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Memorie di Resistenza fiorentina
by Memorie Resistenza fiorentina
Storie note o poco ricordate, significative ed esemplari, di partigiani e partigiane, degli internati militari e degli ebrei, degli operai e delle operaie negli scioperi del 1944, delle vittime senza nome dei bombardamenti alleati e delle esecuzioni sommarie, dei deportati e torturati nelle “Ville Tristi”, vissute dall'8 settembre 1943 fino ai giorni della “battaglia di Firenze", terminata il 1° settembre 1944 con la liberazione di Fiesole e dell’intero territorio fiorentino.Gli audio sono una produzione Associazione Culturale Visione. Produttore esecutivo Matteo Cichero, regia Matteo Mascotto. Voci di Anastasia Ciullini e Tommaso Carli.
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Al carcere delle Murate le torture continuano
Memorie di Ferdinando Pretini, partigiano della 1ª Divisione Giustizia e Libertà. Arrestato nel novembre del 1944 fu una delle vittime più ferocemente torturate dalla Banda Carità, il Reparto dei Servizi Speciali comandato da Mario Carità, che operò a Firenze durante il periodo della Repubblica Sociale. I tentativi di Carità di ottenere informazioni dal nostro parrucchiere continuarono anche durante la detenzione. Un giorno un incaricato del maggiore gli chiese di descrivere i connotati della persona alla quale, come aveva riferito la spia, Pretini aveva consegnato molte paia di scarpe destinate ai partigiani di Monte Morello. La sospettata era Eleonora Benveduti Turziani, la dirigente azionista che si occupava della protezione dei clandestini e fuggiaschi e dell'approvvigionamento per le formazioni partigiane dislocate sull'Appennino. Carità l'aveva fermata ma nei suoi confronti non possedeva alcun elemento di prova e nella sua abitazione non era stato trovato nessun materiale sospetto. Per depistare il maggiore Ferdinando attribuì alla donna, a cui aveva consegnato le scarpe, connotati esattamente opposti a quelli della Turziani. In quei giorni di prigionia, utilizzando dei bigliettini ricavati dai moduli a stampa del carcere, Pretini annotava i fatti che gli sembravano rilevanti e intratteneva una minima corrispondenza con la moglie Maria Mainardi. In una nota non datata scrive di aver visto dallo spioncino uno dei luogotenenti di Carità, un certo capitano Agostini, che, passando di fronte alla sua cella, aveva detto ad alta voce: “per questo famoso Pretini si può ordinare la cassa da morto, è questione di giorni se non di ore, con Carità non si scherza, quello te li liquida tutti al muro i partigiani, ma se canta, potrà salvarsi.”Lettura tratta dal libro di Francesco Saverio Tucci, “Il parrucchiere, il monaco, la spia”, Youcanprint, 2022Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Le torture subite a Villa Malatesta per mano di Carità e della sua banda
Memorie di Ferdinando Pretini, partigiano della 1ª Divisione Giustizia e Libertà. Arrestato nel novembre del 1944 fu una delle vittime più ferocemente torturate dalla Banda Carità.La Banda Carità è il nome con cui è conosciuto il Reparto dei Servizi Speciali, che opera a Firenze durante il periodo della Repubblica Sociale e comandato da Mario Carità.Il trattamento riservato a Pretini fu di una violenza e di una crudeltà indicibili e il militante azionista portò per il resto della vita i segni di quel sadico accanimento sulla sua persona. Sul parrucchiere, Carità testò tutto il suo repertorio di tecniche inquisitorie, che comprendeva non solo violenze fisiche di ogni genere ma anche sevizie morali, intimidazioni, minacce, ricatti, shock emotivi. Ma lasciamo la parola a Ferdinando: Anzichè mettermi con gli altri imputati mi portarono davanti ad un usciolino dalla porta del cortile – era molto buio e imperversava il maltempo – e mi dissero: “Entra qua dentro!” Non ebbi il tempo di affacciarmi che mi sentii percuotere violentemente dal calcio del fucile nella schiena, con accompagnamento di calci e pugni, che mi fecero ruzzolare in una cantina semibuia. Mi trovai in fondo alla scala, quando simultaneamente due militi di Carità mi si scagliarono addosso e cominciarono, proseguirono ininterrottamente l'opera dei primi, percuotendomi violentemente con i calci di fucili e delle rivoltelle, alternando le percosse con grida di minacce, dicendomi: “Parla, traditore; devi parlare a tutti i costi, dal momento che ti hanno portato qui, vuol dire che sei un traditore!” In un momento di tregua domandai loro: “Ma perchè mi picchiate in questo modo, se il vostro comandante mi deve ancora interrogare?” Risposero con una scarica ancora più violenta di pugni e di calci, dicendomi: “Questo per farti capire e ricordare di non dimenticare niente di ciò che devi e sai di dover dire.”Letture tratte dal libro di Francesco Saverio Tucci, “Il parrucchiere, il monaco, la spia”, Youcanprint, 2022Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il perdono? Memorie su Mario Carità e la sua banda di torturatori di Gilda Larocca
Gilda Larocca è stata una partigiana della divisione Giustizia e libertà e membro di Radio CORA, emittente clandestina che dal gennaio al giugno 1944 mantenne i contatti tra la Resistenza toscana e i comandi alleati. La Banda Carità è il nome del Reparto dei Servizi Speciali che opera a Firenze durante il periodo della Repubblica Sociale, comandato da Mario Carità.Si deve sapere, da tutti, a cosa può portare la privazione della libertà, per incitare, sempre, al rifiuto di ogni e qualsiasi forma di violenza. E fu con lo stesso spirito, solo per coerenza e per giustizia che non firmai, qualche anno dopo il processo, un documento, una specie di perdono giudiziale per la riabilitazione di uno dei “quattro santi”. Il perdono, avrei anche potuto firmarlo, loro, non erano altro che i “manovali” del crimine verso i quali avevo nutrito un misto di ripugnanza, di disprezzo ed anche una punta di pietà, perchè, evidentemente, erano dei tarati; ma non per la riabilitazione: se uno è veramente pentito, deve accettare le conseguenze dei crimini commessi. Ma se la riabilitazione doveva servire solo a farlo rientrare nel consorzio delle persone oneste, civili, con un passato di quel genere, per me non andava bene; non è con una firma che si può trasformare una belva in un uomo. E sarebbe stato, a mio avviso, come offendere ancor più le loro vittime. Lettura tratta dal libro di Gilda Larocca, “La Radio Cora di Piazza d'Azeglio e le altre due stazioni radio” pubblicato dalla casa editrice Giuntina nel 2004Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Mario Carità
Il comandante del Reparto dei Servizi Speciali che opera a Firenze durante il periodo della Repubblica Sociale, nelle parole di Agostino Chesne Dauphinè, organizzatore per il Partito d'Azione del soccorso ai prigionieri alleati e agli ebrei. Dopo gli interrogatori e le torture di Carità è inviato in campo di concentramento, da cui fugge in modo rocambolesco. Lo ricordo bene: i capelli nerissimi sui cui spiccava una candida ciocca nel mezzo della fronte, rivelatrice di anomalie che avrebbero fatto fare balzi di gioia a Lombroso. Ricordo la bocca sensuale, carnosa, il viso floscio e giallo, lo sguardo costantemente collerico, i pugni che stringeva di continuo, parlando. E un mento prominente, dalle mascelle favolose. Lo ricordo come lo vidi all'attimo della mia partenza verso la deportazione: nel mezzo di strada, pieno di spavalderia, con quelle sue narici da toro che si dilatavano a scatti, come a fiutare la femmina, con quella sua fronte minima, appena una striscia di carne fra sopracciglia e capelli. Batteva sulle cosce sode il frustino, teneva le spalle esageratamente indietro il mento all'insù, si bilanciava flettendo i ginocchi, come Mussolini. Quanto sangue, quante crudeltà, quante lacrime si nascondevano dietro a quelle spalle insolenti. Dal camion dov'ero, gli mollai un accidente. Fu un tiro lentissimo, ma preciso. Ci mise otto mesi ad arrivare, e lo raggiunse appunto quel tal giorno a Siusi, per mano di un soldato americano.Lettura tratta dall'articolo di “Gulliver”, pseudonimo di Agostino Chesne Dauphinè, “Povero Carità!… La verità vera sulla fine di un brav'uomo”, pubblicato sul periodico antifascista “Non Mollare” del 28 ottobre 1946Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Erano giorni o secoli per quella madre?
Passo della lettera di Clotilde Fusconi, madre di Anna Maria Enriques Agnoletti, partigiana, fucilata a Cercina, una frazione di Sesto Fiorentino, il 12 giugno 1944, in risposta a Patrizia, studentessa della scuola città Pestalozzi, marzo 1958.La lettera è conservata presso l'Istituto storico toscano della Resistenza e dell'età contemporanea.Il 12 giugno, dalla sua cella, la mamma intravide appena la sua diletta figliola portata via dal carcere. Alle buone suore i nazisti avevano detto che l'avrebbero portata in alta Italia, e così fu riferito alla madre. La notte stessa, invece, la condussero a morte (per mano loro!) nei boschi di Cercina; sola donna lei con altri sei giovani martiri. Rimase in carcere la mamma, altri nove giorni; poi fu lasciata tornare a casa, sola con la sua croce. Non sapeva ancora ma sentiva, sia pure senza certezza. E il figlio? Colpito crudelmente dalla sorte della sorella cara, più che mai logorava se stesso, nel rischio attivo d'ogni giorno, per finirla con quei delinquenti tedeschi e fascisti italiani! Mentre la mamma si logorava dentro, fra gli angosciosi sulla sorte di tutti e di tutto per cinquanta giorni ancora; ma erano giorni o secoli per quella madre? Poi venne l'11 agosto, rivide il figlio, con la sua brava compagna; esausti, malato lui, ma col cuore in pace per non aver sofferto e rischiato invano; forse. La mamma seppe, finalmente, di Anna Maria e le parve che con l'anima, anche le sue braccia avrebbero per sempre spasimato per non poter mai più stringere al cuore la sua impareggiabile figliuola.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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La morte di una partigiana
Anna Maria Enriques Agnoletti, partigiana, torturata e fucilata a Cercina, una frazione di Sesto Fiorentino, il 12 giugno 1944Fu interrogata, battuta brutalmente anche sul viso, tenuta sveglia per una settimana intera: ma non parlò e finse di non conoscere nessuno di coloro coi quali aveva collaborato. Il suo carattere tanto dolce e sereno si dimostrò allora di una fortezza eccezionale. Col suo silenzio, salvò tutti gli amici di Firenze. Dopo otto giorni fu trasferita a Santa Verdiana e così poté un poco riposare. Qui tutti rimasero edificati, dal Direttore alle Suore, della sua serenità e tranquillità. La sera del 12 giugno fu portata via a titolo di “scarcerazione definitiva”. La madre la vide passare per il corridoio per l'ultima volta: camminava con le braccia pendenti lungo il corpo, la testa un po' china in avanti; la sua attitudine era di abbandono. Avrà sentito forse nel segreto della sua anima il contrasto tra la speranza della liberazione e il timore di nuove torture. Tuttavia non domandò qual era la sua sorte. Trasferita presso la sede delle SS in Via Bolognese, di qui, con altri sei Patrioti, le mani legate, fu condotta in macchina presso Cercina. A nessuno fu annunziata la condanna, ed erano tutti votati alla morte: ignari dell'insidia si allontanavano senza un addio. Andavano per una strada di campagna sotto un palpitare di stelle, fratelli di una stessa idea, uniti da un vincolo, che non si spezza. Anna Maria era la sola donna. Che cosa sarà passato in quegli ultimi momenti nella sua anima?Lettura tratta dall'articolo di Aldo Spada, “Anna Maria Enriques”, pubblicato sulla rivista “Vita Sociale” del luglio-agosto 1945Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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La distribuzione della stampa clandestina in fabbrica
Giuliana Serafini, maestra sigaraia della Manifattura Tabacchi, partigiana La Giuliana Serafini ricorda che ritirava i manifestini in un negozio di barbiere di via del Ponte alle Mosse con la parola d'ordine: “Sono la moglie dell'arrotino! Mi dà le forbici da arrotare?”; nel retrobottega infilava i volantini nel giornale “Era fascista”, che poi teneva bene in evidenza per stornare l'attenzione dei fascisti e trasportare la stampa con una certa tranquillità. Altre volte, quando erano più voluminosi li nascondeva nel corsetto, ma una di queste volte corse un bel rischio: nel recarsi ad un appuntamento oltre il ponte San Niccolò con Sandro Setti, cui Fabiani aveva passato il collegamento con le sigaraie, mentre passava il ponte fu fermata da due militi, che le chiesero cosa ci fosse nel grosso pacco che portava sul manubrio della bicicletta e che in realtà era costituito da un abito. Nello scendere bruscamente di bicicletta la Giuliana si sentì scivolare dal corsetto i manifestini e, allora, con gran presenza di spirito, si curvò sul manubrio della bicicletta per mostrare il contenuto del pacco, impedendo così che i manifestini finissero di scivolare e si sparpagliassero per terra.Lettura tratta dal libro “Le sigaraie della Manifattura Tabacchi di Firenze”, ricerca documentaristica e testimoniale a cura di Donatella Masini e Maurizio Bertelli, pubblicato da CGIL nel 1993Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Cronache di lotta. Le sigaraie della Manifattura Tabacchi e lo sciopero del marzo 1944
...le tabaccaie, venerdì 3 c. m. a mezzogiorno si posero anch'esse in sciopero. Accorsero subito le autorità, non riconosciute dalla massa, e un tedesco. I fascisti, entrati nei reparti, cominciarono a sparare, ma, le donne e gli uomini, che avevano solidarizzato, non si mossero per niente. Gli assassini fascisti colpiti da questo energico contegno, cominciarono a malmenare le donne che gli erano vicine. Gli fu risposto con le peggiori parole che si potrebbe dire loro. Il capo assassino Manganiello intese di domandare cosa si voleva, ed in coro gli fu risposto: “Abbiano fame, vogliamo la Pace, e non vogliamo che i nostri figli siano presi per forza”. Manganiello rispose, che tutto era in mano dei tedeschi e che egli non poteva far niente. Mentre parlava fu gettato un numero di manifestini che inneggiavano allo sciopero e alla lotta contro gli invasori e contro i traditori fascisti, i quali, nel momento, stavano riempiendosi le tasche di sigarette. Una compagna, accortasene, telefonò in portineria con le seguenti parole “Attenzione, Attenzione, i repubblicani svaligiano la Manifattura". Frugati in portineria fu ricuperato per un valore di L. 9500. Un Ufficiale della Guardia Repubblicana fu fatto smettere di fumare, con sua grande stizza, dalle donne. Lo sciopero proseguì il sabato ed il tedesco promise di migliorare la mensa con 2 Kg di patate al mese, qualche etto di marmellata e della farina gialla. Le donne dissero che esse volevano l'aumento delle razioni per tutti e non solo per esse. Il terzo giorno, il lunedì, si entrò in Manifattura ma il lavoro non fu ripreso al ritmo normale, anzi, possiamo dire che proseguì con lo sciopero bianco. Nello stesso tempo, fu dato un ultimatum di 3 giorni per una risposta concreta alle richieste fatte. Lo sciopero è stato totalitario e si è fatta così sentire l'avversione esistente nelle lavoratrici e nei lavoratori per gli invasori tedeschi e gli assassini fascisti.Lettura tratta dall'articolo “Evviva le Sigaraie” pubblicato sul foglio clandestino “L'Azione comunista” del 15 marzo 1944Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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I campi di concentramento sono favole?
Memorie di Mario Picciòli, deportato nei campi di concentramento di Mauthausen, Ebensee e Linz III e sopravvissutoHo sentito dire che a Ebensee, nella baracca dove mettevano i moribondi assieme ai morti in attesa di essere bruciati, alcuni disgraziati ancora vivi avevano tentato di mangiare i disgraziati già morti. E, quando qualcuno cadeva a terra, nessuno cercava di aiutarlo. Non ne avremmo avuto la forza. E poi, per cosa? Per farsi ammazzare dalle SS? Abbiamo dormito con i morti accanto. Ancora oggi tante cose brutte che accadono, non mi fanno né caldo, né freddo. Da quell'esperienza terribile mi è rimasta questa durezza di carattere. Quando racconto questi fatti, a volte penso di non essere creduto, come se raccontassi favole. Lo penso anche quando parlo ai ragazzi delle scuole, penso che qualcuno avrebbe ragione a domandarmi: “Ma cosa ci racconti, novelle?” Perché a volte, mi sveglio la notte e ci penso alle cose che ho passato, e anche a me sembrano favole da quanto sono incredibili.Lettura tratta dal libro di Mario Picciòli, “Da San Frediano a Mauthausen. Testimonianze di un ex deportato nei lager nazisti”, a cura di Bruno Confortini, Comune Network, 2007Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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L'arrivo a Mauthausen, i kapò
Memorie di Mario Picciòli, deportato nei campi di concentramento di Mauthausen, Ebensee e Linz III e sopravvissutoScesi dal treno, ci misero in fila per cinque. Iniziammo a salire una collina sempre incalzati dall'urlo dei soldati “los, los” ci urlavano, “in fretta, in fretta”. Quelle furono le prime parole che ci dissero. In quei quindici mesi passati nei campi avrei imparato a riconoscere le parole peggiori, gli ordini, le offese. Erano quelle le uniche parole che ci dicevano. Passammo anche dal paesino senza che nessuno si affacciasse alle finestre o uscisse fuori dalle porte, non vedemmo anima viva. Arrivammo al campo, sul portone ricordo che c'era una grande aquila in bronzo o di qualche altro materiale. Sempre in fila per cinque ci misero in uno spazio fra le baracche e il muro di pietra del campo. Subito un ufficiale tedesco ci fece un breve discorso in italiano, un italiano comprensibile. Ci disse tutto quello che non dovevamo fare per non essere uccisi, ci dettò subito le regole del campo. Fece questo discorso su un piedistallo di legno mentre attorno a noi c'erano altri personaggi che poi avremmo imparato a conoscere: i kapò, i nostri aguzzini. Finito il discorso dell'ufficiale, i kapò ci tolsero tutto quello che avevamo addosso, catenine, orologi, anelli, tutto, e ci fecero spogliare. Rimanemmo nudi. Poi ci indirizzarono verso una scala, che c'è ancora, che portava al sottosuolo.Lettura tratta dal libro di Mario Picciòli, “Da San Frediano a Mauthausen. Testimonianze di un ex deportato nei lager nazisti”, a cura di Bruno Confortini, Comune Network, 2007Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Gli operai della "Pignone" rispondono come un sol'uomo. Gli scioperi del marzo 1944
Fin dai primi del mese scorso, cioè da quando la Direzione rispose coll'intervento delle autorità fasciste e colle minacce alle giuste richieste degli operai, fra tutte le maestranze e gli impiegati era vivamente sentita la necessità di riprendere la lotta. Giuste le direttive ricevute dal Comitato di agitazione della nostra città il giorno 3 alle ore 13 tutti gli operai e gli impiegati non ripresero il lavoro per le seguenti rivendicazioni: aumento dei salari, aumento dei generi razionati, aumento degli assegni familiari, immediata riforma della cassa mutua, indennità di L. 450. L'adesione fu totale e quindi un vero successo dal punto di vista della solidarietà. La direzione richiese subito l'intervento dei fascisti piuttosto che trattare con gli operai. Appena giunto il capo della provincia e chiesto quali fossero le ragioni della fermata, una voce gli gridò: “Sono contenute nel manifestino!” Allora gli operai furono messi nell'alternativa: o riprendere il lavoro o abbandonare lo stabilimento e tutto questo sotto la minaccia dei fucili mitragliatori. Ciò malgrado gli operai non ebbero un attimo d'esitazione: nessuno riprese il lavoro. La Direzione non si aspettava tanta fermezza. Durante la notte una decina di operai, ritenuti gli organizzatori, furono arrestati. Il giorno dopo continuò l'astensione, solo il lunedì il lavoro riprese quasi al normale. Tutti gli operai sono ancora decisi nella via della lotta per i propri diritti. Evviva lo sciopero!Lettura tratta dall’articolo pubblicato sul foglio clandestino “L'Azione comunista” del 15 marzo 1944Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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27 gennaio 1944, prova generale dello sciopero del marzo 1944 alla fonderia del Pignone
Memorie di Alfredo Mazzoni, partigiano e membro dell’organizzazione clandestina del PCI, coordinatore del Comitato Settore Industriale del Partito Comunista, a capo del quale c'è Mario Fabiani, primo Sindaco di Firenze eletto dopo la guerra.Fabiani lanciò l'idea di attuare uno sciopero in misura ridotta alla Pignone come prova generale. “Perchè non la fai fare alla Galileo questa prova?” gli chiese Nello Secci della Pignone. Allora Fabiani, ricordandogli la manifestazione di protesta, riuscitissima, partita dal gruppo calderai ed estesa a tutta la fabbrica per i mancati impegni assunti dalla Direzione dopo il 25 luglio, in seguito alla quale l'azienda dovette cedere, lo convinse che lì vi erano le condizioni più favorevoli per fare la prova generale e Secci, da quel bravo compagno che era, si pose all'opera, insieme ad altri compagni del Comitato aziendale. I fatti dettero ragione a Fabiani perchè il 27 gennaio 1944 alla mensa, durante l'ora d'intervallo, simultaneamente si scatenò un clamore assordante di piatti di alluminio battuti sui tavoli, accompagnato da grida: “Vogliamo più pane! Più paga!”. Intervennero alcuni dirigenti cercando di sedare il tumulto ma senza riuscirvi. Chiamato dai repubblichini, intervenne lo stesso capo della Provincia Manganiello, ma, ormai scatenati, gli operai continuavano a gridare: “Pane! Pane!” fino a che venne loro assicurato un supplemento di pane e la revisione delle paghe. Il Comitato del Settore Industriale, riunitosi dopo questo primo successo, ebbe solo una considerazione da fare: “La massa risponde se ben condotta!”Lettura tratta dal libro “I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza (1943/1944)” pubblicato dall’Istituto Gramsci Toscano nel 1984.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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La distruzione dei ponti, la notte del 3 agosto 1944
Memorie di Sergio Giannelli, abitante di Via Guicciardini, una delle strade di Firenze più colpite dalle mine tedescheLa tragedia arrivò verso le dieci di sera del 3 agosto: il palazzo sussultò, scosso dalle fondamenta ogni volta che saltavano le nostre strade. Fu un tormento che non sembrava finire mai. Verso le prime luci dell'alba saltò l'ultimo ponte. Allora io, mio padre, “Maciste” e altri tornammo attraverso il passaggio segreto alla chiesa e da lì in Piazza Santa Felicita. Fuochi infernali si levavano ancora dalle macerie delle nostre case sventrate. Ad un tratto vidi la macchina da cucire della mamma: miracolosamente non era rimasta sepolta dalle macerie. La facciata del palazzo era crollata quasi per intero, eccetto le nostre due finestre. Il palazzo era ormai una scatola vuota. Il primo flash dopo le macerie di casa è quello di un franco tiratore che sparava dalla torre dei Mannelli. Un'ottima posizione perché di lassù copriva tutte e tre le strade, arrivando fino al ponte alle Grazie. Per quanto da lì non avesse molte vie di fuga, se non il Corridoio Vasariano, i primi partigiani non riuscirono a snidarlo. Lo fecero fuori i soldati alleati, che per la verità avevano una gran paura di quei tiratori scelti.Lettura tratta dal libro “Firenze Operazione Feuerzauber. Incantesimo di fuoco, la tragica estate 1944”, a cura di Luca Giannelli pubblicato da Scramasax editore nel 2014 Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il Ponte Santa Trinita distrutto dalle mine tedesche la notte tra il 3 e il 4 agosto 1944
Memorie di Piero Calamandrei, antifascista, tra i fondatori del Partito d'AzioneNon posso dimenticare la prima visione di quella rovina, come mi apparve la mattina del 29 agosto, appena potei rientrare a Firenze. Vi ero arrivato a notte alta da Porta Romana, su una macchina militare del PWB: la macchina prese da via dei Serragli e traversò l'Arno sul ponte provvisorio che già i pontieri alleati avevano gettato sui piloti rimasti in piedi. Era buio pesto: che il Ponte a Santa Trinita non c'era più me ne accorsi soltanto, senza vedere, dal traballio metallico di quel passaggio. Ma la mattina volli andare a vedere cogli occhi: solo, col cuore stretto, come quando si sta per entrare nella camera mortuaria dov'è esposta la salma di una persona cara. Riuscii, non so come, tra le rovine di Por Santa Maria, ad arrivare all'ingresso del Ponte Vecchio, l'unico rimasto in piedi: la strada era coperta da uno sbriciolio di macerie; ma sulla linea mediana di esse già era stato tracciato un sentiero praticabile, dove i pedoni potevano passare in fila, uno per uno, attenti a non uscire dalla battuta per non mettere il piede sulle mine. Soltanto a metà del ponte, dove c'è la piazzetta vuota col busto di Benvenuto Cellini, potei gettare, quasi con paura, uno sguardo verso l'Arno, e intravedere quell'orrore. La gente, di tutti i ceti, arrivata lì, sostava appena, guardava un istante, e subito proseguiva in silenzio; e non c'era uno che non piangesse. Eppure tutti si facevano coraggio. Era tornata la libertà, era tornata la dignità, l'avvenire era riaperto: “e il Ponte Santa Trinita, lo rifaremo.”Lettura tratta dall'articolo di Piero Calamandrei, “Il Ponte a Santa Trinita” pubblicato sulla rivista “Il Ponte”, numero 9 del 1954Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il salvataggio del ponte dei cazzotti e dell'acquedotto di Mantignano, 4 agosto 1944
Memorie di Mario Pirricchi, partigiano, commissario politico delle Squadre di Azione Patriottica in Oltrarno. A lui è affidata la Seconda compagnia della SAP che opera nella zona di Monticelli nel rione di SoffianoMentre stavamo lì per dare l'ordine alle squadre di cominciare a prendere posizione, saltò il primo ponte verso l'albeggiare del 4 agosto; poi saltarono via via tutti gli altri; in quel momento avemmo l'ordine dell'insurrezione: fuori le squadre, fuori la popolazione. E andammo a chiamare gli alleati, che erano in vicinanza di Scandicci e venivan giù dalle colline del Pian dei Cerri, per dirgli che si affrettassero perchè la parte oltrarno della città ormai era libera dai tedeschi; che noi avevamo paura che i tedeschi facessero delle puntate, ritornassero in qua e che quindi avevamo bisogno dei carrarmati, delle loro armi, perché noi, come ripeto, avevamo delle armi raccogliticce dal punto di vista militare. Quel giorno del 4 agosto, i ragazzi di Mantignano levarono 20 mine dall'acquedotto, l'ultima saltò e morirono 5 compagni: Ascanio Taddei, Gino Del Bene, Alfredo Marzoppi, Gino Romoli e Alfredo Catarsi, altri rimasero feriti. L'acquedotto poté essere salvato, per aver tolto queste mine Firenze poté avere l'acqua a breve scadenza. Fu salvato dalla distruzione anche il ponte di Mantignano, mentre non riuscimmo a salvare il Ponte alla Vittoria. Si è detto che questo fu dovuto alla morte della staffetta che doveva portare l'ordine, ma io penso che noi non avevamo la forza per poterci opporre ai guastatori tedeschi, che erano fortemente armati e ben preparati. Non credo che noi non avemmo il coraggio, ma le armi per poter far fronte ai tedeschi.Lettura tratta dal libro “I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza (1943/1944)” pubblicato dall’Istituto Gramsci Toscano nel 1984Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Mantignano. L'azione partigiana del 4 agosto 1944
Cronache dal giornale “Potente”, voce delle organizzazioni comuniste della I zona, 11 agosto 1945.Nonostante che, il numero e l'entità dei fatti d'arme non raggiungesse l'importanza di quegli svoltesi dopo l'11 agosto nella parte Nord della città, non poche furono le azioni individuali e collettive compiute contro i tedeschi. Fra tutte, citeremo, per le perdite notevoli subite dal nemico e per il pieno raggiungimento dell'obiettivo propostosi, il fatto d'arme svoltosi a Mantignano. I tedeschi furono sorpresi mentre stavano per dare fuoco alle mine, poste allo scopo di far saltare l'acquedotto, e dopo aver subito perdite non indifferenti, dovettero ritirarsi. Un ritorno offensivo permise loro di portare via degli uomini rimasti sul terreno, il cui numero non fu potuto così controllare, ma non di far saltare le mine a cui era stato tolto l'innesco. La seconda compagnia comunista a cui si deve tale azione, ebbe cinque morti (Del Bene Gino – Taddei Ascanio – Marzoppi Alfredo – Catarsi Gino – Masini Silvano) e vari feriti, fra cui uno, grave, che fu in seguito amputato (Romoli Gino), ma salvò l'acquedotto, d'importanza essenziale per l'approvvigionamento idrico della città.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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I franchi tiratori e la morte del partigiano Tinti, 12 agosto 1944
Memorie di Sirio Ungherelli “Gianni”, commissario politico della Brigata Garibaldi "Sinigaglia".Ricordo ancora, come fosse successo ora, il dodici agosto, mentre con una squadra partigiana sparavo verso un tetto da dove avevano sparato e ucciso una donna, fui raggiunto da Bastiano che avevo mandato al Distretto Militare per sapere notizie sulla battaglia in corso. Vidi subito che Bastiano era demoralizzato e molto addolorato. “Gianni, - mi disse – devo darti una brutta notizia.” “Parla”, gli risposi. “Il nostro Tinti è stato colpito da un cecchino sull'angolo tra via Serragli e via S. Agostino, è stato portato al Distretto Militare ma era già morto.” Abbracciai Bastiano e ci mettemmo a piangere confondendo le nostre lacrime. Quando il quattro agosto arrivammo in piazza Gavinana, mi presentò la sua famiglia e la sua ragazza. Era tanto felice. La madre mi chiese di stare attento alla vita di suo figlio. “Bastiano, lo sai come me: come si fa a stare attenti in una guerra come questa. Guarda, è il terzo giubbotto che cambio e anche questo è sforacchiato alle maniche, in basso e così via. La morte non mi vuole, tu sai tutto di me. Nelle ore del pericolo siamo stati sempre insieme. Ora mi metto in mezzo alla strada e aspetto che colpiscano. Voglio farla finita non ce la faccio più. Il mio Tinti intelligente, sempre tranquillo, audace, bello, buono, non c'è più. Non ce la faccio più a veder morire tanti nostri compagni, che amiamo più che se fossero nostri fratelli.” Bastiano mi strinse più forte che mai: “Giannino abbiamo bisogno di te, delle tue capacità, perché sei una roccia, una bandiera.” “Stiamo più vicini Bastiano, perché anche tu sei una roccia e una bandiera.”Lettura tratta dal libro di Sirio Ungherelli “Gianni”, “Quelli della Stella Rossa”, pubblicato da edizioni Polistampa nel 1999.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Attraversare l'Arno l'11 agosto 1944, il giorno dell'insurrezione di Firenze
Memorie di Giorgio Spini, antifascista, membro del Partito d'Azione, trasmise da Radio Bari verso l'Italia occupata, con lo pseudonimo di Valdo Gigli. Distaccato dall'esercito italiano presso l'VIII Armata Britannica, lavorò sul fronte di guerra per lo Psychological Warfare Branch....decidemmo di portarci all'altezza delle Cascine per tentare di lì il guado. La zona sembrava silenziosa e senza sparatorie: dunque sembrava che non ci fosse granchè pericolo di beccarci una raffica, mentre eravamo belli scoperti e ben visibili in mezzo al fiume. Tastammo un po' il fondo del fiume e capimmo che l'Arno ci sarebbe arrivato a più che mezza vita, ma per fortuna la sua corrente era abbastanza calma e non minacciava di travolgerci. Mi spogliai dell'uniforme e con quella, le scarpe e la pistola, feci un pacco che mi legai al collo, e poi entrai in acqua, mandando in cuor mio una preghiera silenziosa al Signore che non incappassi in qualche buca traditrice. Ci andò tutto bene e una volta di là, mi spogliai della biancheria bagnata, mi rimisi l'uniforme e le scarpe e mi avviai verso il centro per fare il mio ingresso nella città di Dante e dei miei avi, brandendo, in una mano la pistola, e nell'altra un paio di mutandoni bagnati. Dalle boscaglie delle Cascine sbucò un gruppo di armati di mitra con un fazzoletto rosso al collo, guidati da una piuttosto bizzarra figura: un uomo attempato, con un pizzetto grigio alla moschettiera, il mitra e il fazzoletto rosso dei partigiani e due gambe secche che uscivano nude da un paio di pantaloncini corti e sbarazzini, che parevano quelli di Gian Burrasca: “Oh ma quello è Ramat!” Esclamammo miei due accompagnatori e io.Lettura tratta dal libro di Giorgio Spini, “La strada della Liberazione. Dalla riscoperta di Calvino al fronte della VIII Armata, a cura di Valdo Spini”, pubblicato da Claudiana editrice nel 2002.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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I soldati neozelandesi e la Primavera di Botticelli
Il Castello di Montegufoni è stata una delle sedi, individuate dalla Soprintendenza alle Gallerie, per depositare le opere d’arte di musei, chiese e collezioni private fiorentine e salvaguardarle dal pericolo dei bombardamentiCastello di Montegufoni, luglio 1944 Il giorno 29 andò via la fanteria e fu sostituita dal comando dello squadrone B della Division Cavalry, un reparto motorizzato neozelandese, al quale apparteneva anche l'autoblindo che due giorni prima aveva sparato contro i tedeschi alla casa del Poggetto. Il loro arrivo a Montegufoni è descritto con le parole di Bob Cotterall: “Era una piacevole serata con il tramonto dipinto di rosa e di blu, quando Collins mi interruppe, dicendo: “Ponsoby, vecchio ragazzo, ti rendi conto che in questo castello c'è un immenso patrimonio d'arte? Hai letto dei Sitwell? Bene, questa è la loro casa.” Io lo seguii ed il posto sembrava veramente inglese con i leoni rampanti sugli stemmi. Così entrammo dentro. Il solo occupante sembrava essere un gentile e vecchio italiano con l'aria di maggiordomo. Ci sentivamo come dei barbari in questa casa con la sua atmosfera aristocratica e noi con i nostri rozzi stivali militari. Ammassate alle pareti c'erano dozzine di quadri ed il più grande di tutti era disteso su di un tavolo. Questa immensa tela scura attirò la nostra attenzione. Era là. Io lo conobbi. Io non sono un conoscitore d'arte, ma capìì subito che quello era “La Primavera” del Botticelli. Immediatamente ci rendemmo conto che eravamo in presenza di alcune delle maggiori opere d'arte del mondo e che quel luogo doveva essere immediatamente protetto.”Lettura tratta dal libro di Andrea Pestelli, “La Primavera del Botticelli nel castello di Montegufoni durante la guerra (1942-1945)”, pubblicato nel 2017Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il funzionario delle gallerie fiorentine e l'arrivo dei soldati neozelandesi
Memorie di Cesare Fasola, partigiano e nel Comando della Divisione Giustizia e Libertà di Firenze e funzionario della Soprintendenza alle Gallerie per le province di Firenze, Arezzo e Pistoia.Il Castello di Montegufoni è stata una delle sedi individuate dalla Soprintendenza per depositare le opere d’arte di musei, chiese e collezioni private fiorentine e salvaguardarle dal pericolo dei bombardamentiCastello di Montegufoni, giovedì 27 luglio 1944 Verso le 15.30 comincia un nutrito fuoco di fucileria e mitragliatrici, bombe a mano, qui fuori del castello. Devo smettere di scrivere e scendo nel rifugio. A un tratto sentiamo sparare contro la porta di sopra, con l'intenzione evidente di sfondarla. Penso siano i tedeschi che ci cerchino per le rappresaglie per il tedesco ucciso. Su hanno trovato il Meoli; si fermano in alto sulle scale e invitano i civili a salire. È il momento più tragico che io passo. Grido qualcosa per farmi sentire da loro e rincuorare i presenti, tutti in silenzio mortale. Compaiono i tre, armati di enormi mitragliatori: sono neozelandesi! C'è un breve silenzio, nel quale ci osservano e domandano se c'è i tedeschi. Poi la nostra tensione si spezza: dietro a me, da questi vecchi donne e bambini scoppia spontaneamente un applauso; le facce dei tre soldati, prima sorprese, si schiariscono in una bella risata, e ci si sente liberati. Si sale tutti in casa e il Masti sacrifica le 4 bottiglie di Cherry – Brandy di Lord Sitwell da lui nascoste e salvate dai tedeschi.Lettura tratta dal diario di Cesare Fasola conservato presso l'Istituto storico toscano della Resistenza e dell'età contemporaneaMemorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Soldati americani in Oltrarno tra il 4 e l'11 agosto 1944
Memorie di Giorgio Spini, antifascista, membro del Partito d'Azione, trasmise da Radio Bari verso l'Italia occupata, con lo pseudonimo di Valdo Gigli. Distaccato dall'esercito italiano presso l'VIII Armata Britannica, lavorò sul fronte di guerra per lo Psychological Warfare Branch.Un giorno mi toccò andare a Palazzo Guadagni, in piazza Santo Spirito allora sede del Kunsthistorisches Institut germanico, a vedere se c'era qualcosa d'interessante per il nostro servizio. C'era soltanto la stupenda biblioteca che il Kunsthistorisches Institut, anche se oggi ha cambiato sede, mette signorilmente a disposizione degli studiosi. Perciò me ne andai, ma appena in strada mi trovai in mezzo ad una sparatoria furibonda tra franchi tiratori fascisti, acquattati sui tetti delle case vicine, che sparavano ai civili giù nelle strade per spandere il terrore, e soldati britannici o partigiani italiani, che rispondevano a raffiche di mitra. Avrei voluto andarmene alla svelta da quel pandemonio, ma ero arrivato con una jeep guidata da uno dei soldati americani aggruppati al nostro servizio. Allo scoppio della buriana, l'americano si era infilato dentro il portone di una casa e non ne voleva sapere di uscire di là col rischio di beccarsi una pallottola. Tirai fuori la Beretta e la sventolai sotto il naso di quel povero ragazzo spaurito, assicurandolo che con quell'arma lo avrei coperto mentre usciva in strada e rimetteva in moto la jeep. Era una balla, perchè con un gingillo come la Beretta non si copre un bel nulla. Però funzionò: il ragazzo americano si fece coraggio, uscì dal portone nella strada e avviò il motore e così potemmo andarcene da quel fracasso.Lettura tratta dal libro di Giorgio Spini, “La strada della Liberazione. Dalla riscoperta di Calvino al fronte della VIII Armata”, a cura di Valdo Spini, pubblicato da Claudiana editrice nel 2002.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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I NISEI, soldati americani di origine giapponese, e l'azione a Mantignano
Leggiamo la motivazione della Silver Star, una delle medaglie più prestigiose dell'esercito americano, conferita a Joe M. Nishimoto, soldato scelto di prima classe del II° Battaglione, 442° Reggimento di fanteria dell’Esercito degli Stati Uniti d'America, caduto in combattimento. La medaglia è conferita a Nishimoto per l'azione di Mantignano, borgo ad ovest della città, del 31 agosto 1944Joe M. Nishimoto, 35229917, Soldato Scelto di Prima Classe, Compagnia G, 442° Reggimento di Fanteria, per galanteria in azione vicino a Mantignano, Italia il 31 agosto 1944. In quanto membro di una pattuglia incaricata di effettuare un'audace attraversata diurna del fiume Arno per liberare un'area per l'occupazione della sua Compagnia, il Soldato Scelto di Prima Classe Nishimoto come primo soldato ad attraversare il fiume si espose al nemico per 200 iarde e coprì immediatamente l'attraversamento del resto della pattuglia. Durante lo sgombero dell'area, il Soldato Scelto di Prima Classe Nishimoto in quattro diverse occasioni, individuò dei fili d'innesco collegati a mine antiuomo e delle trappole esplosive e guidò la pattuglia su un percorso sicuro attraverso l'area massivamente minata. Quando una mitragliatrice nemica aprì il fuoco, girò a sinistra, salì un terrapieno di 20 piedi direttamente sopra la sua posizione e lanciò una granata uccidendo un ufficiale. Nonostante il fatto che una granata fosse atterrata direttamente di fronte a lui, rimanendo inesplosa, egli strisci a meno di 15 iarde dal nemico e lanciò un'altra granata, ferendo gravemente due uomini e costringendo altri tre ad arrendersi. Furono sequestrate numerose munizioni ed armi, tra cui un set di trasmissione e ricezione che veniva usato per dirigere l'artiglieria nemica. La destrezza e l'abilità del Soldato Scelto di Prima Classe Nishimoto e il suo coraggio di fronte al grave pericolo contribuirono notevolmente al successo della missione e le sue azioni rifletterono grande merito su se stesso e sull'esercito degli Stati Uniti.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il partigiano “Lella”, i soldati indiani nella battaglia alla FIAT al Ponte di Mezzo, 22 agosto 1944
Memorie di Sirio Ungherelli detto “Gianni”, commissario politico della Brigata Garibaldi "Sinigaglia"Il ventidue agosto alla FIAT gli scontri furono sempre più violenti; più volte in una giornata riuscivamo a prenderla e altrettante volte la perdevamo, di fronte ai feroci contrattacchi tedeschi. Così fu il venti, il ventuno e parte del ventidue agosto, quando nel pomeriggio di quel giorno sferrammo l'attacco finale. Molti tedeschi scapparono via, ma lì nella fabbrica rimasero una ventina di parà tedeschi, i quali alle nostre intimazioni di arrendersi, risposero, inviando un loro parlamentare, affermando che si sarebbero arresi alla presenza degli alleati, perché i partigiani avrebbero fatto loro “Kaputt”. Fissammo un'ora di tregua, prendendo misure per non consentire loro nessuna fuga. Cessato il fuoco da tutte e due le parti, Bastiano e Lella andarono dal Maggiore Mac Neam per relazionargli la situazione. Il maggiore inviò un reparto di Gurkha, combattenti indiani, su jeep e così, quando Bastiano e Lella arrivarono alla FIAT con quella squadra di commandos, i tedeschi vennero fuori, lasciarono le armi e salutarono militarmente i partigiani. Il bilancio di quella giornata fu più che positivo, l'edificio di quella grossa fabbrica era stato liberato e per garanzia lasciammo una squadra partigiana e di SAP per difenderla.Lettura tratta dal libro di Sirio Ungherelli “Gianni”, “Quelli della Stella Rossa”, pubblicato da edizioni Polistampa nel 1999Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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I soldati indiani e “La Primavera” di Botticelli, Castello di Montegufoni luglio 1944
Il Castello di Montegufoni è stata una delle sedi, individuate dalla Soprintendenza alle Gallerie, per depositare le opere d’arte di musei, chiese e collezioni private fiorentine e salvaguardarle dal pericolo dei bombardamenti...dopo i canadesi e gli indiani giunsero a Montegufoni anche due reporter di guerra inglesi, il Maggiore Erik Linklater ed il giornalista Wynford Vaughan-Thomas della BBC, che rimasero meravigliati nel trovarsi di fronte a tante opere d'arte. Anche il capitano U.K. Unni Nayar degli indiani Mahrattas, dimostrando una non comune conoscenza dell'arte italiana, rimase affascinato dai dipinti. Nel diario di guerra del battaglione Mahrattas troviamo questa interessante annotazione: “Il maggiore Erik Linklater ed il giornalista Vaughan Thomas della BBC ci hanno fatto visita e, dando un'occhiata al castello, si sono imbattuti per caso su una collezione di quadri inestimabili. Questi comprendevano la Primavera del Botticelli e famosi dipinti di Michelangelo. Vaughan Thomas inviò uno speciale dispaccio alla BBC descrivendo come egli si era imbattuto in questi quadri e la cosa venne sbandierata in tutto il mondo. Questa coincidenza sembra averci portato maggior pubblicità di ogni altro filmato che abbiamo portato fuori dall'Italia”. Lo stesso maggiore Linklater si preoccuperà subito di mettere in sicurezza le stanze dove si trovavano i dipinti, facendo scrivere col gesso sulle porte e sui muri “OUT OF BOUNDS” e disponendo immediatamente un servizio di vigilanza con i soldati del battaglione Mahrattas, che rimarranno al castello fino al 7 agosto e riceveranno anche la visita del generale Russell, comandante della loro 8° Divisione Indiana.Lettura tratta dal libro di Andrea Pestelli, “La Primavera del Botticelli nel castello di Montegufoni durante la guerra (1942-1945)” pubblicato nel 2017Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Lottava per una causa santa
Memorie del partigiano Enzo Valobra sul fratello Dante, partigiano della Brigata Garibaldi “Lanciotto” morto durante la battaglia di Cetica, piccolo paese del comune di Castel San Niccolò alle pendici del Pratomagno, il 29 giugno 1944. Per gentile concessione di Patrizia ValobraOra non è più! Non è rimasto di lui che ossa rotte, sporche della cruda terra e ciuffi di capelli, ricciuti sì, ma opachi e freddi. Non hanno più quel lucido e quel vivo che avevano un tempo, no, anch'essi hanno perduto con lui la loro bella particolarità. Solo gli abiti marciti e ancora chiazzati del suo sangue hanno potuto farmelo riconoscere! Questo è il nostro Piripicchio? Perchè? Perchè? Lottava per una causa santa. Lui! Non è possibile! No, no, non è vero! ...Eppure sì, Dante è morto. E solo pochi minuti prima lo avrò sotto ai miei occhi che già mani estranee lo ricompongono dentro la cassa. Il teschio è staccato dalla colonna vertebrale. Angiolino, il Commissario Politico, lo prende in mano, m'indica i fori d'entrata e di uscita delle molte pallottole che lo hanno colpito ed estrae con un temperino una pallottola rimasta nella mascella. È l'ultimo ricordo che mi resterà di lui. Una pallottola nemica, una pallottola che il nemico, che mani tedesche hanno concepito, hanno usato per Lui! È maledizione della barbarie tedesca che mi resta nelle mani, mentre Lui, il mio Dantino lo rinchiudono in una cassa per seppellirlo nuovamente domani nella terra che “sola” lo accoglie nel suo eterno sonno.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Un ribelle non era il bandito della propaganda fascista
Memorie del partigiano Enzo Valobra sul fratello Dante, partigiano della Brigata Garibaldi Lanciotto morto durante la battaglia di Cetica, piccolo paese del comune di Castel San Niccolò alle pendici del Pratomagno, il 29 giugno 1944. Per gentile concessione di Patrizia ValobraQuando cominciarono le prime leggi razziali, ed ancor prima, quando l'insegnamento paterno e la saggezza della mamma ci indicarono l'illecità del despota fascista, fremeva di sdegno ed ardeva dal desiderio di agire per quella Italia che amava più della vita e vedeva cadere giorno per giorno nel baratro del disonore e della vergogna! Quando decidemmo di prendere le armi in seguito all'invasione teutonica Lui, il più giovane, non volle rimanere a casa e partì con noi, serio, grave, conscio del grave pericolo, del compito che lo attendeva. Quando ponderavamo un po' troppo a lungo su di un'azione che avremmo dovuto svolgere il giorno di poi, Lui diceva immancabilmente che l'azione avrebbe avuto successo in quanto animata e svolta da ragazzi pronti a qualunque sacrificio, e se per caso, per ragioni di prudenza il Comandante desisteva dal farla, era contrariato e triste. Ed era generoso anche con i prigionieri, con i tedeschi! Ricordi in Pratomagno quando rimase quasi senza mangiare per darlo di nascosto a tutti quei prigionieri che languivano dalla fame? Ed auspicava per loro la libertà dopo averli intrattenuti per una buona mezz'ora in una oratoria in cui erano spiegati i nostri diritti e principi. Allora dimostrava con un triste sorriso sulle labbra che un ribelle, di razza ebraica per giunta, non era il bandito della propaganda fascista, l'assassino, il traditore della patria.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il significato della lotta partigiana
Memorie di Miranda Scacciati, partigiana delle Squadre di Azione Patriottica (SAP), particolarmente attiva nel quartiere di Gavinana. Per gentile concessione di Ilaria ScacciatiUna delle cose veramente grandi, veramente meravigliose che abbiamo cominciato allora a vivere, come io mi sentii di vivere quando entrai nel movimento clandestino, è questa grande capacità umana, questo grande legame di affetto, questo rispetto che c'era anche nei miei confronti, che pure ero ancora una ragazzina. Io mi sentivo veramente molto sicura con questi compagni: tutto questo ci faceva intravedere l'uomo del domani, quale tipo di società si doveva costruire e che cosa doveva avere l'uomo. Quando l'uomo può dare, può costruire, può adoprarsi per gli altri, diventa veramente capace, diventa umano, bravo, intelligente, trova tutto quel potenziale che abbiamo addosso e che il fascismo aveva soffocato. Questa era la grande premessa che mi cresceva dentro nella visione di una società diversa.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Come divento partigiana e la lotta per un mondo nuovo
Memorie di Miranda Scacciati, partigiana delle Squadre di Azione Patriottica (SAP), particolarmente attiva nel quartiere di Gavinana. Per gentile concessione di Ilaria ScacciatiPoi incontrai la persona giusta: una persona, cioè, che essendo iscritta al Comitato di Liberazione della zona mi consentì di inserirmi nell'organizzazione. Mi spiegò cosa fosse necessario fare, mi chiese quale fosse la mia disponibilità e mi spiegò cose che ancora non sapevo: così avvenne il mio incontro con l'organizzazione della Resistenza che lì era rappresentata dal Partito comunista. Cominciai a parlare con i compagni, a capire la bellezza di certi ideali, soprattutto sentivo profondamente l'ideale dell'altruismo, di questa volontà di creare un mondo nuovo, dove l'uomo fosse libero e si sentisse realizzato. Così sono entrata nel movimento clandestino con uno spirito particolare, non solo per mandar via i fascisti ma anche per creare una società profondamente diversa anche se non mi spiegavo ancora bene come ciò potesse avvenire.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Memorie di Giuseppina Cavicchi, 11 anni, testimone della strage di Pian d'Albero nel comune di Figline Valdarno, 20 giugno 194
Fucilate… un urlio. Tu sentivi solo parlare in tedesco e chiamar mamma… I partigiani scappavano da tutte le parti. Qualcuno scappò sul tetto. Una cosa pazzesca, una cosa pazzesca… Tu li vedevi cascare in terra e se 'un erano morti gli vedevi dare i' colpo di grazia o co' una calcagnata nella testa o co' i' calcio del fucile. I tedeschi – da quella finestrina si vedeva proprio bene – viaggiavan tranquilli, parlavano tra sé. Io, icchè l'è successo alla capanna, io non lo so, io vedevo quelli che stavano scappando, un' ci si po' render conto… A volte dico io, ma che me le invento queste cose o veramente l'ho vissute? Fo anche questo ragionamento. In un momento di tregua s'esce io, la mi' nonna, quest'altra nonna e le bambine. C'è i' cappello di' mi' nonno in terra. La mi' nonna la va per raccattarlo, la vede i' nonno morto co' una fucilata in fronte nello stalletto di' maiale. “I' mi' Beppe! I' mi' Beppe!” I tedeschi camminavano in su e in giù. E la mi' nonna ne prese uno per la mano e cominciò a raccomandarsi “Portatemelo a letto, portatemelo a letto!” ma quelli un capivano, 'un gli davano retta.Lettura tratta dal libro “La bambola di pietra. Il racconto della bimba di Pian d'Albero e la scelta dei giovani del quartiere di Gavinana a Firenze”, a cura di Maria Venturi pubblicato da Libriliberi editore nel 2022Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il dopoguerra, il dolore continua
Ennio Carresi, partigiano del quartiere di Gavinana, morto nella strage di Pian d'Albero nel comune di Figline Valdarno, 20 giugno 1944Solo dopo la fine della guerra fu possibile procedere alla riesumazione. Furono preparate le dodici bare portate a destinazione da Giulio Consigli. Venne momentaneamente a mancare la bara di Ennio. L'operazione fu complessa e dolorosa, e realizzata in due riprese, ma il babbo di Ennio rifiutò di essere allontanato. Voleva essere sicuro che il figlio fosse tra quei corpi e fu lui stesso a trarlo fuori dalla fossa. “Me lo sono levato da me da sotto terra. Più che dal viso e da altre cose l'ho riconosciuto dai calzini. Sul cranio aveva la fitta del colpo di grazia dato col calcio del fucile.” Riportati a Gavinana, furono esposti al Merlo Bianco, dalle suore. Poi fu fatto il funerale nella vecchia chiesina e furono tumulati al Cimitero del Pino, dove venne realizzato il monumento...iniziò il calvario della famiglia distrutta dal dolore. Giampaolo diceva: "Perché proprio lui, perchè non è toccato a me!” La mamma cercava di tenere chiusa in sé la sofferenza. Il babbo per prima cosa lasciò il lavoro dal Donnini. “Venne via perché l'ambiente era tutto bazzicato da tedeschi e fascisti e prima o poi n'avrebbe attaccato al chiodo qualcuno, se gli fosse scappata anche una mezza parola.” Mise su una trattoria in Piazza dell'Olio. Dopo qualche tempo nacque Rossana, voluta, desiderata con tutto il cuore, ma il ricordo di Ennio continuò a essere una presenza costante nella vita di tutti. Lettura tratta dal libro “La bambola di pietra. Il racconto della bimba di Pian d'Albero e la scelta dei giovani del quartiere di Gavinana a Firenze”, a cura di Maria Venturi pubblicato da Libriliberi editore nel 2022Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Vengo con questa ultima lettera
I cinque giovani fucilati a Campo di Marte il 22 marzo 1944 per renitenza alla leva della Repubblica Sociale Italiana. Guido Targetti scrive poche ore prima di essere fucilatoLa lettera è conservata presso l'Istituto storico toscano della Resistenza e dell'età contemporaneaCarissimi genitori e tutti di famiglia, vengo con questa ultima lettera, dove non mi è stato possibile darvi mie notizie, dato che mi trovo entro queste brutte mura, in questo momento sto ricordandovi, ad uno ad uno con tutto il mio cuore. Credetemi che sempre vi ho voluto bene e che sempre in qualunque momento ho ricordato ciò che voi avete fatto per me. Se qualche volta vi ho fatto qualche torto vi prego di perdonarmi di tutto cuore. Vi ho sempre voluto bene e prego, anzi è pregato sempre il Padre Eterno con tutti i suoi Santi di aiutarvi e proteggervi. Se Iddio volesse chiamarmi a sé, io pregherò sempre d'alto dei cieli per la vostra felicità. Il vostro figliolo che sempre vi ha voluto tanto bene, vi chiede perdono se qualche volta vi ha recato dolore e vi bacia tutti salutandovi e chiedendovi perdono se qualche volta vi ha recato dolore. Vostro figliolo Targetti Guido Saluto a tutti. Qui insieme sta pure Corona Leandro. Vi prego di tenerlo come fratello. Ancora una volta vi bacio e vi saluto tutti. Vostro Targetti GuidoMemorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Giovani renitenti, tenete duro!
I cinque giovani fucilati a Campo di Marte il 22 marzo 1944 per renitenza alla leva della Repubblica Sociale Italiana.Scaduto il termine per la presentazione, in ogni città sono incominciati i massacri di questi giovinetti, accusati di diserzione. Furenti di rabbia per non poter consegnare tanti schiavi quanti richiestogli dai loro padroni tedeschi, i fascisti non vedono e non sentono l'odio e lo sdegno crescente di tutto il popolo italiano. La generalità delle renitenze e delle fucilazioni dei giovani dimostra chiaramente che i fascisti non sono di fronte a casi sporadici, ma di fronte alla volontà cosciente e decisa di tutto il popolo italiano che vuol farla finita colla guerra, che l'ha ridotto alla rovina. Le condanne assassine dei tribunali fascisti non son che un'unica condanna contro il fascismo stesso, un riconoscimento della sua impotenza d'ingannare ancora i giovani. Anche nella nostra città, cinque giovani sono stati fucilati nelle più orribili e commoventi circostanze, alla presenza delle reclute che si son rifiutate di sparare. L'effetto ottenuto sui soldati è chiaro; la stessa sera poco più della metà rientrarono alle caserme, spaventati dalla scena di quel delitto, in cui ancora una volta Mario Carità, ha sparato i suoi colpi, egli che non osa mai mostrarsi in pubblico. Giovani renitenti, tenete duro! Questo è l'ultimo tentativo del fascismo per terrorizzarvi! Nessun compromesso col fascismo; cercate di raggiungere i partigiani; organizzatevi, procuratevi un arma e rispondete col fuoco al fuoco che ha ucciso i vostri fratelli Raddi Antonio, Targetti Guido, Corona Leandro, Quiti Ottorino, Santoni AdrianoLettura tratta dall'articolo “Follia sanguinaria del fascismo” pubblicato sul giornale “L'Azione comunista” del 4 aprile 1944Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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La distruzione di Via Michele Amari nel quartiere di Coverciano
Passo della lettera di Don Pio Carlo Poggi, priore di San Gervasio, al Cardinale Elia Dalla Costa, 3 agosto 1944. Per gentile concessione dell'Archivio storico diocesano di FirenzeHo potuto ricostruire i fatti avvenuti attraverso i testimoni oculari. Circa le diciannove, due tedeschi in bicicletta giunsero nel viale Manfredo Fanti dalla parte di Via Castelfidardo e incominciarono a esigere i documenti dei cittadini che passavano facendosi poi consegnare gli orologi dei medesimi A chi negava, facevano minacce e dicevano a chi azzardava dire che sarebbe andato al comando a richiedere l'orologio: “Venite a Bologna a riprenderlo”. Si afferma che quello ucciso ha portato via anche l'anello ad una donna. Circa le ore venti, mentre uno dei due tedeschi era entrato nel viale De Amicis, l'altro, l'ucciso, entrava in via Michele Amari e bussava al primo cancello a destra, entrando dal viale Manfredo Fanti. Da questo viale stesso sopraggiungevano tre giovani sconosciuti dei quali uno, in calzoncini, che portava visibile al fianco una rivoltella, i quali si avvicinavano al tedesco e questo giovane esplodeva due colpi uccidendolo. Molti sono i testimoni del fatto e nessuno conosce questi tre giovani che li descrivono abbronzati dal sole; uno, ripeto, in calzoncini e armato, gli altri due in calzoncini lunghi con maglietta sbracciata.Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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San Gervasio, le donne morte durante i giorni della liberazione, tra queste una senza nome
Memorie di Don Bertini, studente del Seminario Arcivescovile, poi nel dopoguerra parroco di San GervasioTra le donne che persero la vita in quel tragico agosto – senza contare quelle rimaste ferite e mutilate – ricordo: Silvia Mascagni, di appena 14 anni, colpita a morte il 16 agosto; Capitani Graziella, di 20 anni, colpita al cranio da schegge di granata, morta il 20 agosto; Agostini Everilda, di 25 anni, forse fucilata dai soldati tedeschi nella propria abitazione il 23 agosto; Bantelli Ada, di 35 anni, morta in seguito ad asportazione degli arti inferiori a causa dello scoppio di una cannonata, il 22 agosto; e così ancora: Tani Elisa, Nannelli Teresa, Donati Maria, Farsi Emilia, Ugolini Norma, Garini Margherita, Capaccioli Oscarina, Tosi Antonietta, tutte decedute per causa di guerra e sepolte nel cimitero improvvisato del Viale Ugo Bassi. Meraviglioso contributo alla libertà e alla rinascita della nostra patria! C'è anche una donna senza nome, che non potrò mai dimenticare: un volto anonimo, dagli occhi spenti. Fucilata in un quartiere delle case popolari di Via Enrico Toti si era accasciata al suolo, scivolando lungo la parete e il suo corpo di gestante, ormai prossima al parto, racchiudeva ancora il germoglio di una vita che non sarebbe più nata. Uno dei bossoli di fucile, raccolti sul pavimento, mi ricorda dopo trent'anni di tempo – ore 14.45 della domenica 13 agosto – un volto ignoto che mi si è inciso nel cuore.Lettura tratta da “La battaglia di San Gervasio”, capitolo del libro “Donne e Resistenza in Toscana”, a cura del Comitato femminile antifascista per il 30° della Resistenza e della Liberazione in Toscana del 1978Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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I giovani combattono
I giovani, in genere, sono schivi ad ogni forma di pubblicità, preferiscono, a ragione, l'azione alla parola. E i racconti, più o meno eroici di un periodo di tempo veramente vissuto, amano narrarseli fra loro, delle volte, alla sera: quando le stelle illuminano i cuori degli uomini. Noi del “fronte” eravamo, e siamo tuttora, giovani. Giovani nel senso più grande della parola. Ognuno di noi è cosciente di ciò che ha compiuto. In ognuno di noi c'è un ricordo, talvolta segnato nelle carni, che non verrà scordato facilmente La guerra, per il popolo, il vero popolo italiano, s'iniziò l'8 settembre. Un ragazzo ad un angolo di strada, una donna dietro una finestra, un uomo chiuso in una stanza, anche questi hanno combattuto. Silenziosi, operosi, nei giorni duri, nelle notti infide; senza mollare, premuti dall'odio, hanno combattuto. Tutti hanno resistito, ognuno a suo modo, ai traditori ed al tedesco. E così la gente della pianura e quella della montagna, gli uomini e le donne, i giovani armati e gli intellettuali si sono trovati vicini in questa barricata comune, dove ognuno, per combattere, portava quello che aveva.Lettura tratta dal capitolo “Il Fronte della Gioventù” pubblicato in “Il Casone. Un anno di lotta contro i nazi-fascisti nel rione di Porta al Prato (Settembre 1943 – Settembre 1944)”, a cura della sezione del PCI “Adriano Gozzoli”, 1945Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il partigiano “Lella”, la strage di Pian d'Albero del 20 giugno 1944, i nomi di battaglia partigiani
Memorie di Sirio Ungherelli detto “Gianni”, commissario politico della Brigata Garibaldi "Sinigaglia"La porta della casa di Pian d'Albero era stata sbarrata dal di dentro, Bastiano la fece sfondare, e lì trovarono il partigiano Truciolo, tutto sudicio di fuliggine, che, andati via i tedeschi, aveva sbarrato la porta per proteggere le donne. Bastiano, Gigi, Lella, Zuppa, con i loro partigiani, trovarono la giovane Giuseppina Cavicchi e le sette donne sfollate nella stanza più buia. Prima di portarle fuori, spostarono alcuni morti e alcuni feriti per non impressionarle. Mentre le portavano verso di noi, i nazisti aprirono un fuoco d'inferno. Giove, la macchietta della Brigata, rimase ferito alle cosce da varie pallottole di mitraglia, quasi all'altezza delle ginocchia. Giuseppina Cavicchi ricordava tanti anni dopo, che mentre veniva condotta via da due partigiani sovietici, Surien e Nikita, più volte questi la coprivano, facendo scudo con i loro corpi per salvarla dalle pallottole che piovevano tutt'intorno. Anche i feriti come Ivan, Pugno di Ferro, Fregio, Giove, Carabiniere ed altri ancora, furono portati via dalla Stella Rossa a braccia, o con improvvisate barelle fatte da Stalino, Zambo, Triglia, Zuppa, Topo, Rombo, Baraccone, Sugo, Truciolo, Vladimiro, Picche, Saturno, Nike, Leopardo.Lettura tratta dal libro di Sirio Ungherelli “Gianni”, “Quelli della Stella Rossa”, pubblicato da edizioni Polistampa nel 1999Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Un urlo d'agosto: Natale! La notizia dell'insurrezione di Firenze
Memorie di Foscolo Lombardi, partigiano e rappresentate del Partito Socialista nel Comitato Toscano di Liberazione Nazionale durante la ResistenzaI giorni passavano e la città agonizzava. Non c'era l'acqua. Né la luce. L'immondizia aumentava. I morti rimanevano in mezzo di strada. Le famiglie erano sprovviste di tutto. I morti si seppellivano negli orti domestici. Gli obici martellavano la città. I partigiani, ai quali era stato distribuito solo riso crudo, erano sprovvisti di cibo. Convocammo il comandante Niccoli il quale disse che disponevamo di 2500 uomini, ma con un armamento scarso. Il 9 agosto, dopo estenuanti discussioni, il Comitato decise, all'unanimità, che l'azione contro i tedeschi andava sviluppata ad ogni costo. L'ordine d'attacco fu dato dal nostro comando ai capi dei reparti alle 0,10 dell'11 agosto. Alle 6,30 dell'11 agosto, nel silenzio del mattino, una voce risuonò nella strada: “Natale!”. Balzammo dai giacigli, dove non avevamo dormito, stanchi, accigliati. Era la valorosa Maria Luigia Guaita che portava la sospirata notizia dell'insurrezione. Quando gli alleati arrivarono in città trovarono Firenze liberata.Lettura tratta dal libro di Nicola Coccia, “L'arse argille consolerai. Carlo Levi dal confino alla Liberazione di Firenze attraverso testimonianze, foto e documenti inediti”, pubblicato da edizioni ETS nel 2015Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Giovani antifascisti contro il regime
Memorie di Gianni Guaita, antifascista, fratello di Maria Luigia partigiana del Partito d'Azione“Cospiravamo contro il regime scrivendo sui muri, nelle strade più buie della città, diffondevamo volantini. Una notte - con Anna Maria Ichino - andammo a scrivere col gesso “pane, pace e libertà”, senza sapere che lo slogan lo aveva coniato Lenin. Lo scrivemmo in Via Cesare Battisti fra Piazza San Marco e piazza Santissima Annunziata, sul muro dell'università, dove c'era una grande parete vuota. Eravamo in cinque quella notte: io, Orietta Alliata, Anna Maria, un certo Melosi e Giuliano Briganti, segretario di Roberto Longhi, nella casa di Via Benedetto Fortini 30. Vedemmo arrivare una guardia in bicicletta e ci riparammo sotto il portico dell'Accademia delle Belle Arti. La guardia passò e non si accorse di nulla. La mattina successiva sul presto, un amico, che era capitato davanti al rettorato, vide i poliziotti al lavoro che cancellavano le scritte.” A questa attività (la stampa di foglietti contro il governo che poi venivano imbucati nelle cassette delle lettere e la creazione di timbri con le scritte “Morte al fascismo” e “Morte al duce”) partecipava anche la sorella di Gianni, Maria Luigia, che lo ha raccontato nel volume “Storie di un anno grande”, edito dalla nuova Italia. Ma non c'era solo lei. Altri giovani subentravano o si affiancavano di volta in volta.Lettura tratta dal libro di Nicola Coccia, “L'arse argille consolerai. Carlo Levi dal confino alla Liberazione di Firenze attraverso testimonianze, foto e documenti inediti”, pubblicato da edizioni ETS nel 2015Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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L'insurrezione di Firenze, 11 agosto 1944. Il primo comizio
Memorie di Ugo Corsi, militante e dirigente dell’organizzazione clandestina comunista, partigiano, tra i fondatori del distaccamento Stella Rossa - Faliero Pucci è commissario politico della Brigata Garibaldi "Sinigaglia" fino a luglio 1944, passa alla Brigata Garibaldi “Lanciotto” con cui entra a Firenze nei giorni della LiberazioneAvemmo l'incarico di occupare il Comune, la casa del fascio, la stazione e la Fortezza, e la tipografia de La Nazione: questi erano gli incarichi avuti per il momento dell'insurrezione. La mattina dell'11 agosto – il suono della Martinella lassù non lo sentivamo – dopo un quarto d'ora, mezz'ora, vediamo arrivare Beppe Rossi che dice: “È l'ora!” Noi usciamo fuori, però la popolazione era già nella strada, aveva sentito della Liberazione. Noi, fra due ali di pubblico, arriviamo in Via dell'Agnolo, dove allora c'era il circolo Dante Rossi, e lì ci fu il primo comizio, perché era pieno di gente e noi buttammo il Mongolo sulla terrazza del Dante Rossi e lui disse quattro parole. Da lì poi scendiamo fino al Palazzo Vecchio, lo occupiamo, e lì verso le 7 della mattina sappiamo della morte di Potente. Mi ricordo che ci si schierò davanti alla scalinata e Gastone commemorò Potente. Mandammo poi il distaccamento di Corsinovi subito al Casone dei ferrovieri, metà della compagnia venne mandata alla Fortezza e si fermarono alla Guardia di Finanza in Via Faenza, tutta la III Compagnia rimase con noi per occupare la stazione. Alla stazione però c'erano i tedeschi, e lì iniziano i combattimenti per la liberazione di Firenze.Lettura tratta dal libro “I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza (1943/1944)” pubblicato dall’Istituto Gramsci Toscano nel 1984Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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L'insurrezione di Firenze, 11 agosto 1944. I fiorentini si danno un governo
Memorie di Giorgio Spini, antifascista, membro del Partito d'Azione, trasmise da Radio Bari verso l'Italia occupata, con lo pseudonimo di Valdo Gigli. Distaccato dall'esercito italiano presso l'VIII Armata Britannica, lavorò sul fronte di guerra per lo Psychological Warfare BranchMa i comandi hanno da preoccuparsi avanti tutto delle casualties dei loro soldati: possono mica preoccuparsi anche degli italian civilians? In guerra, si sa, il tessuto che costa meno di tutti è quello della pella dei civilians. Quel che i generali non avevano previsto, e apparve invece chiaro come il sole quella mattina dell'11 agosto, era che i fiorentini si erano dati un governo – il CTLN – che bene o male riusciva a governare perfino in mezzo all'infuriare della guerra, proprio perchè i fiorentini lo volevano. Di furti, saccheggi, stupri e baraonde simili non ce n'era neanche l'ombra. Di piagnistei o di urla isteriche non se ne sentivano. I fiorentini stavano dando una prova tale, non solo di coraggio, ma anche di autodisciplina, di coscienza civica, di dignità, da lasciare a bocca aperta. Come ogni governo che si rispetti, anche il CTLN aveva il suo esercito: i partigiani della Divisione Arno garibaldina, della Divisione Giustizia e Libertà del Partito d'Azione e di altre brigate o formazioni di diverso colore politico. Ma non erano bande di bravacci che andassero in giro, rubacchiando a casaccio o che facessero il terrore dove passavano. Erano forze armate che avevano impegnato intanto le retroguardie tedesche in una serie di scontri e per giorni e giorni continuarono a ributtare il nemico indietro, di strada in strada.Lettura tratta dal libro di Giorgio Spini, “La strada della Liberazione”, a cura di Valdo Spini, pubblicato da Claudiana editrice nel 2002Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Potente e il regalo di una rivoltella, Firenze, agosto 1944
Memorie di Dina Ermini, partigiana sia in Francia che in Italia, segretaria del Comando Generale delle Brigate GaribaldiPoi un altro particolare, un particolare di colore: quando sono arrivati i partigiani, dopo che Roasio aveva finito di parlare a Porta Romana, Potente mi ha regalato una rivoltella a nome della Divisione Arno e mi ha detto: “Franca te la regaliamo a nome della nostra divisione, tu sai che siamo dei soldati senza uniformi ma che abbiamo combattuto, abbiamo fatto la guerra, e continueremo a fare la guerra; ma abbiamo fatto la guerra perché volevamo la pace. Facciamo tutti insieme in modo che queste armi non abbiano più a sparare.” Queste furono le parole di Potente e mi regalò a nome della Divisione la rivoltella e io l'ho ancora nascosta: è un pacco rilegato in un fazzoletto di punizione.Lettura tratta dal libro “I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza (1943/1944)” pubblicato dall’Istituto Gramsci Toscano nel 1984Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Potente, gli Alleati, l'arresto di due staffette
Una delle arrestate è la sorella di Bruno Fanciullacci, partigiano dei Gruppi d'Azione Patriottica (GAP) promossi dal PCI, medaglia d’oro al valor militare e proclamato nel 1944 eroe nazionale dal Comando generale delle Brigate Garibaldi. Leggiamo le memorie di Dina Ermini, partigiana sia in Francia che in Italia, segretaria del Comando Generale delle Brigate GaribaldiIl giorno della liberazione dell'Oltrarno gli alleati arrestarono la sorella di Fanciullacci, che era una mia staffetta, e un'altra compagna, anche quella una mia staffetta, perché avevano rapato una fascista. Vennero arrestate e portate al comando, alla villa dell'ex podestà di Firenze, da quelli della Militar Police. Sono venuti a chiamarmi al comando, dicendomi: “guarda Franca, hanno arrestato le due staffette.” Io, insieme a sei o sette di queste nostre compagne, siamo andate al comando ma il comandante che dirigeva la parte già liberata non c'era e ho parlato con un maggiore e con un capitano, reazionari al massimo, e mi dissero: “che cosa vi credete di essere, che cosa credete di fare? Noi siamo venuti qui mica per fare la lotta a Mussolini e al fascismo, siamo venuti qui per fare la guerra, questa ve la vedete voi.” Io gli ho spiegato che una di queste staffette era la sorella dell'eroe Fanciullacci, che il fratello era stato arrestato proprio per una spiata, il meno che potevano fare, era stato quello, perché poi io gli ho detto che avevamo anche la possibilità di farla fuori, perchè era una spia. E poi gli dico: “Se entro le 8 stasera non mi liberate queste due partigiane, io vi do l'assalto al comando. Vi porto seimila donne. È con grande dolore che vi dico queste cose, perchè noi non vogliamo combattere contro di voi ma vogliamo combattere contro i tedeschi, ma voi mi ci portate a questo, non possiamo noi ammettere voi ci arrestiate due partigiane.” Lui disse: “Noi riferiremo al comandante.” Mentre io esco dalla villa, dopo aver discusso per più di un'ora, mentre mi aprono il cancello della villa dell'ex podestà di Firenze, vedo una macchina e da questa macchina scende Potente e mi saluta e dice: “Franca, che cosa fai qui?” Io gli racconto il fatto e lui mi dice “brava” e mi stringe di nuovo la mano “ora io ho l'appuntamento con il generale e parlerò di questa cosa, hai fatto molto bene anche a minacciarlo.” Dopo neanche un'ora, Potente andava lì per discutere per riprendere le armi, per andare a combattere, perché non ci permettevano ancora di combattere. Verso le una e un quarto arriva con una faccia sorridente al nostro comando che era vicino lì, a Porta Romana, e mi dice: “Franca, vittoria. Ho ottenuto che stasera alle otto le due partigiane vengano rilasciate e abbiamo ottenuto anche di riprendere le armi.” La sera alle otto non ne ho portate seimila, ma alcune centinaia e le ho fatte sfilare lungo i muri, perché ci sparavano dalle finestre, e abbiamo aspettato. Non era finito il rintocco delle 8 la sera che le partigiane uscivano.Lettura tratta dal libro “I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza (1943/1944)” pubblicato dall’Istituto Gramsci Toscano nel 1984Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il dopoguerra. E i fascisti?
Memorie dei lavoratori dell'Officina ferroviaria di Firenze Porta al PratoSull'epurazione io non ricordo nulla. Se ne parlò poco a livello basso, al massimo di capitecnici. Qualcheduno gli avrà preso qualche manata...ma insomma. Togliatti aveva detto: “Per prima cosa ricostruire.” Eh, noi giovani non s'era mica tanto d'accordo. Parecchi fascisti l'abbandonarono spontaneamente, la fabbrica, ma già da prima avevano seguito la repubblichina verso il nord. Qui rimase gente meno compromessa e poi, a livello direzionale, già da qualche anno avevano cominciato a sgangiarsi. I problemi erano la miseria e la sopravvivenza: da parte dello Stato non c'era volontà di ripresa. La prima richiesta fu la legalizzazione della Commissione interna, poi il livello salariale...i problemi erano forti, ma anche nelle lotte della Galileo e della Pignone le officine c'erano. Non gli hanno dato risalto ma le officine erano all'avanguardia, quando partivano loro, partiva anche quegli altri impianti.Lettura tratta dal libro di Marco Da Vela, “Ferrovieri in tuta blu”, pubblicato da Editori riuniti nel 1990Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Azioni di sabotaggio contro tedeschi e fascisti
Memorie dei lavoratori dell'Officina ferroviaria di Firenze Porta al PratoC'era il capotecnico Testaverde che fu proprio quello che formò la prima cellula del partito comunista. Poi c'era, esterni, il Fossi che stampava i volantini e serigrafava e si faceva la distribuzione clandestina di propaganda. La sorveglianza della milizia era abbastanza blanda, perché non ci capivano nulla, gli se ne combinava di tutti i colori: l'officina era un po' una zona franca. Quello schifo del tenente Richter aveva messo a far da interprete uno slavo che ci faceva da informatore a noi: “Guarda che cercano il tale.” E noi si faceva sparire. “Puntano il tal altro” E si faceva sparire anche quello. Particolarmente si sabotava le locomotive. Per evitare rappresaglie si metteva la rena nei cilindri dopo la corsa di prova. Poi c'era la strizzata, e stavano lì a guardare con il mitra puntato, ma tanto non ci capivano nulla, non erano mica ferrovieri! Una volta: “Via macchina pronta per la prova, via!” Un tedesco monta sopra, non si fidavano più dei collaudatori, agguanta il regolatore, vroom! Che successe? La vite di inversione di marcia era stata messa indietro invece che in avanti. Gli andò in fossa: la locomotiva appena riparata, gli andò in fossa tutta spaccata.Lettura tratta dal libro di Marco Da Vela, “Ferrovieri in tuta blu”, pubblicato da Editori riuniti nel 1990Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Le azioni delle partigiane fiorentine, le “strane” crocerossine
Memorie di Dina Ermini, partigiana sia in Francia che in Italia, segretaria del Comando Generale delle Brigate Garibaldi.Da un lato sabotaggio nelle fabbriche, dall'altro lavoro nelle strade in difesa dei cittadini, abbiamo fatto degli assalti anche dove c'erano dei razziati, li abbiamo liberati anche nelle strade. Le donne si agganciavano ai camion dei tedeschi e liberavano gli uomini e poi li facevano andare sui tetti. Poi abbiamo creato le squadre, squadre d'assalto, che erano dirette da Anna Nuti, un'operaia della Galileo di Rifredi. Le squadre d'assalto erano piccoline, staccate, perchè erano molto pericolose, una specie di GAP femminili con un'altra mansione. Cambiavano i cartelli indicatori per le strade, contavano i camion dei tedeschi che andavano verso Bologna, seminavano per la strada i chiodi a tre punte, assalivano i magazzini. Negli ultimi giorni abbiamo organizzato l'assistenza ai duecento e più partigiani nascosti a Firenze: poi io sono rimasta tagliata fuori di qua dell'Arno e la direzione di questo gruppo che portava da mangiare ai partigiani, fu data a Iva Rossi, la moglie di Rossi. Per riuscire a lavorare anche con il coprifuoco prendemmo i lenzuoli di casa, ci facemmo delle vestaglie e ci mettemmo dietro una grande croce rossa e anche un fazzoletto in testa con la croce rossa. Susanna Agnelli nel suo libro “Vestivamo alla marinara” dice che incontrava per Firenze delle strane crocerossine: queste strane crocerossine erano delle nostre partigiane con queste vestaglie fatte male, mentre le crocerossine italiane erano vestite tutte di seta e i tedeschi non sparavano.Lettura tratta dal libro “I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza (1943/1944)” pubblicato dall’Istituto Gramsci Toscano nel 1984Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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La battaglia delle donne per la liberazione di Firenze al Casone dei Ferrovieri
Il Casone dei Ferrovieri, nella zona di Porta al Prato, è un grande edificio che diventa un presidio di lotta fondamentale contro le truppe tedesche alla Manifattura Tabacchi e sul MugnoneÈ giusto anche rilevare che nel Casone dei Ferrovieri tutti gli abitanti presero parte all'organizzazione interna sotto il continuo esplodere delle bombarde lanciate dai tedeschi i quali avevano individuato nel Casone il Comando dei partigiani. Tanto ci sarebbe da dire delle compagne che si prodigarono incessantemente in tutti i campi, specie nell'organizzazione riguardante l'alimentazione di tutti i combattenti. Degno di ammirazione fu il Corpo sanitario comandato dal Dott. Pardi Alberto prima e dal Dott. Piccioli Antonio poi, composto dalla Crocerossina Josè Cervelli e dalla Crocerossina improvvisata Hrobat Maria dai compagni Pagnini Umberto, Pecchioli Edoardo, Ristori Silvano e dalle compagne Guerranda Santi e Fiorentini Narcisa. Tutti indistintamente prestarono la loro opera, sia nell'organizzazione del Pronto Soccorso stesso, sia nel soccorso ai feriti, dimostrando un perfetto spirito di patriottismo ed in ogni circostanza un alto senso di umanità e di sacrificio, mettendo più volte a repentaglio la propria vita, per accorrere ovunque fosse necessaria la loro opera.Lettura tratta da “Il Casone. Un anno di lotta contro i nazi-fascisti nel rione di Porta al Prato (Settembre 1943 – Settembre 1944)”, a cura della sezione del PCI “Adriano Gozzoli”, 1945Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Il bombardamento del 2 maggio 1944
Memorie di ferrovieri dell'Officina ferroviaria di Firenze a Porta al PratoQuel giorno lì quando vidi venire le bombe, c'era il monumento lì, all'ingresso delle Cascine, ecco, io mi trovavo lì. Vidi gli apparecchi venire dalla parte di Monte Uliveto verso l'officina e mi ricordo che ci si buttò in terra e dopo questa passata si ripartì verso il ponte alla Vittoria. Se non c'era quelle passerelle sul fosso Macinante era un macello. Se si doveva scappare venendo all'ingresso ci ammazzavano tutti, perché il due di maggio, lì stracciarono ogni cosa. Presero in pieno il carro traversatore del reparto carrozze, poi si spostarono sull'altro traversatore, quello nuovo grande, e arrivarono fino al reparto falegnami, che rimase in piedi, come la fonderia lì accanto. Io non rientrai nemmeno a prendere i vestiti. Stavo in Via dello Steccuto a Rifredi, e mi incamminai a piedi perchè praticamente quel giorno lì, bombardarono Rifredi, Porta al Prato e Campo di Marte. Mi venne il pensiero di casa, perché ci avevo la mamma e la nonna che non scappavano quasi mai. Quel giorno si trovavano sotto la chiesa della Madonnina del Grappa, quando bombardarono ed una bomba cadde proprio verso via delle Panche e ci saltò la prima stanza della casa. Lettura tratta dal libro di Marco Da Vela, “Ferrovieri in tuta blu”, pubblicato da Editori riuniti nel 1990Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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Cronache del bombardamento su Firenze il 25 settembre 1943
È sabato, gli Alleati bombardano con trentasei aerei. La zona maggiormente colpita è Campo di MarteAlcuni degli apparecchi incursori si sono spostati verso il centro della città e così sono andati distrutti luoghi sacri e case di abitazione. Il cimitero della Misericordia e quello degli Inglesi hanno avuto monumenti e loculi crollati: l'ospedalino Meyer è stato distrutto, mentre i bambini ricoverati sono stati miracolosamente tratti in salvo. Una bomba è caduta tra Via Cavour e Via La Marmora; altre ne sono esplose in piazza Cavour, in Borgo Pinti, nella zona di Rifredi e presso il Campo di Marte. In queste due ultime località si lamentano i danni maggiori. Colpiti risultano pure gli stabilimenti tipografici Vallecchi e l'ingresso principale del grande Stadio comunale. Il servizio telefonico, che era rimasto interrotto, è stato riattivato poche ore dopo l'incursione; le linee tranviarie sono parzialmente paralizzate. L'organizzazione di soccorso alle vittime ha preso immediatamente a funzionare; purtroppo alcune diecine di cadaveri sono già state estratte dalle macerie, mentre i feriti superano già il centinaio. Lettura tratta dall'articolo “Firenze bombardata da velivoli americani” pubblicato sul quotidiano “Il Corriere della sera” del 28 settembre 1943Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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La morte di un bambino
Ivo Poli, di 8 anni, è una delle vittime dell’eccidio di piazza Tasso, nel rione di San Frediano, avvenuto il 17 luglio 1944. L'eccidio è opera di militi repubblichini, che sparano sui civili, guidati da Giuseppe Bernasconi, braccio destro di Mario Carità comandante del Reparto dei Servizi Speciali. Con Ivo vengono uccisi Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri. In un attimo la piazza si svuota e la gente entra nei portoni che si chiudono come ostriche. Stenlio e Ivo si rialzano e si lanciano verso casa. Il primo abita al numero 15 ed entra subito. L'altro, che abita, al numero 16 fa ancora qualche metro prima di infilarsi nell'uscio aperto, dietro ai due fratelli che lo precedono. La Fiorenza, sua mamma, ha sentito gli spari e si è affacciata alla finestra. Ora si precipita giù per le scale e raggiunge l'androne che porta al cortile interno. Controlla che i figli ci siano tutti: uno, due, tre. Menomale, sono salvi. Ma in fondo al lungo corridoio Ivo si accascia: una raffica di mitra l'ha colpito alla schiena. “Mamma, mamma!”, grida morendole tra le braccia. Alcuni uomini lo prendono e lo adagiano su un tavolino lì nell'andito. Al collo, come sua abitudine, ha le scarpe legate per i lacci. Quando esce da scuola, si diverte ad infilarci le mani, mettersi in ginocchio e tirarsi giù il grembiule a coprirsi le braccia per far finta di essere un nanetto che balla. “Perchèeee, perchéee! Ha solo otto anni perchéeee! Maledetti!” urla la donna. Lo strazio della Fiorenza mi paralizza le gambe. Mi fermo sulla cantonata tra via della Chiesa e Via del Leone, seguendo tutta la scena, che sembra andare al rallentatore. I fascisti sono ancora in piazza e continuano a sparare. “Scappa Morino, scappa! Vuoi farti ammazzare?” La voce dello Stapanaro mi risveglia da questo stato comatoso e riprendo a correre Lettura tratta dal libro di Lorenzo Pagni, “Chi di gallina nasce. Piccola cronaca familiare in un quartiere, una città, un paese che cambia”, pubblicato da edizioni Efesto nel 2020Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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“Mongolo” e “Mara”, partigiani della Brigata Garibaldi Lanciotto e gli sbandati repubblichini
“Mongolo” è il nome di battaglia di Rindo Scòrsipa Capo di Stato Maggiore della Brigata Garibaldi Lanciotto, “Mara” il nome di battaglia di Vasco Palazzeschi di cui leggiamo le memorieEd è con questo spirito di conciliazione che in cambio dell'aiuto concreto che davamo loro per attraversare la nostra zona gli chiedevamo di fare a cambio di abiti: quelli nuovi militari loro, per i vecchi e laceri nostri. D'altra parte questo cambio a loro serviva anche per passare “inosservati” in caso di incontri con fascisti o tedeschi. La proposta non trovò eccessive resistenze e il cambio d'abiti e di scarpe avveniva di buon grado. E così noi potemmo accedere per un po' di tempo ad un “magazzino vestiario” davvero insperato. Fra i tanti che passarono, ne ricordo uno in particolare: era un contadino veneto, mi pare, ma non sono sicuro. Voleva andare a casa ma non intendeva lasciarci le scarpe. Ne aveva un paio nuove di zecca. Di fronte alle nostre insistenze, mie e del buon Mongolo, si mise a piangere come un bambino, e fra i singhiozzi diceva di non aver mai avuto in vita sua un paio di scarpe nuove. Giurava su tutti i suoi “poveri morti” che quella era la prima volta che gli capitava e non vedeva l'ora di essere a casa per poterle mostrare ai suoi familiari. Noi non cedemmo alla prima, ma lo pregammo un po', lo minacciammo, ma tenne duro e finì per propormi di farlo restare con noi. Disse proprio così: “Se devo lasciare le scarpe, preferisco restare con voi; almeno se non muoio, torno a casa con le scarpe” Io e il Mongolo ci guardammo un po' commossi e ci inchiniamo… presi dallo stesso impulso, gli dicemmo: “Tieniti le scarpe, vai a casa e buona fortuna.”Lettura tratta dal libro “I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza (1943/1944)” pubblicato dall’Istituto Gramsci Toscano nel 1984Memorie di Resistenza fiorentina è un progetto, realizzato dal Comune di Firenze, che raccoglie storie di persone che hanno contribuito alla Resistenza delle città con l’obiettivo di promuovere un patrimonio di memoria storica collettiva.
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ABOUT THIS SHOW
Storie note o poco ricordate, significative ed esemplari, di partigiani e partigiane, degli internati militari e degli ebrei, degli operai e delle operaie negli scioperi del 1944, delle vittime senza nome dei bombardamenti alleati e delle esecuzioni sommarie, dei deportati e torturati nelle “Ville Tristi”, vissute dall'8 settembre 1943 fino ai giorni della “battaglia di Firenze", terminata il 1° settembre 1944 con la liberazione di Fiesole e dell’intero territorio fiorentino.Gli audio sono una produzione Associazione Culturale Visione. Produttore esecutivo Matteo Cichero, regia Matteo Mascotto. Voci di Anastasia Ciullini e Tommaso Carli.
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Memorie Resistenza fiorentina
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