PODCAST · music
Jukebox 900
by RSI - Radiotelevisione svizzera
L’incontro con i protagonisti della musica del nostro tempo dà vita a una serie di preziose riflessioni e illuminanti itinerari sonori, tra generi e modalità espressive diverse.
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Tiziano Zanotti: i contrabbassisti di Bill Evans
®Un racconto di Bill Evans attraverso i cinque principali contrabbassisti che lo hanno accompagnato nella sua incredibile carriera. Ci accompagna in questa puntata di “Juke Box 900” il bassista, contrabbassista e compositore Tiziano Zanotti, con ritratti, aneddoti e una selezione di brani nati da queste straordinarie collaborazioni artistiche del Novecento e oltre. Cercheremo attraverso i suoi racconti, di comprendere il ruolo essenziale che questi musicisti hanno avuto nella poetica musicale di Evans e più in generale nello sviluppo della concezione del trio jazz. Vedremo così cinque personaggi che, oltre ad aver lasciato un’impronta indelebile sulla storia del jazz, hanno ispirato generazioni di contrabbassisti, per il loro approccio unico a livello di tecnica strumentale, idee e modalità di accompagnamento, ricerca timbrica e tanto altro.Prima emissione domenica 13 febbraio 2022
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Sergio Fabian Lavia: la musica di "flusso" (2./2)
®“Juke Box 900” torna ad ospitare un amico di Rete Due: il chitarrista e compositore argentino Sergio Fabian Lavia. Nato a Buenos Aires, di origine italiana, vive sul lago di Como, dove è direttore artistico del Festival chitarristico di Menaggio. Inoltre, è docente di chitarra al Conservatorio della Svizzera italiana. Personaggio eclettico e profondo conoscitore della musica della sua terra, ne incorpora i linguaggi fondamentali nella sua musica, con uno sguardo moderno e originale.In questa coppia di puntate puntata prenderà spunto dal suo nuovo progetto discografico Flujos e ci farà ascoltare inoltre brani di altri compositori che condividono fra di loro un tipo di estetica musicale che permette un approccio a diversi livelli di attenzione. Linguaggi musicali che, se ascoltati con attenzione, possono essere interessanti e, allo stesso tempo, se non vengono portati in primo piano, possono comunque offrirci una certa ambientazione sonora che invita alla riflessione, al piacere e, perché no, al relax.Si parlerà di tecniche di composizione e improvvisazione, nuove tecnologie applicate alla musica e della nostra cultura mediale, che vede il flusso e la sua estetica come un tema sempre più importante e dominante nelle produzioni artistiche contemporanee. Prima emissione domenica 15 maggio 2022
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Sergio Fabian Lavia: la musica di "flusso" (1./2)
®“Juke Box 900” torna ad ospitare un amico di Rete Due: il chitarrista e compositore argentino Sergio Fabian Lavia. Nato a Buenos Aires, di origine italiana, vive sul lago di Como, dove è direttore artistico del Festival chitarristico di Menaggio. Inoltre, è docente di chitarra al Conservatorio della Svizzera italiana. Personaggio eclettico e profondo conoscitore della musica della sua terra, ne incorpora i linguaggi fondamentali nella sua musica, con uno sguardo moderno e originale.In questa coppia di puntate puntata prenderà spunto dal suo nuovo progetto discografico Flujos e ci farà ascoltare inoltre brani di altri compositori che condividono fra di loro un tipo di estetica musicale che permette un approccio a diversi livelli di attenzione. Linguaggi musicali che, se ascoltati con attenzione, possono essere interessanti e, allo stesso tempo, se non vengono portati in primo piano, possono comunque offrirci una certa ambientazione sonora che invita alla riflessione, al piacere e, perché no, al relax.Si parlerà di tecniche di composizione e improvvisazione, nuove tecnologie applicate alla musica e della nostra cultura mediale, che vede il flusso e la sua estetica come un tema sempre più importante e dominante nelle produzioni artistiche contemporanee.Prima emissione domenica 8 maggio 2022
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Edmondo Romano – Il suono degli strumenti a fiato
®Il polistrumentista genovese Edmondo Romano ci accompagna in un viaggio nelle origini e nelle contaminazioni di ogni singolo strumento a fiato che suona attraverso le note di grandi artisti ed esecutori, fiati provenienti da moltissime parti del mondo e da epoche diverse. Melodie tradizionali ed originali porteranno l’ascoltatore ad assaporare una mistura di brani provenienti dal mediterraneo, dall’est Europa, dal medio ed estremo oriente, dal continente africano, dal nostro Mediterraneo, dalla verde Irlanda... un particolare ed inusuale percorso dove il suono e i suoi interpreti fondono assieme radici storiche e geografiche differenti.Prima emissione domenica 24 aprile 2022
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Edmondo Romano – Il suono degli strumenti a fiato
®Il polistrumentista genovese Edmondo Romano ci accompagna in un viaggio nelle origini e nelle contaminazioni di ogni singolo strumento a fiato che suona attraverso le note di grandi artisti ed esecutori, fiati provenienti da moltissime parti del mondo e da epoche diverse. Melodie tradizionali ed originali porteranno l’ascoltatore ad assaporare una mistura di brani provenienti dal mediterraneo, dall’est Europa, dal medio ed estremo oriente, dal continente africano, dal nostro Mediterraneo, dalla verde Irlanda... un particolare ed inusuale percorso dove il suono e i suoi interpreti fondono assieme radici storiche e geografiche differenti.Prima emissione domenica 17 aprile 2022
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Saul Beretta: musica per la pace
®“Give Peace a Chance” cantavano nel 1969 John Lennon e Yoko Ono nella loro luna di miele ad Amsterdam. La canzone è divenuta in brevissimo tempo, un vero inno del movimento pacifista americano e mondiale contro la guerra in Vietnam. A partire da quello che accadde in quel famoso letto, Saul Beretta ci accompagna in una galoppata su è giù lungo il secolo breve che di guerre devastanti ne ha attraversate tante. Dal concerto per la sola mano sinistra di Ravel dedicato al fratello di Wittgestein che nella Prima guerra mondiale aveva perso la mano destra, alla Sinfonia di Leningrado di Shostakovic passando per il Philip Glass e Allen Ginsberg di “Vichita Vortex Sutra”, il Disertore di Boris Vian e “Down by the Riverside”, per capire che la musica purtroppo non ferma la guerra ma è una di quelle cose che rende questo mondo migliore. “Stop for the and gas!”Prima emissione domenica 10 aprile 2022
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Saul Beretta: musica per la pace
®“Give Peace a Chance” cantavano nel 1969 John Lennon e Yoko Ono nella loro luna di miele ad Amsterdam. La canzone è divenuta in brevissimo tempo, un vero inno del movimento pacifista americano e mondiale contro la guerra in Vietnam. A partire da quello che accadde in quel famoso letto, Saul Beretta ci accompagna in una galoppata su è giù lungo il secolo breve che di guerre devastanti ne ha attraversate tante. Dal concerto per la sola mano sinistra di Ravel dedicato al fratello di Wittgestein che nella Prima guerra mondiale aveva perso la mano destra, alla Sinfonia di Leningrado di Shostakovic passando per il Philip Glass e Allen Ginsberg di “Vichita Vortex Sutra”, il Disertore di Boris Vian e “Down by the Riverside”, per capire che la musica purtroppo non ferma la guerra ma è una di quelle cose che rende questo mondo migliore. “Stop for the and gas!”Prima emissione domenica 3 aprile 2022
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Alessandro Cerino: Maestro non posso che ricorDalla
®Ci sono musicisti che si distinguono per l'impeccabile stile in un determinato campo musicale e ce ne sono altri che, indipendentemente dal loro specifico, hanno una tale originalità e una tale ecletticità da essere unici.Ed è proprio di questo che vuole parlarci Alessandro Cerino che, lavorando con un personaggio e un'artista unico come Lucio Dalla, nel decimo anniversario della sua scomparsa, vuole mettere in risalto aspetti forse meno conosciuti di un autore che ci ha fatto veramente emozionare e sognare con l'intensità di testi che ci riguardano da vicino in quanto colpiscono le nostre esperienze profonde con melodie che rimangono indelebilmente impresse nel nostro cuore.Come vedremo, dietro il cantante c'è la figura non solo di uno strumentista, ma anche di uno sperimentatore come avremo modo di rilevare attraverso un viaggio che, partendo dal 1975, tocca aspetti inediti. E non è solo un modo di dire, visto che il nostro ospite ha lavorato più di una volta con il grande Lucio il quale ha sempre accettato la sfida di entrare in arrangiamenti che ne mettessero in risalto anche il suo lato di musicista e di improvvisatore.Solo per gli ascoltatori della Rete Due, tre preziosi inediti di Dalla tratti da un concerto del 2004 nel quale Cerino fu uno dei protagonisti di un progetto a favore dei bambini dell'Africa.Commuove la sua frase che ascolteremo in quel concerto dove gli dice che la sua partecipazione significava fare qualcosa per sé stesso, riferendosi alla sua grande anima e al suo immenso cuore.Gli appassionati non possono mancare a questa occasione unica per ascoltare come questo grande artista seppe rimodellarsi, come del resto ha continuato a fare per tutta la sua carriera. Commovente il suo “Ciao” finale a cui non possiamo che rispondere “Ciao Lucio…”.Prima emissione domenica 13 marzo 2022
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Sara Jane Ghiotti: il gruppo vocale moderno
® Non sempre il primo rapporto che un cantante ha con la complessità dell’armonia è lo studio del pianoforte: per molti, il primo approccio è il canto corale che, nel panorama sfaccettato della musica jazz, prende il nome di Vocal Group. Imparare a cantare assieme, a coesistere in armonia attraverso l’armonia, è una lezione importantissima e senza tempo, giacché, in ambito didattico, da sempre si prevede tale esperienza formativa. Il coro appassiona molto i cantanti, proprio per la riscoperta di un ruolo, quello del sostegno armonico, solitamente impossibile da svolgere come singolo, arrivando a dedicare la propria carriera al perfezionamento del canto di gruppo, fino a ricreare la sonorità degli strumenti stessi, dunque abbandonati. Gli ascolti condivisi con noi da Sara Jane Ghiotti, cantante e arrangiatrice jazz, ci guideranno in un percorso contemporaneamente lineare e trasversale, per comprendere l’evoluzione stilistica di uno strumento collettivo.Prima emissione 6 marzo 2022
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Sara Jane Ghiotti: il metalinguaggio del Vocalese
®Se l’improvvisazione è l’elemento cardine dell’espressione jazzistica, il vocalese è la tecnica che ne celebra l’autorevolezza. Molto conosciuta e apprezzata, questa pratica non è, tuttavia, così comune: essa consiste nell’esecuzione da parte di un cantante, di un “solo” autorevole al quale viene aggiunto un testo significativo. È una pratica che si distingue dall’improvvisazione per il rigore e la precisione con cui viene eseguita ed è considerata, tutt’oggi, come pezzo di bravura, legata alla capacità virtuosa del cantante. Attraverso ascolti selezionati, conosceremo con Sara Jane Ghiotti, cantante e arrangiatrice jazz, gli aspetti principali di tale forma: la storia, la tecnica di scrittura e di esecuzione, i principali interpreti. Ne ascolteremo diversi, fra i più importanti e… non solo in inglese. Prima emissione 27 febbraio 2022
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Franco Fabbri: gli eredi dei Beatles
In occasione dell'ottantesimo compleanno di Paul McCartney, ritroveremo il musicologo Franco Fabbri per parlare degli “eredi dei Beatles” e ne ascolteremo la musica. Ma chi sono? L’espressione cominciò a circolare addirittura qualche anno prima che i Beatles si sciogliessero, il che ci suggerisce di domandarci non solo “quali eredi”, ma anche “quali Beatles”: i Fab Four dei primi anni (fino al 1965) capaci di produrre canzoni brevi e travolgenti e di mandare in delirio il pubblico dei concerti, o il gruppo di Revolver e di Sgt. Pepper’s, avanguardia del pop psichedelico e antesignano del progressive rock? Gli addetti dell’industria musicale, soprattutto inglese, e i critici musicali sono andati avanti a indicare nuovi “eredi dei Beatles” per quasi trent’anni, e potrebbero riprovarci ancora. Con gusto passeremo in rassegna i principali tra questi artisti, cercando di ragionare sulla validità delle attribuzioni di quei presunti titoli ereditari.Franco Fabbri è uno dei pionieri negli studi sulla popular music. È visiting professor all’Università di Huddersfield (GB).
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Sara Jane Ghiotti: BAM! - Black American Music
Conquistati, deportati, convertiti, schiavizzati: nel contesto in cui nacque la società afroamericana, l’identità musicale rappresentò dapprima l’unica, residua “proprietà” e poi la chiave per ottenere un riscatto sociale della propria esistenza, imboccando la strada della libertà.Una strada ancora lunga e solo apparentemente priva di cancelli d’ingresso, come mostrano i fatti contemporanei.In questa puntata di “Juke Box 900”, assieme alla cantante e arrangiatrice jazz Sara Jane Ghiotti, ci soffermeremo sulle principali tappe della Black Music, cogliendo le peculiarità melodiche, ritmiche e soprattutto espressive, in relazione agli eventi storici principali, comprendendo come essa sia arrivata e infine, a essere considerata fra le più influenti culture musicali del ‘900.
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Sara Jane Ghiotti: 1959, l’anno che cambiò per sempre il jazz
Un anno fortunato fu il 1959: iniziò con la pubblicazione di “Moanin’" di Art Blakey e si concluse con "Time Out" di Dave Brubeck. In quel periodo magico si verificò la presenza contemporanea di diversi stili jazz: fra quelli che consolidarono il proprio linguaggio e altri che ne inventarono di completamente nuovi, il tutto sotto il cappello di un’unica poetica di libertà espressiva, al di fuori dello status quo. La cantante e arrangiatrice jazz Sara Jane Ghiotti ci accompagnerà alla scoperta di questo florido momento della storia del jazz.
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Giordano Montecchi: "Bella Ciao", la storia incredibile
Senza esagerare si può dire che oggi la popolarità di "Bella ciao" è alle stelle. Il numero di versioni su youtube e nel web non fa che aumentare. Ai quattro angoli del globo, ovunque ci sono guerre o conflitti sociali si canta "Bella ciao". Addirittura, la si canta troppo. Perché chiunque, cantandola, la esibisce come emblema del proprio diritto violato, indossa i panni della vittima. Eppure, non è sempre così, ed è proprio questo il lato oscuro di tanta popolarità. Ma dove e come è nata questa canzone? E, soprattutto, i partigiani l'hanno cantata o no, come ancora qualcuno sostiene. A queste domande il musicologo e studioso Giordano Montecchi cercherà di dare una risposta, grazie alle ricerche più recenti che, finalmente, forniscono qualche indizio a riguardo.
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Eloisa Manera: il minimalismo storico
Prosegue il viaggio sulle tracce della corrente del Minimalismo, assieme alla violinista e compositrice Elisa Manera.In questa puntata faremo almeno un paio di passi nella macchina del tempo: uno indietro e uno avanti rispetto a dove eravamo partiti, andando a ricercare ai margini, nei vicoli di transito, lungo i bordi meno illuminati della storia della musica.Andremo a cercare il vero mentore segreto dei padri del minimalismo. Dovremo vagare per le Avenue di New York dei primi del '900, per trovare una sorta di Tiresia vichingo, dalle sembianze di artista vagabondo.La cultura Hobo nasce in America alla fine dell'800 e si fa espressione di una condizione esistenziale subita e dolorosa (i protagonisti di questa prima fase sono disoccupati e orfani che viaggiano nei treni merci in cerca di fortuna e sopravvivenza), ma che può diventare (e lo è stata nella sua seconda fase) anche filosofia di vita, visione, prassi esecutiva del procedere nel mondo. Dallo spirito anti-mainstream, bracciante della curiosità a tutto tondo e dalla mente tanto colta quanto ribelle e vivace, ci sposteremo in Europa a conoscere un artista che ha formato un duo dedicato a questa corrente e che ha omaggiato, con un intero album, Edmund Patrick Fielden, un romantico viaggiatore che il compositore ha conosciuto in Scozia nel 1978. Parliamo di Massimo Giuntoli, artista eclettico e variegato. Come avrete capito, ci muoveremo nel tempo andando a scovare le origini del minimalismo, ma anche nello spazio facendo emergere quello che, in parte, accade in Italia come eco di forme post-minimaliste. Ascolteremo brani di Phase Duo, Eloisa Manera, Marcello Bonanno, Sebastiano De Gennaro e Massimiliano Viel.La domanda focale quindi è: chi ha inventato veramente il minimalismo? Incredibile ma vero, è stato un hobo neworchese!
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Eloisa Manera: il minimalismo storico
La violinista e compositrice Eloisa Manera ci accompagna in un viaggio nel minimalismo ai suoi albori, illustrandocene le origini e i creatori musicali di questo genere, che è stato successivamente, e in modo così fecondo, generativo di altre diramazioni stilistiche.Ci caleremo nella New York degli anni '60 alla scoperta dei padri, fortunatamente ancora tutti vivi, che hanno creato e fatto scuola poi nel mondo intero, piegando il concetto di tempo e di composizione e trasformandoli in un caleidoscopico mandala.La Monte Young il concettuale, l'asciutto, l'anti-artista, l'anti-commerciale, il radicale che ha creato la “Dream music” e fondato il “Teatro della Musica Eterna”.Steve Reich il più groovoso e africano di tutti, dalla cifra stilistica inconfondibile.Philipp Glass il curioso e collaborativo: mantenendo il suo stile personale, è il compositore che fra questi ha maggiormente dialogato con altre arti (teatro, cinema, danza). Se da un lato ha riscoperto forme più classiche di stampo sinfonico, dall'altra ha aperto la propria musica all'elettronica dei giovani musicisti contemporanei.Terry Riley dall'animo spirituale, dal cuore sorridente e dal volto luminoso; concretizza questa sua sensibile tensione nei confronti dell'umano e dell'Universo, attraverso una musica che auspica la connettività di tutte le cose nonostante le differenze culturali, in un gesto che è contemporaneamente arte e intenzione amorevole verso l'umanità.
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Tiziano Zanotti: Bill Evans e Glenn Gould, due lati della stessa medaglia?
Bill Evans e Glenn Gould, il primo creatore del più famoso jazz trio della storia e il secondo grande virtuoso e figura controversa per il suo approccio al pianismo classico, hanno lasciato un segno indelebile nella musica del Novecento, che ancora permane in modo molto vivido. In questa puntata di “Juke Box 900”, cercheremo di comprendere se, oltre alle differenze stilistiche, espressione di due diversi mondi (jazz e classica), sia possibile istituire un confronto per individuare parallelismi nel loro rapporto con aspetti quali la creazione musicale, l’interpretazione, il repertorio, la spinta all’innovazione. Tiziano Zanotti, bassista contrabbassista e compositore, propone un percorso di ascolto con l’obiettivo di stimolare la ricerca e la riflessione degli ascoltatori, evidenziando come forse i punti di contatto tra Bill Evans e Glenn Gould siano maggiori delle differenze.
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Franco Fabbri: gli eredi dei Beatles
Parleremo, in questa occasione, degli “eredi dei Beatles” e ne ascolteremo la musica. Ma chi sono? L’espressione cominciò a circolare addirittura qualche anno prima che i Beatles si sciogliessero, il che ci suggerisce di domandarci non solo “quali eredi”, ma anche “quali Beatles”: i Fab Four dei primi anni (fino al 1965) capaci di produrre canzoni brevi e travolgenti e di mandare in delirio il pubblico dei concerti, o il gruppo di Revolver e di Sgt. Pepper’s, avanguardia del pop psichedelico e antesignano del progressive rock? Gli addetti dell’industria musicale, soprattutto inglese, e i critici musicali sono andati avanti a indicare nuovi “eredi dei Beatles” per quasi trent’anni, e potrebbero riprovarci ancora. Con gusto passeremo in rassegna i principali tra questi artisti, cercando di ragionare sulla validità delle attribuzioni di quei presunti titoli ereditari.Franco Fabbri è uno dei pionieri negli studi sulla popular music. È visiting professor all’Università di Huddersfield (GB).
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Franco Fabbri: Sanremo story
Il Festival di Sanremo torna, come ogni anno, a partire dal 1951. Per settimane se ne parlerà. Il nostro contributo è quello di rievocarne le origini e i cambiamenti, limitandoci ai primi cinquant’anni di vita. Chi si ricorda che il primo direttore artistico – e alto funzionario della RAI – era stato il direttore dei programmi dell’EIAR (la radio di Stato durante il fascismo) nel 1939? E che uno degli autori di maggiore successo nei primi anni era stato l’autore di “Faccetta nera”? Chi ricorda che una canzone del 1957 fu “la goccia che fa traboccare il vaso” che portò alla nascita del Cantacronache, un collettivo per il rinnovamento della canzone italiana? E sarà vero che Luigi Tenco fu costretto a partecipare al Festival del 1967, o lo aveva voluto lui, fortemente? Sarà vero che i cantautori si tennero sempre alla larga da Sanremo? E prima dei Måneskin, i gruppi rock non sono mai stati presi in considerazione? Proveremo a rispondere a queste e ad altre domande. E intanto avremo l’occasione di passare in rassegna tante canzoni, molte delle quali – anche se non vincenti – davvero belle.Franco Fabbri è uno dei pionieri negli studi sulla popular music. È visiting professor all’Università di Huddersfield (GB).
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Anais Drago: "Minimalismo e serialismo, intrecci di persone"
Il Novecento è passato alla storia come il secolo in cui, in tutte le arti, dalla pittura alla musica, dal teatro alla letteratura, sono nate e hanno germogliato quelle che comunemente chiamiamo ''avanguardie'', ovvero correnti creative in netto contrasto con tutto ciò che già esisteva. Forse che questo contrasto, questa cesura così netta, non sia semplicemente frutto del bisogno di cambiare prospettiva? Certo è che, nel loro essere rivoluzionarie, queste correnti hanno influenzato tutto ciò che a loro è seguito, sia nell'ambito di ricerca più radicale, sia nella cultura di massa e del consumismo. Hanno inevitabilmente favorito la nascita di nuovi stimoli, nuove idee, da cui, come in un telefono senza fili, ne sono scaturite altrettante. Le ricerche su un'epoca del passato tendono ad escludere l'elemento umano, vivo, che è invece il motore centrale che aziona, ad innesco, ogni meccanismo.Anais Drago, violinista e compositrice piemontese, tramite un percorso di autoanalisi delle proprie recenti creazioni musicali, procede a ritroso, ritrovandone le idee scatenanti e riallacciando i fili invisibili tra persone, ormai personaggi, che hanno attraversato e connotato in maniera indelebile la musica del Novecento.
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Anais Drago: dance the '900
Musica a servizio della danza oppure danza a servizio della musica? Un po' come dire: mente a servizio del corpo o corpo a servizio della mente? L'interdisciplinarietà nell'arte è una questione delicata, un equilibrio fragile e sottile, poiché gli intenti, i concetti universali declinati tramite l'arte, secondo le specificità di ogni linguaggio, devono coesistere senza che uno sia subordinato all'altro. In questo episodio di “Juke Box 900” Anais Drago, violinista e compositrice piemontese, ci guiderà nell'ascolto di composizioni del Novecento nate per affiancare, e non per assecondare, coreografie ed espressioni coreutiche di alcuni tra i più grandi esponenti della danza del secolo scorso.
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Alessandro Cerino: FF come fortissimo o... Federico Fellini
®In questo anno complesso, il mondo sembra quasi aver dimenticato due icone imprescindibili del cinema internazionale: Federico Fellini e Alberto Sordi. Entrambi nati nel 1920, i due muovono praticamente insieme i primi passi realizzando assieme i "I vitelloni". Fellini dichiarò più di una volta che: “la musica da film è un elemento marginale, secondario, che può solo in certi momenti essere protagonista, ma in genere deve solamente spalleggiare”. Eppure raramente il rapporto compositore/regista (Leone/Morricone, Spielberg/Williams) è stato così stretto come nel suo cinema, in particolare con Nino Rota. In realtà sembra che lui temesse la musica in quanto la sentiva talmente catalizzante da sottrarre attenzione alle immagini. Nicola Piovani disse che Rota, per volere dello stesso Federico, si era quasi sempre ispirato a una canzone spagnola; fino a che punto è vero? Ma Nino Rota componeva così perché questo era il suo unico stile, o perché ciò che gli chiedeva Fellini? E quando non scriveva per il cinema…? Scopriamolo, ma soprattutto ascoltiamolo insieme attraverso i racconti del polistrumentista e compositore Alessandro Cerino, al microfono di Claudio Farinone.Prima emissione domenica 8 novembre 2020
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Paolo Prato: Roll over Beethoven
®Un omaggio in chiave pop al genio di Bonn, la cui presenza nella cultura di massa è costante sin dai “radio days”, disseminata fra cinema, televisione, fumetti, videogames e musica di ogni genere e stile. Dagli arrangiamenti per big band, che hanno caratterizzato la spumeggiante Swing Era, all’easy listening che ha segnato la musica d’atmosfera fra gli anni Sessanta e i Settanta, fino alle cover ai campionamenti delle melodie più note in epoca rock, disco, chill out ecc. Nella maggior parte dei casi, le composizioni più popolari di Beethoven sono state ridotte ai minimi termini in modo da essere compatibili con la brevità di una musica, in questo caso sì, decisamente leggera. In scaletta si ascoltano frammenti dalla "Sonata al chiaro di luna" (più versioni a confronto), "Per Elisa", la "Patetica", la "Romanza in Fa", la "Pastorale, "l’Inno alla Gioia", la "Quinta" e il "terzo Concerto per pianoforte": grandi musiche, addomesticate per arredare gli ambienti e favorire la conversazione, trasformate in ballabili o stupire per la ricerca dell’effetto. Fra Kitsch e virtuosismi, sfilano le orchestre di Glenn Miller e Henry Mancini, le voci di Elvis e Caterina Valente, la cocktail music di James Last e il rap di Alicia Keys, per finire con il rock di Claudio Simonetti. Se l’autore si rivolterà nella tomba non è dato saperlo, ma siamo consapevoli che molte di queste proposte risulteranno rivoltanti... Buon anniversario Ludwig!Paolo Prato insegna “Italian Media and Popular Culture” alla John Cabot University ed è fra i responsabili del Portale della Canzone Italiana (MIBACT). Tra i sui libri: “Le macchine della musica. L’orchestra in casa” (RAI Eri, 2013), “I canti di Natale. Da Jingle Bells a Lady Gaga” (Donzelli, 2013), “La musica italiana. Una storia sociale dall’Unità a oggi” (Donzelli 2010), “White Christmas. L’America e la reinvenzione del Natale” (Donzelli 2006), “Il treno dei desideri. Musica e ferrovia da Berlioz al rock” (L’epos, 2003). Sui rapporti fra classica e pop, ha scritto “Musical Kitsch: Close Encounters between Pops and Classics” (in Popular Music Perspectives 2, 1985), “Jazz e classica. Senza pregiudizi” (in Amadeus 275, 2012) e la voce “Symphonic Rock” per la Encyclopedia of Popular Music of the World (Bloomsbury, vol. XI, 2017).Prima emissione domenica 13 dicembre 2021
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Elena Casoli: "El Cimarrón", una storia di libertà
Nel 1963 l'etnologo cubano Miguel Barnet incontra Esteban Montejo, un uomo di 104 anni: "uno schiavo fuggiasco, un cimarrón... in quel primo incontro parlammo molto". Da questo incontro nasce e viene pubblicato nel 1966 il libro “Autobiografia di uno schiavo”, sulla sua vita alla ricerca della libertà dalla schiavitù. Nel 1968 lo scrittore Hans Magnus Enzensberger e il compositore Hans Werner Henze si recano a Cuba e incontrano Miguel Barnet. Nasce così El Cimarrón, un nuovo lavoro del compositore per voce maschile, flauto, chitarra e percussioni, che resterà uno dei lavori più particolari della storia musicale europea del XX secolo. Uno straordinario racconto in musica della vicenda di Esteban Montejo.In questa puntata di “Juke Box 900”, la chitarrista milanese Elena Casoli, ci accompagna alla guida dell’ascolto di questa opera.
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Paolo Prato: le Christmas song
Oltre la metà delle canzoni più popolari di tutti i tempi appartiene al repertorio natalizio, un canzoniere omogeneo che affonda le radici nell’Europa medievale e scopre il suo filone secolare nell’America degli anni Trenta, complici la Grande Depressione e una spinta a rinchiudersi nell’intimità domestica. Nascono a quel tempo le Christmas songs, canzoni-cartolina che descrivono il Natale come festa degli affetti famigliari, accentuando gli elementi nostalgici e pittoreschi. Gli autori più in vista (Irving Berlin, Johnny Marks) appartengono a quell’élite ebraica che riscrive la festa per eccellenza della cristianità secondo le regole di Tin Pan Alley e Hollywood, presentandola in un registro esclusivamente secolare. Negli anni Cinquanta impazza la voga delle canzoni per bambini, centrate attorno al personaggio di Santa Claus e a fortunati cartoni come Alvin & the Chipmunks. Ma presto arriva il rock - come già lo swing fra le due guerre - a riprogettare il vecchio repertorio e lanciare nuove canzoni. Monta la voga degli album natalizi e artisti di tutte le tendenze, da Elvis a Phil Spector, dai Beach Boys a Bob Dylan, cedono alla tentazione di fornire la loro personale versione dei classici senza tempo. Il finale è riservato agli scettici, ovvero quegli artisti che hanno affrontato questo repertorio con spirito dissacratorio (Spike Jones, Elio e le Storie Tese) se non fortemente critico (Fairy Tale of New York è stata votata miglior canzone natalizia di tutti i tempi nel Regno Unito), col risultato di amplificarlo e renderlo ancora più indispensabile, come ben sappiamo da almeno vent’anni non appena entriamo nel periodo dell’Avvento e accendiamo la radio o ci aggiriamo nei centri commerciali. Paolo Prato si occupa di popular music e cultura dei media. Sul tema della puntata ha scritto I canti di Natale. Da Jingle Bells a Lady Gaga (Donzelli, 2013), White Christmas. L’America e la reinvenzione del Natale (Donzelli 2006), I Canti di Natale (Curcio, 1993) e più recentemente ‘Santa Claus is coming to Italy: Updating the debate on Americanization’, in The Last Forty Years of Italian Popular Culture (ed. by E.Minardi e P.Desogu, Cambridge Un. Press, 2020), la voce Carol (con J.Dibble) per la Encyclopedia of Popular Music of the World, vol. XI (Bloomsbury, 2017) e ‘Metamorfosi del repertorio natalizio: l’epoca d’oro delle Christmas song’, in Musica/Realtà 108, 2015.
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Elena Casoli: suonare il presente, preparando il futuro
Torna a trovarci a “Juke Box 900” la chitarrista milanese Elena Casoli. Il percorso odierno scaturisce da alcune collaborazioni e progetti discografici nati nella sua classe di chitarra all'Hochschule der Künste di Berna, con alcune produzioni realizzate o sostenute dalla Hochschule stessa. Giovani chitarristi in collaborazione con i compositori del nostro tempo scoprono stili diversi, nuove possibilità performative; un lavoro volto ad arricchire il repertorio della chitarra classica ed elettrica sperimentale, per costruire il proprio lavoro come chitarrista concertista nella contemporaneità.
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Alessandro Cerino: facciamone un dramma... ma con musica!
Amori intensi e indimenticabili, comici che sanno commuovere, agnelli che restano in silenzio, mafiosi che non esitano a trucidare decine di persone, ma che si commuovono quando la figlia si sposa. In punta di note entriamo nel grande cinema drammatico dove compositori della terra dell'Opera come Nino Rota e Morricone hanno dettato legge. Ma anche Charlie Chaplin e John Williams ne sapevano qualcosa. A proposito sapevate che Steven Spielberg affidò la colonna sonora di quello che forse è stato il suo film più emozionale all'amico John perché in realtà erano morti tutti gli altri a cui avrebbe potuto pensare? E a volte anche un jazzista come Dave Grusin può farci commuovere con la sua interpretazione delle immagini. È il tripudio dei grandi temi sinfonici, l’epicità di archi ottoni e timpani, ma a volte anche un malinconico sax soprano può esprimere drammaticità.Come sempre, fra aneddoti, esempi musicali rimandi storici ma soprattutto attraverso tanta meravigliosa musica cinematografica forse mai così intensa come in questo genere, Alessandro Cerino ci accompagnerà fra le luci della città conducendoci attraverso tundre russe e campi di guerra fino a giungere a paradisi che possono attendere.Ma voi non attendete troppo: preparate giacche a vento e ali, ma soprattutto... fazzoletti.
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Alessandro Cerino: note in… Azione!
Macchine in corsa velocità folli contromano, spie che si calano da elicotteri fluttuanti, pistoleri che corrono su cavalli selvaggi: che musica ci mettiamo? Ma è possibile che, se a svolgere questo compito siano compositori come John Barry, Lalo Schifrin o John Williams, le musiche estrapolate dalle immagini abbiano una tale intensità e una tale forza evocativa da vivere di vita propria? Non solo e così, ma addirittura talvolta basta accennarle al pianoforte o anche semplicemente canticchiarle per rivivere l'emotività del film stesso. Quando si parla di magia del cinema, bisogna considerare che buona parte di quella polvere magica è generata dalla musica. Sotto questo aspetto, grandi compositori italiani come Armando Trovajoli e Riz Ortolani sono stati magistrali. Ma da dove nasce quel suono di chitarra elettrica che immediatamente ci richiama precisi scenari cinematografici? In questa puntata Alessandro Cerino ci farà salire su quelle auto e quegli elicotteri, al fianco di ladri, spie e agenti segreti. Allora ve la sentite di venire a bordo? Per un’oretta, avrete anche voi licenza di uccidere almeno finché c’è musica...ma, mi raccomando non dimenticate di portarvi l'arma più importante: il vostro udito!
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Giovanni Venosta: uno sguardo “shivaita” per distruggere e ricostruire
Zeuhl” in kobaiano (la lingua inventata dal batterista dei Magma, Christian Vander) sta per “celeste”, ma non esattamente per celestiale. Uno sguardo verso una volta celeste che vuole farci tendere verso la trascendenza, attraverso una musica che però contiene spesso segnali e presagi poco rassicuranti, prima della purificazione. Nel nostro caso sarebbe più conforme riferirsi al concetto di “Zeuhl Wortz”, ovvero “Musica della Potenza Universale”, con tutti gli annessi e connessi. Le band “zeuhl”, nel loro organico hanno spesso voci, femminili e/o maschili, viste più come strumento musicale che come portatrici dirette di significato. Vantano musicisti spesso super-virtuosi, adatti a trasportare strutture ritmiche poderose e incalzanti, con melodie a tratti scomode e sinistre. Questa tendenza stilistica si è fatta strada all’inizio degli anni 70 soprattutto in gruppi francesi (o franco-belgi), ma che si è allargata anche all’estero nel corso degli anni, fino ai giorni nostri. Non è detto che la discendenza dalla musica dei Magma sia esplicitamente dichiarata, ma per un ascoltatore attento è abbastanza evidente la comunanza di genere, ovvero un jazz-rock-progressive piuttosto ossessivo, tendenzialmente modale (ma non necessariamente), spesso minaccioso, con riferimenti alla musica classica di primo novecento di carattere pagano-primitivista (Orff, Stravinsky, Bartok, Prokofiev, ecc.), piena di scansioni polimetriche, con costante utilizzo di ritmi cosiddetti dispari alternati a ossessivi ostinati binari, ritmici e armonici.In questa puntata di “Juke Box 900”, il musicista e compositore milanese Giovanni Venosta, ci proporrà una succulenta playlist, guidandoci all’ascolto di una musica affascinante e complessa allo stesso tempo
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Giovanni Venosta: i Magma, avventurosi e visionari
Nel 1970 il poderoso batterista francese Christian Vander si inventa che lui stesso e i membri della band in realtà provengono dal pianeta di Kobaia, parlano ovviamente il kobaiano, una vera e propria lingua con tanto di grammatica e dizionario (che può avere assonanze col tedesco e l’ungherese), e che sono tornati sulla terra (in origine erano terrestri emigrati nello spazio disgustati dal degrado della loro civiltà) per ridare pace e armonia, non prima di averci scosso per benino. Il “Mekanïk DestruktïwKommandöh” - titolo del loro terzo album del 1973 - è una sorta di manifesto di questo avvento, di questa marcia minacciosa e trionfale. Il messaggio è veicolato attraverso una musica che propone un insolito mix di jazz-rock (oggi si direbbe “prog”, ma allora quella parola non esisteva), dove la parte jazz è il modalismo spirituale coltraniano degli anni ‘60, con un “drive” ossessivo e marcato preso in prestito dal rhythm’n’blues, più riferimenti classici tratti da alcuni compositori del primo ‘900, dal primitivismo di Stravinsky e Bartok, e la pagana forza motrice corale di Carl Orff, insieme a certa magniloquenza wagneriana. A distanza di più di 50 anni dalla loro fondazione sono ancora in piena attività, concertistica e compositiva. Partecipare ad un concerto dal vivo dei Magma è un’esperienza sensoriale, per occhi e orecchie, dove virtuosismo ed espressività sono sempre ai massimi livelli. In questa puntata di “Juke Box 900”, il musicista e compositore milanese Giovanni Venosta ci accompagna in un percorso avvincente nella loro musica.
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Saul Beretta: Indian Grammy
Sebbene certe fascinazioni “indiane” avessero già sedotto l'immaginario del grande pubblico occidentale dalla fine degli anni 40', è solo a metà degli anni 60' che la musica indiana entra prepotentemente nell’immaginario collettivo occidentale. Nel 1965 tocca quasi casualmente a George Harrison accendere la miccia, utilizzando il sitar nell’arrangiamento di una canzone di “culto” come Norwegian Wood, firmata dalla premiata ditta Lennon-McCartneye contribuendo in maniera fondamentale ad accelerare quella che prenderà il nome di “great sitar explosion” e riguarderà sia gli ambienti creativi che il grande pubblico, come testimonia la terna vincente ai Grammy nel 1967.West Meets East, frutto della collaborazione di Menuhin e Shankar, Grammy Award per il miglior disco di Musica da Camera, Sgt. Pepper dei Beatles Miglior Album dell'Anno e Far East Suite, di Duke Ellington, premio per la Miglior Performance di Jazz strumentale. Tra Pop/Rock, Jazz e Classica occidentale e indiana, Saul Beretta disegna un percorso trasversale di scambi tra l’occidente e la grande Madre India.
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Saul Beretta: il pianista oltre la solitudine
C’è uno spazio che si apre al di là della solitudine del pianista. Nasce quasi per caso negli spazi della Baldwin Piano and Organ Company's, un negozio di pianoforti di New York, dove nel 1973 Steve Reich trova ospitalità per sperimentare una nuova partitura. Il pezzo si chiama Piano Store, ma diventerà presto Six Pianos dal numero di pianoforti necessari per la sua esecuzione. Circa 20 anni dopo, a Londra, quell’idea di mettere tanti pianisti e tanti pianoforti insieme diventa la scintilla che dà vita a un esperimento chiamato Piano Circus. Ce ne parla Saul Beretta che in quegli anni ‘90 vive, studia e lavora a Londra dove Max Richter, David Lang e molti altri lavorano, suonano e compongono fianco a fianco alla ricerca ed esplorazione di nuove possibilità per il pianoforte.
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Massimo Giuseppe Bianchi: Captain Beefheart
Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart, è stato un poliedrico e visionario musicista americano. Vissuto tra il 1941 e il 2010, quando morì in seguito alle complicazioni di una sclerosi multipla di cui era affetto da diversi anni. Eccentrico, stravagante e dispotico, ha scritto una pagina assai interessante della storia del rock, dove la musica si mescola al free-jazz, ai ritmi latini, alla musica d’avanguardia con un sapore blues che si evince dallo stile ruvido della sua vocalità. Spesso paragonato a Frank Zappa, gli fu dapprima amico e collaboratore poi rivale e quasi “nemico”; il suo era uno stile quasi “primitivo” che contrastava con la tecnica compositiva accurata e pragmatica del musicista di Baltimora. Il pianista e compositore Massimo Giuseppe Bianchi, attraverso un’accurata scelta di brani tratti dalla sua discografia, ce ne regala un ritratto offrendoci diversi elementi per la comprensione della sua arte.
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Massimo Giuseppe Bianchi: Dylan come ispirazione
Cosa accade se si libera dal contenuto testuale l’opera di un cantautore come Bob Dylan, che fonda il suo lavoro sulla sua peculiare poetica letteraria? In realtà, ogni musica, affidata a musicisti dallo stampo creativo, può essere trasformabile in un percorso nuovo e diverso, che riceve uno slancio dalle atmosfere di una canzone, per poi farne un’altra cosa. Il grande cantautore statunitense, nel corso del tempo, è stato fonte ispiratrice per musicisti provenienti da ogni angolo del mondo, che ne hanno offerto riletture avvincenti, personali e sorprendenti. Il pianista e compositore Massimo Giuseppe Bianchi ha selezionato per noi alcune di queste, che ha ritenuto particolarmente riuscite e ce le racconta, in questa nuova puntata di “Juke Box 900”, al microfono di Claudio Farinone.
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Franco Fabbri: i singer-songwriters britannici negli ultimi tre decenni del ‘900
Può sembrare strano, ma il termine “singer-songwriter”, analogo di “cantautore”, “cantautor”, “auteur-compositeur-interpréte”, “Liedermacher”, ha cominciato a circolare nel senso comune della musica dei Paesi anglofoni soltanto verso la fine degli anni Sessanta del Novecento, con un discreto ritardo rispetto ai Paesi dell’Europa continentale. Non che la figura dell’autore-interprete non fosse esistita nella musica angloamericana, dai bluesmen e blues women a Woody Guthrie, dai primi rocker a Paul Anka e Neil Sedaka e Buddy Holly, per non dire di Bob Dylan: mal’appartenenza di genere evidentemente contava di più del concetto di autorialità. Il dominio su quella scena dei gruppi – che pure erano in maggioranza autori delle proprie canzoni– ha continuato a mettere in ombra le caratteristiche individuali, fino a che alcuni dei gruppi più noti hanno iniziato a sciogliersi, facendone emergere dei singoli autori. Inizia così, negli ultimi anni Sessanta, l’epoca dei singer-songwriters, artisti e autori che vengono dal pope dal rock (a differenza dei loro colleghi italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, latinoamericani), o anche dal folk, e i cui dischi spesso “suonano” come quelli dei gruppi. In questo “Juke Box 900” ne seguiremo la traiettoria, escludendo quelli che sono usciti dai gruppi più famosi, e scoprendo alcuni angoli nascosti.Franco Fabbri insegna storia della popular music al Conservatorio di Parma e all’Università Statale di Milano.
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Franco Fabbri: entechno, canzone d’autore e poesia in Grecia negli anni Novanta e Duemila
A suo tempo ci eravamo occupati della storia della canzone in Grecia, nel passaggio dalla musica popolare urbana della prima metà del Novecento (il rebetico) alla “canzone popolare d’arte” introdotta negli anni Cinquanta da MikisTheodorakis e Manos Chatzidakis, in parte sul modello della chanson à texte francese. L’entechno laïko tragoudhi si sviluppa poi nei primi anni Settanta, a contatto prima con il rock angloamericano, poi con la world music, mantenendo però le caratteristiche fondamentali delle origini, fra le quali il rapporto con la poesia letteraria (la grande poesia ellenica del Novecento). In questa puntata seguiamo il periodo forse più fecondo, fra gli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, concentrandoci su alcuni protagonisti. In modo simile alla chanson francese, e a differenza dalla canzone d’autore italiana, gli artisti di riferimento non sono soltanto autori, ma anche interpreti il cui repertorio si concentra sull’entechno.Franco Fabbri insegna storia della popular music al Conservatorio di Parma e all’Università Statale di Milano
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Paolo Prato: i produttori del rock, dagli anni ‘50 agli anni ’80
Con l’avvento del nastro magnetico e della sovraincisione del suono su più piste lo studio di registrazione diventa il motore di un cambiamento epocale nella musica. Al timone di questa macchina c’è il produttore, figura eclettica che spesso svolge il ruolo anche di manager, talent scout, compositore, arrangiatore ed esecutore. Dalla scelta di artista e repertorio – il cosiddetto A&R man – per la casa discografica “vecchio stampo”, con l’avvento delle nuove tecnologie e l’affermarsi di nuovi generi come il rock‘n‘roll, il produttore si reinventa personalizzando il sound dei propri artisti fino a creare un vero e proprio “marchio di fabbrica”. Con lui lo studio di registrazione non è più un luogo utilizzato solo per incidere canzoni ma diviene uno strumento creativo. E questo farà di alcuni storici produttori delle star al pari dei loro pupilli.Il ciclo di due puntate, assieme al musicologo Paolo Prato, si concentra sull’attività dei principali produttori del rock e del pop in un arco di tempo che va dagli anni Cinquanta ai primi anni Ottanta, mettendo in luce le innovazioni musicali, i vari sound che si sono affermati, la metodologia di lavoro e l’eredità lasciata.Nella prima puntata sfileranno Sam Philips, lo scopritore di Elvis; Jerry Leiber & Mike Stoller, i primi produttori free-lance; Phil Spector, il “magnate degli adolescenti” come lo definì lo scrittore Tom Wolfe; George Shadow Morton, l’inventore del girl group sound; Joe Meek, lo “Spector britannico”; George Martin, l’eminenza grigia dietro i Beatles; Berry Gordy, il primo produttore/imprenditore afroamericano.La seconda puntata avrà come protagonisti Joe Boyd e il folk psichedelico; Quincy Jones, dal jazz a “Thriller”, il disco più venduto di sempre; Malcolm McLaren, l’inventore del punk; Trevor Horn, il produttore intellettuale della New Wave britannica; Giorgio Moroder e l’elettronica ipnotica; Nile Rodgers e il New York sound degli anni Ottanta; Gary Katz, tra lounge sofisticato e fusion.
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Paolo Prato: i produttori del rock, dagli anni ‘50 agli anni ’80
Con l’avvento del nastro magnetico e della sovraincisione del suono su più piste lo studio di registrazione diventa il motore di un cambiamento epocale nella musica. Al timone di questa macchina c’è il produttore, figura eclettica che spesso svolge il ruolo anche di manager, talent scout, compositore, arrangiatore ed esecutore. Dalla scelta di artista e repertorio – il cosiddetto A&R man – per la casa discografica “vecchio stampo”, con l’avvento delle nuove tecnologie e l’affermarsi di nuovi generi come il rock‘n‘roll, il produttore si reinventa personalizzando il sound dei propri artisti fino a creare un vero e proprio “marchio di fabbrica”. Con lui lo studio di registrazione non è più un luogo utilizzato solo per incidere canzoni ma diviene uno strumento creativo. E questo farà di alcuni storici produttori delle star al pari dei loro pupilli.Il ciclo di due puntate, assieme al musicologo Paolo Prato, si concentra sull’attività dei principali produttori del rock e del pop in un arco di tempo che va dagli anni Cinquanta ai primi anni Ottanta, mettendo in luce le innovazioni musicali, i vari sound che si sono affermati, la metodologia di lavoro e l’eredità lasciata.Nella prima puntata sfileranno Sam Philips, lo scopritore di Elvis; Jerry Leiber & Mike Stoller, i primi produttori free-lance; Phil Spector, il “magnate degli adolescenti” come lo definì lo scrittore Tom Wolfe; George Shadow Morton, l’inventore del girl group sound; Joe Meek, lo “Spector britannico”; George Martin, l’eminenza grigia dietro i Beatles; Berry Gordy, il primo produttore/imprenditore afroamericano.La seconda puntata avrà come protagonisti Joe Boyd e il folk psichedelico; Quincy Jones, dal jazz a “Thriller”, il disco più venduto di sempre; Malcolm McLaren, l’inventore del punk; Trevor Horn, il produttore intellettuale della New Wave britannica; Giorgio Moroder e l’elettronica ipnotica; Nile Rodgers e il New York sound degli anni Ottanta; Gary Katz, tra lounge sofisticato e fusion.
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Pietro Viviani: stai composto, oh, jazz!
Il jazz, arte estemporanea per antonomasia, ha prodotto – basti pensare a Duke Ellington – alcuni dei più rappresentativi compositori del '900. Come è possibile questa dicotomia? Come conciliare oralità e scrittura, composizione e performance, head arrangements e partiture?E ancora: può esistere il jazz senza improvvisazione? Perché gli autori del jazz sono pressoché ignorati dagli interpreti di formazione classica? Tutti quesiti a cui cercherà di rispondere – pro-ponendo all'ascolto brani di grandi compositori/performers che lo hanno influenzato, nonché alcune chicche – Pietro Viviani, “chitarrista pentito” cresciuto ascoltando jazz, che da grande ha deciso di fare il compositore.
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Pietro Viviani: stai composto, oh, jazz!
Il jazz, arte estemporanea per antonomasia, ha prodotto – basti pensare a Duke Ellington – alcuni dei più rappresentativi compositori del '900. Come è possibile questa dicotomia? Come conciliare oralità e scrittura, composizione e performance, head arrangements e partiture?E ancora: può esistere il jazz senza improvvisazione? Perché gli autori del jazz sono pressoché ignorati dagli interpreti di formazione classica? Tutti quesiti a cui cercherà di rispondere – pro-ponendo all'ascolto brani di grandi compositori/performers che lo hanno influenzato, nonché alcune chicche – Pietro Viviani, “chitarrista pentito” cresciuto ascoltando jazz, che da grande ha deciso di fare il compositore.
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Il jazz nordico
®Due puntate di "Juke Box 900" in compagnia di una straordinaria pianista e compositrice di jazz di livello internazionale: Rita Marcotulli. Grazie alle sue numerosissime frequentazioni nel contesto del jazz nordico, l’eccellente artista italiana ci accompagnerà in un percorso di ascolti di musiche che si svincolano dalla matrice americana per inventare un suono e una concezione unica e riconoscibile, fatta di raffinatezza, ampi spazi sonori, qualità e complessità armonica nel contesto di linee melodiche aperte e caratteristiche. Un osservatorio privilegiato che, in questa seconda puntata, ci porterà ad esplorare la musica di artisti come Anders Jormin, Bobo Stenson, Jon Balke, Marylin Mazur, Django Bates e la stessa Rita Marcotulli.Prima emissione domenica 6 giugno 2021
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Rita Marcotulli: il jazz nordico
®Due puntate di “Juke Box 900” in compagnia di una straordinaria pianista e compositrice di jazz di livello internazionale: Rita Marcotulli. Grazie alle sue numerosissime frequentazioni nel contesto del jazz nordico, l’eccellente artista italiana ci accompagnerà in un percorso di ascolti di musiche che si svincolano dalla matrice americana per inventare un suono e una concezione unica e riconoscibile, fatta di raffinatezza, ampi spazi sonori, qualità e complessità armonica nel contesto di linee melodiche aperte e caratteristiche. Un osservatorio privilegiato che, in questa prima puntata muoverà i primi passi da Jan Johansson, musicista straordinario, vissuto purtroppo meno di quarant’anni, per affrontare poi l’arte di Lennart Ǻberg, Jan Garbarek e la stessa Marcotulli, con il suo straordinario album “nordico” Night Caller.Prima emissione domenica 30 maggio 2021
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Eloisa Manera: un violino per il jazz
®In questa seconda puntata dedicata al violino jazz percorreremo, assieme all’estrosa violinista Eloisa Manera, un viaggio a ritroso dall’America all’Europa. Dopo l’andata, lo sguardo sonoro volge l’attenzione indietro, da dove era partito andando a scoprire protagonisti più o meno noti della scena del jazz contemporaneo, attraverso alcuni anelli di congiunzione e di collaborazioni mescidate. Ci sono un americano, una giapponese, una venezuelana, una spagnola, un’italiana, un polacco, un finlandese, una croata... Non è l’inizio di una barzelletta, bensì è l’elenco delle nazionalità dei musicisti che ci accompagneranno in questo percorso dagli Stati Uniti al vecchio continente. L’intreccio delle diverse culture espresse da questi artisti attraverso le loro personalità e il linguaggio specifico di ognuno, sottolineano l’anima meticcia del jazz. Da sempre questo genere musicale è stato infatti peculiare per la qualità della sua prospettiva che, fin dai suoi albori, è stata aperta all’incontro e alla contaminazione, arricchendo di sfumature la sua sonorità, che ha la forma di un poliedro sfaccettato aperto all’imprevedibilità della vita. Una traiettoria sonora nutrita da storie di incontri umani e ibridazioni, in bilico fra mainstream, liricità, venature folk e sperimentazione.Prima emissione domenica 15 agosto 2021
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Eloisa Manera: un violino per il jazz
®Il violino del jazz americano nella scena contemporanea ha radici lontane, che vanno dalle note irlandesi e scozzesi del bluegrass al country, transitando nelle orchestre di bianchi e di neri dell’era dello swing (da quella di Paul Whitman, alla celebre Big Band di Duke Ellington), attraversando il bebop e raggiungendo l’epoca della ricerca di avanguardia, più vicina ai nostri giorni. La scena attuale è popolata da musicisti straordinari che fanno tesoro, ognuno a proprio modo, della tradizione che li ha preceduti, creando paesaggi sonori personali e spesso trasversali. La musica classica antica e contemporanea si mescolano con la tradizione ebraica, le note elettriche della fusion e la ricerca microtonale, si confrontano con le radici del folk d’oltreoceano. Questi gli ingredienti sonori per una carrellata curiosa e informale alla scoperta di Billy Contreras, Mark Feldman, Mat Maneri, Zach Brock e Regina Carterin compagnia dell’estrosa violinista, compositrice e improvvisatrice Eloisa Manera.Prima emissione domenica 9 maggio 2021
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Saul Beretta: Ligeti piano works
®"Quando ripenso alla mia carriera scolastica di giovane pianista non vedo che Chopin, Liszt , Rachmaninoff, Scriabin e poi di nuovo Liszt. Poi, agli inizi degli anni ’90, ho scoperto gli studi di Ligeti è stata una folgorazione, amore a prima vista. Quello spartito stampato sembrava un manoscritto, scritto a mano, per me, per essere letto. Una musica che ancora non esisteva nello spazio acustico, una novità. Per me, classicone di Conservatorio, ben inquadrato nella tradizione, è arrivata solo allora e per la prima volta la possibilità di capire cosa potesse voler dire per Schumann scoprire una pagina di Brahms appena scritta, aprire quel manoscritto e leggere il "nuovo" non come una lettera dal passato ma come una cartolina del presente." Saul Beretta direttore creativo di Musicamorfosi racconta ai microfoni di Claudio Farinone cosa è significato per lui l'incontro con Gyorgy Ligeti, quello fisico da allievo e Maestro a Novara nel 1996, ma anche e soprattutto quello simbolico con la musica "nuova". Un incontro che ha segnato per lui l’intuizione di potere uscire dal sentiero battuto e che concretamente ha cambiato la sua vita.Prima emissione domenica 02 maggio 2021
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Saul Beretta: Sevdah, il fado dell’Europa Centrale
®La Sevdah è il segreto meglio custodito dei Balcani. Ma cosa è la Sevdah? Louis Armstrong alla domanda “Che cosa è il jazz? rispose. “Se lo chiedi, non lo saprai mai…” La stessa risposta può valere anche per la Sevdah, l'antica ballata lirica dei popoli che una volta erano uniti sotto i confini del Grande Impero Ottomano prima e in quello Austro-Ungarico poi. La Sevdah, proprio come il fado portoghese o il tango argentino, è un patrimonio. Parla di amore e abbandono, di gioia, gelosia, rabbia e estasi. E’ dolorosa e dolce. Può essere un languido canto d’amore o un’erotica espressione di desiderio e struggimento per una vita migliore. Ma più di tutto la Sevdah è uno stato d’animo, una condizione dell’essere, condivisa da una nazione o meglio da un popolo che ha una storia comune, complessa e controversa come la storia dei Balcani, quella del centro Europa. Complessa come il luogo dove oriente e occidente si sono abbracciati e respinti per secoli, una terra dove si prega l’Islam girati verso Vienna invece che verso la Mecca.A parlarcene ai microfoni di Claudio Farinone è Saul Beretta, direttore creativo di Musicamorfosi, che tira fuori in questa puntata l'appassionato amante dei Balcani e della Bosnia per ragioni di cuore.Prima emissione domenica 25 aprile 2021
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Alessandro Cerino: no Morricone, dicevo gli altri (2./2)
®Ennio Morricone è stato il creatore di nuovi generi di colonne sonore, al pari di John Williams o Bernard Hermann: gli spaghetti western, le indagini di poliziotti corrotti e le epopee di gangster italo americani non sarebbero le stesse senza il significato e le atmosfere che le sue musiche hanno saputo conferire. Tuttavia, nel paese dell’opera, abbiamo altri grandi compositori le cui musiche vengono ricordate in tutto il mondo...ma attenzione! Secondo il nostro ospite Alessandro Cerino è possibile distinguere fra quelli che, pur essendo dei buoni compositori, hanno avuto poche intuizioni, realizzando alcune colonne sonore memorabili, quelli che hanno una vera e propria competenza da compositore anche al di fuori del cinema e, infine, musicisti in senso lato prestati occasionalmente al cinema. In questa seconda puntata ascolteremo e parleremo di brani indimenticabili che hanno avuto una larga diffusione e successo internazionale ma che, tuttavia, sono stati scritti da compositori che vengono ricordati soprattutto per pochi temi o addirittura per uno soltanto. E in alcuni casi vedremo anche che, tutto sommato, la loro forza è relativa soprattutto a un particolare genere musicale. Scenario ben diverso è quello di un compositore come Riz Ortolani, capace di scrivere un brano melodico, uno dal carattere jazzistico, che apprende la grande lezione di Stan Kenton e altri profeti del cosiddetto progressive jazz ma anche da orchestrazioni e scenari di musica contemporanea. E a proposito del grande Riz: sapete quale fu la sua ultima intervista? In esclusiva per i soli ascoltatori di Rete Due, Alessandro Cerino ci offre alcuni stralci di un documento dove lo stesso Ortolani racconterà come sono nate alcune opere che fanno parte della storia del cinema degli anni Settanta. E che ruolo ha avuto in quegli anni il flauto basso di Gino Marinacci, musicista oggi quasi dimenticato? E perché molti credono che quell’effetto di voce nel flauto, detto anche spite flute, utilizzato nella colonna sonora de Il Dio serpente fu introdotto da Jan Anderson quando in realtà fu scoperto anni prima da un geniale polistrumentista americano? Questo e altro ancora in questa ghiotta puntata di "Jukebox 900", in compagnia dell’estroso musicista napoletanoPrima emissione domenica 18 aprile 2021
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Alessandro Cerino: no Morricone, dicevo gli altri (1./2)
®Ennio Morricone è stato il creatore di nuovi generi di colonne sonore al pari di John Williams o Hermann: gli spaghetti western, le indagini di poliziotti corrotti e le epopee di gangster italo americani non sarebbero le stesse senza il significato e le atmosfere che le sue musiche hanno saputo conferire. Tuttavia, nel paese dell’Operaci sono altri grandi compositori le cui musiche vengono ricordate in tutto il mondo... ma attenzione! Secondo il nostro ospite Alessandro Cerino è possibile distinguere fra quelli che, pur essendo dei validi compositori, hanno avuto determinate intuizioni realizzando alcune colonne sonore memorabili, quelli che hanno una vera e propria competenza da compositore anche al di fuori del cinema e, infine, musicisti in senso lato prestati occasionalmente al cinema. In questa prima “non Morricone” puntata di "Jukebox 900", parleremo di Alessandro Cicognini agli albori del grande cinema italiano, vero compositore; di Armando Trovajoli, valente pianista e capo orchestra jazz, Nino Rota (che vedremo in una veste diversa rispetto a quella felliniana). Tutti veri e propri compositori, grandi compositori! Ma ascolteremo anche un paio di brani indimenticabili di Piero Umiliani, pregevole jazzista ma con competenze non estese come quelle dei succitati compositori. Ma cosa c’entra in tutto ciò, l’immaginario erotico delle svedesi? E Nino Rota, costretto da Fellini a seguire certi schemi, era diverso nella scrittura per Coppola? Tutto ciò e altro ancora vi sarà svelato in questa puntata in compagnia dell’estroso e geniale musicista napoletano.Prima emissione domenica 4 marzo 2021
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Giovanni Venostra: i protosintetizzatori
®Seconda puntata di “Juke Box 900”, in compagnia del pianista e compositore Giovanni Venosta. Agli inizi del ‘900 l’avvento dell’era elettrica produce anche mutamenti estetici nella costruzione di strumenti musicali. In varie parti d’Europa alcuni fisici e ingegneri con formazione musicale mettono a punto le loro invenzioni. In Unione Sovietica il fisico e violoncellista Leon Theremin (Termen in russo) mette a punto il più antico strumento che non prevede contatto con l’esecutore: il Theremin. Persino un entusiasta Lenin ne promuoverà la diffusione all’estero. I principali compositori/esecutori che sono rimasti colpiti da questo insolito strumento sono: Charles Ives (IV Sinfonia), Clara Rockmore, Samuel Hoffman, Lydia Kavina, Christopher Tarnow per Carolina Eyck, Pamelia Kurstin, e nel rock e pop, tra gli altri, i Beach Boys (nell’album “Pet Sounds”), Captain Beefheart (album “Safe as Milk”) o nel brano “Thriller” di M. Jackson. Tra le colonne sonore troviamo “La moglie di Frankenstein” di James Whale, “Ultimatum alla Terra” di Robert Wise (con la musica di Bernard Herrmann), e “Io ti salverò” di Alfred Hitchcock. In Francia il violoncellista e radiotelegrafista Maurice Martenot, dopo l’incontro con Theremin, nel 1928 decide di rendere lo strumento dell’inventore russo più adatto alle esigenze di un normale esecutore. Nelle sue Ondes Martenot introduce una tastiera e dei più pratici controlli per eseguire glissando e microtoni. I principali compositori furono: Arthur Honegger, Darius Milhaud, André Jolivet, Jacques Ibert, Edgard Varèse, Olivier Messiaen, Giacinto Scelsi, Claude Vivier e, più recentemente ad esempio Jonny Greenwood (con e senza i Radiohead), Stereolab e Thomas Bloch. In Germania nel 1929 l’ingegnere Friedrich Trautwein inventa il Trautonium, che suscitò l’interesse di Paul Hindemith e del suo allievo Harald Genzmer. Poco più tardi Oskar Sala si associa all’inventore e perfeziona lo strumento, rendendolo più completo e alfine polifonico, trasformandolo in Mixtur-Trautonium. Sala diventerà durante tutto il Novecento il grande esecutore, signore e padrone del complesso strumento, col quale inciderà molti album, come esecutore e compositore, anche di colonne sonore, compresi gli effetti speciali per “Gli uccelli” di Alfred Hitchcock.Giovanni Venosta, pianista e compositore, insegna al corso di laurea di Musica per Immagine alla Scuola Civica di Musica “Claudio Abbado” di Milano, tenendo anche seminari sull’argomento in accademie universitarie Italiane e al CISA di Locarno.Prima emissione domenica 31 gennaio 2021
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L’incontro con i protagonisti della musica del nostro tempo dà vita a una serie di preziose riflessioni e illuminanti itinerari sonori, tra generi e modalità espressive diverse.
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