Dio non cerca superuomini, ma cuori veri.Perché il Vangelo non è mai un perfezionamento della logica umana: è un rovesciamento. Dove noi vediamo un vincente, Dio riesce a vedere se invece c’è un cuore vuoto. Dove noi scartiamo, Dio comincia a costruire.Dove noi non abbiamo più difese, Dio può finalmente entrare. Il pubblicano non è promosso per pietà: ma perchè ha lasciato spazio a Dio. La grazia entra solo dove l’orgoglio si fa da parte. Essere “giustificati” non significa che Dio chiude un occhio, come se facesse finta di niente. Significa che Lui ci rende giusti davanti a Sé, non perché lo siamo, ma perché ci lasciamo amare così come siamo. È un dono, non una conquista.San Paolo lo spiega bene ai Romani: “Giustificati per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1). In altre parole, la giustizia di Dio non è un tribunale, è una relazione.Non è il premio per chi non ha sbagliato, ma la guarigione per chi si lascia toccare dalla Misericordia. Il fariseo voleva convincere Dio del proprio valore; il pubblicano, invece, ha permesso a Dio di restituirglielo. Ecco perché torna a casa “giustificato”: perché non si è difeso da Dio, ma si è lasciato difendere da Lui. Come quando, dopo aver cercato mille ragioni per scusarti, ti lasci abbracciare e ti rendi conto che l’altro non ti chiede spiegazioni, ma solo di restare.Come quando non ti senti più all’altezza e invece scopri che sei amato proprio lì, dove ti credevi da buttare. Il Salmo ci fa entrare in questa verità con parole meravigliose: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.” Non ci piace, ma c’è un livello di vicinanza di Dio che si può sentire non quando siamo forti, ma solo quando siamo spezzati; c’è “un’allegria” che possiamo sperimentare solamente nella povertà. Perchè è lì che il Signore si fa prossimo.È lì che ci libera da tutte le nostre angosce. Non liberandoci dalle difficoltà, ma liberandoci dalla paura di affrontarle soli. Quante volte ve l’ho detto: La fede non è una polizza assicurativa contro il dolore, ma la certezza che dentro ogni dolore non siamo mai abbandonati.E allora il povero non è solo chi non ha soldi. È chi non ha più difese, chi non ha più ruoli da giocare, chi non ha più maschere da tenere su. È la madre che ammette di non sapere più come educare suo figlio;è il giovane che smette di fingere di avere tutto sotto controllo;è l’anziano che non riesce più a fare da solo e accetta fra mille paure e umiliazioni di lasciarsi aiutare.Povero è anche colui che, come Paolo nella seconda lettura, può dire nonostante le proprie sconfitte: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” Paolo non parla da vincitore, ma da uomo liberato: sa che non ha più forza, ma si sente forte in Dio. “Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza.” Anche questa è spiritualità dell’affidamento: non un lasciarsi andare, ma un lasciarsi tenere. Non un rinunciare a lottare, ma farlo nella certezza che Qualcuno combatte con te. Come quando ti aggrappi alla mano di chi ti sta accanto mentre tutto trema.Come quando attraversi un momento buio e non capisci più nulla, ma senti che qualcuno cammina al tuo fianco.Come quando non hai più parole per pregare, Ed è il tuo respiro, che diventa preghiera.Quando ti affidi così, non smetti di agire: agisci diversamente. Non per paura, ma per fiducia.Non per dovere, ma per gratitudine. E allora cominci davvero a “benedire il Signore in ogni tempo”, come dice il Salmo.Non perché tutto va bene, ma perché non smetti di credere che Lui è buono, anche quando tutto va male. Chi vive così, non si vanta di sé, ma si gloria nel Signore. E chi ascolta, “si rallegra”, perché finalmente scopre che la felicità non nasce dal controllo, ma dalla fiducia. Questa fiducia, oggi, ancora una volta, possiamo tornare a celebrarla nell’Eucaristia. Ricordiamocelo: su questo altare, Dio si fa vicino: prende la nostra povertà, la benedice e la trasforma in comunione.Ci dona la forza che ha dato a Paolo, la pace che ha dato al pubblicano, la consolazione che ha promesso a chi ha il cuore spezzato. E mentre riceviamo il Corpo di Cristo, Dio ci dice: “Non sarà condannato chi in me si rifugia.” Allora torniamo a casa “giustificati”, come il pubblicano, ma anche forti come Paolo. Non più schiacciati dalle nostre fragilità, ma esaltati dalla Grazia che ci rialza. Perché il segreto della vita cristiana non è essere perfetti, ma lasciarsi salvare. E quando impariamo questo, anche la debolezza diventa un luogo di gloria. Usciamo con questa corona: liberi e forti in Lui.Perché il Signore è davvero vicino a chi ha il cuore spezzato, e salva — sempre — gli spiriti affranti. Amen
-
15
Non Mollare, smetti di litigare per nulla… e combatti le battaglie che contano! - Don Flavio Maganuco - SmartPray
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)Es 17,8-13; Sal 121; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8 NON MOLLARE, smetti di litigare per nulla… e combatti le battaglie che contano!Ci sono momenti in cui nella vita ci ritroviamo impantanati in discussioni chediventano delle vere e proprie matasse. Non si capisce più da dove sia partitotutto: chi ha ragione, chi ha torto, chi ha cominciato. E allora si comincia asoppesare ogni parola, ogni gesto, ogni intenzione. Ci si perde nei “perché” enei “ma”, e non ci si accorge che più si cerca di districare quella matassa, più siannoda.Capita nelle famiglie, nelle parrocchie, nei gruppi, persino nei nostri pensieri. Espesso ciò che ci guida non è più il desiderio di verità, ma l’orgoglio ferito, ouna sete di giustizia che, a ben vedere, ha più il sapore della prevaricazione, opeggio, della vendetta, piuttosto che quello dell’amore.È proprio qui che la Parola di Dio oggi ci viene incontro. San Paolo lo dice conchiarezza: la Scrittura è utile per insegnare, per correggere, per educare allagiustizia. È come una voce che ci riporta all’essenziale, che non ci fa vacillare,che ci invita a scegliere quali battaglie vale la pena combattere, e soprattuttocome combatterle: non per vincerle, ma per viverle nella pace dell’anima.Perché non tutte le battaglie vanno combattute. E non tutte vanno vinte.Alcune vanno solo attraversate con fiducia, sapendo che Dio le abita.👉 Come quando ti rendi conto che discutere ancora con quella persona nonserve, ma amarli in silenzio sì. O quando smetti di pretendere di cambiare tutto,e scegli solo di restare fedele nel piccolo, dove Dio ti chiama.Eppure, anche quando scegliamo le battaglie giuste, arriva putroppo quelmomento in cui sentiamo di non farcela più. Le braccia si stancano, come quelledi Mosè sul monte. Vorresti solo mollare, sederti e dire: “Basta, non serve aniente”.👉 Come quando ti impegni per anni nel bene, ma non vedi frutti; o quando tisforzi di perdonare, ma dentro senti solo stanchezza. Lì capisci che la fede nonè una prestazione occasionale, ma una resilienza nell’amore.È in quei momenti che può accadere qualcosa di veramente straordinario; comenella scena meravigliosa della prima lettura, dove Mosè, stanco, con le bracciache cadono, viene soccorso da questi due fratelli – Aronne e Cur – che glielesostengono… così anche noi, possiamo trovare sostegno gli uni negli altri. Èquesto il segno più bello della fraternità: non necessariamente per vincere, maper restare in piedi insieme; per nutrire la consapevolezza che non siamo solinel combattimento, che la fede non è una maratona individuale, ma uncammino dove ci si tiene per mano.👉 Come quando qualcuno ti manda un messaggio proprio nel momento in cuipensavi che nessuno ti capisse. O quando in parrocchia, in famiglia, in ungruppo, scopri che la tua fatica è anche la fatica di altri, e che non sei il solo aportarla; che l’aiuto, che “l’ombra che ti copre”, può venire anche dal volto diun fratello o di una sorella che ci sostiene nel momento in cui stiamo percadere. Dio ci custodisce anche attraverso di loro.Ma come sappiamo bene, c’è un’altra forza, che è più grande di tutte: quellache nasce dall’Eucaristia. È lì che il Signore diventa il nostro custode, il nostronutrimento, la nostra ombra, il nostro riposo. È lì che ci insegna la vera giustizia,che non è punire il male, ma rispondere al male con il bene. È lì che ci educaalla perseveranza, come quella vedova del Vangelo che non smette di bussare,di chiedere, di credere.La fede non è questione di risultati, ma di perseveranza. E perseverare non èresistere a oltranza, ma rimanere affidati.Penso a Carlo Acutis, un ragazzo che nella malattia non ha smesso di fidarsi.Non ha chiesto “perché proprio a me?”, ma ha continuato a bussare al cuore diDio con la fiducia semplice di un figlio. Diceva: “L’Eucaristia è la mia autostradaper il Cielo”. È questo il segreto della perseveranza: sapere dove si guarda, aChi si guarda. “Alzare gli occhi”, non per scappare dalla realtà, ma per ritrovarela direzione.👉 Come quando smetti di fissarti sul problema e inizi a guardare chi ti amaancora. O quando, in mezzo alla confusione, torni davanti al Tabernacolo eriscopri che sì, magari tu stai cercando di custodire qualcosa, o qualcuno… mase puoi farlo davvero, è solo perché tu, per primo, sei Custodito da Lui.E allora, con questa consapevolezza, potremo dire “Sì, Signore”; perché, anchequando il male sembra vincere, anche quando le ingiustizie si moltiplicano,anche quando le nostre debolezze ci umiliano… finché ci sosterremo a vicenda,finché ci lasceremo custodire dalla Parola e nutrire dall’Eucaristia, tu, Signore,troverai ancora accesa la fiamma della nostra fede.
-
14
Dacci oggi il nostro “grazie” quotidiano - Omelia partire da Lc 17,11-19 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)2Re 5,14-17; Sal 97; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19DACCI OGGI IL NOSTRO GRAZIE QUOTIDIANOPerchè chi sa ringraziare non torna mai come prima Mi è capitato a volte - e sarà capitato anche a te - di vedere o di vivere delle scene veramente belle; un automobilista che si ferma e dà la precedenza dovuta a un pedone e gli segnala pure che può passare senza problemi, facendo un sorriso. Oppure, quando in coda alla cassa una persona a pochissime cose in mano e chi gli sta davanti col carrello pieno, lo lascia passare, senza farsi troppi problemi.Sono quei momenti nel quale sorridi e balbetti velocemente un “grazie”, di quelli automatici, mentre riparti di corsa a fare le tue cose. Ma poi, quanto ti fermi, rivivi quei momenti: non sono soltanto “cortesie”, sono promemoria che, in mezzo al caos quotidiano, c’è qualcuno che sceglie di fermarsi, di essere gentile. E quel “grazie” detto velocemente si trasforma in qualcosa di più grande, un filo che ti lega al senso di comunità che forse avevi perso.Ecco il punto. C’è gratitudine e gratitudine: quella che si esaurisce nel gesto, e quella che invece ti cambia la vita; una che nasce dalle circostanze, e un’altra che nasce dalla grazia. Tutti noi, almeno una volta, abbiamo detto grazie per buona educazione, ma ci sono “grazie” che ci fanno resuscitare: perché ti accorgi che il bene ricevuto non è un favore, ma una rivelazione; di te, del mondo, di Dio. Naaman, il generale siro che ci è stato raccontato nella prima lettura, sperimenta proprio questa logica.È un uomo potente, ma segnato da una lebbra che non riesce a nascondere. Una volta guarito dalla lebbra, si rivolge al profeta Eliseo e desidera riempirlo di denaro e doni, come se la guarigione fosse una transazione. Ma Dio non si compra: si accoglie. L’acqua del Giordano non è magica, è umile. È la porta attraverso cui Naaman passa dalla presunzione alla fede. E quando Eliseo rifiuta i doni e loda il Signore, accade un’altra guarigione: dopo la pelle, guarisce anche il cuore: “Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele”.È il grido di un uomo che ha scoperto la gratuità. La guarigione non è più solo pelle sana: è libertà interiore. Da quel momento Naaman non vuole più vivere con nessun altro dio. Perché quando il cuore è guarito, nasce spontaneo un canto nuovo. Non un canto di rito, ma di vita. Perché la gratitudine non è un’emozione: è una forma di fede.Chi è stato toccato dalla grazia non dice semplicemente “grazie” per dovere, ma addirittura “lo canta” perché non può farne a meno. È il canto di gioia di chi ha scoperto la fedeltà di Dio: un amore che non si stanca mai di cercarci, che attraversa ogni distanza, che supera ogni confine.Anche Paolo, nella seconda lettura, ci mostra questa verità. È in catene, abbandonato, eppure scrive con una libertà che non può essere incatenata. Perchè può essere prigioniero il corpo, ma non la speranza. Perchè può mancare la forza, ma non la grazia. “La Parola di Dio non è incatenata”, dice Paolo.Quella parola che risana, che vivifica, che salva. Nelle sue catene eleva una preghiera, e la sua prigione diventa altare. E lì scopre che Dio resta fedele anche quando noi, a causa delle catene della vita, smettiamo di esserlo, perché Dio “Non può rinnegare se stesso”. Questa fedeltà è la radice di ogni gratitudine: sapere che, qualunque cosa mi accada, Dio non smette di credere in noi. È lì che possiamo scoprire ancora chi è Dio. E tornare da Lui.Come quel particolare lebbroso protagonista del vangelo di oggi; Erano dieci i lebbrosi guariti, ma lui solo torna indietro. Gli altri forse erano felici, ma non trasformati. Lui, invece, torna. Non per restituire qualcosa, ma per riconoscere Qualcuno.Il suo ringraziamento non è un debito da pagare, ma l’inizio di una relazione; perché la gratitudine vera non chiude un conto: apre una storia. E in quel ritorno, Gesù gli dice: “Alzati e va’”. È come dire: “Ora puoi vivere da risorto”. Perché ogni volta che ringrazi, qualcosa in te risorge. Perché ogni “grazie” autentico, è una Pasqua quotidiana. Penso a certe giornate in cui torni a casa e senti addosso catene invisibili: la fretta, la stanchezza, la delusione, o semplicemente quella voce che ti sussurra “non ce la fai più”. In quelle circistanze capita che anche il bene ti scivoli addosso, che non vedi più motivo per dire grazie.Ma poi succede qualcosa di piccolo: un abbraccio, una parola che non ti aspettavi, una luce che filtra tra le nuvole. E lì capisci che non tutto è perduto. Ti accorgi che puoi ancora tornare. Tornare a respirare, tornare a essere te stesso, tornare a Dio. La gratitudine nasce quando smetti di fissarti su ciò che manca e torni a vedere ciò che c’è. L’Eucaristia è proprio questo movimento: ritornare.Non solo a Dio, ma anche a quella parte di noi che sa ancora stupirsi. Tornare a quel punto interiore dove magari nessuna catena si scioglie, ma possiamo dire lo stesso: “Nonostante tutto, io sono amato”.In questa celebrazione Eucaristica, portiamo i nostri “confini”, tutto ciò che siamo: i frammenti, le paure, i desideri. Con la certezza che Dio, sull’altare, non scarta nulla, anzi! Ci raggiunge, raccoglie tutto, lo benedice, lo spezza e ce lo restituisce come vita nuova.E noi possiamo ripartire da qui, da quei “confini” in cui il Signore mette pace: liberi, guariti, riconoscenti; come quel lebbroso. Perché la vera guarigione non è non avere più ferite,ma saperle guardare alla luce della fedeltà di Dio.Perché chi sa ringraziare non torna mai come prima:torna più vivo, più vero, più vicino a Dio e a sé stesso. Amen.
-
13
Cosa ci guadagno? Omelia a partire da Lc 17,5-10 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)Ab 1,2-3; 2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10COSA CI GUADAGNO?Semplicemente tutto C’è una domanda che spesso ci portiamo dentro, brutale nella sua semplicità: “Cosa ci guadagno? E se non ci guadagno niente, che lo faccio a fare?”È la logica del mondo. Se un giovane lavora per passione ma non guadagna molto, viene giudicato “inutile” , “sfruttato”. Se qualcuno dedica tempo al volontariato senza ricevere nulla in cambio, lo si considera uno che “perde tempo”. Così la vita si riduce a un bilancio: entrate, uscite, vantaggi, perdite. Ma vivere così spegne il cuore. Ecco perché la Parola oggi ci provoca.Dio ci invita a uscire da questa logica del calcolo, per entrare nella sua logica: quella del dono gratuito, che agli occhi del mondo sembra inutile, ma che in realtà è l’unica che salva. Dal grido di Abacuc alla voce del Salmo Proviamo dunque a rielaborare quanto ascolato: Il profeta Abacuc è schietto: “Perché i malvagi prosperano mentre i giusti soffrono?” È la stessa domanda che ci tormenta quando vediamo chi imbroglia fare carriera e chi resta onesto finire scartato. Sembra che convenga più la furbizia che la fedeltà. Ma Dio risponde: “Il giusto vivrà per la sua fede”. Non vivrà di calcoli, non vivrà di utili immediati, ma di fiducia.E il Salmo fa eco: “Non indurite il cuore come a Meriba”. Quando viviamo solo di tornaconto, il cuore si indurisce. Invece Dio guarda al gesto piccolo e fedele: un genitore che non smette di accompagnare un figlio anche quando non vede risultati, un lavoratore che non accetta compromessi anche se resta indietro, un povero che condivide il poco che ha. Sono gesti che agli occhi del mondo non fanno notizia, ma agli occhi di Dio sono il vero tesoro.E da qui capiamo che la fede non è “utile”: è pazienza, è resistenza, è un amore che non produce frutti immediati ma che tiene in vita la speranza. Dal coraggio di Timoteo alla forza del VangeloSan Paolo, nella seconda lettura, rafforza questo sguardo: dice a Timoteo di non vergognarsi della fede. Quante volte veniamo derisi perchè facciamo la cosa giusta e ci abbiamo rimesso qualcosa, o perchè non facciamo la cosa sbagliata che ci porterebbe profitto? Il Vangelo non porta onori, anzi spesso porta derisioni. Eppure non ci è stato dato uno spirito di timidezza, di chi si lascia convincere ad indurire il cuore, ma di forza, di carità, di prudenza.Il mondo ci prende in giro se scegliamo la via dell’amore gratuito? Che lo faccia pure! Noi lo sappiamo che proprio ciò che Al mondo sembra debolezza, è invece manifestazione di forza e fonte di pace. Una donna che in famiglia ricuce una relazione invece di coltivare rancore. Un giovane che difende la sua integrità anche se tutti lo deridono. Una comunità che sceglie la carità invece del profitto. Queste scelte agli occhi del mondo non “pagano”, ma hanno dentro la forza dello Spirito. Arriviamo allora al Vangelo con una domanda chiara: dove trovare questa forza? Gesù ci risponde con l’immagine del granello di senape. Un seme minuscolo, apparentemente inutile, che ha dentro una potenza immensa. E con la parabola del servo che dice: “Siamo servi inutili”. Non perché il suo servizio non serva, ma perché non è fatto per guadagno.È amore gratuito, è dono senza condizioni.Dal seme all’Eucaristia E qui tutto si tiene insieme: dal grido di Abacuc, alla pazienza di chi non indurisce il cuore, al mondo che vuole farti vergognare di questo fino al piccolo seme del Vangelo. Dio ci insegna che non bisogna avere paura dell’inutilità apparente: è lì che germoglia la fede.E guardiamoci intorno: le montagne che ci spaventano sono tante.La freddezza nelle famiglie, le dipendenze che spezzano vite, le ingiustizie sociali che sembrano insormontabili. Il mondo ci dice: “È inutile provarci, non cambierà mai quella situazione, non sposterai mai quella montagna”. Ma la fede ci assicura: basta un seme, un piccolo gesto quotidiano, perché quella montagna cominci a muoversi.Pensiamo a un matrimonio in crisi: non si ricostruisce con un colpo di scena, ma con piccoli gesti di perdono e di dialogo. Apparentemente inutili, ma sono loro a tenere in piedi l’amore. E dove impariamo questo stile? Nell’Eucaristia. Gesù non si presenta come padrone, ma chi sta in mezzo a noi come colui che serve. Gesù, non calcola, si dona. Agli occhi del mondo la croce è stato il gesto più inutile della storia: morire per chi non ti ringrazia. Ma quella croce è diventata la salvezza dell’umanità. E nell’Eucaristia noi entriamo proprio in questa logica: la logica dell’amore che non calcola, non cerca utile, non misura.ConclusioneE allora, fratelli e sorelle, la domanda è: con quale logica vogliamo vivere? Con quella del mondo, che ci chiede sempre “cosa ci guadagno?”, o con quella di Dio, che ci mostra che il vero guadagno è donare senza misura?Vi lascio un invito concreto: questa settimana scegliete un gesto “inutile”. Un sorriso dato senza motivo, un aiuto a chi non può ricambiare, un perdono che non porta vantaggi. Sono i semi che Dio usa per muovere le montagne.E lì scopriremo che la gioia non nasce dall’utile, ma dall’amore.Amen.
-
12
L'abisso e il ponte - Omelia a partire da Lc 16,19-31 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) Am 6,1.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31 L’ABISSO E IL PONTE Dalla fame di cose alla sete di Amore Avete mai provato quella sensazione di avere tutto... e nello stesso tempo di sentire che manca qualcosa? Come quando finisci un pasto abbondante ma ti resta un vuoto nello stomaco... o quando compri l’ultima novità tecnologica e dopo due giorni ti accorgi che non ti ha davvero reso più felice... come se dentro avessimo un abisso che sembra non colmarsi mai. Ecco, la Parola di questa domenica ci mette davanti a questo mistero. Abbiamo ascoltato il profeta Amos che denuncia chi vive nello sfarzo, nella cattiva spensieratezza, come se niente e nessuno potesse toccarli o impensierirli. Personaggi, questi, ripresi da Gesù nella parabola del Vangelo di oggi, attraverso un ricco, indicato come “epulone”, cioè “sprecone”: viene descritta una scena con banchetti sontuosi, vestiti lussuosi... e fuori dalla porta di quella casa, c’è un povero con un nome, Lazzaro, trascurato, dimenticato. Il ricco invece, di nome non ne ha.E qui già ci viene rivelata una cosa interessante: quando l’abisso dentro di me diventa più forte della fame di relazione, io perdo il mio volto, perdo la mia identità. Ma perché cerchiamo di riempire questo abisso nelle cose sbagliate? Perché rincorriamo il nuovo modello di telefono, il vestito all’ultima moda, l’esperienza estrema, il contenuto che deve stupire tutti sui social? Lo facciamo per saziare un vuoto... ma spesso invece di riempirlo lo rendiamo più grande.Ricordo una volta di un ragazzo, poteva avere 14-15 anni, che in procinto di una festa di capodanno aveva solo un desiderio, voleva solo - detta a parole sue - distruggersi; con alcool e droghe leggere, balordie di fine anno. Io l’ho rivisto poco dopo capodanno... mi ha detto che non ricordava quasi niente, a parte il malessere fisico. Aveva fatto quanto promesso, forse per trovare qualcosa, un’identità... ma io mi chiedo: come fai a trovare qualcosa di importante, se la prima cosa che perdi è te stesso? La verità è che più cerchiamo di riempire l’abisso con cose, più questo diventa profondo. Pensateci: compri il nuovo telefono, all’inizio ti sembra di avere tutto... ma dopo un po’ di tempo guardi già al modello successivo. Così, più cerchi di riempire l’abisso con cose, più diventa profondo.O ancora: cerchi lo scatto perfetto, il post che tutti devono commentare sui social... ma subito dopo senti che non ti basta. Di nuovo: più cerchi di riempire l’abisso con cose, più diventa profondo. E poi: la cena in cui siamo tutti a tavola, ma ognuno con lo sguardo sullo schermo. Alla fine ci alziamo più soli di prima, perché mentre cerchiamo qualcosa immersi in quel mondo che abbiamo tra le mani, non sappiamo più chi abbiamo accanto, e ancora una volta: più cerchi di riempire l’abisso con cose, più diventa profondo. Il Vangelo ci provoca proprio con un’immagine drammatica: questo abisso di cui abbiamo parlato che pian piano diventa addirittura invalicabile. Il ricco si è infine ritrovato in una condizione in cui è ormai incapace di colmare la distanza che lui stesso ha scavato nella vita. È l’abisso tra lui e Dio, tra lui e i fratelli, tra lui e se stesso. E noi? Quali abissi stiamo scavando?La buona notizia è che, se lo vogliamo, questo abisso non è il nostro destino. Non dobbiamo per forza rassegnarci a questa fame senza fine. Dio non ci lascia in quel vuoto, ci offre il giusto modo per colmarlo: ci viene incontro. Ci dona il suo Figlio risorto, che spezza per noi il Pane. Ci dona la sua Parola, che ci invita ad ascoltare, proprio come suggerisce Abramo nella parabola: “Ascoltino Mosè e i profeti”. Quella parola che, come ci ricorda San Paolo oggi, ci insegna che la gioia non è fatta di illusioni ma di allenamento: «persegui giustizia, pietà, fede, amore, perseveranza». In altre parole: riempi l’abisso non di cose, ma di virtù.Ad esempio, giustizia può essere ascoltare davvero chi ci chiede aiuto, senza giudicare; pietà è pregare per chi soffre, anche quando non lo conosciamo; fede è fidarci di Dio anche nei momenti bui; amore è un gesto di tenerezza verso chi ci sta vicino; perseveranza è non smettere di fare il bene, anche quando siamo stanchi. Trasforma, in definitiva, la fame di “avere” nella sete di “essere”. Perché la fame di cose non si placa mai. La fame di amore invece sì, e questo ci basta. Allora la domanda diventa personale: chi è Lazzaro per me? Chi sta fuori dalla porta della mia vita? Forse è un povero concreto, che incontro per strada.Forse è un familiare dimenticato. Forse è una parte di me stesso che continuo a lasciare fuori, che non voglio ascoltare. Cercalo, trovalo. L’Eucaristia che celebriamo oggi ci insegni che il banchetto della nostra vita non può essere riservato solo a pochi privilegiati: come la tavola di Dio, si apra a tutti, perché ogni abisso diventi ponte; sazi la nostra fame col Pane vero, il pane dell’amore; ci faccia incontrare quel qualcuno che non dimentica mai il nostro nome, ma lo pronuncia sempre con amore. Portiamo oggi a casa proprio questa immagine: il ricco aveva tutto, ma non aveva più un nome. Lazzaro non aveva niente, ma era sempre nel cuore di Dio.E questo ha fatto la differenza. Fratelli e sorelle, non lasciamo che l’abisso dentro di noi diventi la tomba della nostra identità. Lasciamo che sia Dio, con il suo amore, a colmarlo. È proprio Lui che per primo lo desidera attraversare, per trasformarlo in ponte. Apriamo la porta, facciamo entrare il nostro Lazzaro, ascoltiamo la Parola, spezziamo il Pane. Solo così la fame diventa comunione, e l’abisso diventa incontro.Amen.
-
11
La vera ricchezza: vivere per Dio e per gli altri - Omelia a partire da Lc 16,1 -13 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)Meditazione a partire da Lc 16,1-13Se oggi qualcuno ti chiedesse: “Cos’è per te la vera ricchezza?”, cosa risponderesti? Un conto in banca che non finisce mai, una casa grande e piena di cose, oppure qualcos’altro? Forse ci verrebbe da pensare subito ai beni materiali, ma sappiamo bene che quelli non bastano.Quante volte abbiamo sperimentato che, anche quando non ci manca nulla, possiamo sentirci poveri dentro; e al contrario, anche con poco, possiamo sentirci davvero ricchi. Un esempio che illumina Mi viene in mente una storia che ha come protagonista un semplice adolescente; un giorno una mendicante aveva bussato alla porta di casa sua. Aveva un bimbo scalzo in braccio. Il giovane, guardando solo un istante il volto di quella donna, vide che non era una «mendicante di professione» (a cui il papà aveva proibito di dare qualunque cosa), ma una mamma disperata. Si cavò velocemente scarpe e calze, le passò alla donna e chiuse precipitosamente la porta, prima che papà o mamma potessero protestare.Quel ragazzo era Pier Giorgio Frassati, canonizzato Santo un paio di domeniche fa. Ecco: la vera ricchezza non è nel possedere, ma nel vivere per gli altri, nel trasformare anche il poco che hai in occasione di amore. Le letture: un richiamo al cuore Le letture di oggi ce lo ricordano con forza.Amos: la denuncia dell’aviditàAmos non usa mezzi termini: denuncia coloro che calpestano i poveri pur di guadagnare di più. Dio dice: “Non dimenticherò mai le loro azioni.” Non è solo un discorso economico, è un discorso di cuore. Quando l’avidità diventa criterio della vita, le persone smettono di essere fratelli e sorelle, diventano solo mezzi per il nostro interesse. E Dio ci mette davanti allo specchio: dov’è il tuo cuore?Oggi magari non si usano più i pesi falsi nelle bilance, come una volta per spilare qualche quattrino, ma quante volte possiamo “calpestare” qualcuno in altri modi, anteponendo il nostro benessere alla sua dignità? Come quando ci danno il resto sbagliato per eccesso e zitti zitti ce lo teniamo, oppure quando qualcuno si dimentica qualcosa e noi facciamo i finti tonti ringraziando il cielo perché se l’è dimenticato e ci siamo “scansati” un rimprovero o un impegno. Ma è questa la vera felicità?Il Salmo: la via della generositàÈ il Salmo che ci mostra un’altra strada: l’uomo giusto che “dona largamente ai poveri”, che non ha paura di condividere perché sa che la sua sicurezza è in Dio. Quell’uomo ci insegna chela vera luce, quella che dà pace, quella che dà libertà, nasce da un cuore generoso. Perché non è la ricchezza che illumina la vita, ma la capacità di donare.Pensiamo a quante volte abbiamo ricevuto un gesto semplice – un ascolto sincero, un sorriso, un abbraccio, un aiuto concreto –... magari alcune situazioni difficili non sono cambiate, ma in quel momento siamo stati meglio, perché, nonostante le fatiche e i problemi, ci siamo sentiti più ricchi di chiunque altro. 3. San Paolo: pregare per tuttiSolo che non tutti ragionano così; penso ai potenti di questo mondo, è sempre forte per loro la tentazione di confondere la vera ricchezza con il potere o i beni. San Paolo lo sa bene, ecco perché nella lettera a Timoteo, lo invita a pregare per tutti, anche per i potenti. Perché? Perché pregare per loro significa desiderare che scoprano, come noi, che la vita “calma, tranquilla e dignitosa” non viene dall’avere sempre di più, ma dal vivere, davanti a Dio, liberi dall’ossessione del possesso.E qui c’è una sfida anche per noi: quando preghiamo, chiediamo davvero che chi ha molto usi le sue risorse per il bene comune? Il Vangelo: la scaltrezza dell’amore Ma la riflessione più bella ci viene regalata dal Vangelo. Gesù racconta di un amministratore disonesto che, per salvarsi, riduce i debiti dei debitori.Non è la sua disonestà a essere lodata, ma la sua scaltrezza: ha capito che la vera ricchezza non sono i soldi, ma le relazioni. Alla fine, i beni passano. Restano le persone con cui abbiamo costruito legami. Gesù ci invita ad essere scaltri nell’amore: non accumulare, ma investire in rapporti, in amicizie, in gesti che creano comunione. “Non potete servire Dio e la ricchezza.” Non è una minaccia, è un avvertimento: scegliete bene cosa mettere al centro, perché uno dei due inevitabilmente guiderà la vostra vita. E magari agli occhi del mondo arriviamo dietro, arriviamo ultimi... ma in realtà, non arriviamo ultimi! Semplicemente stiamo partecipando ad un’altra gara, ad un’altra corsa. Una domanda per noiAllora forse la vera domanda oggi è questa: vogliamo essere ricchi di cose o ricchi di persone? Perché solo i legami, solo l’amore, resistono al tempo e attraversa persino la morte. Un impegno concreto Papa Leone, lo scorso 7 settembre, proprio in occasione della canonizzazione di Pier Giorgio Frassati, ha ricordato che c’è “un’avventura” che ci chiama, che ci invita a gettarci “senza esitazioni”, a spogliarci di noi, delle “cose”, delle “idee” che ci tengono prigionieri.Basta alzare lo sguardo verso il cielo, assaporare ogni respiro della propria esistenza e camminare incontro al Signore, nella festa eterna del Cielo. Cari fratelli e sorelle, usciamo da questa celebrazione con un impegno semplice: in questa settimana scegliamo un “investimento” concreto di generosità. Non servono grandi cose: può essere il nostro tempo, un ascolto, un dono, anche piccolo.Scopriremo che proprio lì abita la gioia, la vera ricchezza che nessuno potrà portarci via. Conclusione: un cuore libero Chiediamo al Signore, nell’Eucaristia che celebriamo, di darci un cuore libero e scaltramente innamorato: capace di usare i beni non per servire noi stessi, ma per servire Dio e i fratelli.
-
10
Sotto il Segno della Croce - Omelia a partire da Gv 3,13-17 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE Nm 21,4-9 Sal 77 Fil 2,6-11 Gv 3,13-17 SOTTO IL SEGNO DELLA CROCE un Amore che sa trasformare sempre Avete presente quelle foto incorniciate, quelle che teniamo in casa, in bella mostra nel salotto? Non hanno bisogno di parole. Gli ospiti entrano, le guardano, vedono i sorrisi... ma forse non sanno cosa significano davvero per noi. Alcune raccontano un momento difficile superato in famiglia; altre, un gruppo di amici uniti, ormai disperso; altre ancora, una persona amata che non c’è più... ma che resta viva nel cuore. Sono immagini che custodiscono dolore, amore e forza.Oggi, nella Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, vi invito a guardare la croce così: come una foto incorniciata che Dio ha lasciato al mondo. Non è solo sofferenza... ma il segno che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. Vi invito a “incorniciarla” nel cuore... come memoria viva di un amore che ci salva. Perché non celebriamo un pezzo di legno, ma il mistero di un Dio che ha trasformato la sconfitta in vittoria, il dolore in amore, la morte in vita. E se vogliamo essere veri discepoli, dobbiamo imparare a fare lo stesso. La buona notizia? Quello che Dio ha fatto in Cristo, lo possiamo fare anche noi! Ci sono tre tecniche spirituali, tre passaggi, per replicare il miracolo della croce nelle nostre vite...1. Diventare immuni al veleno La prima lettura ci porta nel deserto, dove il popolo è morso dai serpenti. Questo “Enigma del tempo antico”, Non ci racconta solo di un veleno fisico... ma del veleno della sfiducia, della mormorazione, della rabbia. Dio non voleva “distruggere” Israele, ma mettere a nudo ciò che avevano dentro, rendendo visibile il male presente nel cuore. Non è forse la stessa condizione “avvelenata” che scorre, a volte, nelle nostre relazioni? Rancori, invidie, pettegolezzi, delusioni che ci tolgono la pace... Come disintossicarci? Il rimedio, allora, non fu eliminare i serpenti, ma guardare al serpente di rame innalzato da Mosè per trovare vita. Per noi,oggi, quel serpente è la croce innalzata di Cristo, l’antidoto al veleno. Essa non toglie il dolore... ma lo disinnesca, lo trasforma in occasione di fede e speranza. Quando siamo in una discussione accesa o davanti a critiche ingiuste, situazioni che potrebbero farci dire parole di rabbia... fermiamoci; guardiamo alla croce. Essa ci rende immuni. Ci ricorda di non rispondere al fuoco con il fuoco, ma di scegliere il silenzio, una parola buona, o un’azione di generosità e umiltà che disarma, invece di ferire.2. Lo svuotamento di séSan Paolo ci dice che Cristo svuotò se stesso e si fece obbediente fino alla morte, e a una morte di croce. Lui, il Figlio di Dio, che poteva fare qualsiasi cosa... ha scelto di annullarsi. Ha rinunciato a ogni bisogno di apparire, di vincere, di dominare. Ha scelto la strada dell’umiltà.Se vogliamo replicare questa tecnica, dobbiamo smettere di vivere per difendere il nostro ego, le nostre ragioni, la nostra immagine. Cristo ci chiama a svuotarci di ogni desiderio dirivalsa, anche quando abbiamo ragione, anche quando subiamo ingiustizie, per essere liberi. Come chi, escluso da un progetto o criticato ingiustamente, invece di difendersi a spada tratta, lascia che a parlare sia il suo discepolato, non l’orgoglio. Perchè lo svuotamento ci libera sempre da ciò che ci isola... e ci apre al dono di sé.• 3. L’innalzamento della croceAttenzione: non si tratta di glorificare la sofferenza, ma di vivere con fede ciò che ci pesa, senza nasconderlo, senza trasformarlo in lamento sterile. Quante volte condividiamo solo con amarezza ciò che ci tocca! È umano... ma non possiamo raccontare la vita solo per sfogo. La vera condivisione non è riversare il nostro veleno sugli altri... ma mostrare che, anche nelle difficoltà, Cristo è la nostra speranza.Come chi, in un gruppo di volontariato o in parrocchia, magari criticato o abbandonato, invece di lamentarsi continua a dedicare tempo agli altri, nonostante delusioni. Non per dovere, non per riconoscimenti, ma perché la vera fede trasforma la prova in servizio e speranza concreta. Innalzare la croce significa rendere visibile l’amore dentro la prova, affinché chi ci guarda non veda solo ferite... ma una fede che trasfigura e illumina. E dove impariamo queste tecniche, se non nell’Eucaristia, la massima manifestazione del potere trasformante di Dio? Qui, Dio prende un pezzo di pane e un calice di vino – realtà fragili, quotidiane – e li trasforma nel corpo e nel sangue del suo Figlio. È il segno che il veleno può diventare medicina, lo svuotamento può diventare pienezza, l’innalzamento può diventare salvezza. Dunque vi chiedo: qual è il veleno che portiamo dentro oggi? Quale spazio della vita ci chiede di svuotarci, di lasciare l’orgoglio? Quale croce siamo chiamati a innalzare senza vergogna, ma con fede e amore? In questa festa, chiediamo al Signore di insegnarci a guardare l’albero della croce perché germogli in noi la speranza, per essere guariti dalla tristezza, dall’amarezza con cui inquiniamo la Chiesa e il mondo, che come ci ha ricordato Gesù, “ha bisogno” che la croce venga innalzata, e siamo noi quelli a cui chiede di farlo ogni giorno. Ed è questa la vera esaltazione della croce: lasciare che il veleno diventi guarigione, lo svuotamento diventi libertà, l’innalzamento diventi testimonianza, diventi un nuovo inizio. Perchè infatti, per chi crede, la croce non è mai la fine... ma sempre un nuovo inizio: il luogo cioè in cui Dio trasforma sempre le sconfitte in vittorie.
-
9
Il coraggio di dare tutto - Omelia a partire da Lc 14,25-33 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
Senza calcoli, ma col cuore di Dio - Meditazione a partire da Lc 14,25-33XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) Sap 9,13-18 Sal 89 Fm 1,9-10.12-17 Lc 14,25-33IL CORAGGIO DI DARE TUTTOSenza calcoli, ma col cuore di Dio Avete mai osservato un bambino che impara a camminare? Non fa calcoli, non si chiede quante volte cadrà o se le ginocchia si sbucceranno.Si butta, cade, piange, si rialza, e riprova.È così che cresce.Noi invece, da adulti, smettiamo di vivere così: passiamo il tempo a fare conti, a costruirci strategie per non cadere, e alla fine non camminiamo nemmeno più. E dentro di noi cresce quella domanda che non ci aspetta, che non tace mai:“Cosa vuole davvero Dio da me?Come faccio a capire il suo piano per la mia vita?”Sono le stesse domande che ci ha consegnato oggi il libro della Sapienza.Eppure la volontà di Dio non si nasconde: siamo noi che la soffochiamo sotto i nostri paletti, i nostri “non ce la farò mai”, i nostri fallimenti che diventano catene. E così rincorriamo il desiderio di avere di più, come se vivere bene fosse questione di quantità, di certezze. Che bello allora sapere che possiamo contare sullo Spirito Santo, che come ci ricorda la Sapienza, ci istruisce su ciò che piace a Dio e ci salva, raddrizzando i nostri sentieri. Proviamo infatti a riascoltare cosa il Salmista ci insegna, sorprendendoci; lui prega: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”.Non dice: “allungaci la vita”, ma insegnaci a pesarla, a riempirla, a viverla in pienezza. Perché una vita breve , ma piena vale infinitamente più di una lunga e vuota. Quante volte ci accorgiamo che stiamo sprecando giorni dietro a cose che non contano?È questa la vera povertà: non quella del portafoglio, ma quella di un cuore che non ha imparato a dare peso a ciò che vale. Certo, capisco che, ascoltando il vangelo di oggi, qualcuno potrebbe obiettare dicendo: “Ma oggi Gesù ci chiede di fare l’opposto! Infatti chiede:‘Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa?’Ci sta proprio chiedendo di fare bene i nostri conti”. E invece non è così! La provocazione di Gesù è un’altra: i suoi esempi sui calcoli non sono inviti a fare strategie per salvaguardarci, ma piuttosto a scegliere, con coraggio, di dare tutto con amore.Perchè se vuoi vivere davvero nell’amore, non puoi partire dai calcoli... perché se ti chiedi fino a dove sei disposto ad arrivare, non partirai mai. È come un padre o una madre: non amano i figli fin dove possono, amano e basta, anche quando è stancante, anche quando sembra impossibile.O come chi decide di perdonare: se aspetta che l’altro “meriti” quel perdono, non lo darà mai. O lo doni senza pensarci troppo, o non lo darai mai.O come chi accoglie qualcuno che evita, magari un collega che nessuno sopporta, un vicino che crea problemi – e lo tratta come un fratello, con rispetto e amore. Come Filemone, che su richiesta di Paolo, accoglie Onesimo non come schiavo, ma come fratello amato. Non ci sono calcoli in quel gesto, solo la libertà di un amore che trasforma, perchè chi si fa guidare dallo Spirito, si lascia trasformare. In Conclusione: L’amore vero non si misura.È senza riserve, senza condizioni, senza strategie.“Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”: non è dunque durezza, è libertà.I nostri calcoli, infatti, ci illudono di proteggerci, ma alla fine ci lasciano addosso solo vuoto e insoddisfazione. E allora la domanda che resta oggi è bruciante:Vogliamo continuare a bloccarci per via di quello che ci manca, o iniziare a dare tutto quello che abbiamo?Vogliamo vivere guardando i nostri giorni, o imparando a viverli?Perché la verità è che non saremo mai felici finché teniamo una parte al sicuro.Saremo felici solo quando smetteremo di riservarci qualcosa.Quando saremo docili a ciò che lo Spirito ci suggerisce di fare, a come ci suggerisce di guardarci gli uni gli altri, senza tattiche, senza paletti, senza chiusure, ma solo come fratelli. L’Eucaristia ci insegna la via. Perché è proprio segno di un Dio che non ha fatto calcoli, che ha dato tutto!Non ha contato quanto meritavamo, non ci ha guardati dall’alto in basso; ha contato solo quanto ci amava.È questo l’amore che ci nutre e ci rende capaci, attraverso lo Spirito Santo, di rischiare senza paura e senza paletti.Lasciamoci dunque nutrire con questo dono meraviglioso. Perché l’amore vero è sempre sproporzionato, e solo chi accetta questa sproporzione conosce la gioia. Amen.
-
8
La mensa degli umili - Omelia a partire da Lc 14,1.7-14 - Don Flavio Maganuco - SmartPray
XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)Sir 3,17-20.28-29; Sal 67; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14LA MENSA DEGLI UMILIIl Posto più bello ti è stato già assegnato: nel cuore del Padre Avete mai notato che a volte, quando ci sediamo a tavola, non pensiamo solo al cibo, ma anche a chi abbiamo accanto?Ci ritroviamo a valutare dove siamo capitati, a chiederci quanto valiamo se siamo vicini a una persona o relegati in fondo, a intristirci se a qualcun altro è stato riservato un posto e a noi no. È una logica sottile, quasi inevitabile, ma molto mondana: misurare il nostro valore a partire dal posto che occupiamo. Il Siracide oggi ci mette davanti a una verità semplice e liberante: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”.Ma che cos’è l’umiltà? Non è sentirsi meno degli altri, né farsi piccoli per finta. L’umiltà è vivere radicati nella verità: sapere che il nostro valore non dipende da un posto, da un titolo, da un riconoscimento, ma da Dio che ci ha creati e ci ama. L’umiltà è la medicina che guarisce dal confronto continuo, dalla ricerca affannosa di approvazione, dal bisogno di primeggiare. Perché chi è umile non deve dimostrare nulla, sa già di valere agli occhi di Dio. Ed è proprio questa logica che il Vangelo di oggi viene a rovesciare: “Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto”. Non per finta modestia, ma per verità. Perché non è il posto che gli altri ti danno o che ti vuoi prendere tu che determina chi sei, ma quello che ti ha già preparato Gesù: il posto nel cuore del Padre. È lì che, come dice la Lettera agli Ebrei, i “primogeniti sono iscritti nei cieli”. È quel posto, comprato a caro prezzo sulla croce, che ci dice quanto valiamo davvero, quanto siamo preziosi, quanto siamo amati.Gesù poi fa un passo ulteriore: non si limita a dirci quale posto scegliere, ma ci chiede di cambiare la lista degli invitati. Non solo chi ci può ricambiare, ma chi non ha nulla da offrirci in cambio: i poveri, gli zoppi, i ciechi. Perché la logica del Regno non è quella dello scambio, ma del dono. E dove questo ribaltamento si rende visibile? Nell’Eucaristia. Guardate bene: non c’è nulla di mondano nel pane e nel vino.È il Signore che sceglie i segni più semplici e quotidiani per restare con noi. Il pane non serve a vantarsi, serve a vivere. Così l’Eucaristia: non un premio per i bravi, ma il cibo che sostiene i fragili. Non un riconoscimento per chi è arrivato primo, ma la forza per chi fa più fatica. È il segno di un Dio che sceglie sempre l’ultimo posto — quello della croce — per aprirci la porta della vita. Mi viene in mente l’immagine delle mense dei poveri: lì nessuno entra per status, ma per fame. E chi serve non lo fa per tornaconto, ma per amore.Proprio come abbiamo ascoltato nel Salmo “a chi è solo Dio fa abitare una casa”; in quelle mense non conta il posto, conta che tutti si sentano a casa. Così dovrebbe sentirsi ogni membro della nostra comunità; così dovrebbe farci sentire ogni nostra Eucaristia: una tavola dove nessuno è escluso e tutti sono accolti.E allora il vero invito di questa domenica, dentro il cammino del Giubileo della Speranza, è molto concreto: scegli ogni giorno un “ultimo posto”. Non quelli scontati che ci ripetiamo sempre, ma quelli che ci mettono davvero in gioco.Forse per te l’ultimo posto sarà ascoltare senza fretta chi non sopporti, o dare tempo a chi ti annoia, o rinunciare a dire l’ultima parola per lasciare spazio a un altro. Oppure aprire la porta della tua casa a chi non entreresti mai d’istinto. Sono questi i gesti che ribaltano la logica del mondo e fanno spazio alla logica di Dio. Perché l’unica vera grandezza non è nel salire, ma nello scendere; non nell’essere serviti, ma nel servire. Non nel conquistare un posto, ma nel riconoscere che il posto più bello ce lo ha già dato Cristo: il suo cuore, il cuore del Padre.
-
7
Non rimandare il tuo “sì” , Dio ti invita oggi al suo banchetto - Don Flavio Maganuco - SmartPray
Dal Vangelo secondo LucaLc 13,22-30In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
-
6
Il fuoco che salva - Don Flavio Maganuco - SmartPray
Quando l’amore di Cristo separa per guarire e unisce per sempreMeditazione per la XX Domenica del Tempo Ordinario Anno C a partire da Lc12,49-52"Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione."
-
5
Non temere, cammina! - Don Flavio Maganuco - SmartPray
Quando non vedi tutto, ma sai con Chi stai camminando
-
4
Viaggiare leggeri e vivere ricchi - Don Flavio Maganuco - SmartPray
Nel viaggio della vita, non conta ciò che possiedi, ma ciò che ami: è lì che si nasconde la vera ricchezza
-
3
La forza di una promessa - Don Flavio Maganuco - SmartPray
Omelia – XVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno CGen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13Dal Vangelo secondo LucaLc 11,1-13Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:“Padre,sia santificato il tuo nome,venga il tuo regno;dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,e perdona a noi i nostri peccati,anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,e non abbandonarci alla tentazione”».Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
-
2
La visita che cambia la vita - Don Flavio Maganuco - SmartPray
Quando Dio bussa alla porta della nostra vita - Omelia – XVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C Gen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42Viviamo in un mondo in cui si viaggia “ad alta velocità”, gli impegni si accavallano gli uni sugli altri, ma, nonostante ciò, l’Estate “resiste” e resta ancora un tempo di pause. Di rallentamenti. Di ritorni. E meno male. Si prova a fare quello che durante l’anno sfugge:sistemare una stanza,riprendere un libro o una serie televisiva lasciata a metà...ma soprattutto, incontrare qualcuno. Un parente che non si vede da tempo, un amico con cui non si riesce mai a trovare il momento. Si va a trovare. O si viene trovati.E certe visite lasciano il segno. Quelle che forse ricordiamo di più, sono quelle che arrivano improvvise, che ci scombinano i piani, che ci mettono in agitazione... ma per qualche strana ragione, ci fanno bene. Riaprono qualcosa dentro. È un po’ quello che è accaduto ad Abramo nel racconto che abbiamo ascoltato nella prima lettura: Abramo sta semplicemente seduto all’ingresso della tenda. Fa caldo. È il momento in cui non si fa nulla. E proprio lì compaiono tre uomini. Lui non li conosce, ma li accoglie con premura, con un’attenzione che sembra esagerata. Forse perché ha imparato che ogni ospite, ogni volto, può portare con sé Dio.Lui prepara da mangiare,corre,serve, come chi ha capito che l’incontro può essere più importante dei propri ritmi. Ed è in quel movimento di accoglienza che Dio gli fa una promessa: “Avrai un figlio.”Non è solo una buona notizia. È una speranza che viene messa nel cuore di chi non se l’aspettava più. È così che Dio riaccende la vita: quando la nostra disponibilità si apre a una presenza che ci sorprende. Questa è la speranza vera, quella che celebriamo in questo anno giubilare:• non l’ottimismo ingenuo,ma la certezza che Dio può generare ancora vita,anche dove tutto sembra chiuso, vecchio, sterile,se ho il coraggio, nonostante tutto e tutti, di aprirGli il cuore. Abramo non riceve solo un figlio. Riceve una visione nuova della sua storia. Una svolta inattesa, in un giorno qualunque.E tutto comincia con un gesto semplice: far spazio all’altro. Anche nel Vangelo c’è una casa, e una visita. Gesù entra, e le due sorelle reagiscono in modo diverso:Marta si affanna.Maria si ferma. Marta fa tutto quello che ci si aspetta.Maria fa quello che spesso non ci si aspetta: sospende tutto per ascoltare. Eppure, proprio questo gesto inatteso è il più decisivo.“Maria ha scelto la parte migliore”, dice Gesù.Non perché servire sia sbagliato. Ma perché, quando Dio parla, tutto il resto va lasciato. Nulla viene prima dell’ascolto del Maestro. Quante volte anche noi siamo come Marta, anche nelle “faccende parrocchiali”? Facciamo mille cose, anche per amore.Prepariamo,organizziamo,ci agitiamo. Come genitori che si fanno in quattro per i figli, ma che non riescono più a parlarsi.Come figli che si prendono cura degli anziani, ma senza mai tempo per sedersi accanto a loro. Come comunità che prepara eventi, ma dimentica di custodire la fraternità, l’ascolto, il silenzio. L’ascolto non è una passività. È un amore che si lascia toccare.Maria in quel momento non fa nulla, ma c’è. C’è per Gesù. Ed è questo che conta. È l’atteggiamento del discepolo:sapere che, prima di agire, bisogna lasciarsi guidare;prima di parlare, bisogna lasciarsi interpellare;prima di donarsi, bisogna ricevere il grande mistero che san Paolo ci dice essere “Cristo in voi, speranza della gloria.”Non, dunque, un Dio lontano, non un ideale, ma il Cristo vivo, presente dentro la nostra umanità:nella nostra stanchezza,nelle nostre attese,perfino nei nostri dolori, dove completiamo “nella carne quello che manca alle sofferenze di Cristo.” Certo, non è una frase leggera, questa di Paolo. Ma ci dice qualcosa di prezioso: che possiamo scoprirci “visitati” da Dio anche quando pensiamo che sia assente o molto lontano. Nel dolore – che non va certo cercato, né idealizzato, o peggio, sacralizzato – ma che, se impariamo a viverlo con Lui, può diventare anch’esso luogo di grazia. Oggi, dunque, nell’Eucaristia che celebriamo,qui dove il mistero non è solo simbolico,qui dove non è solo un ricordo, ma si fa visibile,si fa presenza reale, carne e sangue, offerta e promessa... È qui che il Cristo in noi si fa concreto,e qui che noi impariamo a vivere come discepoli veri:non solo servendo,ma prima di tutto ascoltando, adorando, accogliendo. Allora, forse questa estate può essere anche per noi, come per Abramo, un tempo di visita. Magari qualcuno busserà alla nostra porta.O forse saremo noi a sentire il bisogno di andarlo a trovare. Ma se impariamo ad abitare questi incontri con attenzione, con cura, con uno sguardo aperto... forse scopriremo che Dio continua a passare. E continua a promettere. E se avremo il coraggio di sederci un po’, come Maria...di spegnere un attimo i telefoni,di fare silenzio tra mille rumori,di aprire il vangelo anche solo per qualche minuto al giorno, se ci metteremo in ascolto di Gesù, scopriremo che la parte migliore non è quella che ci fa apparire, ma quella che ci trasforma.Non è quella che ci fa correre, ma quella che ci radica. E tutto il resto, davvero, verrà da sé. Amen.
No matches for "" in this podcast's transcripts.
No topics indexed yet for this podcast.
Loading reviews...
Loading similar podcasts...