EPISODE · Jun 14, 2026 · 13 MIN
Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare - Omelia XI settimana TO anno A
from Il podcast di don Andres Bergamini · host Andres Bergamini
Parto dalle ultime parole del Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sono utili per comprendere il senso profondo di questo brano, senza ridurlo soltanto al tema delle vocazioni sacerdotali o religiose. Certamente il Vangelo parla della chiamata degli Apostoli e della missione, ma prima di tutto riguarda ciascuno di noi. La prima domanda che ci possiamo porre è: che cosa abbiamo ricevuto gratuitamente? Potremmo rispondere anzitutto la vita stessa, ricevuta attraverso i nostri genitori. Potremmo pensare ai nostri talenti, alle qualità che ci caratterizzano, a tutto ciò che ci rende le persone che siamo. Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore. Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente. Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli. La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono. Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito. Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi. Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio. Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio. Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. Anche i discepoli scoprono di appartenere al Signore, e questa consapevolezza trasforma completamente la loro vita. Come il dono di Dio cambia la nostra vita quotidiana Ci domandiamo allora in che modo questo dono gratuito abbia cambiato concretamente la nostra esistenza. Essere discepoli del Signore dà un significato nuovo all'essere padre o madre, marito o moglie, figlio, lavoratore, anziano, nonno. Cambia il modo di affrontare una malattia, una difficoltà, una ferita, una prova. Quando guardiamo la nostra storia, ci accorgiamo che il dono ricevuto è sempre legato a una fragilità, a un bisogno, a una sofferenza che il Signore ha raggiunto. Spesso lo ha fatto attraverso altre persone che ci hanno aiutato, sostenuto e accompagnato. È lì che abbiamo sperimentato la sua presenza. Per questo motivo il «gratuitamente avete ricevuto» non è un'affermazione astratta, ma la memoria viva di come Dio è entrato nella nostra vita e l'ha trasformata. Lo sguardo compassionevole di Gesù Prima ancora di inviare i discepoli, Gesù guarda le folle. Il Vangelo dice che ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite. Ci colpisce profondamente questo sguardo di Gesù. Egli vede ciò che spesso sfugge agli altri: la fatica, il peso, lo smarrimento delle persone. Non si limita a osservare, ma si lascia toccare interiormente da quella sofferenza. La compassione è il desiderio concreto di avvicinarsi, di prendersi cura, di aiutare. La cosa sorprendente è che Gesù non sceglie di fare tutto da solo. Invece di intervenire direttamente, coinvolge i suoi discepoli e li rende partecipi della sua missione. Chiamati, inviati e resi capaci Gesù fa comprendere ai suoi discepoli l'enormità del bisogno presente nel mondo: la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Li invita anzitutto a pregare il Signore della messe. Poi li chiama vicino a sé. Non li manda immediatamente: prima li vuole accanto a Lui. Successivamente dona loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire le malattie. Pur essendo uomini fragili e apparentemente impreparati, vengono riempiti della forza di Dio. Gesù li chiama per nome, uno ad uno. Questo particolare mostra quanto la missione sia personale. Nessuno viene inviato in modo anonimo. Infine li manda. In un primo momento non verso i pagani o i samaritani, ma verso le pecore perdute della casa d'Israele. C'è un'urgenza immediata: soccorrere chi è vicino, chi è già conosciuto, chi soffre accanto a noi. Il Regno è vicino: una missione per tutti Durante il cammino i discepoli devono annunciare che il Regno dei Cieli è vicino. Non devono restare fermi, ma mettersi in movimento. Gesù affida loro una missione enorme: guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni. In altre parole, portare la vita di Dio dove regnano sofferenza, esclusione e morte. A questo punto appare chiaro che il comando «gratuitamente date» non riguarda soltanto alcuni, ma tutti noi. Le persone che attendono una parola di speranza, una consolazione, un gesto di vicinanza sono numerosissime. Non occorre cercarle lontano. Le troviamo nel nostro condominio, nelle nostre famiglie, tra gli amici, tra le persone che incontriamo ogni giorno. È proprio lì che il Signore ci manda. Dare ciò che abbiamo ricevuto Siamo invitati a chiederci concretamente come possiamo dare gratuitamente durante questa settimana. Possiamo ascoltare qualcuno, farci vicini a una persona sola, accompagnare chi sta attraversando una difficoltà, offrire tempo, attenzione e incoraggiamento. Possiamo prendere per mano chi ne ha bisogno, proprio perché anche noi, in passato, siamo stati presi per mano dal Signore. Quando riconosciamo il dono ricevuto, nasce spontaneamente il desiderio di condividerlo. La nostra sollecitudine verso gli altri diventa autentica e piena di vita. Al contrario, quando dimentichiamo ciò che abbiamo ricevuto, quando pensiamo di esserci meritati tutto da soli, allora il desiderio di donare si spegne. La gratitudine diminuisce e la missione perde slancio. La gioia di chi serve Per questo accogliamo l'invito di Gesù a riscoprire con stupore e gratitudine il dono ricevuto gratuitamente. Solo così possiamo sperimentare la bellezza del donare. Un esempio concreto lo vediamo nell'esperienza dell'Estate Ragazzi. I bambini e i giovani che si mettono al servizio degli altri sperimentano immediatamente una dinamica sorprendente: donando ricevono a loro volta. Si crea uno scambio che riempie tutti di gioia, di entusiasmo e di luce negli occhi. Questa esperienza non è riservata soltanto a chi partecipa a quelle attività. È una chiamata universale. Nessuno può sentirsi escluso. Anche chi pensa di aver già dato abbastanza o di non avere più energie può ancora donare qualcosa. Tutti possiamo offrire tempo, attenzione, affetto, preghiera, ascolto e presenza. Per questo sentiamo l'invito finale a ritornare continuamente alla sorgente: ricordare ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente dal Signore. Solo così potremo continuare a dare gratuitamente agli altri.
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Parto dalle ultime parole del Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sono utili per comprendere il senso profondo di questo brano, senza ridurlo soltanto al tema delle vocazioni sacerdotali o religiose. Certamente il Vangelo parla della chiamata degli Apostoli e della missione, ma prima di tutto riguarda ciascuno di noi. La prima domanda che ci possiamo porre è: che cosa abbiamo ricevuto gratuitamente? Potremmo rispondere anzitutto la vita stessa, ricevuta attraverso i nostri genitori. Potremmo pensare ai nostri talenti, alle qualità che ci caratterizzano, a tutto ciò che ci rende le persone che siamo. Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore. Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente. Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli. La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono. Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito. Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi. Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio. Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio. Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. Anche i discepoli scoprono di appartenere al Signore, e questa consapevolezza trasforma completamente la loro vita. Come il dono di Dio cambia la nostra vita quotidiana Ci domandiamo allora in che modo questo dono gratuito abbia cambiato concretamente la nostra esistenza. Essere discepoli del Signore dà un significato nuovo all'essere padre o madre, marito o moglie, figlio, lavoratore, anziano, nonno. Cambia il modo di affrontare una malattia, una difficoltà, una ferita, una prova. Quando guardiamo la nostra storia, ci accorgiamo che il dono ricevuto è sempre legato a una fragilità, a un bisogno, a una sofferenza che il Signore ha raggiunto. Spesso lo ha fatto attraverso altre persone che ci hanno aiutato, sostenuto e accompagnato. È lì che abbiamo sperimentato la sua presenza.<br...
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