PODCAST · news
Rimappatura del Sudovest asiatico
by I Bastioni di Orione
Il Sudan è la preda maggiore degli Abraham Accords, perché è stata tra le nazioni più avverse a Israele; la condizione economica e il superamento dell’era al-Bashir rendevano il paese del Sahel una succulenta preda delle lusinghe israeliane: infatti si è aggiunto agli Emirati e al Barhein, in un momento di particolare esposizione economica dovuta anche al prezzo del petrolio ai minimi storici
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EastMed: egemonia sionista sul Mediterraneo; in rotta di collisione con Ankara
Israele si muove da agente coloniale nei “suoi” territori, altrove diventa imperialistaLo scenario di quanto avviene nel Mediterraneo orientale restituisce una sorta di asse tra Grecia, parte della comunità europea, come Cipro – che però è un’isola che ha una sua parte turca – e Israele, che sta cercando di espandere il proprio colonialismo sul Mediterraneo orientale, che è un corridoio essenziale per il transito delle merci (e delle risorse energetiche) provenienti da est per rifornire l’Europa, evitando di transitare dalla Belt Road Initiative cinese, ma anche dalla Turchia, che, andando in porto EastMed Project verrebbe marginalizzata e la centralità delle sue pipeline ridimensionata. Questa alleanza si è manifestata anche nell’episodio della Sumud Flottilla, dimostrando di quanto si è allargato l’espansionismo dell’entità sionista. E ancora di più vista la penetrazione israeliana non solo sulle coste, ma anche nella regione mediorientale in aperta collisione con i territori il cui controllo Erdogan si è attribuito dopo la guerra siriana e persino in Caucaso, dove i “fratelli” azeri ospitano truppe dell’Idf pronte a invadere l’Iran.Allora con Murat Cinar abbiamo ripreso il discorso affrontato con Simone Zoppellaro sull’Armenia per vedere la terza elezione di Pashinyan dal punto di vista di Ankara e da lì innestare il grandangolo, per allargare lo sguardo all’intero scacchiere. Intanto Pashinyan è a tal punto pronto ad accogliere qualsiasi istanza di pace provenga dalla Turchia che invita Ankara ad aprire le frontiere (e i mercati) all’Armenia, grazie al lavoro di trasformismo che l’ha portato alla avventura fallimentare della guerra in Nagorno-Karabakh alle aperture attuali; aperture che comprendono anche la continuazione dell’adesione all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, l’alleanza militare creata dalla Russia con altre cinque repubbliche ex sovietiche (Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e appunto Armenia), nonostante l’indifferenza russa durante la guerra con Baku: una Realpolitik in sintonia con le strategie regionali, dove confluiscono ingerenze israeliane, russe, EU… turche.I corridoi energetici allargano ulteriormente i protagonisti coinvolti arrivando anche all’India, da cui trae origine tutto (è la nazione che non ha mai smesso di appoggiare il sionismo, tuttora), ma persino l’Egitto ha interessi in questo flusso di gas, che vede lo stato ebraico imporre il percorso degli approvvigionamenti in combutta con l’UE (che non a caso balbetta sul genocidio perpetrato da Netanyahu); e anche sauditi e turchi devono sottomettersi a Tel Aviv nell’ottica trumpiana. Anche se Ankara è tagliato fuori da EastMed e perde centralità; in un momento in cui sia Netanyahu, sia Erdogan intendono vincere le elezioni e rimanere al potere a vita, nonostante l’impopolarità. Raffinati strateghi entrambi: il presidente turco ha investito soldi tempo ed energia, perso consensi nell’occupazione siriana, ma ora il ritorno economico è enorme.Un ulteriore elemento è quello collegato al mondo curdo che più volte è stato richiamato da Trump nell’ambito della guerra persiana, ma anche dell’intromissione di Erdogan che ha cercato di impedire il coinvolgimento del secondo esercito più agguerrito dell’Iran, da un lato; e dall’altro prosegue il confronto con il Pkk all’interno, che va però a rilento, perché le trattative sono state disattese da parte del governo, mentre l’organizzazione di Ocalan continua ad avere sostegno enorme. Attendiamo un’evoluzione…
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Una guerra costituente e la “pietra paziente”: visioni contrastanti del futuro ordine mondiale
La Nato del Golfo: rivolgimenti imprevisti, sabotaggi e minacce esistenziali per petromonarchieEquilibri mutati nel Golfo; pantano per gli Usa caduti nella trappola di Netanyahu prima e della “Pietra paziente” iraniana poi; nessuna soluzione e molte strategie contrastanti tra loro. E poi: tutti coinvolti – seppur in diversa misura – sia nell’area che globalmente; le speculazioni spericolate con fondati sospetti di insider trading addirittura alla Casa Bianca ma sono in molti ad avvantaggiarsi in questa situazione che Laura Silvia Battaglia descrive spesso dai microfoni di Radiotre - Rai, oppure attraverso l’attività on line, e poi libri che denotano la passione e la preparazione unica in materia di cultura e complessità dell’intreccio geopolitico dei Golfi. Il conflitto ha visto una lunga preparazione che è passata dagli Abrahams Accord, intelligence, rapporti da un lato (che forse hanno presunto troppo della loro efficienza) e dall’altro la capacità di resistenza e di sfruttare contingenze insperate, come Hormuz, l’abilità nell’occultare la reale entità dell’arsenale bellico, l’impatto dell’aggressione sulla società civile iraniana. Con questa volontà apocalittica di andare allo scontro, Netanyahu vede ritorcerglisi contro gli accordi di alleanze con i paesi del Golfo (le pipeline immaginate sono ormi dissolte), ora coinvolti nella distruzione sia militare che economica; adesso da un lato l’ombrello nucleare pakistano e le transazioni in petroyuan contribuiscono al rivolgimento di alleanze, accordi, affari, corridoi logistici.Ma anche la partita irachena torna a essere centrale nelle prospettive dei contendenti che condizionano il paese chiave mesopotamico a pochi anni dalla rivolta Tishrin del movimento trasversale spingendo i soliti vecchi arnesi della politica a Baghdad referenti di Iran e Usa… e il ruolo immorale di Israele, da ultimo in Libano con l’idea guida che il nemico va liquidato con ogni mezzo non appena si presenta l’occasione, rendendo così possibile l’esistenza dei Partigiani di Allah yemeniti.
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L’Oscurità eterna invocata dai sionisti a Beirut si può ritorcere contro di loro?
April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu.Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne.Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice.Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio.Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
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Rojava : la resistenza è vita
In queste ultime settimane il Confederalismo democratico, l’esperienza curda di autogoverno del Rojava,è sotto attacco. Gli scontri tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione siriano di Al-Jolani/Al-Sharaa sono durissimi: si tratta di una guerra che nasce in un clima politico a livello globale che si nutre di violenza imperialista e coloniale. Le bande di Al Jolani stanno facendo il lavoro sporco per Erdogan spingendo le SDF oltre il fiume Eufrate e assediando Kobane città martire che resistette all'assedio dell'Isis nel 2014/2015.Nonostante svariati cessate il fuoco non rispettati le forze di Damasco hanno preso la strategica diga di al-Tabqa, Raqqa che si trova vicino ai pozzi petroliferi ed hanno espulso dai quartieri di Sheikh Maqsoud e al-Ashrafiyah di Aleppo i cittadini curdi.Le voci di accordi che prevedono la resa delle SDF che dovrebbero confluire nell'esercito siriano sono state smentite ,in Rojava c'è la mobilitazione generale per l'autodifesa ,centinaia di giovani si sono mossi dalla Turchia e dall'Iraq per sostenere la resistenza curda .Le milizie ex Al nusra ora al governo a Damasco hanno liberato centinaia di prigionieri dell'Isis dalla prigionr di Al Aqtan. La popolazione pur consapevole della delicata situazione è determinata a resistere e garantire il diritto all'esistenza dell'esperimento del confederalismo democratico curdo ,non è la prima volta che i curdi si trovano sotto attacco ,dalla resistenza curda arriva un invito alla mobilitazione e al sostegno militante al Rojava .Ne parliamo con una compagna dalla Comune internazionalista in Rojava all'interno dell'amministrazione autonoma della Siria del nord est
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Lo Yemen stremato tra guerra, divisioni e la sua centralità strategica
Gli yemeniti cercano di rimanere indipendenti tra i protettori più convenientiLa regione prospiciente il Golfo di Aden per risorse e controllo di rotte è particolarmente sensibile a qualunque seppur minimo cambiamento che possa avvenire tra area del Mar Rosso e il Corno d’Africa, addirittura Haftar in Cirenaica si preoccupa quando i Saud si mostrano interessati a ciò che capita in Libia dopo aver cacciato i filoemiratini da Aden. Tutto è collegato e in Yemen la rifrazione di qualunque crisi mediorientale si amplifica e produce sensibili cambiamenti nell’egemonia territoriale. Ed è indispensabile una guida come Laura Silvia Battaglia per mettere insieme le informazioni utili per connettere la vita yemenita con le potenze dell'area... e non solo.Il territorio da decenni risponde in modo clanico ad alleanze che si appoggiano a seconda della convenienza internazionale a una o all’altra potenza regionale. L’espansionismo israeliano è l’elemento che sta apportando ulteriore effervescenza a una situazione incancrenita da anni di conflitti che si stavano gradualmente componendo nella disputa tra Houthi e Saudi, spartendosi la zona occidentale: San’a e Taizz agli sciiti, attualmente alleati dell’Iran (ma non così collegati da poter temere tracolli a seguito delle difficoltà di Tehran), e Aden ai Sauditi che intendono respingere gli emiratini anche dall’Est del paese, perché il porto di Mukalla è troppo importante per l’esportazione del gas estratto tra Seiyun e il confine con l’Oman. Gli Emirati da qualche anno controllano l’isola di Socotra che rispetto alla sponda africana è più decentrata e meno utile rispetto al porto di Berbera per gli interessi israeliani, che infatti hanno apportato nuova destabilizzazione riconoscendo il Somaliland, per avversare gli Houthi. Questa mossa, aggiunta alla palese alleanza tra Tel Aviv e Dubai (non a caso al centro di ogni approccio diplomatico alla composizione dele guerre), ha spinto Riyad a sgomberare la costa yemenita dell’Oceano indiano da presenze emiratine, comportando la fuga di al-Zubaidi a Dubai, in prospettiva di un eventuale confronto con lo Stato Ebraico che sta allungandosi fino addirittura al Madagascar come sfera di influenza, cercando di cavalcare la rivolta della Generazione Z malgascia.Le crisi di Somaliland e Sudan si riverberano in Yemen soprattutto perché assimilati dalle mire interessate di vari attori: Israele in primis e poi gli Emirates, che sono alleati tra loro, mentre Turchia ed Somalia ed Etiopia da un lato ed Egitto, Sauditi ed Eritrea dall’altro cercano di mantenere sfere di influenza in questo rivolgimento globale. Una pericolosa partita strategica che coinvolge l'intera sicurezza dell'area tra Rif Valley, Mar Rosso e Golfo di Aden, di Oman fin oltre lo Stretto di Ormuz.Tutto ciò crea una spaccatura tra gli yemeniti, già profondamente divisi tra separatisti (in particolare nel Sud ed Est) filoemiratini e governativi di San’a, e il Consiglio di Transizione meridionale di Aden (sciolto nell’acido a Riyad questa settimana); bisogna poi considerare la diaspora costituita in particolare dai fratelli musulmani. Da un anno si assiste a trattative tra Houthi e Saudi: una distensione vantaggiosa per tutti.
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Bagatelle per un ladrocinio genocida. Tacita complicità per lucrare sulla spartizione
Finanziare lo sterminio di Gaza per guadagnare sui fondi di guerra e sui future della ricostruzione e del saccheggio In che modo Israele finanzia l’acquisto di armi, il sostegno al comparto bellico, mantiene un buon livello di welfare, pur essendo un paese con un territorio piccolo e pochi abitanti che producono quel benessere? La sua economia si fonda su trasferimenti dagli Usa, sulla vendita di sistemi tecnologici a scopo bellico, prodotti agricoli dei coloni fa pensare che la sparata autarchica sia una boutade retorica, ma rimane la questione su come riescano a reggersi le enormi spese del comparto securitario. Alessandro Volpi ci aiuta a riflettere sulle modalità per drenare denaro da parte dello stato sionista, dotato di un Pil simile a quello della Lombardia, senza risorge energetiche, né di prodotti specifici. Una retorica quella di potersi isolare che dunque si potrebbe facilmente contrastare con una ferrea campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzionamento.Ci sarà un riscontro economico globale perché nessuno si è opposto al genocidio?Proprio questa mancanza è la responsabilità degli europei che hanno uno scambio commerciale con Israele di 16 miliardi di dollari all’anno e quella sarebbe una leva formidabile per fare pressione sui comportamenti aggressivi dell’entità sionista. E invece gli investimenti su Israele e gli incrementi della finanza di Tel Aviv denunciano che continua a richiamare denaro dall’Occidente e dai paesi arabi, traendo profitto dagli interessi immobiliari e da quelli più direttamente connessi con l’industria bellica, sostenuta soprattutto dai grandi fondi, i soliti collusi con le guerre, Blackrock, Vangarde, JPMorgan… Affinity – quello di Kushner, il genero ebreo di Trump nell’ombra in tutto ciò che capita in Medio Oriente).Ma soprattutto l’economia di guerra sta in piedi grazie ai “War Bond” emessi a inizio 2025, dove le banche – tra cui anche italiane – hanno sottoscritto il debito da un lato e dall’altro fornito garanzie per coprirne il rischio; già ora stanno rastrellando investimenti destinati alla costruzione di quel progetto immobiliare vagheggiato da Trump-Blair.Lo stato ebraico possiede una delle fabbriche di armi e droni più sofisticati, i sistemi più efficaci di spionaggio e le armi più letali, e con la prospettiva della ricostruzione con zero costi di demolizione sostiene le garanzie internazionali su cui si fondano i suoi investimenti sulla pulizia etnica: così salgono i titoli della Borsa di Tel Aviv, che può promettere anche di attingere ai ricavi di un grosso hub energetico nel mare di Gaza, che già le industrie israeliane sfruttano con Cipro e quindi contare sui proventi derivanti dai Future emessi su questo roseo futuro dopo il massacro. L’amministrazione tecnocratica paventata in uno dei famigerati punti di Trump si collega proprio con queste prospettive da gestire in modo oculato per americani, israeliani e complici vari.
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La sfiducia negli imperi technomedievali provocata da personaggi distopici
I curdi possono sperare di essere tra i pochi che traggono qualche vantaggio dalla feroce rimappatura violenta del Sudovest asiatico che sta andando in scena sul palcoscenico del Palazzo di Vetro newyorkese? Vigilanza curda: diversa per ciascun paese della loro frammentazioneA partire da questa domanda Antonella De Biasi, giornalista ed esperta della regione mediorientale, ha restituito un disegno del Sudovest asiatico a partire dal Federalismo democratico del Rojava come unica realtà di rispetto dei diritti e di un’amministrazione aperta a tutte le comunità che abitano il territorio; all’interno di Israele ci sono stati molteplici sostegni alla lotta curda (anche in funzione antiturca). Ma attualmente al-Jolani – come si faceva chiamare il tagliagole ora chiamato al-Shara, quando Antonella nel 2022 ne aveva tracciato la figura nel suo libro Astana e i 7 mari – è il padrone di quella che era buona parte della nazione governata fino a un anno fa dalla famiglia Assad, e probabilmente in questi giorni la volubilità di Trump sembra attribuire a Erdoğan il protettorato su una Siria governata da una sua creatura, in virtù delle promesse di stabilità profuse dal presidente turco, un’investitura conferita nonostante le milizie di modello ottomano: predoni che imperversano lungo le coste del Mediterraneo orientale. Spaesamento e impotenza armena: revisionismo entitàPoi si è affrontata la diversa strategia dei curdi siriani rispetto all’apertura di Ocalan, che ha invitato il Pkk a deporre le armi, come altra situazione è ancora quella dei curdi iraniani. Ma la problematicità insita nell’egemonia turca su quell’area travolge anche e maggiormente la comunità armena alla mercé dei fratelli azeri dei turchi; e furono le prime vittime di un genocidio del Secolo breve. Ora gli armeni hanno ancor meno alleati e sostenitori del solito, visto che il gas di Baku fa gola a tutti; e gli viene sottratta pezzo per pezzo identità, terra, riferimenti culturali. Oltre alla diaspora. La speranza di accoglienza europea è a metà con l’alleanza con i russi, disattesa da Putin, ma ancora valida. E Pashinyan non ha alcuna idea o autorevolezza per rappresentare gli armeni. Relazioni tra Israele e TurchiaUn’ipotesi di Al-Jazeera vede la Turchia nel mirino israeliano per assicurare l’impunità di Netanyahu che si fonda sul costante stato di guerra, ma anche perché è l’ultima potenza regionale non ancora ridimensionata dall’aggressività sionista. Peraltro la rivalità risale a decenni fa e in questo periodo di Global Sudum Flottilla si ricorda la Mavi Marmara assaltata dai pirati del Mossad uccidendo 10 persone a bordo, mentre cercava di forzare il blocco navale di Gaza. Fino a che punto può essere credibile una guerra scatenata da Israele contro la Turchia? Secondo Antonella De Biasi è difficile che possa avvenire, non solo perché Erdoğan è più abile di Netanyahu (al rientro da Tianjin ha chiesto a Trump gli F-35, dimenticando i sistemi antiaerei comprati da Mosca), ma perché gli affari anche di ordigni militari non si sono mai interrotti, inoltre a livello regionale l’alleanza con Al-Thani dovrebbe mettere al riparo la Turchia da attacchi sconsiderati e senza pretesti validi… certo, con il terrore di Netanyahu non si può mai sapere. Cosa rimane del sistema di Astana?Facile interpretare la presenza a Tianjin dei leader che erano soliti incontrarsi sotto l’ombrello di Astana come confluenza di interessi, meno semplice capire fino a che punto ciascuno di loro e gli altri protagonisti del Shangai cooperation organization siano posizionati in più o meno consolidate alleanze. Sentiamo Antonella De Biasi e sugli stessi argomenti poi anche Murat Cinar in questo spreaker che abbiamo registrato subito dopo aver sentito Antonella: Trump incontra Erdoğan
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Dove e quando finirà l’impunità dei sionisti
Si sono sprecati tutti gli aggettivi più vieti possibili per esprimere indignazione per l’efferatezza delle operazioni militari di Idf agli ordini politici del governo fascista di Netanyahu, sempre rispettando il diritto di Israele a perpetuare un genocidio in quanto popolo eletto, ma di fronte alla sorpresa per il bombardamento della delegazione riunita a valutare proposte di “pace” nel territorio sovrano del Qatar, una nazione filoamericana che ospita la più grossa base statunitense nel Sudovest asiatico e ha regalato l’aereo presidenziale come omaggio al nuovo imperatore, sono venute meno le inani riprovazioni e i vicini sauditi si sono rivolti al Pakistan in cerca di ombrello nucleare e protezione. La credibilità dell’amministrazione Trump è scomparsa del tutto e il volto mascherato di sangue dello Stato ebraico è apparso improvvisamente con i suoi veri connotati al mondo arabo, che ha sempre abbandonato le genti di Palestina al loro destino sacrificale, in cambio di affari.Il raid israeliano a Doha ha superato il perimetro del conflitto con Hamas: ha squassato regole non scritte, infranto la logica del territorio mediatore, e messo in discussione l’intero schema di alleanze della diplomazia araba, quella stessa che ha permesso al Mossad le peggiori turpitudini e fornito appoggio per operazioni nell'area contro gli avversari di Israele, che con il suo istinto da scorpione ha punto persino il proprio cavallo di Troia nella regione. Il Qatar, lungi dall’essere un bersaglio secondario, entra nella storia come simbolo della frattura tra potenza militare israeliana e coesione regionale arabo-americana, dando spazio a una alleanza di nuovo stampo con una potenza nucleare che fa parte della Belt Road cinese e si approvvigiona da Pechino per i suoi ordigni, come la filosionista India si è accorta nell'ultimo conflitto di pochi mesi fa.Forse ora tutti si accorgeranno che la volontà di cancellazione di ogni traccia di vita e cultura araba dal territorio della Israele biblica coinvolge anche le vestigia e le tradizioni mondiali, ma questo risultato è stato possibile perché tutto ciò che stanno perpetrando i sionisti è già stato sperimentato dai governi di Washington, per esempio in Iraq, dove sono state ridotte in briciole dallo spregio dell’esercito americano testimonianze artistiche e culturali millenarie. Questo è reso possibile dalla presunzione che l’unica vera cultura sia quella ebraico-cristiana e tutti gli altri sono semplici colonizzati senza cultura propria. Questi sono i prodromi perché quando gli invasati come Smotrich e Ben Gvir picconeranno la moschea di Gerusalemme, come già hanno cominciato a fare, Al-Aqsa sarà la soglia oltre alla quale la hybris ebraica renderà conto dei suoi abusi, perché la rivolta a quel punto non coinvolgerà solo i milioni di palestinesi, ma i miliardi di musulmani. E gli accordi finanziari, gli interessi per i resort progettati su una Striscia di concentramento e sterminio nulla potranno di fronte alla rivendicazione culturale delle masse oltraggiate dall’impunità israeliana.Già la trasferta di Rubio a Doha si è risolta in un fallimento: nonostante il giorno prima la riunione dei paesi coinvolti avesse balbettato, come una qualunque Unione europea, L’emiro Tamim ha chiesto i risarcimenti per i danni causati nel bombardamento israeliano su Doha, le scuse ufficiali e l’impegno di Netanyahu a non ripetere più la sua prepotenza e soprattutto di bloccare le uccisioni di innocenti a Gaza.
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Porre il sigillo al Corridoio di Abramo inscenando reality di vera guerra
A Laura Silvia Battaglia, voce di Radio3Mondo e raffinata esperta della cultura dei paesi del Sudovest asiatico, abbiamo chiesto di inquadrare nell’ottica dei Paesi del Golfo il giudizio sulla strategia che ispira il rivolgimento dell’equilibrio nell’area: l’escalation sionista mette in scena un superamento del Diritto internazionale e del concetto di democrazia per imporre una configurazione del Vicino Oriente e dei suoi corridoi commerciali alternativi alla Bri cinese come illustrato tempo fa dallo stesso Netanyahu: annientamento dei proxy iraniani e ridimensionamento della Repubblica islamica stessa a favore della penisola arabica, alleata e complice con gli accordi di Abramo, con regimi autoritari e in funzione anticinese. La causa scatenante – il nucleare iraniano – sembra poco o nulla interessante persino nei suoi risultati (basta la narrazione presidenziale attraverso Truth, che non può essere messa in discussione), perché forse l’obiettivo vero è probabilmente un altro (magari Teheran uscirà dalla non proliferazione nucleare e non ci saranno più controlli).Il primo elemento che salta agli occhi è la centralità del Qatar, per la sua vicinanza all’Iran, per il suo coinvolgimento in ogni trattativa mondiale (Afghanistan, Palestina… Kivu), Al-Thani sempre attivo diplomaticamente e con la potenza mediatica sul mondo arabo, eppure è stato emblematicamente il primo a essere colpito dalla rappresaglia teatrale dei Turbanti. Il Qatar dipende integralmente da acquisti dall’estero, non produce nulla e la chiusura dello Stretto di Ormuz lo avrebbe soffocato. Il regime change a Tehran è nei piani israeliani (non in quelli trumpiani), ma il piano di riportare la dinastia Pahlavi al potere non potrebbe essere accettata dalla nazione civile iraniana che vive in un mondo parallelo a quello del potere detenuto che fa giochi internazionali, il potere è detenuto dai pasdaran e le città centrali sono omogenee etnicamente, ma la nazione è estesa enormemente, con un’orografia che non permette di certo un’invasione di stampo iracheno, difficile anche la frammentazione su base etnico-religiosa. La sostituzione dell’attuale regime non si riesce a immaginare da chi possa essere incarnato, perciò è difficile creare un’entità artificiale che sostituisca l’attuale sistema persiano. Benché esista una fronda interna, che però forse non è controllabile dall’esterno, o non ha ancora i mezzi e la mentalità per mettere in atto una rivolta. Solo se le forze di sicurezza solidarizzano con i rivoltosi si potrà avere un successo per il cambiamento. La stretta repressiva svilupperà nuove proteste? Forse in questa tabula rasa dei paesi nemici di Israele e antagonisti dei sauditi la Turchia si può affrancare perché è un paese Nato e per l’abilità a fungere da cerniera tra mondi, appartenendo sia al mondo Brics che alla Nato, proponendosi come mediatore e mantenendo relazioni con tutti i protagonisti
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Ogni rais persegue una sua visione del Medioriente, tranne gli europei
«Regolamenti di conti mortali e scontri tra le fazioni in Tripolitania, avanzata delle truppe del generale Khalifa Haftar da Bengasi alla Sirte: la Libia sfugge a ogni controllo e soprattutto a quello del governo di Giorgia Meloni», così scriveva il 15 maggio Alberto Negri per “il manifesto” e da qui comincia il lungo excursus che illustra la situazione della regione Mena, a partire dalla Libia, dove le milizie tornano a scontrarsi in Tripolitania, vedendo soccombere i tagliagole sostenuti dalla Fortress Europe, a cominciare dal governo Meloni che ha coccolato al-Masri, il massacratore ricercato internazionalmente. Ora Haftar, il rais su cui punta dall’inizio la Russia in Cirenaica, è alleato anche della Turchia, dunque si assiste a un nuovo tentativo di rivolgimento del potere tripolino ormai al lumicino.Ma questa situazione regolata dalla Turchia nell’Occidente libico nell’analisi di Alberto Negri si può anche vedere come uno dei 50 fronti dell’attivismo internazionale turco, fluido e adattabile alla condizione geopolitica, che vede Dbeibah – l’interlocutore dell’Europa per contenere e torturare le persone in movimento – sostenuto solo dalle milizie di Misurata nella girandola di alleanze e rivalità tripoline. La Turchia rimane al centro delle strategie che passano dal Mediterraneo in equilibrio anche con i sauditi e avendo imposto il vincitore di Assad in Siria, quell’Al-Jolani a cui Trump ha stretto la mano nonostante i 10 milioni di taglia; intanto all’interno si assiste alla svolta di Ocalan che – inopinatamente secondo Alberto Negri in un momento in cui l’area sta esplodendo e sono in corso mutamenti epocali – cede le armi e propone un percorso pacifico alla trasformazione della repubblica. In attesa di assistere e posizionarsi nella trattativa iraniana, con Teheran indebolita dalla escalation israeliana.E qui si giunge al centro del discorso mediorientale, perché da qualunque punto lo si rigiri l’intento di Netanyahu di annettersi la Cisgiordania a cominciare dal genocidio gazawi sarà il punto di ricompattamento con l’amministrazione Trump, in questi giorni invece impegnata a contenere il famelico criminale di Cesarea.Sullo sfondo di tutto ciò Alberto si inalbera per il ruolo inesistente dell’Europa, se non per l’istinto neocoloniale di Macron, che non riesce comunque a conferire uno spessore da soggetti politici agli europei, in particolare per quanto riguarda il bacino del Mediterraneo, mai preso in considerazione dalla nomenklatura germano-balcanica che regola la politica comunitaria, totalmente disinteressata alle coste meridionali, se non per il contenimento dei migranti.
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Coloni e genocidi: Seppellite il mio cuore a Gaza...
Dal "Far West" al "Near East"... chissà la ricostruzione di Wounded Knee a quale accordo di Abraham fu affidata? E i confini degli stati dell'America mexicana, così dritti come quelli del colonialismo mediorientale chi li ha ispirati?Esordiamo con queste due domande perché le considerazioni fatte da Lorenzo Forlani sull'espansionismo genocida di Tsahal, longa manus della società israeliana e del governo sionista ultraortodosso e fascista di Netanyahu, ci hanno rievocato lo sterminio dei nativi nordamericani per mano e su istigazione dei coloni della Frontiera del Vecchio West; e anche in questo caso sono i ministri fascisti dei coloni a perseguire lo sterminio.L'epopea è la stessa e travolge stati-nazione, comunità eterogenee tra loro, dotate di civiltà, religioni e culture raffinate e antiche quanto e più di quella ebraica, nell'ottica sionista di egemonizzare e sottomettere, che si sposa bene con la volontà statunitense di fare dello stato ebraico il satrapo mediorientale, che però durante la presidenza Biden è sembrato scambiarsi di ruolo e diventare il burattinaio con in mano i fili per manovrare borsa e sostegno militare americano. E anche la diplomazia Usa è rimasta sotto scacco del governo criminale di Tel Aviv, orchestrando e avvallando assassinii e bombardamenti che hanno trasformato i rapporti di forza nell'intera regione tra il Giordano e la Mesopotamia.Lorenzo Forlani ci ha descritto un quadro in cui le popolazioni coinvolte sono state costrette a subire strategie imposte dall'alto e precarizzazione dell'esistenza, rischi che i libanesi patiscono da prima dell'esplosione nel porto e guerre sanguinose che hanno cancellato l'equlibrio siriano, espropriando le primavere arabe alle legittime piazze per innescare conflitti manipolati dai soliti potenti.
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La distruzione del MedioOriente è stato un crimine a lungo premeditato
Il caos strumento di controllo per gli Usa@negrialbe Puntando proiettori di pensiero valutativo su episodi ed eventi, corsi e processi, strategie e tattiche che si sono presentati nel presente, ma anche rievocanti memorie di lunga data nel dossier mentale di Alberto Negri si ricava dall’ascolto dell’analisi impietosa del reporter ed editorialista l’impressione di poter comprendere il flusso della storia dei popoli del Middle East North Africa così come si è voluto dall’imperialismo americano che fosse disegnato. E Israele è designato dal 1948 come unica potenza nella regione. Da lì discendono tutte le manovre, le alleanze imposte, le sudditanze e stragi tollerate, i pretesti per scatenare guerre distruttive, utili solo a indebolire i rivali dello Stato ebraico, o a creare milizie confessionali e autoritarie accecati da ideologia religiosa e strategie settarie che si nutrono di conflitto da perpetuare, destinate a soccombere una volta utilizzati per la repressione e la costruzione del progetto di sostituzione, saccheggio e profitto.Emblematico di questo impegnativo sforzo analitico è lo spunto che ci ha spinto a interpellare Alberto Negri per trovare il bandolo: l’inquietante concomitanza della visita a Equalize da parte del Mossad e l’immediato accordo che ne è derivato tra governo italiano e fornitori di cybersecurity israeliani: affidare ad altrui tecnologie incontrollabili tutti i dati significa legarsi alle dipendenze di un’entità straniera (in questo caso sionista), considerando avventatamente la sicurezza di Eni (comparto energetico) e Leonardo (asset di guerra) ormai così collegati agli interessi dello stato ebraico da far coincidere la sicurezza italiana con quella israeliana. Un altro passo verso la totale sudditanza, di cui si è a lungo parlato durante il discorso di Alberto che ha messo insieme elementi che interagendo hanno composto il quadro mediorientale nel progetto israelo-statunitense pluridecennale di deportazione, depredazione, strage e sostituzione biblica che trova nella riconfigurazione perseguita da Biden/Netanyahu – nel solco del tradizionale sistematico ridimensionamento di ogni altra realtà regionale – attraverso accordi e soprattutto missili e massacri premeditati lungamente.
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L’apartheid sionista è scritto nero su bianco
Ascoltare un militante pacifista che vive in un paese sulle colline di Hebron descrivere il sistema giuridico della legge marziale imposto dall'entità sionista agli abitanti palestinesi della Cisgiordania – ed esclusivamente a loro, bambini compresi – dimostra l’eccezione concessa al sionismo, rifornito di armi e sostegno tecnologico per perpetrare il genocidio in corso; rende evidente poi la sospensione dei limiti tra umanità e ferocia da parte del consesso globale, bloccato dal sistema mediatico in primis, e poi da quello geopolitico, militare e del profitto.Il sistema di apartheid è in vigore da prima del 7 ottobre 2023, che ha solo offerto il pretesto al governo fascistissimo di Netanyahu di liberarsi dei pochi vincoli che impedivano alla sua intera nazione di trascendere nel mattatoio preparato dal 1948. Qui la voce di una vittima di quel sistema discriminatorio esibisce la patente contraddizione insita nel concetto di unica democrazia del medioriente applicata allo stato ebraico: a Sami è sufficiente sciorinare cosa prevede il codice giudiziario scritto e imposto dall'Idf applicato ai palestinesi che vivono sul lato occidentale del Giordano per dipingere il quadro di un sistema di apartheid.E il mondo volge la testa a guardare altrove. WHY?
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Riesplode la Questione palestinese
Dopo il massacro quale futuro per Gaza?Dopo la strategia mediatica, una propaganda invereconda; dopo la riduzione a numeri di nemici mostruosi, discriminando in modo razzista le vittime; dopo le ricostruzioni storiche, con rivendicazioni e denunce di ingiustizie internazionali; dopo la pulizia etnia ci sarà una sostituzione etnica, oppure i piani prevedono operazioni finanziarie più moderne e raffinate di qualche nuovo insediamento coloniale? Bagatelle per una gentrificazione Ci siamo chiesti con BassamSaleh, corrispondente per alnaharnews, di cosa se ne faranno di quella Striscia di terra, la più densamente abitata al mondo, dopo averla desertificata: una possibilità è che si risolva come la più grossa operazione di feroce gentrificazione, dando libero corso a un progetto degli Emirati (o ancora prima immaginato da Wolfensohn) di sfruttamento di Gaza City come Singapore del Mediterraneo: turismo, locali, balneazione, grattacieli...Le armi non risolvono: quale diplomazia?L’incidenza dell’industria bellica degli Usa sul passato del Vicino Oriente si ripercuote sul futuro che non può venire scelto dai palestinesi per la loro terra perché lo strapotere di Israele uccide o imprigiona a vita chi potrebeb essere figura di riferimento o costituire organismi di rappresentanza: potrebbe esserci un Mandela palestinese per sconfiggere nuovamente l’apartheid?Composizione eterogenea dello stato di Israele e resistenze ben maggiori che nel decerebrato allineamento europeo sulle posizioni sioniste può cambiare i piani dall’interno? Di contro gli appoggi attuali dei paesi arabi sull’onda emotiva rimarranno tali anche per rivendicare il diritto internazionale (c’è la storia che racconta i massacri perpetrati)?Il diritto al ritorno della diaspora e a vivere in paceLa comunità palestinese avrebbe modo di mantenersi in pace: ci sarebbero risorse per costituire una realtà coesa, un paese normale senza bisogno di aiuti esterni, se gli fosse riconosciuto il diritto di esistere come a tutti gli altri, al di là di nazionalismi e fanatismi religiosi. La questione palestinese si è di nuovo affacciata al mondo e nessuna bomba di Idf potrà di nuovo farla dimenticare
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Il mantra tossico sul Grande e Vicino Oriente nella tragedia di Gaza
https://ogzero.org/studium/affari-e-traffici-darmi-lo-spaccio-nel-2022/ Anp di Abbas: una trattativa al ribasso, anziché il rispetto di se stessiLa capa dell’esecutivo italiano lancia dal Cairo una crociata islamofoba contrapposta alla esasperata ribellione di alcuni ambienti palestinesi, accusati di portare un attacco alla cultura occidentale di matrice religiosa per aver restituito parte della violenza perpetrata con ben altri mezzi dall’entità sionista in decenni di occupazione coloniale e apartheid. Solo l’ultimo atto di un processo che comporta come una delle conseguenze sia la sempre maggiore difficoltà a parlare con giornalisti mainstream della questione israelo-palestinese, perché emergono adesioni a priori alle mistificazioni dell’entità sionista che ormai coincide con le istituzioni israeliane e regola lo stato ebraico.Slogan ossessivamente ripetuti per ottundere le menti ed esorcizzare il demone da ostracizzare Farid Adly e la sua creatura “Anbamed” hanno un atteggiamento pregiudiziale sulle fonti e quindi con serietà la selezione delle sorgenti dell’informazione avviene volta per volta per inquadrare gli argomenti consentendo così di fornire notizie che risultano più vicine alla realtà delle veline ripetute acriticamente come un tam tam dalla stampa mainstream, che non informa ma tutela la perpetuazione del mantra sull’unica democrazia della regione (in regime di apartheid e militarizzazione della società). Lo sforzo di Farid e della sua testata è quello di far arrivare notizie che in Italia non superano proprio il filtro e non vengono diffuse, analisi delle fonti che andrebbe fatta all’inverso, trattando con sospetto – e dunque filtrando preventivamente – quanto viene fornito da organi militari e parti coinvolte; su quella base, mettendo insieme i fatti verificati, il quadro si fa più chiaro anche sul massacro genocida dei gazawi di questi giorni da parte dei terroristi Idf, con strategie omologabilii a quelle di Hamas, entrambe entità nazionaliste e reazionarie, accecate dal bisogno di sopraffare e annientare l’avversario: da qui il bisogno di demonizzarlo attraverso un’informazione blindata. Questo processo mediatico nasconde dietro alla guerra al nemico – dipinto come feroce terrorista – una volontà di annientamento del popolo assimilato ai capi militari, per cui dichiarare guerra a Hamas significa nell’immaginario della Nato legittimare la distruzione di Gaza e di tutti i suoi abitanti. La strategia risulta ancora più chiara se usando lo strumento storico e non solo la cronaca a cui ci riduce l’infotainment si tiene conto del fatto che la politica coloniale del Likud è strettamente intrecciata alla creazione di Hamas come antagonista del laico Fatah con la funzione di indebolirne l’efficacia. E proprio questa creazione del Golem ha sempre impedito la sintesi tra le forze palestinesi che si contrappongono alla occupazione sionista, perché è più funzionale per Hamas come per Netanyahu: infatti a ogni attacco israeliano Hamas guadagna consensi. Ma la lotta di massa del popolo palestinese è da sempre un’altra, sullo stile dell’Intifada.Ma come dice Farid: «L’unico rappresentante riconosciuto dai palestinesi dovrebbe essere l’Olp» e non è un caso che Hamas non abbia mai voluto farne parte. Attualmente è un’organizzazione congelata dal vecchio sistema corrotto di Abbas, che mantiene l’ordine per conto di Tel Aviv.La narrazione tossica affonda nella storia e negli interessi dell’industria bellica Nella chiacchierata con Farid Adly la stigmatizzazione di quella narrazione tossica trova il contraltare all’immaginario costruito dalle necessità colonialiste nelle considerazioni sul traffico di armi, che fanno la fortuna delle industrie belliche americane (il 57% della produzione viene assorbito dalla regione) e «Israele è funzionale all’economia e al dominio americano in medioriente»; dell’uso della categoria “terroristi” applicata da sempre a chi, come l’Olp, non rimaneva succube a sopportare la pulizia etnica gradualmente perpetrata dal sionismo (l’espulsione verso il Sinai dei gazawi è solo l’ultima di una serie che ha visto campi profughi palestinesi in Giordania, Siria, Libano... persone espropriate e mai più tornate alle loro terre): un’operazione tattica israeliana che ha portato a raccogliere il ramo d’ulivo di Arafat solo per raggirare a Oslo i palestinesi con la complicità della comunità internazionale, che non riconoscendo l’Anp da nessuna parte ha legittimato l’arroganza di Israele. La lucidità del discorso suffragato dalla memoria storica del conflitto di interessi tra cittadini palestinesi e coloni israeliani ci permette di non dimenticare – come invece viene sottaciuto da qualsiasi dibattito ultimamente – che il progressivo incremento di insediamenti, incoraggiati da Netanyahu per mantenere il potere col sostegno dei coloni più oltranzisti, impedisce il rispetto degli Accordi di Oslo, delle Risoluzioni dell’Onu e della creazione di un territorio realmente amministrato e a guida palestinese. Il frutto di una trattativa al ribasso, che ha dimenticato la rivendicazione del rispetto dei diritti Si affaccia poi il problema etico della disparità di giudizi e politiche nell’analisi europea dell’invasione dell’Ucraina e di quella di Gaza, che apre il campo alla critica della capacità e della debolezza della leadership palestinese a imporre un dato di fatto così palese al consesso internazionale, che non vuole vedere le similitudini per interessi commerciali o opportunismo servile; ovviamente Israele si avvale della sua potenza militare, avendo la forza per poter impedire la crescita di qualsiasi gruppo palestinese capace di contrastare il piano di sostituzione etnica dei sionisti attraverso le uccisioni mirate o l’incarcerazione a vita di chi si oppone, per esempio con l’Intifada (per esempio di Marwan Barghouti da 25 anni nelle galere israeliane – zittito come Gramsci dal regime fascista): infatti all’entità sionista serve avere un interlocutore che mercanteggia sull’elemosina concessa dagli occupanti e non certo uno che pretende vengano rispettati gli accordi internazionali. Una trattativa al ribasso, anziché il rispetto dei diritti.
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L’epocale repentino cambiamento dei riferimenti sauditi
https://ogzero.org/tag/arabia-saudita/ L’Arabia Saudita nelle parole di Laura Silvia Battaglia si svela essenzialmente pragmatica, dedita a una politica di mero opportunismo. In questo quadro si riescono a cogliere meglio i processi in corso: l’allontanamento dal mondo occidentale e in particolare lo stretto accoppiamento con il dollaro statunitense, l’avvicinamento ai Brics, l’importanza sempre più evidente dell’appartenenza a un clan, una comunità tribale che risponde dunque a regole estranee a quelle delle potenze coloniali. Tra queste le norme religiose per cui non si potrebbero acquistare o costruire armi (ma a Riyadh si tiene una delle più importanti fiere di ordigni mondiale), né si può partecipare a una guerra – e così, in assenza di un esercito, si ingaggiano milizie (come quelle sudanesi inviate in Yemen).Non è quindi possibile operare un giudizio basato su una cultura antropologicamente diversa per connotare negativamente i processi che regolano la società saudita; soprattutto se vuole attribuire al tribalismo una sorta di arretratezza: lo dimostra il progetto Vision 2030 fortemente voluto da Mbs e la creazione avveniristica di Neom mira a intercettare l’ingresso dell’Arabia Saudita al mondo moderno. Stiamo assistendo a una vera rivoluzione che sovvertirà quello che conosciamo come Medio Oriente, a cominciare dal passaggio dal sistema del petrolio incentrato sul valore espresso in dollari a una valuta di riferimento diversa, segnatamente lo yuan; è di qualche giorno fa la notizia che China EximBank si è accordata con la Saudi National Bank per l'emissione congiunta di bond denominati in Yuan alla quale è poi seguita l'altrettanto fondamentale notizia che la Saudi Aramco acquisisce il 10% di Rongsheng Petrochemical per 3,6 miliardi di dollari. Si tratta solo del sintomo dell’avvicinamento all’orbita cinese, che comporta conseguenze anche dai passi fatti negli ultimi mesi nella direzione di ricompattare l’intera comunità araba e pure negli abboccamenti con il governo turco nel tramonto dell’era Erdogan, negli accordi con il mondo persiano, incontrando persino gli houthi, il corrispondente sciita di ciò che sono i taleban per i sunniti; in un autentico posizionamento neutrale. È lo spostamento dell’intero mondo che gravita attorno a quelle aree, usando l’Arabia Saudita come perno attorno a cui tutto si sposta. E chi si deve preoccupare e si trova sotto scacco proprio nel momento in cui pensava di aver sparigliato il mondo arabo con gli Abrahams Accord è proprio Israele, completamente isolato nell’area.
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Apartheid, malattia infantile del sionismo
Lemmi usati come pietre escono da "Le parole divise", il libro di Amedeo Rossi: sono le risposte dello Stato di Israele alle intifade, sono mattoni dell’orrida occupazione che perdura da più di mezzo secolo, fondandosi su un sistema tecnologico-militare che si perpetua grazie a intrecci di interessi che prevedono la pulizia etnica della Palestina (perpetrata in ogni modo, persino con la guerra dell'acqua affidata a Mekerot), epurata dai palestinesi, con lo stillicidio quotidiano di morti, con la sostituzione etnica, con l’apartheid crudelmente adoperato per rendere intollerabili le condizioni di vita, con le infinite, diverse differenziazioni tra gruppi che innescano innumereevoli contrapposizioni incntrolabili, dove le vittime sacrificali al fondo della scala sociale sono i palestinesi.Ma non fa tutto da solo il feroce fascistissimo governo Netanyahu, una grande mano proviene dalle potenze occidentali e ormai non solo, visto l'abbraccio con i peggiori regimi, anche e soprattutto arabi, attratti dagli affari – soprattutto militari – che Israele rappresenta. Sono soprattutto le partnership di sicurezza e scambi in ambito della ricerca che rendono ingiudicabile l'insindacabile orrore dell'ingiustizia del confessionale Stato d’Israele – ex unica democrazia del medioriente dedita a ogni tipo di washing – che può ricattare o ammaliare ogni stato, che diventa complice di un sistema militare, dove la gerarchia è su base razzista.La chiacchierata con Amedeo Rossi pone al centro l'idea di "apartheid" che informa ogni ossessione di una società che troviamo esasperata, sfilacciata, confusa... unita solo da un'idea antipalestinese, perché le manifestazioni che hanno nel mirino l'autocrate che vuole soltanto salvsaguardare se stesso, cancellando l'uguaglianza dei cittadini – nell'unica democrazia del medioriente –, sdoganando i peggiori deliri confessionali dei coloni e assecondando gli interessi contrapposti di ciascun gruppo di potere della comunità ebraica.Oltre alla protesta contro il governo delegittimato di Tel Aviv l'occasione per proporre questa trasmissione andata in onda su Radio Blackout il 16 marzo 2023 è data da una settimana della Bds dedicata al contrasto del sistema di apartheid in Israele in corso a Torino, con molte iniziative per sensibilizzare a questa condizione sottciuta dagli innumerevoli interessi intrecciati presso le lobbies rese potenti da Israele e da quelle sostenuto.
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Bollettino di guerra di un’occupazione ottusa
https://ogzero.org/tag/israele/29 novembre 1947: veniva sancita la divisione della Palestina in due stati. Quello ebraico esiste, è una potenza militare nucleare e coloniale, un'economia florida e influente non solo sulla propria area; quello palestinese semplicemente non ha mai potuto esistere e in questi 75 anni ha visto erodere il proprio territorio dall'espansionismo brutale dello stato ebraico d'Israele, che applica l'apartheid nei confronti dei cittadini non ebrei, ispirandosi sempre più al sionismo.Diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese / Creazione di uno stato palestineseL'introduzione della trasmissione di Radio Vaticana del 30 Novembre ha visto Luigi Bisceglie – responsabile del VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo a Betlemme –inquadrare il momento di costanti uccisioni quotidiane di civili palestinesi da parte dell'esercito di occupazione (212 palestinesi dall'inizio dell'anno – e ultimamente non passa giorno che non ci siano episodi inspiegabili di assassinio), lo spianamento di scuole palestinesi, gli sfratti di case da generazioni palestinesi, la gentrificazione al soldo dei coloni... a cui risponde l'esasperazione araba con attentati che riprendono la pratica di qualche anno fa di prendere di mira gli autobus con esplosivi letali.Il conduttore, Stefano Leszczynski, riporta dati di fonte israeliana che parlano di 136 morti palestinesi 31 israeliani e 3000 arrestati durante gli scontri; nel primo weekend di dicembre sarebbe poi stato registrato un bombardamento su Gaza.Eric Salerno, andando direttamente al punto, innesca quel parallelo che in un mondo meno accecato dalle propagande di ogni fazione salterebbe all'occhio: quello che è condannato in Ucraina sta avvenendo da 75 anni in Palestina, con la complicità internazionale. Ma c'è uno scatto in più nelle sue parole, da quel fine intellettuale che è, perché inserisce il grandangolo e scatta una foto impostando un tempo di esposizione lunghissimo: gli ebrei hanno atteso 2000 anni per occupare Gerusalemme secondo i loro precetti? ebbene gli arabi si predispongono ad attenderne altrettanti per tornare a Gerusalemme secondo la loro cultura.Bisceglie coglie anche l'isolamento dei palestinesi e della loro causa in particolare dopo gli accordi di Abramo, attraverso i quali i paesi arabi hanno definitivamente abbandonato i palestinesi al loro destino. Il problema è la mancanza della volontà politica di tornare a sedersi al tavolo del confronto e del negoziato, a livello internazionale. Ma soprattutto perché non potrebbero i palestinesi ottenere riconosciuto il loro diritto ad autodeterminarsi a prescindere dall'ottenimento di uno stato indipendente funzionante?Interessante l'analisi della condizione dei palestinesi, in larga parte cresciuti sotto occupazione, che hanno voglia di liberarsi di Israele, non del popolo ebraico, ma della costante pressione militare degli occupanti; i militari israeliani attendono di aver concluso il servizio prima di esprimere il loro dissenso e molti dicono – ormai senza alcuna influenza – che non c'è bisogno di fare tutte quelle operazioni ferocemente militari.Rimane dunque il bisogno di una soluzione politica internazionale che probabilmente non può prescindere da un impegno degli ebrei americani.
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Testimonianze dal sopruso sionista: il genuino incendio attizzato dalla Tana dei Leoni
https://ogzero.org/tag/palestina/Ieri è stato presentato il rapporto della relatrice speciale per i diritti umani sull'occupazione israeliana, rivelatasi illegale perché in atto da 55 anni e dunque un'annessione di fatto unilaterale dei Territori occupati; in questo documento curato da Francesca Albanese si sancisce lo stato di apartheid e si scoperchia l'intento di colonizzare (https://www.un.org/unispal/wp-content/uploads/2022/10/A.77.356_210922.pdf).C'è una valenza politica che scaturisce genuina dagli eventi di Nablus di questi giorni: la reazione della Tana dei Leoni (Arīn al-ʾUsud) ha riportato alla ribalta l'occupazione israeliana, la cancellazione da parte sionista del processo di pace, i 56 anni di umiliazioni, gli assassini quotidiani di giovani palestinesi, l'arroganza dei coloni. I ragazzi che animano il movimento sono giovanissimi, non inquadrati né da organizzazioni particolarmente fondamentaliste, né da istituzioni storiche, ma solo da indignazione e incapaci di tollerare ancora il giogo sionista sulla loro terra, sulle loro famiglie, case, attività; sulla loro vita. La ribellione serpeggia tra quelle generazioni che non erano ancora nate al tempo degli Accordi di Oslo, determinati a non affiliarsi a nessun gruppo e questo li rende ancora più popolari: l'intera Nablus è scesa in strada per seguire il funerale dei ragazzi della Tana dei Leoni (عرين الأسود) uccisi dai droni israeliani.Abbiamo intrecciato le valutazioni di Bassan, un palestinese della diaspora nato a Nablus, proprio la città dell'assedio, delel barricate e della rivolta attuale, una dei vertici del triangolo con Tulkarem e Jenin, con le testimonianze dalla Cisgiordania di soprusi violenze sgomberi raccontati da una spedizioni di volontarie che hanno potuto visitare aree in cotante tensione e conflitto, incrociando le rivolte e gli scioperi, le manifestazioni e le narrazioni dei protagonisti di questo tentativo dal basso di riunificare l'opposizione palestinese all'occupazione israeliana, restituendo allo Stato di Israele gli accordi che sono stati stracciati da Tel Aviv da tempo. Di fronte al palese peggioramento delle condizioni di vita e l'aumento esponenziale di provocazioni e le centinaia di esecuzioni solo nel 2022 (nel silenzio più assordante della comunità internazionale e dell'Onu, mentre persino Amnesty ha denunciato il sistema chiamandolo con il suo nome di "apartheid", controlli e checkpoint, sgomberi e pulizia etnica testimoniata dalla nostra corrispondente: non rimane che difendersi da queste violazioni degli obblighi imposti dal diritto internazionale disattesi completamente dal governo israeliano e attaccare quando si può contro uno degli eserciti più sofisticati.
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Gerusalemme come una mappa per comprendere il conflitto israelo-palestinese
https://ogzero.org/studium/gerusalemme/ Gerusalemme è una città di incontro e scontro tra culture, religioni e popoli. Inevitabile che il suo sviluppo urbanistico e la sua topografia abbiano sempre risentito gli effetti dei processi storici, dei percorsi politici e delle rivendicazioni religiose. Ma se s'inverte il punto di vista e si prende proprio la città – con le sue caratteristiche amministrative, normative, burocratiche, edilizie – come principale elemento di analisi storico-politica del conflitto tra israeliani e palestinesi ne esce una narrazione inedita. Un racconto che parte dalle pietre e dalle persone per approdare alla comprensione del tempo presente. L'approccio della trasmissione “Il mondo alla radio” andata in onda il 25 maggio 2022 dalle frequenze di Radio Vaticana ha messo al centro il libro di Eric Salerno evidenziando subito il fulcro attorno a cui ruotano i materiali esposti nel testo, cioè, come introduce il conduttore Stefano Leszczynski (@stefanolesz): «Quanto la faccia delle nostre città rispecchia quella che è – sì – l'evoluzione storica che ha contribuito a costruirle, ma anche quelle che sono le crisi e le ferite aperte nel nostro tempo», palesate nella topografia, che congloba le cicatrici degli interventi che la Storia ha solcato nel territorio. L'intuizione di Eric Salerno è stata quella di ribaltare lo sguardo che in genere risale dall'espressione urbana (per esempio con l'erezione e l'abbattimento di edifici religiosi e culturali...) alla sua ispirazione socio-politica (... atti a esibire la preminenza di una comunità sull'altra); mentre nella Gerusalemme del decano dei reporter italiani si predilige individuare la scelta urbanistica come strumento di apartheid, precisa volontà neosionista dove la gentrificazione è a monte del processo che conduce alla completa sottomissione di una comunità usando la leva dell'espulsione attraverso la pianificazione degli edifici e dei servizi della città. Una metropoli caratterizzata dalla pietra bianca tradizionale con cui oggi si costruisce in funzione dell’occupazione della città.L’analisi di Eric si dipana nella trasmissione intrecciandosi con la testimonianza di @bisceglia_luigi, scrittore e accademico residente e cooperante a Gerusalemme Est, che ha raccontato di barriere non fisiche all'interno della città, quanto de facto. A cominciare dalla discriminazione in quelli che sono i servizi erogati in quartieri a presenza palestinese rispetto a quelli colonizzati da ebrei; tuttavia le divisioni si addensano in particolare usando a pretesto e per provocazione deliberata le celebrazioni religiose, e poi quando avvengono episodi di sempre maggiore escalation, come l'efferato omicidio della giornalista-icona palestinese Shireen Abu Akleh, premeditato da Tsahal, ma che ha mostrato al mondo le ferite dell'occupazione sul territorio gerosolimitano con l'intervento brutale e blasfemo dei militari durante i funerali. Il palese vulnus nelle strade di Gerusalemme non si può semplicemente attribuire alla ferocia degli israeliani indivisa, ma va ascritta a una precisa volontà che il libro descrive, indicando come si persegua per la crescita della città un disegno di appropriazione non (più) applicabile: bisogna risolvere il conflitto israelo-palestinese e smetterla con la sua infinita riproposizione, procrastinandone la soluzione quanto più a lungo possibile, pensando così di poter eradicare tanto più spirito arabo permane nel tessuto urbano di Gerusalemme.
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Lo status quo come modalità di governo, tutto cambia perché nulla… intacchi l’autocrazia
https://ogzero.org/tag/libano/ Mettiamo il Libano al centro del Focus sul Medio Oriente con Rosita Di Peri, prendendo a pretesto gli esiti elettorali, che hanno dato alcune indicazioni valide per l’intera area, pur non producendo sconvolgimenti maggiori di quelli provocati dal disastro economico e sociale insito nel sistema che ha reso completamente rentier lo stato in cui il potere è congelato nelle mani di "contractor bourgeoise", spartito su basi confessionali consociative, ma dove le elite politiche coincidono con quelle economiche, fino a sovrapporsi e allontanarsi sempre più dai bisogni dei libanesi: il Consorzio così ben descritto da Fawad Traboulsi, citato da Rosita Di Peri: un gruppo ristretto che riunisce le più importanti famiglie e gli imprenditori libanesi, appartenenti a tutte le comunità, che insieme detengono le redini del sistema economico e politico. All’indomani della guerra civile il “nuovo consorzio” ha agito di concerto per impossessarsi dello Stato: i leader politici hanno interessi in tutti gli affari dell’economia, e perciò, hanno sfruttato tutto quello che lo stato poteva loro concedere, appropriandosene e usufruendone per i loro interessi privati; sacrificando il paese al mantenimento dello status quo funzionale alla perpetuazione del potere politico in un paese con bancarotta dichiarata ormai da più di un anno. Ancora oggi si registra un nuovo crollo della lira libanese, in seguito alla mancata apertura dei lavori del nuovo parlamento eletto il 15 maggio. Il cambio della valuta libanese è arrivato nel mercato parallelo a 35.000 lire per un dollaro. Il cambio ufficiale definito dalla Banca Centrale è di 1550 lire per un dollaro. Una perdita del 95% del valore ufficiale. La mancanza di una maggioranza politica e l’annuncio delle varie forze e coalizioni che non permetteranno il rinnovo dell’incarico di presidente del legislativo a Nabih Berri – leader di quel movimento sciita Amal, che ha perso suffragi in questa tornata elettorale ma occupa un seggio dalla guerra civile in avanti –, hanno aperto la strada a una fase di instabilità istituzionale come quella irachena, con le varie dinastie che alternano la loro ingombrante presenza.Un tenue spiraglio s’intravede nel risultato ottenuto da un gruppetto di una dozzina di indipendenti a fare da contraltare alla vecchia guardia; questi sono espressione dell’imponente Movimento interconfessionale sorto nel 2019 contro la crisi strutturale che ha reso intollerabile l’esistenza dei cittadini (ora al 70-80% sotto la soglia della povertà), mentre chi detiene il potere tenta di congelare lo status quo, la cui perpetuazione è connaturata al sistema autocratico diffuso in tutta l’area: infatti abbiamo posto a Rosita Diperi alla fine di questo intervento il quesito relativo all’influenza ancora molto forte degli Usa, militarmente contenuta ma che controlla attraverso i satrapi locali questo status quo emblematizzato dal Consorzio libanese, ma rintracciabile in ogni governo dal Maghreb all’Egitto, all’Iraq, Pakistan (altro stato dinastico alla bancarotta)…Lo status quo serve solo ai potenti.
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La fragilità tra le bianche mura di Gerusalemme produce tensione e scontri
https://ogzero.org/sostieni-ogzero/#toggle-id-2La nuova miccia per nuovi scontri, e nuovi razzi e nuove reazioni spropositate di Tzahal: durante il ramadan, la pasqua ebraica e quelle cristiane basta un cerino ed esplode tutto. Gerusalemme ovvio epicentro per rivendicarne il controllo. Eric Salerno ha affrontato questo aspetto di petto in “Gerusalemme”, il libro incentrato sulla urbanistica e la geopolitica gerosolimitane e lo riprende in questo intervento per la trasmissione Prisma di Radio Popolare, incalzato da Lorenza Ghedini e Roberto Maggioni (https://www.radiopopolare.it/podcast/prisma-di-ven-22-04-22/). Ma questo punto di vista è colto anche da Lorenzo Santucci, il quale lo riassume nella sua recensione del volume per l’Huffington Post del 23 aprile: «La domanda che accompagna il lettore per tutte le pagine, a un tratto viene messa nero su bianco da Salerno: “A chi appartiene Gerusalemme?”. Agli ebrei? Agli arabi? O ai cristiani? Una delle risposte arriva da un suo incontro con Sari Nusseibeh, ex presidente dell’Università Al-Quds, in quella Gerusalemme Est diventata terreno di scontro dopo la guerra dei sei giorni nel giugno 1967 con cui Israele occupò la parte orientale della città sotto controllo giordano. Nella storia di Gerusalemme esiste infatti un prima e un dopo la guerra dei sei giorni: nell’architettura, nella demografia e nell’estremismo religioso che, insieme, hanno peggiorato la vita di chi la abita.I dati parlano di una povertà che interessa tanto gli ebrei ortodossi quanto i palestinesi, i primi “perché si autoisolano” e i secondi in quanto “vittime del conflitto e di scelte precise da parte dell’amministrazione israeliana”» (https://www.huffingtonpost.it/esteri/2022/04/23/news/gerusalemme_architettura_politicizzata_estremismo_religioso_e_demografia-9246469/).I paesi arabi come da 50 anni stigmatizzano, parlano per sollevare polveroni, ma poi dietro al polverone lasciano che il piano sionista prosegua in Cisgiordania e Gerusalemme Est, dove le elite palestinesi si arricchiscono e le forze giovani sono alla disperazione, mentre gli ultraortodossi e i coloni cercano di espandere il controllo del territorio; infatti prosegue Lorenzo Santucci: «La necessità per il nazionalismo israeliano è quella di trovare sempre e dovunque un nemico “per portare avanti il loro progetto, consolidare l’occupazione e rendere sempre meno proponibile la condivisione di Gerusalemme”. Per riuscirci, nel corso degli ultimi decenni si è affidata all’architettura e ai suoi interpreti». La divisione del territorio occupato in una maniera urbanisticamente più edulcorata, in modo da eliminare il più possibile lo scontro diretto tra gli abitanti, i colonizzatori israeliani e la popolazione locale rinchiusa in specie di bantustan, facendo sbiadire l'identità della comunità palestinese e «lL’urbanistica può trasformarsi in un’arma di esclusione di parte della popolazione, anche se si tratta di un terzo di quella complessiva, come nel caso palestinesi. Ma a Gerusalemme, “l’arte dell’urbanistica è stata affinata come proseguimento della politica con mezzi non militari”, scrive Salerno» e ribadisce Santucci.
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La città per “tutti” ossimoro dell’occupazione
https://ogzero.org/sostieni-ogzero/#gerusalemmeQuello a cui si assiste nelle strade gerosolimitane in questi giorni, come sempre, prende a pretesto la concomitanza di appuntamenti religiosi per far emergere la divisione, da cui è pervasa la città, nonostante la pietra bianca che formalmente è un fattore unitario. Dall'occupazione del 1967 in avanti la città è simbolicamente e nei fatti oggetto di divisione e erosione del territorio con l'espulsione il più possibile di ogni cultura araba nei confini di Gerusalemme, sia nella sua parte Ovest che Est. Eric Salerno ha lungamente abitato quelle vie, le ha descritte nel loro sviluppo, evidenziando l'intervento di una urbanistica sionista che piega l'archeologia con lo scopo di cancellare le tracce di culture che hanno costituito lo spirito di Gerusalemme lungo i secoli
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Dalla Disneyland della religione alla gentrificazione dei parchi gerosolimitani
Eric Salerno (https://ogzero.org/autore/eric-salerno/) offre pillole radiofoniche di Gerusalemme, estratte dalle essenze contenute nel suo libro sulla Città Santa: https://ogzero.org/sostieni-ogzero/#gerusalemme.Nella congiunzione astrale in cui a Gerusalemme nel plenilunio si festeggiano pesach, pasqua e ramadan Eric Salerno ha parlato del suo nuovo libro su Gerusalemme con Roberto Festa durante la trasmissione La domenica dei libri di Radio Popolare.Da questa sorta di autobiografia da laico non credente abitante della città santa sorge subito la complessità del reticolo urbano e si evidenzia subito l'approccio critico di Eric alle scelte architettoniche di cambiamento operate in senso anche geopolitico. A cominciare dalla importanza della pietra bianca, un colore che – sembra banale, ma non lo è – lega tutti i quartieri e dovrebbe ispirare un senso di pace sia in senso religioso, sia tra le varie comunità.Ma poi lo skyline che si affaccia alla visione di un osservatore della conca in cui è racchiusa la città vecchia è costituito da grattacieli che sottraggono fascino al genius loci, già ferito dalle due guerre (invasione giordana del 1947 e quella israeliana del 1967) che ne hanno cominciato a deturpare e ferire lo spirito fino alla attuale accelerazione della giudaizzazione di Gerusalemme Est; emblematico l'uso della creazione dei parchi in funzione di un’espropriazione gentrificatrice che serve per allontanare i palestinesi da certe zone della città: l’apoteosi dell’esegesi archeologica volta a mistificare la centralità dei luoghi. L’apartheid psico-architettonico.Gerusalemme si pone come città dell'Intolleranza e lo si coglie proprio guardando alla differenza nell'uso delle vie di Gerusalemme Est/Ovest; e si percepisce come tra le sue vie il conflitto scorre eterno e inarrestabile: abitarci non è attraente.Eric Salerno era intervenuto sollecitato da OGzero sul ruolo di Israele nelle guerra ucraina e in questa intervista spiega meglio la sua adesione a un documento di riconosciuti maestri del reportage da zone di guerra che stigmatizzano il modo raffazzonato e propagandistico con cui vengono riportati gli eventi della guerra in Ucraina in modo palesemente schierato, senza controllo della notizia né di ciò di cui si è testimoni.
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Narrando quel non-detto che i libanesi non sanno raccontarsi
In Libano il costo della benzina è il più caro al mondo: 4 dollari al litro. Con questa notazione iniziale Lorenzo Forlani già pone le basi per riannodare gli eventi di questi ultimi due anni che hanno caratterizzato la nuova crisi libanese, che sta sfociando nelle stesse conseguenze viste negli anni Settanta, dopo i fatti del 14 aprile del 1975. Un’inquietante iterazione è il primo teatro dello scontro aperto tra maroniti di Geagea (filosaudita) e Hezbollah e Amal, che il 14 ottobre ha causato 7 morti. La recrudescenza affonda le proprie radici nell'esplosione al porto di Beirut dell’agosto dell'anno scorso, quando i morti furono 219: i fatti sono collegati perché i partiti sciiti hanno ricusato il giudice che conduce le indagini e contro di lui stavano manifestando quando i cecchini maroniti hanno cominciato a sparare sulla rotonda Tayyoune al passaggio del corteo sciita. Fin qui le polarizzazioni tribali e confessionali. Un equilibrio fondato però come sempre su un sistema economico preciso.I problemi come dicevamo sono infatti economici (il fallimento dello stato è acclarato tecnicamente da 20 mesi, il sistema bancario della Svizzera del Medio Oriente aveva un buco di 4,7 miliardi nel 2015, ma è soprattutto il sistema libanese ad avere una scarsa capacità di esportazione di beni, essendo sostanzialmente una piazza “finanziaria”, con un cambio forzatamente agganciato al dollaro americano) Quei problemi avevano scatenato la rivolta del Movimento interreligioso, gioioso, che della sua rabbia – proveniente da tutte le classi sociali – aveva fatto un’adrenalinica possibilità di espressione comune e che due anni fa aveva fatto sperare in un cambiamento ormai soffocato dai bisogni primari – a partire dal costo di internet; ora il problema della sopravvivenza è molto peggiorato con più di metà della popolazione sotto la soglia di povertà. E questo impedisce di potersi anche ribellare.Ma il sospetto è che alcune fazioni, con l'appoggio di potenze straniere, abbiano ricercato di scardinare l’equilibrio precario su cui si regge il sistema libanese con l'intento di indebolire l’influenza dell’Iran sulla Mezzaluna sciita, in previsione della ripresa del negoziato Jcpoa. E qui si intreccia il nuovo caso del ministro dell'informazione Kordahi, un guitto nella precedente esistenza, che dice ciò che tutti sanno e cioè attribuisce le responsabilità della strage genocida in Yemen ai sauditi, per venire ostracizzato (e probabilmente deposto)... una riedizione in sedicesimo della rieducazione lampo di Hariri, trattenuto a Ryad quando era premier. In Libano non si vuole risolvere il problema del confessionalismo e dell’affiliazione militante, fideistica ai partiti e ai loro padrini esteri, bensì si vorrebbe soltanto eliminare il fideismo di una fazione, compiacendo l'asse Washington, Ryad... Tel Aviv.Va analizzata tutta questa messe di eventi e condizioni di partenza locali, insite alla cultura e alla società libanese per poter avere un quadro della complessità di intrecci e di interessi interni ed esterni: per poter evitare di continuare a tenere uno sguardo filtrato dalle abitudini occidentali abbiamo chiesto a Lorenzo Forlani, fine conoscitore della realtà libanese di accompagnarci a comprendere come avvicinarsi alle Storie libanesi, che i libanesi stessi si negano, perché non esiste una storia ufficiale della Guerra civile. E tutto è molto più complesso delle semplificazioni e dei non-detti a cui siamo abituati.Interessante approfondire anche qui:https://open.spotify.com/episode/3Gsh8SgITVyWNHYcfcJR5Ohttps://volerelaluna.it/mondo/2020/02/18/accade-in-libano/https://pagineesteri.it/2021/11/06/pagine-esteri-tv/video-reportage-dal-libano-dentro-la-crisi-economica-e-sociale/https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/11/06/libano-sotto-il-tiro-delle-ingerenze-saudite-0143697
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La Guerra dei più fronti a cui guardano tanti avvoltoi
I nemici della Palestina hanno avviato un'altra volta un conflitto asimmetrico, mettendo in conto massacri di popolazione civile per biechi calcoli elettorali, completamento dell'occupazione dell'intero territorio dei palestinesi, contando anche sui calcoli di un po' tutti gli attori in campo. Netanyahu deve impedire la nascita di un governo che lo estrometta dal potere per non finire in galera; Hamas si propone come unico tentativo di argine allo strapotere diplomatico-militare; Abu Mazen rinvia le elezioni che perderebbe sicuramente; i coloni spingono per completare il sogno sionista; i media mondiali pensavano di poter raccontare come al solito la versione dell’“unica democrazia mediorientale” e così è cominciata la mattanza e sugli schermi televisivi vengono giù grattacieli, quei cieli solcati da razzi che fanno anche male, al contrario di quello che è capitato nelle guerre israeliane, segno che Iran e Turchia n qualche modo partecipano.Ma il vero tratto di novità è dato da un lato dal racconto dei fatti attraverso i social media che scoperchiano le bugie consuete delle veline dei media mainstream e forse di conseguenza in parte di qui sorge l'altra grossa novità: le città in genere tranquille e non toccate dalle guerre passate (San Giovanni d'Acri, Haifa...), abitate da una cittadinanza mista descritta come convivente pacificamente, tanto che vengono giù i cristalli delle vetrine (perlopiù arabe, ma il pogrom è attribuito all'intolleranza palestinese), ci sono casi di linciaggi, si confrontano squadracce di destra ultraortodosse. Insomma stavolta le bombe non cadono solo su Gaza, ma con le affannose provocazioni delle ultime due settimane (squadracce della destra ultraortodossa, gestione della piazza, cariche sulla Spianata in pieno ramadan...) hanno improvvidamente innescato una guerra civile interna a Israele. Netanyahu ha probabilmente centrato l'obiettivo di non lasciare il governo, ma sicuramente con questa aggressione si sono svuotati di contenuti gli Abraham Accords ottenuti con la gestione Trump.Abbiamo cercato di analizzare i vari aspetti del conflitto con Amedeo Rossi
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Turbolenze e alleanze contrapposte tra Mediterraneo e Golfo
Abbiamo chiesto a Michele Giorgio di farci un quadro della condizione politica e geopolitica dell'area mediorientale regolata dagli interessi israeliani e per la vita dei palestinesi, che si vedono aggrediti e feriti da raid squadristi di giovani fascisti ebrei, di cui nessuno parla a livello di media mainstream, pur esistendo filmati diffusi in twitter.A cominciare dall'Iran e dagli irrevocabili segnali di distensione dell'amministrazione Biden che annovera tra i suoi uomini di spicco quegli stessi che avevano curato per Obama la trattativa con gli ayatollah; Israele non può certo stare a guardare la trattativa e infatti interviene in ogni modo possibile, non solo attraverso il Mossad, pur avendo ormai chiaro che l'era trumpiana è conclusa e il ritorno al tavolo del Jcpoa è scontato, quindi l'obiettivo è almeno tirare sul prezzo. Anche se l'opzione militare per Netanyahu rimane sempre sul tavolo e al termine del mandato di Trump ci si era andati molto vicino; e ancora adesso Israele spera nell'incidente bellico, proseguendo con le provocazioni, nonostante anche gli interessi delle altre potenze spingano per mettere fine alle tensioni nel Golfo; Michele in questo intervento aveva accennato a postazioni iraniane in Siria e da lì nella notte successiva a questa registrazione sono partiti razzi diretti al nucleare israeliano di Dimona, caduti a una trentina di chilometri dal reattore israeliano; un messaggio dall'Iran. Nonostante Biden e i suoi uomini siano indubbiamente filoisraeliani hanno dovuto far capire al governo di Tel Aviv di darsi una calmata per evitare che la strategia possa subire battute d'arresto. Come già rilevava Marina Forti Tehran è riuscita a riconvertire la propria economia aggirando in larga parte le sanzioni e ha stretto accordi con la Cina, avvicinandosi alla sua sfera di influenza e Michele Giorgio ci conferma l'esistenza di accordi sino-iraniani a lunga scadenza, sancendo l'inefficacia della politica sanzionatoria statunitense. Infatti è previsto per i primi mesi del 2022 un accordo definitivo sul nucleare iraniano, ma già a maggio dovrebbe venire siglato un primo accordo secondo le previsioni di Washington.Altro argomento affrontato è l'enorme business delle armi tra paesi del Mediterraneo orientale, che coinvolgono Grecia, Cipro, Emirati (e Sauditi, a gettare nuova luce sui criteri che informano realmente gli Abraham Accords), una sorta di rimodulazione di alleanze, scambi, traffici, occupazione di tratti di mare e contratti petroliferi... dove Israele si propone come garante, forte della sua potenza militare, per la sicurezza di chi vorrà essere suo alleato. Una fazione che si contrappone agli interessi dell'inedito ticket Egitto-Turchia: non è una sorpresa l'offerta greca di batterie di missili in questo coinvolgimento strategico di monarchie sunnite del Golfo con paesi del Mediterraneo orientale.Passando alle questioni interne, oltre agli episodi di aggressioni da parte di giovani israeliani ai danni di lavoratori palestinesi che lavorano nella parte ebraica di Gerusalemme, è in corso anche una quotidiana rivendicazione con arresti e scontri dall'inizio del ramadan per ottenere l'accesso alla spianata di al-Aqsa: importante è che questa situazione dimostra come la città rimanga una città divisa, nonostante i riconoscimenti americani della giurisdizione israeliana. Gerusalemme è divisa, un conflitto che non è concluso e archiviato dalla Storia, ma che al contrario va di nuovo affrontato e aggiornato... e su questa divisione va a incidere anche la negazione da parte delle autorità israeliane di consentire la partecipazione alle elezioni palestinesi (e contrastate) dei palestinesi di Gerusalemme Est. Un'elezione contrastata pure dall'Autorità stessa che le ha indette dopo 15 anni, perché Marwan Barghouti, il più popolare degli ergastolani palestinesi, sarebbe il quasi sicuro vincitore delle presidenziali e le legislative, con sondaggi contrastanti tra Hamas e Fatah.
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Il Sudan è la preda maggiore degli Abraham Accords, perché è stata tra le nazioni più avverse a Israele; la condizione economica e il superamento dell’era al-Bashir rendevano il paese del Sahel una succulenta preda delle lusinghe israeliane: infatti si è aggiunto agli Emirati e al Barhein, in un momento di particolare esposizione economica dovuta anche al prezzo del petrolio ai minimi storici
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I Bastioni di Orione
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