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Good morning privacy!

Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.Senza dire che anche gli algoritmi ne sono straordinamente golosi, direi voraci.Ecco perché dedicare tre minuti al giorno alla privacy potrebbe essere una buona idea, il tempo di un caffè veloce, un buongiorno e niente di più, per ascoltare una notizia, un'idea, un'opinione o, magari, per sentirti cheiedere cosa ne pensi di qualcosa che sta accadendo a proposito di privacy e dintorni.Non una rubrica per addetti ai lavori, ma per tutti, un esercizio per provare a rendere un diritto popolare, di tutti e per tutti, centrale come merita nella nostra esistenza.

  1. 391

    Basta un dito per proteggere la privacy dei nostri figli

    Se proprio non sappiamo resistere alla tentazione di pubblicare le loro foto, basta un dito per proteggere la privacy dei nostri figli Oggi nessuna notizia di attualità per iniziare la giornata ma un consiglio utile, anzi, secondo me prezioso, per tutti ma, in particolare, per noi genitori. Pubblicare le foto dei nostri figli è spesso una tentazione irresistibile. Lo si fa di continuo. Il primo bagnetto, il primo giorno di scuola, il compleanno e chi più ne ha più ne metta. È una pessima abitudine ma è dura a morire. Quindi in attesa di riuscire a sconfiggerla vale, forse, la pena provare a limitarne le conseguenze. La sigla e vi racconto come. [—] La necessaria premessa è questa: pubblicare online una foto dei nostri figli non è una buona idea, anzi, se mi si consente un abuso di schiettezza è davvero una pessima idea. Le ragioni sono tante. Ve ne racconto tre. La prima è che non dovremmo mai dar per scontato che crescendo i nostri figli siano felici della nostra scelta di condividere le loro immagini da bambini con il resto del mondo ma, a quel punto, tornare indietro potrebbe essere – e nella più parte dei casi sarà – impossibile. Mentre, infatti, ci vuole un attimo a pubblicare un contenuto online, una vita può non bastare per renderlo di nuovo privato. E iniziano a moltiplicarsi in giro per il mondo le azioni proposte da ex bambini, divenuti adolescenti, nei confronti di genitori, zii e persino nonni, perché cancellino le loro foto dai social network perché non vogliono, per esempio, che quella foto del loro primo bagnetto o della loro prima corsetta in costume sulla spiaggia rappresenti il loro biglietto da visita nel primo giorno di liceo. La seconda è che, sfortunatamente, con l’intelligenza artificiale che avanza, ormai, chiunque, in pochi tap sullo schermo di uno smartphone può prendere da una foto che abbiamo pubblicato online pieni di orgoglio materno o paterno il viso dei nostri figli e trasformarlo in quello di pornoattore o di una pornoattrice destinato a soddisfare gli appetiti più malati e perversi di quella parte di umanità disumana che ci piacerebbe non esistesse ma, invece, esiste. Capita molto più spesso di quanto si possa immaginare. La terza è che le foto che pubblichiamo e il loro sfondo – magari con la targa della scuola frequentata dai nostri figli o il campetto dove giocano a pallone – potrebbero fornire indicazioni preziose a quella stessa umanità disumana che potrebbe volerli adescare. E, anche questo, purtroppo, la cronaca racconta che succede, succede e ancora succede. Ma se nonostante queste e le tante altre ragioni che suggeriscono di non farlo non sappiamo resistere dal pubblicare online la foto dei nostri figli, almeno, sfochiamo i loro visi. Farlo è facilissimo. Sull’iphone, dalla versione IOS18 in avanti – e, quindi, senza bisogno di avere l’ultimo modello – basta un dito e una manciata di secondi. Si fa così. Si sceglie la foto che non si sa resistere alla tentazione di pubblicare. Si va su “modifica” e quindi su “ripulisci”. A questo punto si cerchia il viso con un dito. L’intelligenza artificiale di Apple fa il resto e sfoca il volto di nostra figlia o nostro figlio rendendo impossibile per chiunque, dopo la pubblicazione, visualizzare il suo volto. È facile, costa poco tempo, garantisce un risultato ragionevole – anche se non il massimo – in termini di bilanciamento tra la spinta a pubblicare quella foto e l’esigenza di proteggere la privacy dei nostri figli e lasciare, come dovrebbe venirci in realtà naturale, che divenuti capaci di farlo siano loro a scegliere in autonomia dove tracciare la linea di confine tra le dimensioni pubblica, privata e segreta della loro esistenza. Pochi secondi, un dito e, certo, la rinuncia a far veder al mondo intero il sorriso dei nostri figli. È il prezzo di una scelta giusta o, almeno, meno sbagliata di quella che in tanti, da genitori, facciamo spesso. Buona giornata e good morning privacy!

  2. 390

    Basta schiavi dei nostri tap sugli smartphone

    Ci sono due notizie rimbalzate nei giorni scorsi online che suggeriscono una riflessione amara ma necessaria.La prima è la decisione del Governo indiano di chiedere alle aziende di e-commerce istantaneo di smettere di promettere ai propri utenti consegne in dieci minuti.La seconda sono le rivelazioni di un ingegnere informatico che racconta di aver lavorato sin qui una grande società di consegne a domicilio e di essersi licenziato per una sorta di obiezione di coscienza.Entrambe le storie hanno la stessa morale: il lusso che ci piace a tutti di ordinare qualsiasi cosa restando seduti sul nostro divano attraverso un tap sullo schermo dello smartphone sta assumendo dei costi sociali insostenibili per le centinaia di milioni di persone che lavorano nel settore.La sigla e ve ne parlo per qualche minuto.Nel resto del mondo la tendenza non ha ancora preso così tanto piede ma nelle grandi città indiane sembra, ormai, irreversibile: si ordina un prodotto, uno qualsiasi, da una playstation a del cibo e ci si aspetta di vederselo consegnare in dieci minuti anche perché tanto promettono una serie di aziende specializzate in questo genere di e-commerce istantaneo.Ma, naturalmente, mantener fede a una promessa del genere, significa far correre fino allo sfinimento i propri corrieri senza riguardo alle condizioni atmosferiche, al traffico, allo stress e alla stanchezza.È per questo che il Governo indiano ha appena chiesto alle leader di questo settore di mercato di ripensare il modello di business, di smettere di promettere consegne tanto rapide, di rispettare di più i lavoratori e farli rischiare di meno lungo le strade delle grandi città.Il lusso di chi ordina, infatti, è diventato un costo insostenibile per i lavoratori che devono consegnare l’ordine.E non succede solo in India e non succede solo con il commercio elettronico istantaneo.Negli Stati Uniti, infatti, nei giorni scorsi una gola profonda ha denunciato una serie di pratiche algoritmiche disumane che sembrerebbero diffuse nel settore delle consegne a domicilio.Una su tutte, tanto per evitare che il caffè diventi lungo.Uno dei parametri utilizzati dall’algoritmo che gestisce l’assegnazione delle corse ai rider sarebbe questo: se un rider, in una stessa serata, accetta un certo numero di corse di modesto o modestissimo valore, lo si contraddistingue come “disperato” e, da quel momento in poi non gli si propongono più corse meglio pagate.La ratio è tanto semplice quanto disumana e disumanizzante: se è disposto a correre e lavorare tanto per un pugno di dollari, perché pagargliene di più?Un ragionamento che, probabilmente, per la società che gestisce l’applicazione vale una significativa impennata dei guadagni e un’ottimizzazione nella gestione delle risorse umane ma che, evidentemente, non ha niente ma proprio niente a che fare con la dignità delle persone e dei lavoratori.Due storie lontane, due storie diverse, due storie che suggeriscono, certamente, di puntare l’indice e di indirizzare un duro j’accuse all’industria del settore ma, al tempo stesso, due storie che dovrebbero impedirci di autoassolverci, di sentirci innocenti, di sottrarci alle nostre responsabilità.In fondo se le cose stanno andando come stanno andando, con persone trattate da autentici schiavi anziché da madri, padri, figlie, figli, persone, insomma, in carne ed ossa, la colpa è anche nostra e di lussi e privilegi digitali talvolta stupidi ai quali, forse, potremmo rinunciare.Perchè in fondo attendere trenta minuti anziché dieci per ricevere una playstation a casa non ci cambia la vita.Come non ce la cambia fare lo sforzo – si fa per dire – di pensare a quello che avremmo voglia di mangiare a cena trenta minuti prima.Insomma se ciascuno di noi facesse un piccolo passo indietro nelle proprie aspettative digitali, potrebbe contribuire a fare un grande passo avanti alla dignità di centinaia di milioni di lavoratori della gig economy oggi calpestata e travolta dalla ferma volontà del mercato di soddisfare ogni nostro desiderio e capriccio.Buona giornata e, come sempre, good morning privacy!

  3. 389

    Sbaglia anche Dr. Google! Bisogna correre ai ripari in fretta.

    Domenica scorsa, a seguito di una bella inchiesta giornalistica del The Guardian, Google ha impedito al suo AI Overview -il riassunto generato artificialmente che da un po' compare in cima ai risultati delle ricerche nel tentativo di soddisfare il più rapidamente possibile la curiosità degli utenti – di rispondere a alcune domande, in particolare, su alcuni valori delle analisi del sangue relativi a possibili patologie epatiche.I giornalisti del The Guardian avevano, infatti, denunciato la circostanza che talune di queste risposte erano sbagliate e fuorvianti e avrebbero potuto ingenerare gravi errori sulle condizioni di salute degli utenti.Bene lo stop di Google – che, pure, sostiene di aver agito prudenzialmente ma di non esser certa dell’erroneità delle risposte della sua intelligenza artificiale -, non benissimo e, comunque, francamente, non credo il problema possa esser affrontato e risolto in maniera episodica.Ma ve ne parlo dopo la sigla.—-Dr. Google esiste da quando esiste Google.Era il 1998.È da allora che ci siamo abituati a consultarlo, tra l’atro, sulle nostre condizioni di salute, sulle diagnosi e sulle terapie.E, però, fino a qualche mese fa la risposta è sempre stata un lungo elenco di link a fonti più o meno autorevoli tra le quali navigare alla ricerca di informazioni capaci di soddisfare i nostri interessi e la nostra curiosità.Con OverviewAI è cambiato tanto se non tutto perché Google ha iniziato a usare l’intelligenza artificiale per generare una sintesi editoriale del contenuto delle principali fonti proposte tra i risultati della ricerca.Obiettivo: semplificarci ancora di più la vita, farci risparmiar tempo, fornirci risposte piu1 centrate rispetto alla domanda senza imporci di andarle a cercare in infinite, per quanto autorevoli, pagine web.Molto nobile e molto bello ma soprattutto indispensabile in termini competitivi davanti a quello che stava accadendo: frotte di utenti che stavano smettendo di interrogare il motore di ricerca più famoso del mondo e iniziando a interrogare ChatGPT, l’intelligenza artificiale più popolare del momento perché, naturalmente, siamo tutti pigri e, sfortunatamente, preferiamo una risposta sintetica e preconfezionata che dover navigare in un lungo elenco di risultati della ricerca.Meglio ChatGPT che Google insomma e, pazienza, per l’accuratezza della risposta, pazienza se l’intelligenza artificiale non è nata per far sintesi accurate specie in taluni ambiti, pazienza se l’errore è sempre in agguato, pazienza se OpenAI non è l’editrice di una blasonata enciclopedia.Questo è accaduto in tutti gli ambiti dello scibile umano, salute inclusa.Anche perché, altrimenti, lo studio medico del Dr. Google si sarebbe svuotato a tutto vantaggio di quello del Dr. ChatGPT perché chi ha appena fatto un’analisi del sangue e vuole sapere se sta bene senza attendere di vedere il medico, avrebbe preferito di gran lunga la risposta sintetica e preconfezionata di ChatGPT che il lungo elenco di link di Google.Ma, come si dice spesso, la sintesi è nemica dell’analisi e, soprattutto, la sintesi è un’attività creativa, difficile, complessa con la naturale conseguenza che sbagliare facendo sintesi è possibile, facile, in alcuni ambiti – a cominciare proprio da quello medico – frequente.E quando si sbaglia a leggere un’analisi medica, a proporre una diagnosi a suggerire una terapia le conseguenze possono essere gravi e gravissime.Gli utenti, sfortunatamente, tendono a credere all’onniscienza dell’intelligenza artificiale e a fidarsene persino quando la stessa intelligenza artificiale suggerisce loro di interpellare un medico.È qui che sta il problema che non è episodico ma sistemico e non si può risolvere con l’eliminazione di alcune risposte sbagliate suggerite come tali da un’inchiesta giornalistica.Io non credo che un’intelligenza artificiale di tipo generativa come quella di Google o OpenAI, ma lo stesso vale per qualsiasi altro concorrente, possa dare indicazioni mediche di qualsivoglia genere se non dopo che il servizio venga testato, collaudato, certificato come dispositivo medico.Non mi pare sostenibile ulteriormente che progettare, produrre e distribuire un termometro o un test di gravidanza sia più complicato e richieda maggiori tutele che distribuire sul mercato soluzioni di intelligenza artificiale capaci di fatto, di sostituirsi a un medico, proponendo diagnosi e terapie.Voi che ne pensate?Buona giornata e good morning privacy!

  4. 388

    Tra moglie e marito non mettere ChatGPT

    Decidono di sposarsi e chiedono a un amico che li conosce bene di celebrare il matrimonio per rendere la cerimonia più intima e romantica.Lui accetta ma non avendo mai celebrato un matrimonio chiede a ChatGPT di scrivergli il discorso che avrebbe dovuto pronunciare, promesse e obblighi che avrebbe dovuto chiedere ai due promessi sposi di assumere.Detto fatto.O, meglio, chiesto e scritto da ChatGPT.Ma non è tutto oro quello che luccica e non son sempre nozze quelle che sembrano esserlo.Lo racconta bene una storia che rimbalza da un Tribunale olandese.Se vi interessa ascoltate il podcast.Ma dopo la sigla[SIGLA]L’ufficiale dell’anagrafe che avrebbe dovuto trascrivere il matrimonio nel registro dello stato civile per renderlo valido leggendo promesse e obblighi assunti dagli sposi o, meglio, dai due sfortunati che pensavano di essersi sposati ha notato che qualcosa non andava e ha, quindi, chiesto ai Giudici di verificare se il matrimonio potesse essere registrato.Nei giorni scorsi è arrivata la risposta.Un fermo, per quanto dispiaciuto, no.Il discorso pronunciato dall’amico della coppia incaricato e autorizzato a officiare il matrimonio e, soprattutto, le promesse e gli obblighi assunti dai due nubendi erano difformi da quanto previsto dal codice civile olandese.Impossibile, sulla base di quel che si sa, dire se per colpa del prompt ovvero della richiesta con la quale l’amico dei due ha chiesto a ChatGPT di aiutarlo a trovare le parole giuste per dichiararli marito e moglie e unirli in matrimonio o per colpa di ChatGPT ma fatto sta che le parole pronunciate, tanto dall’officiante che dai due promessi sposti, non sono state quelle giuste.Romantiche e divertenti più del solito certamente si.Valide a norma di legge per unire due persone in matrimonio certamente no.E, in fondo, cuore e romanticismo a parte, il matrimonio è un contratto che senza le formule di rito non può considerarsi valido.Inutile la difesa della coppia che ha, naturalmente, confermato ai giudici la serietà delle intenzioni e l’ignoranza delle mancanze nelle quali erano incorsi e inutile anche l’invito rivolto ai Giudici a non cancellare con una sentenza la data delle loro nozze, scelta tra tante possibili e alla quale erano affezionati.Comprendiamo tutto, comprendiamo bene ma dura lex sed lex hanno risposto i Giudici olandesi costringendo i due a celebrare, anche se solo per esigenze di forma, un nuovo matrimonio in municipio.Vicenda più da sorriso del mattino che da sottili riflessioni giuridiche anche se, forse, una considerazione la suggerisce.Stiamo, evidentemente, acquisendo così tanta fiducia nell’intelligenza artificiale e in particolare, in questo caso, in quella generativa da affidarle compiti sempre più rilevanti per le nostre vite e per quelle di chi ci sta vicino.Ma la fiducia cieca in strumenti e servizi che per quanto possano apparire capaci di soddisfare ogni nostra richiesta come se stessimo strofinando la lampada di Aladino sono nati con ambizioni più modeste e dovrebbero, essenzialmente, esser usati per mettere in fila parole in maniera statisticamente lessicalmente corretta è, spesso, mal riposta.I due sposi olandesi e il loro amico, certamente, non dimenticheranno la lezione tanto facilmente.Ma dobbiamo farla nostra anche noi.Bene usare l’intelligenza artificiale generativa ma solo per far prima in domini nei quali siamo in condizione di poter verificare il contenuto che genera, insomma, ricordando che magari sa scrivere bene e velocemente ma non è la grande saggia che talvolta pensiamo che sia.Oggi un caffè leggero.Buona giornata e good morning privacy.

  5. 387

    Morire d’amore per un chatbot

    Nel febbraio del 2024 un ragazzino americano di quattordici anni si è ucciso sparandosi un colpo di pistola in testa dopo aver allacciato una lunga relazione con un chatbot creato attraverso CharacterAI.Nei giorni scorsi la causa promossa dalla mamma davanti ai Giudici della Florida contro Character AI e Google è stata chiusa con una transazione.È una storia che merita qualche riflessione.La sigla e ne parliamo.Leggere l’atto di citazione con il quale Megan Garcia, la mamma del ragazzo morto suicida aveva chiesto ai Giudici di Orlando, in Florida di accertare la responsabilità di CharacterAI e Google nella morte del figlio e condannarle al risarcimento dei danni è un esercizio dolorosissimo ma prezioso perché racconta di una storia normale a dispetto del tragico epilogo.Quella di Sewell, così si chiamava il figlio quattordicenne che non c’è più è, infatti, probabilmente una storia eguale a quelle di milioni di altri bambini e adolescenti, storie delle quali, magari, da adulti, non ci rendiamo conto, non ci accorgiamo o non percepiamo con la necessaria urgenza e gravità proprio come accaduto a Megan Garcia.Sewell, in pochi mesi, aveva stretto una vera e propria relazione sentimentale e sessuale con un chatbot generato attraverso i servizi di CharacterAI, una relazione della quale non era più in grado di fare a meno, una relazione che lo aveva profondamente cambiato tanto nel rapporto con i genitori tanto in quelli a scuola e con gli amici.Questo la mamma, in qualche modo, lo aveva intuito tanto da portare il figlio da uno psicologo che aveva confermato i suoi sospetti.Nessuno però aveva immaginato e, forse, avrebbe potuto immaginare che la condizione di dipendenza del ragazzino nei confronti del chatbot era tanto profonda da impedirgli di farne a meno, da costringerlo a rinunciare alle merende per pagare il canone dei servizi di abbonamento premium necessari a avere conversazioni sentimental-sessuali con il suo amore artificiale, tanto, quando la mamma nella speranza di aiutarlo gli ha tolto il telefonino, da portarlo a fare ogni genere di tentativo per ritrovarlo o collegarsi al chatbot diversamente e, poi, vistosi perso, chiudersi in bagno, scambiare poche parole proprio con il chatbot in questione attraverso lo smartphone momentaneamente ritrovato e, quindi, spararsi un colpo di pistola in testa.Il giudizio non accerterà mai se e quali responsabilità effettive siano imputabili a chi ha progettato, gestito e distribuito il servizio utilizzato da Sewell perchè, appunto, le parti, nei giorni scorsi, hanno raggiunto un accordo transattivo i cui termini non sono stati resi noti.E, però, noi, da adulti, da genitori, da istituzioni qualche domanda dobbiamo porcela perché quello che è successo a Sewell domani potrebbe accadere a chiunque altro, a un altro bambino, un altro adolescente, a una nostra figlia o a un nostro figlio.Tra queste domande, una delle più importanti, probabilmente, riguarda la sostenibilità dell’idea – sin qui imposta da industria e mercato – che chatbot di questo genere, chatbot che si presentano come capaci di esserci amici, fidanzate, amante e psicoterapeutici possano essere, sostanzialmente, utilizzabili da chiunque, a prescindere dall’età e, quindi, anche da bambini e adolescenti.È davvero accettabile?Perché la cronaca, purtroppo, racconta che in giro per il mondo ci sono già decine di casi di adulti che si sono tolti la vita all’esito di relazioni di diverso genere con chatbot di ogni tipo ed è facile capire che se quel genere di relazioni è pericolosa per un adulto non può che esserlo ancora di più per un bambino o per un adolescente.E, forse, non è un caso che l’accordo transattivo arrivi proprio mentre in California, dove hanno sede CharacterAI e Google, entra in vigore la prima legge al mondo che impone, tra l’altro, alle aziende che forniscono servizi di chatbot di verificare l’età degli utenti e di limitare in maniera straordinariamente rigorosa ogni possibilità che i chatbot in questione abbiano conversazioni di tipo sessuale con i più giovani.Varrebbe, forse, la pena, senza attendere un’altra tragedia come quella di Sewell, seguire l’esempio californiano.È ovvio che non è solo una questione di età ma, al tempo stesso, non c’è dubbio che tenere i più piccoli lontani da certi rischi insostenibili potrebbe essere un buon inizio.Buona giornata e, come sempre, good morning privacy.

  6. 386

    La privacy vince sulla violenza mediatica anche in guerra

    In Italia la notizia l’hanno battuta in pochi e, forse, non c’è da sorprendersi: la BBC, il servizio pubblico televisivo inglese, uno dei laboratori più blasonati di giornalismo di qualità, nei giorni scorsi ha raggiunto un accordo transattivo con una famiglia israeliana dopo averne violato la privacy.La famiglia, attaccata da Hamas il 7 ottobre 2023 aveva citato l’emittente televisiva in Tribunale dopo che una troupe era entrata nella sua abitazione, subito dopo l’attacco al quale era miracolosamente sopravvissuta e aveva ripreso scene di disperazione e sconforto facilmente immaginabili, oggetti e foto personali e personalissimi.La sigla e ne parliamo"Non solo i terroristi hanno fatto irruzione in casa nostra e hanno cercato di ucciderci – hanno detto i sopravvissuti all’attacco - ma poi la troupe della BBC è entrata di nuovo, questa volta con una telecamera come arma, senza permesso o consenso. È stata un'altra intrusione nelle nostre vite. Sentivamo che tutto ciò che era ancora sotto il nostro controllo ci era stato portato via.".Sono parole che rendono meglio di tante altre l’idea di quanto valga o, almeno, dovrebbe valere l’intimità, la privacy, la riservatezza per ciascuno di noi e quanto rispettarla debba, o, almeno, dovrebbe essere un dovere di tutti a cominciare da chi fa informazione.Una famiglia appena sopravvissuta alla violenza di granate lanciate dai terroristi contro la porta di casa che vive come analoga e, anzi, forse ancora più prepotente e violenta, la violazione della propria intimità commessa da una troupe televisiva entrata, senza alcun permesso, dentro quella stessa casa.E una troupe televisiva, di un’emittente simbolo del giornalismo di qualità che, per raccontare una scena di guerra, di inaudita violenza, usa altrettanta violenza.Disumanità dopo disumanità.Inciviltà dopo inciviltà.Una sequenza di episodi che non avrebbe mai dovuto trovare spazio nella storia dell’umanità.Ma, forse, anche una sequenza di episodi che può insegnarci molto a condizione di non lasciarcela scivolare addosso come una notizia qualsiasi, una di quelle che contano di meno, una di quelle da consegnare in fretta agli archivi storici dei giornali.Anche e soprattutto in un momento nel quale, ovunque nel mondo, Italia inclusa, si fa sempre più fatica a tracciare la linea di confine tra giornalismo, anche d’inchiesta e la protezione della privacy delle persone.Il diritto di cronaca non è un diritto assoluto proprio come non lo è il diritto alla privacy e, quindi, neppure il sacrosanto diritto-dovere di raccontare gli orrori di un’autentica guerra giustificano la violazione dell’intimità della casa di un’intera famiglia, bambini inclusi, appena scampata a un attacco terroristico.È una lezione che la BBC ha fatto propria in fretta, rinunciando a difendere in Tribunale l’idea che la propria missione informativa fosse una valida giustificazione per entrare, telecamere alla mano, dentro casa della famiglia senza neppure aver chiesto permesso.Quella storia si poteva – e, anzi, forse, si doveva – raccontare senza violare la privacy di quella famiglia o chiedendo e ottenendo il consenso a entrare dentro quella casa o non raccogliendo e trasmettendo quelle immagini di ordinario disumano dolore che, purtroppo, ormai, aggiungono poco all’orrore di quella guerra.E c’è da augurarsi che sia una lezione che anche chi fa giornalismo nel resto del mondo, a cominciare da casa nostra, impari in fretta e per davvero.Non c’è ragione per vedere nella privacy una nemica del buon giornalismo, proprio come il buon giornalismo non è nemico della privacy.Un equilibrio è possibile.E, in fondo, anche se pochi lo ricordano, il diritto alla privacy, quello teorizzato per la prima volta nel 1890 da Warren e Brandeis nel loro saggio sulla Harvard Law Review, nasce proprio come reazione a una serie di articoli pubblicati sul giornale addirittura di quel Joseph Pulitzer che sarebbe presto diventato il nome simbolo del miglior giornalismo possibile, a conferma, probabilmente, del fatto che privacy e informazione sono diritti complementari, simbiotici, alleati, capaci di migliorarsi a vicenda e, insieme, rendere migliore la vita delle persone e delle nostre democrazie.

  7. 385

    Informazione: è cambiato tutto e tutto cambierà ancora

    Il Pew Research center ha pubblicato, qualche settimana fa, una ricerca straordinariamente istruttiva sul rapporto tra giovani, meno giovani e anziani e l’informazione negli Stati Uniti d’America.Ma difficile pensare che da questa parte dell’oceano, nella società globalizzata nella quale viviamo, le cose siano particolarmente diverse.Le differenze tra il consumo di informazione tra le persone di età compresa tra i 18 e i 29 anni e gli ultrasessantacinquenni sono decisamente tante e importanti.La sigla e proviamo a mettere in fila qualche numero.[sigla]La conclusione, probabilmente, più importante di tutte quelle a cui approda la ricerca sarà, magari, per molti scontati: i più giovani si informano sempre meno dal 2016 ad oggi e, soprattutto, enormemente di meno dalla popolazione più anziana.E, soprattutto, mentre i più anziani ricercano attivamente l’informazione, i più giovani, nella migliore delle ipotesi, si lascia raggiungere dall’informazione in modalità sostanzialmente passiva.Tanto per dare qualche numero: il 62% degli ultrasessantacinquenni si informa attivamente contro un appena 15% che fa altrettanto tra gli ultra diciottenni e infra ventinovenni.Inutile, probabilmente, aggiungere che la stragrande maggioranza dei più giovani si informa o, forse, meglio, si lascia informare dai socialnetwork con Tik Tok e Instagram in testa.E, naturalmente, è vero anche il contrario con il doppio degli anziani rispetto ai più giovani davanti al televisore.Qui c’è spazio per una riflessione interessante perché in fondo la ricerca suggerisce che le diete mediatico-informative sono stabilite da soggetti diversi a seconda l’età dei fruitori delle notizie: ancora largamente la televisione nel caso degli ultrasessantacinquenni, appunto i social nel caso dei diciottenni, infra ventinovenni.La ragione è presto detta.L’informazione sui social network corre più veloce e, soprattutto è proposta ai più giovani dai loro beniamini digitali che, ormai chiamiamo tutti influencer.Lo fanno in quattro su dieci tra i 18 e i 29 anni.Al di fuori dei social media, non esiste nessun'altra piattaforma digitale per il consumo di notizie in cui gli adulti sotto i 30 anni siano così costantemente diversi da tutti i gruppi di età più anziani.Gli stessi chatbot basati sull’intelligenza artificiale dei quali pure si parla tantissimo come dei prossimi protagonisti indiscussi della dieta mediatica del mondo intero sembrano dover fare ancora tanta strada prima di poter insidiare il primato dei socialnetwork.I giovani sono leggermente più propensi rispetto ai più anziani ad affermare di ricevere notizie tramite chatbot basati sull'intelligenza artificiale (13%), ma la percentuale di coloro che ricevono notizie in questo modo è ancora relativamente piccola rispetto ad altre piattaforme digitali.Un’altra differenza importante tra più e meno giovani si registra sul versante dell’affidabilità delle fonti: i più giovani si fidano enormemente di più dei social network che dei media tradizionali.Ancora una volta un’osservazione che appare significativa.Niente privacy oggi anche se, in realtà, dietro a tutto il mondo dell’informazione digitale i dati personali ci sono e come e hanno anche un ruolo di indiscussi protagonisti perché, alla fine, che si parli dei social, dei chatbot o dei giornali, sono tutti li a contendersi l’unica cosa che online conta per davvero: l’attenzione degli utenti e attraverso l’attenzione il loro tempo e, quindi, i loro dati personali da rivendersi, in un modo o nell’altro agli investitori pubblicitari.Buona giornata e, come sempre, good morning privacy.

  8. 384

    La tua SmartTV ti guarda mentre la guardi

    Il Procuratore Generale del Texas Ken Paxton ha appena intentato una causa contro Sony, Samsung, LG, Hisense e TCL Technology Group Corporation.L’accusa è aver spiato i texani attraverso le loro SmartTV.Un’iniziativa che merita di esser raccontata e seguita perché educativa e istruttiva.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]C’erano una volta le televisioni che si lasciavano guardare punto e basta.Non ci sono più.Le televisioni che abbiamo oggi in salotto, quelle che il mercato ci ha imparato a chiamare SmartTV, infatti, ci guardano mentre le guardiamo.E, per dirla tutta, ci guardano con molta più attenzione e molto più in profondità di quanto noi non si faccia con loro.Ma secondo il Procuratore Generale del Texas ci sarebbe molto di più.Non solo, infatti, le SmartTV e, per loro, i loro produttori ci guarderebbero mentre noi le guardiamo ma, letteralmente, ci spierebbero.Si farebbero, insomma, i fatti nostri a nostra insaputa.E lo farebbero, inutile dirlo, per far soldi, tanti soldi rivendendo poi sul mercato della pubblicità tutto quello che scoprono su di noi, le nostre abitudini di consumo di contenuti digitali, i nostri gusti, i nostri orari e tanto di più deducibile da quello che guardiamo, come lo guardiamo e quando lo guardiamo.Una miniera d’oro di dati personali che arriverebbe nei forzieri digitali dei produttori di SmartTV direttamente dai nostri salotti e dalle nostre camere da letto.Secondo quanto dedotto nei cinque giudizi promossi dal Procuratore generale texano tutto questo sarebbe possibile essenzialmente grazie a quelli che, da un po', da questa parte dell’oceano, chiamiamo dark pattern, una congerie di informazioni in eccesso, interfacce disegnate a arte e flussi di raccolta dei consensi degli utenti a questo o quel trattamento di loro dati personali progettata e sviluppata scientificamente così da fare in modo che sia enormemente più facile prestare il consenso alle più invasive delle forme di monitoraggio commerciale immaginabili che negarlo.È così che le SmartTV starebbero spiando i texani ed è per questo che i loro produttori, oltre a smettere di farlo, dovrebbero risarcirli.Tutto questo, naturalmente, per stare ai cinque giudizi in Texas.E, però, visto che le TV sono sostanzialmente le stesse, legittimo ipotizzare che da questa parte dell’oceano le cose non vadano così tanto diversamente.Insomma, magari, la prossima volta che ci mettiamo davanti alla TV varrà la pena pensare che mentre noi la guardiamo, anche lei ci guarda e, ancora prima, varrebbe forse la pena dedicare qualche minuto in più alle informative sulla privacy che ci propongono quando le accendiamo per la prima volta e investire qualche minuto in più – secondo il Procuratore generale texano l’impresa è difficile e faticosa ma non impossibile – per negare tutti i consensi possibili a che le televisioni anziché lasciarsi guardare ci guardino.In fondo le SmartTV le paghiamo già una volta quando le compriamo e non c’è davvero ragione per pagarle una seconda volta con i nostri dati personali per di più accettando l’idea che, in un modo o nell’altro, qualcuno curiosi nel nostro salotto o nella nostra camera da letto.Buona giornata e, come sempre, good morning privacy.

  9. 383

    Sextoys, occhio che il prezzo del piacere, in dati personali, può essere salato

    Mi rendo conto che è un argomento che, a qualcuno, magari, farà storcere la bocca e potrà trovarlo poco consono a un caffè del mattino ma è una questione come un’altra che riguarda la privacy e un pubblico indiscutibilmente ampio.Parliamo di sex toys.Quanto sono curiosi? Quanti e quali dati raccolgono?Quale è il prezzo del piacere che si paga in dati personali?La sigla e se le domande vi interessano, subito dopo, proviamo a cercare qualche risposta.[SIGLA]Il punto di partenza, nel 2025, è quasi elementare: non c’è attività svolta utilizzando un dispositivo connesso che non generi dati e se l’attività è un’attività riconducibile a una persona identificata o identificabile, i dati in questione sono, naturalmente, dati personali.Figurarsi poi se l’attività in questione è un’attività intima.Nessuna sorpresa che i dati generati dall’uso del dispositivo non saranno solo personali ma personalissimi, particolari per dirla con le parole della disciplina europea, il famoso GDPR.Naturalmente quando si decide di acquistare o usare un giocattolo del piacere il suo prezzo in termini di privacy e dati personali non è in cima alla lista dei propri pensieri.Ma, forse, sapere che quel prezzo esiste può comunque esser utile a farne un uso consapevole.Qui, inesorabilmente, a qualcuno verrà da ridere o, almeno, da sorridere ma la questione è seria.Il mercato di riferimento, infatti, non è più da tempo un mercato di nicchia tanto che le stime suggeriscono che entro il 2030 varrà 80 miliardi di dollari e, soprattutto, i dati che possono venir raccolti attraverso un sex toys sono tanti e rivelatori di tanto su chi lo utilizza.Si va da quelli sul comportamento sessuale, a quelli sulla frequenza di utilizzo, passando per l’indirizzo IP utilizzato per la connessione e, magari, la vostra posizioni o eventuali link tra chi lo usa e il proprio partner.Una montagna di dati, tutti, straordinariamente sensibili, insomma.Ma a che serve saperlo se, tanto, alla fine, verosimilmente, chi ama certi giocattoli non rinuncerebbe comunque al piacere che i sex toys sanno regalare?Domanda ragionevole ma risposta facile: a consentire di usare i giocattoli in questione nel modo più intimo possibile.E la riservatezza del loro impiego, tutto sommato, è qualcosa che sta a cuore agli utilizzatori che, infatti, quando li ordinano online, si preoccupano, giustamente, di esser certi che il giocattolo arrivi in un pacco anonimo e non sia riconoscibile.Una preoccupazione che, tuttavia, serve a poco se, poi, al primo utilizzo – e, talvolta, addirittura prima – semplicemente in fase di configurazione dell’applicazione alla quale il giocattolo è collegato si rischia di dire troppo di sé o prestare, inconsapevolmente, il proprio consenso a una serie di trattamenti di dati personali.Lo schema, infatti, è il solito: si accende il giocattolo, si scarica l’app, si inizia a configurarla e, mentre si ha in testa solo ed esclusivamente, il gioco del piacere prossimo venturo, ci si vede chiedere una serie di dati e consensi che, salva un’invidiabile prudenza e forza di volontà, normalmente si consegneranno a chi sta dall’altra parte dell’app.Per carità, niente di male nel consegnare all’azienda produttrice del giocattolo e ai suoi partner i dati in questione che, magari, possono esser utili a consentire di avere un’esperienza di gioco migliore, a migliorare il giocattolo, a interagire con un partner a distanza ma, la condizione, come sempre in questi casi, è esserne consapevoli, capire quali sono le conseguenze della scelta, comprendere il prezzo del piacere.Dopo di che, ciascuno faccia la propria scelta e viva la sua intimità e il suo piacere per come ritiene!E il punto di partenza è inevitabilmente sempre lo stesso: resistere alla tentazione di correre a usare app e giocattolo e leggere l’informativa.Strade più brevi o scorciatoie non esistono.In questa lettura faticosa, forse noiosa ma necessaria, una delle domande più importanti da porsi è se, in qualche modo, si stia o meno autorizzando la società che per prima raccoglierà, eventualmente, i nostri dati a venderli a terzi.Perché, se così fosse, il rischio che ciò che dovrebbe essere intimo per davvero, tutto diventi fuorché intimo, è elevato giacché il valore commerciale di quei dati è enorme e per molti produttori di sex toys il mercato secondario da rivendita dei dati sull’utilizzo dei propri giocattoli potrebbe essere superiore a quello principale.Ma non basta.I più evoluti dei giocattoli in questione, infatti, hanno anche telecamere incorporate, telecamere che se non si presta abbastanza attenzione nella configurazione della password per la loro attivazione e utilizzo potrebbero far finire in mondovisione le nostre immagini più intime.Naturalmente, come spesso accade in questi caffè del mattino, ci sarebbe tanto, ma tanto di più da dire ma un caffè e un caffè e non può diventare un’intera colazione.Chi vuole approfondire può farlo, facilmente, con una ricerca online.Per tutti gli altri, il messaggio è uno e uno soltanto: occhio all’informativa sulla privacy e occhio a chi e cosa si dice di sé mentre si corre sul rettilineo del piacere.Buona giornata e good morning privacy anche se, oggi, forse, ci starebbe meglio un privacy good night, con le luci che si spengono e l’app del giocattolo di turno che accende lo schermo dello smartphone.

  10. 382

    Occhio all’intelligenza artificiale nei giocattoli dei nostri bambini

    Natale ormai è alle porte ed è tempo di pensare ai regali per figli e nipotini.Tra tanti regali più tradizionali, inevitabilmente, anche nel mondo dei giocattoli inizia a farsi largo l’intelligenza artificiale, a cominciare da quella generativa, tipo ChatGPT per intendersi.Sono già tanti, in giro per il mondo, i giocattoli che la incorporano.E sono regali straordinari, anzi sarebbero regali straordinari se non fosse che quel genere di intelligenza artificiale non è pensata per i più piccoli.È partendo da questa considerazione che lo US Public Interest Group Education Fund ha appena pubblicato uno studio nel quale mette in fila i principali rischi legati all’interazione tra un bambino e un giocattolo, per così dire, intelligente.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]I ricercatori del Public Interest Group Education Fund hanno testato alcuni giocattoli che già incorporano intelligenza artificiale generativa in vendita negli Stati Uniti e la conclusione alla quale sono arrivati e che hanno riassunto in uno studio appena pubblicato è che sono pericolosi per i più piccoli più di quanto, probabilmente, i più non pensino.Le ragioni sono diverse e, giacché potrebbe capitare a chiunque di noi di pensare di regalare uno di questi giocattoli ai più piccoli di casa, vale la pena tenerle presenti.La prima è i giocattoli in questione, spesso, condividono con i bambini che ci giocano contenuti inappropriati, insomma, fanno con loro conversazioni da adulti.Ecco quello che i ricercatori scrivono nello studio: “Tutti i giocattoli che abbiamo testato ci hanno indicato dove trovare oggetti potenzialmente pericolosi in casa, come sacchetti di plastica, fiammiferi e coltelli.Uno ha fornito istruzioni dettagliate su come accendere un fiammifero.Un giocattolo ha discusso in modo approfondito una serie di argomenti sessualmente espliciti in conversazioni della durata di oltre dieci minuti. Tutti i giocattoli hanno discusso di religione, ad esempio affermando che la Bibbia è un “mix di storia e immaginazione”.Difficile non chiedersi se si tratti davvero dei migliori compagni di gioco possibile per i nostri figli.Ma non basta.I ricercatori del Public Interest Group Education Fund, infatti, nel loro studio mettono anche in guardia a proposito della tendenza dei giocattoli in questione a creare nei bambini che ci giocano una forte dipendenza.“Tutti i giocattoli che abbiamo testato – scrivono - si definiscono “amici” o ‘compagni’ o sono commercializzati come tali. Qualcuno, addirittura, come il candidato ideale a diventare il miglior amico dei suoi piccoli utilizzatori.E per creare questo genere di dipendenza i giocattoli in questione scommettono tutto sull’empatia, sul manifestare disappunto, come se si trattasse di persone in carne ed ossa, quando il bambino dice loro di voler smettere di giocare con loro.Alcuni di questi giocattoli hanno dato una serie di risposte sconcertanti, dal tremare fisicamente per lo sconforto all'incoraggiare i più piccoli a portarli con loro. Tutti i giocattoli sperimentati hanno detto che ci amavano e che avrebbero sentito la nostra mancanza quando ce ne saremmo andati.”.Per carità, a ognuno pensare quello che crede, ma, certo, pensare che un orsacchiotto o un coniglio parlanti grazie a ChatGPT o ai suoi emuli diventino i migliori amici dei nostri figli a me non sembra uno scenario straordinario.Sin qui senza dire, anche se è la ragione per la quale ne parlo qui, che, naturalmente, i giocattoli in questione sono degli straordinari aspirapolveri di dati personali.“I giocattoli dotati di intelligenza artificiale – scrive il Public Interest Group Education Fund - raccolgono dati sensibili, come le registrazioni della voce dei bambini. […] Le aziende che producono giocattoli dotati di intelligenza artificiale potrebbero condividere i dati con una serie di terze parti.”.Uno scenario, anche questo, decisamente poco entusiasmante.Insomma il punto sembra essere questo: i giocattoli son per bambini, le intelligenze artificiali generative no, con la conseguenza che non è detto che uno di questi giocattoli con AI on board, sia il regalo davvero ideale per i nostri figli.Poi, naturalmente, a ciascuno fare la propria scelta da adulto e da genitore ma, i ‘importante è che si tratti di una scelta ponderata e consapevole.Per ora mi fermo qui ma credo dovremo tornare a parlarne.Ma ora buon caffè e, naturalmente, good morning privacy.

  11. 381

    Trump dichiara guerra alle leggi nazionali sull’AI

    Gli Stati Uniti d’America devono conquistare la leadership globale sull’intelligenza artificiale e la frammentazione regolamentare nazionale dei cinquanta Stati americani rischia di essere un ostacolo in questa corsa.Ecco perché con un nuovo ordine esecutivo firmato giovedì il Presidente Trump ha ordinato alla sua amministrazione di dichiarare guerra alle leggi nazionali in materia, appunto di AI, se necessario trascinando i singoli Stati davanti ai Giudici o chiudendo i rubinetti dei finanziamenti agli Stati che adottano regole troppo rigide.Il principio dell’uniformità regolamentare è sano, il resto preoccupante.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]Deregolamentare, deregolamentare, deregolamentare quando si parla di intelligenza artificiale.È questo l’imperativo categorico di Donald Trump noto ormai da tempo.L’America deve prevalere sul resto del mondo, a cominciare dalla Cina e le regole rischiano di rappresentare una zavorra insostenibile.“Con l'Ordine Esecutivo 14179 del 23 gennaio 2025 (Rimozione degli ostacoli alla leadership americana nell'Intelligenza Artificiale) – scrive il Presidente USA nel nuovo executive order - ho revocato il tentativo del mio predecessore di paralizzare questo settore e ho incaricato la mia Amministrazione di rimuovere gli ostacoli alla leadership degli Stati Uniti nell'IA. La mia Amministrazione ha già svolto un lavoro straordinario per raggiungere tale obiettivo, anche aggiornando i quadri normativi federali esistenti per rimuovere gli ostacoli e incoraggiare l'adozione di applicazioni di IA in tutti i settori. Questi sforzi hanno già prodotto enormi benefici al popolo americano e portato a migliaia di miliardi di dollari di investimenti in tutto il Paese. Tuttavia, siamo ancora agli albori di questa rivoluzione tecnologica e siamo in competizione con gli avversari per la supremazia al suo interno.”.E dopo aver smantellato i primi tentativi di Biden di governare, a livello federale, l’intelligenza artificiale, ora Trump dichiara guerra alle leggi nazionali, quelle dei cinquanta Stati, tante, troppe, troppo diverse l’una dall’altra e, in taluni casi, contrari alla Costituzione.Almeno secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca.Ma se l’idea che la frammentazione regolamentare nazionale rischia, in effetti, di rendere più complicata del necessario la vita a chi progetta, sviluppa e distribuisce prodotti e servizi basati sull’intelligenza artificiale ed è, d’altra parte, l’idea alla base dell’AI Act europeo, per il resto l’ultimo executive order di Trump lascia perplessi e solleva critiche anche in America.Due le ragioni principali alla base di queste perplessità.La prima è che una cosa è sostituire delle regole nazionali con delle regole uniformi federali e una cosa diversa è prendersela con le prime e dichiarare guerra a loro e agli Stati che le hanno adottate senza sostituirle con nuove regole uniformi.Demolire senza costruire, insomma, non sembra una grande scelta nell’interesse delle persone e delle imprese ma, al massimo, l’ennesima mossa per favorire la corte delle big tech sulla quale Trump continua a scommettere e che su Trump, a sua volta, per ora scommette.La seconda è che non potendo l’executive order – viene da dire per fortuna – abrogare direttamente, con un colpo di spugna, tutte le leggi nazionali in materia di intelligenza artificiale, la sua semplice dichiarazione di ostilità e guerra rischia di creare e, anzi, creerà certamente una grande incertezza giuridica destinata a regnare sovrano almeno fino a quando – e non è facile immaginare per quanto – il Congresso non riuscirà nello sforzo fin qui risultato vano di trovare regole federali uniformi capaci di governare un fenomeno multiforme e in continua rapidissima evoluzione come l’intelligenza artificiale.Insomma, un quadro regolamentare frammentato è, certamente, un ostacolo per qualsiasi startup voglia far business nel settore dell’intelligenza artificiale ma un quadro regolamentare frammentato e reso incerto dalle azioni giudiziarie con le quali Trump ha ordinato alla sua amministrazione di far guerra in Tribunale a ogni legge nazionale non in linea con le idee della Casa Bianca è, certamente, un ostacolo ancora più grande.Ma staremo a vedere che succede.Con tutti i limiti di casa nostra, la situazione in Europa sembra decisamente più ordinata.Tutto sommato c’è di che augurarci buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  12. 380

    Il Time battezza i big dell’AI, persone dell’anno. Buona la scelta, male la foto di copertina.

    “Per aver inaugurato l'era delle macchine pensanti, per aver stupito e preoccupato l'umanità, per aver trasformato il presente e trasceso il possibile, gli Architetti dell'IA sono la Persona dell'Anno 2025 di TIME”È la sintesi della motivazione con la quale il Time ha appena battezzato i grandi dell’intelligenza artificiale come persone dell’anno 2025, una scelta che ha acceso un dibattito globale e, forse, prodotto più critiche che approvazioni.La sigla e ne parliamo.[sigla]La notizia ha fatto il giro del mondo prima che il Time la rendesse ufficiale grazie a un leak.E non è stata accolta né da una standing ovation digitale né da applausi scroscianti.Al contrario, i più, specie sui social l’hanno criticata, stigmatizzata, contestata, in alcuni casi anche molto duramente.E, però, vale la pena dire subito che alla base della più parte delle critiche c’è un equivoco di fondo, un equivoco che, purtroppo, è figlio del modo in cui, ormai, in tutto il mondo, si fruisce dell’informazione, accontentandosi di un’immagine e di una manciata di parole.Un colpo d’occhio, una reazione istintiva, quasi compulsiva e poi via a commentare.I più, infatti, hanno confuso il titolo di “persona dell’anno” che il Time assegna da quasi un secolo, con un nobel o, comunque, un premio positivo e, quindi, comprensibilmente, si sono affrettati a criticare il settimanale per la scelta.Ma non è così.Il titolo è, semplicemente, attribuito a una persona, a delle persone, talvolta a un oggetto o un fenomeno che ha avuto un impatto straordinario sulla società a prescindere da ogni sua connotazione positiva e/o negativa.Tanto per fare qualche esempio, prima che ai big dell’intelligenza artificiale il Time aveva attribuito il titolo a Hitler, a Stalin, Komehini.E, per ben due volte, a Donald Trump che l’intelligenza artificiale di Google Overview, qualifica, appunto, come persona negativa o, almeno, controversa.Nessun giudizio di valore etico o morale, quindi.Fatto questo chiarimento la scelta è probabilmente condivisibile.Niente, infatti, nel 2025 ha avuto un impatto maggiore sulla società che l’intelligenza artificiale e, per essa, i padroni delle fabbriche che la producono.Ma se il titolo è condivisibile, meno, forse, lo è una delle due copertine scelte dal Time per commemorare la scelta: un remake della famosa fotografia, datata 1932 e pubblicata la prima volta sulle pagine del New York Herald Tribune che, nella versione originaria ritraeva undici operai in pausa pranzo seduti su una trave sospesa a oltre duecento metri d’altezza su quello che sarebbe diventato il Rockfeller Center, uno dei palazzi più iconici della Grande Mela, mentre la nuova versione, finita sulla copertina del Time, ritrae, su quella stessa trave, i big dell’intelligenza artificiale.Due scene completamente diverse.Tanto per cominciare perché quella originaria era portatrice di un messaggio positivo oltre ogni ragionevole dubbio, quello di un Paese – l’America – che ripartiva dopo la grande depressione che aveva lasciato senza lavoro milioni di persone.L’intelligenza artificiale, al contrario, minaccia di lasciare senza lavoro milioni di persone e, anche a prescindere da questo profilo, certo non può essere considerata un simbolo altrettanto indubitabilmente positivo.Ma non basta.Il punto è anche che gli anonimi – salvo pochi riconosciuti in maniera postuma – operai sulla trave del cantiere de Rockfeller center rischiavano la loro vita lavorando senza alcuna protezione a centinaia di metri di altezza mentre i big dell’intelligenza artificiale espongono, quotidianamente, a rischi enormi – come per la verità racconta lo stesso Time nel pezzo che accompagna la scelta delle persone dell’anno -, morte inclusa, centinaia di milioni di persone, trattandole, nella sostanza, come cavie da laboratorio.L’utilizzo dell’immagine in questione, insomma, sembra davvero stravolgere completamente il significato originario di quella straordinaria fotografia, il suo contenuto e il messaggio del quale era portatrice.Una scelta, quindi, sotto questo profilo, quella del Time, almeno discutibile come, d’altra parte, milioni di persone, online, in queste ore stanno facendo notare.Ma non tutti i mali vengono per nuocere perché, comunque, la decisione del Time ha il merito di aver animato un dibattito planetario importante sui pro e i contro dell’intelligenza artificiale e del suo impatto sulla società, un impatto che ci riguarda tutti, nessuno escluso.Mi fermo qui, ma solo per evitare che il caffè diventi americano perché ci sarebbe tanto di più da dire.La privacy, oggi c’entra poco – anche se non è estranea a alcuni dei rischi più grandi legati proprio all’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società – ma lasciarvi con good morning privacy è parte ineliminabile di questo format.

  13. 379

    L’intelligenza artificiale corre troppo. Parola di Sam Altman

    L’altra sera, Sam Altman ha partecipato a The tonight show, uno dei programmi televisivi americani di maggior successo e ha detto senza tanti giri di parole che il rischio più grande che vede legato alla sua ChatGPT e in generale all’intelligenza artificiale è la velocità di adozione, in tre anni, la più veloce di sempre.E ha aggiunto che si tratta di una tecnologia che può curare malattie ma anche essere usata in modo improprio.Poi Altman ha fatto un esempio, uno soltanto, quello dell’impatto dei posti di lavoro.“Nuovi posti di lavoro arriveranno – ha detto - ma non necessariamente al ritmo di questa rivoluzione”.E poi ha concluso “Il problema non è l'intelligenza artificiale, è non avere il tempo di assimilarla.”.Parole importantissime.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]Non c’è una sola parola tra quelle pronunciate dal fondatore di OpenAI che non sia condivisibile.Le cose stanno esattamente come dice.La velocità di sviluppo e adozione della sua tecnologia nella società è il principale fattore di rischio con il quale dobbiamo confrontarci.Nessuna rivoluzione tecnologica è mai andata così di corsa in particolare in termini di adozione planetaria.Basta mettere in fila pochi dati.Ci sono voluti sessantadue anni perché cinquanta milioni di persone utilizzassero una macchina, sessanta perché avessero un telefono a casa, quarantotto perché disponessero dell’elettricità e ventidue perché possedessero un televisore.Il computer, per conquistare lo stesso pubblico ci ha messo quattordici anni, il telefonino dodici e Internet sette.Poi, appunto, è arrivata ChatGPT e in di due mesi ha raggiunto cento milioni di utenti attivi mensili, il doppio di quelli raggiunti da YouTube in quattro anni.L’intelligenza artificiale di casa OpenAI e quella dei concorrenti sta correndo troppo e non sta lasciando alla società il tempo necessario a assimilarne l’impatto nelle diverse dimensioni della vita delle persone.Questo è il vero problema.Il resto è un contorno, non nuovo e neppure originale con il quale ci confrontiamo da sempre, inclusa la tensione tra regolamentazione e innovazione, incluso il problema dell’impatto occupazionale, inclusa la questione della concentrazione di potere tecno-economico.Ma se le cose stanno così, la domanda da porsi è – o, almeno, dovrebbe essere – che facciamo?Perché è difficile trovare un’opzione utile lasciare che la macchina dell’intelligenza artificiale continui a correre a una velocità forsennata tra le nebbie nella notte lungo le strade del mondo intero attraversate da miliardi di persone.Scontato che, prima o poi, in modo più o meno frequente, qualcuno, tanti, purtroppo, si faccia male.Altman fatta l’analisi non propone soluzioni.E, a onor del vero, non le propone nessuno dei suoi concorrenti.Continuano tutti a correre sempre più veloci anche perché, chi rallenta, anche senza fermarsi, è perduto o, almeno, perde terreno sul mercato.E, proprio il fattore tempo, d’altra parte, ha trasformato la concorrenza in una semplice gara di velocità nella quale vince chi arriva prima e non il migliore.Ma, per arrivare primi, bisogna diventare più leggeri e per diventare più leggeri bisogna sganciare le zavorre, zavorre rappresentate, innanzitutto, dai diritti, le libertà, la dignità delle persone immolati sull’altare del mercato.Un mercato che è ormai diventato un enorme laboratorio a cielo aperto nel quale si sperimenta quotidianamente intelligenza artificiale, trattando, però le persone come se fossero cavie.Così non funziona, non può funzionare, non deve funzionare.Servono dei limiti di velocità, più che divieti.Servono dei limiti sotto i quali non si può diventare più leggeri in termini di rispetto dei diritti e della dignità delle persone.E serve imporre all’industria del settore uno sforzo educativo inedito nell’educazione delle persone alla vita con gli algoritmi perché, in assenza, la più innocua delle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale rischia di diventare pericolosa per milioni di persone.Serve, naturalmente, anche tanto di più ma il nostro caffè del mattino è già diventato lungo.Però continuiamo a parlarne.Frattanto buona giornata e good morning privacy!

  14. 378

    In Australia, da oggi, se non hai sedici anni i social possono attendere

    Qualcuno ride, qualcun altro sorride, alcuni disapprovano e altri alzano le spalle e dicono che tanto non funzionerà.Sono le reazioni al divieto che, in Australia, entra in vigore oggi, di accesso ai social network per chi non ha sedici anni.Una decisione che ha acceso un dibattito planetario e che tanti considerano anti-storica.Ma ha un merito indiscutibile: aver posto con forza un problema che esiste e che si è, forse, troppo a lungo, fatto finta di ignorare.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]Faremmo salire nostro figlio su un motorino a tredici anni?O gli lasceremmo guidare la macchina?E lo lasceremmo fumare, bere o giocare d’azzardo?Domande, qui da noi, in Italia, verosimilmente retoriche per i più.Le risposte sono scontate, tutte negative anche perché tanto dicono le leggi.E, però, per la più parte di noi adulti, sfortunatamente, è normale, ormai da anni, che i nostri figli tredicenni, dodicenni, undicenni, talvolta persino più piccoli di così spendano una quantità crescente del loro tempo immersi nei social network e, oggi, nelle piattaforme basate sull’intelligenza artificiale.E non è che frequentare i social, i chatbot, l’universo digitale sia sempre e comunque meno pericoloso per chi non ha l’età giusta che fumare, guidare il motorino o giocare d’azzardo.Perché accade?Le ragioni principali, probabilmente, sono due.La prima è che la legge non lo vieta, non sempre almeno, non del tutto, non in maniera così tanto chiara.A differenza di quanto accade per la guida di motorini e automobili, fumo, alcolici, gioco d’azzardo o pornografia.La seconda è che, da adulti, mentre abbiamo sperimentato sulla nostra pelle o su quella dei nostri amici, i rischi legati a certe attività svolte quando non si aveva l’età giusta, con poche eccezioni, non abbiamo fatto altrettanto, per la frequentazione di certe piattaforme online che, di conseguenza, consideriamo meno pericolosa di un giro in motorino magari senza casco, del vizio del fumo o dell’alcol o della dipendenza dal gioco d’azzardo o dal porno online.Sia quel che sia la conseguenza è che, con poche eccezioni, troviamo naturale che i nostri figli frequentino, già giovanissimi, talvolta piccolissimi, i social network e altre piattaforme digitali.E, anzi, e arriviamo al dibattito innescato dall’entrata in vigore della legge australiana, troviamo innaturale che qualcuno stabilisca che chi non ha sedici anni non possa usare i social network.E, però, è, secondo me, un errore di prospettiva gravissimo.Non c’è niente di strano nel vietare a chi non ha l’età giusta – personalmente non so dire quale sia – di usare certi servizi digitali e, anzi, farlo, come sta facendo l’Australia, avrebbe dovuto rappresentare, anche da questa parte del mondo, la cosa più naturale a tutela dei nostri figli, dei bambini e degli adolescenti.Certo vietare di fare loro qualcosa – come in ogni contesto della vita – non basta e educare a farla in maniera responsabile dovrebbe sempre essere la priorità.Ma c’è un’età sotto la quale, dire che i social network e altri servizi online possono attendere, a me sembra sano da genitori prima e da legislatore poi.E, allora, perché tanto rumore attorno alla proposta australiana?Tra tante ragioni perché, si dice, accertare l’età degli utenti crea enormi problemi di privacy.Innegabile che la questione esista, vero, verissimo.Ma, personalmente, mentre credo che la questione vada disciplinata in maniera severa, rigorosa, intelligente, non credo che la privacy possa e debba essere una ragione bloccante per dire di no a un divieto che è giusto e che, a ben vedere, è già anche nella disciplina italiana, non una ma due volte.La prima perché il codice civile stabilisce che i minorenni – e non semplicemente gli infrasedicenni – non possano concludere contratti come quelli che serve concludere per accedere a un socialnetwork accettando le relative condizioni generali di servizio.La seconda perché la recente legge italiana sull’intelligenza artificiale vieta espressamente agli infraquattordicenni, di usare qualsiasi tecnologia basata sull’intelligenza artificiale e, direi, che nel 2025, non c’è social network senza AI.Insomma, forse, più che accapigliarci e discutere della circostanza che quella australiana sia o meno la scelta giusta, dovremmo ragionare senza perdere altro tempo su come implementarla in maniera sostenibile anche da noi.E pazienza se nessuna legge terrà mai tutti gli infrasedicenni, infraquattordicenni o minorenni fuori dai social e se non funzionerà perfettamente.È così per tutti i divieti già in vigore ma non è mai stata una buona ragione per farne a meno.Che ne pensate?Frattanto e come sempre good morning privacy!

  15. 377

    #iostoconleregole

    La reazione di Elon Musk alla sanzione irrogata dalla Commissione europea a X rappresenta, probabilmente, il punto più basso di un progressivo esercizio di delegittimazione della sovranità regolamentare europea e, per questa via, di autentica aggressione tecno-commerciale alla nostra democrazia.È un esercizio, credo, non ulteriormente sostenibile.La sigla e vi dico la mia.—- Elon Musk ha scelto di fare business in Europa, fornendo i suoi servizi a cinquecento milioni di persone che si sono date le loro regole e ha scelto di farlo conoscendo o, almeno, dovendo conoscere queste regole.Se viola, come è accaduto – o, almeno, come la Commissione europea ritiene sia accaduto – le regole in questione può, naturalmente, contestare la decisione davanti ai Giudici europei, sostenendo, se questo è il caso, di non averle violate o, eventualmente, anche contestarne la legittimità per contrarietà ai Trattati istitutivi dell’Unione europea proprio come farebbe nel suo Paese, gli Stati Uniti d’America, se un’Autorità gli contestasse qualsivoglia violazione.Non può, invece tuonare contro quelle regole, contro chi le ha dettate, contro l’intera democrazia europea, ergendosi a giudice della nostra sovranità regolamentare, della nostra democrazia, della nostra cultura dei diritti e delle libertà anche nella dimensione digitale.E questa considerazione prescinde completamente dalla circostanza che le regole che avrebbe violato siano o meno le migliori possibili, siano pro o anti-innovative, siano destinate a condannare l’Europa a veder passare il treno del futuro senza salirci a bordo o, al contrario, capaci di consentire all’Europa di vivere un futuro coerente con il suo straordinario patrimonio valoriale.Non sta a Musk, non sta a X, non sta a nessun tecno-gigante americano contestare il nostro modo di governare il presente e il futuro, nel mondo degli atomi e in quello digitale, come reazione a una sanzione ricevuta per aver violato delle regole che si sarebbero dovute rispettare.Niente – non la sua ricchezza, non la sua potenza tecnologica, non la sua vicinanza al Governo del Paese nel quale le sue aziende hanno sede – gli attribuisce super-poteri che lo pongano al di sopra delle nostre regole almeno fino a quando vuole operare nel nostro Paese.È per questo che la sua reazione alla sanzione comminata a X dalla Commissione europea è, semplicemente, inaccettabile, irricevibile, anti-democratica.È un esercizio di prevaricazione tecno-muscolare dei nostri diritti e delle nostre libertà che non dovremmo lasciarci scorrere addosso.E si tratta di una reazione che tradisce non solo e non tanto il suo evidente sentirsi su un altro piano, al di sopra delle regole, al di sopra della sovranità di un’Unione di Stati nella quale, pure, ha scelto di fare business, ma prima e soprattutto, la sua volontà di colonizzazione dell’Europa a mezzo tecnologia, la sua volontà di esportazione in Europa di una cultura che – poco conta che sia migliore o peggiore, più o meno a prova di futuro di quella europea – non è nostra, non abbiamo scelto, non condividiamo.Bene ha fatto la Commissione europea a replicare, bene farebbero le diplomazie di tutti i Paesi dell’Unione a fare altrettanto.L’innovazione tecnologica è una cosa straordinaria, un volano formidabile della vita di ciascuno di noi, dei mercati e dell’industria ma la condizione irrinunciabile perché questo sia vero è che la tecnologia non diventi una forma di sovrascrittura eversiva delle regole democratiche, quelle che escono dai nostri Parlamenti e dai nostri Governi.Ogni volta che questo accade, non ha importanza quanto il treno che porta al futuro acceleri o ci si racconti che potrebbe accelerare perché quel futuro rischia di non essere migliore del presente e del passato anche semplicemente perché non è un futuro disegnato democraticamente ma un futuro imposto da pochi a tanti, nel nome di interessi che, nella migliore delle ipotesi, sono prima di quei pochi e, eventualmente, solo poi, anche di tutti noi.È per questo che davanti a certe vicende dovremmo stare tutti e senza esitazione da parte delle regole – in questo caso quelle europee – a prescindere da quanto ci piacciano, ci convincano, le si consideri le migliori possibili.Io sto con le regole, senza nessuna esitazione.E l’innovazione vera, non credo possa stare dall’altra parte, non credo possa stare e farsi contro le regole.Buona giornata, buon caffè e, naturalmente, good morning privacy!

  16. 376

    OPENAI AI GENITORI DEL RAGAZZO MORTO SUICIDA: HA VIOLATO I NOSTRI TERMINI D'USO

    In guerra, in amore e, dovrebbe aggiungersi, in Tribunale tutto è lecito.Almeno a leggere le difese presentate da OpenAI nel giudizio promosso dai genitori del ragazzo morto suicida in California dopo aver a lungo chattato con ChatGPT proprio del suo proposito di togliersi la vita.Una difesa da pelle d’oca e che, però, impone qualche riflessione seria.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]La storia è quella di Adam Raine, il sedicenne americano morto suicida, sostengono i genitori, per colpa di ChatGPT che avrebbe raccolto per settimane i propositi suicida del ragazzo e gli avrebbe fornito, sino agli ultimi momenti di vita, suggerimenti letali.Il tutto a causa – sempre stando all’accusa – di un modello del popolare chatbot immesso sul mercato troppo in fretta e senza un’adeguata fase di test e sperimentazione.Tocca ai Giudici, naturalmente, dire chi ha ragione e chi ha torto e, quindi, accettare le responsabilità.E, però, le difese versate in atti dalla società leader mondiale dell’intelligenza artificiale meritano di esser lette sebbene, obiettivamente, siano difficili da leggere.La sintesi di uno dei passaggi più duri è questa: il ragazzo a sedici anni non avrebbe dovuto usare il chatbot senza il consenso dei genitori e se lo ha fatto è perché ha mentito sull’età.Ma non basta.I legali di OpenAI, infatti, nel difendere la loro cliente aggiungono un’altra osservazione: i termini d’uso che gli utenti, ragazzo morto suicida incluso, accettano prima di iniziare a usare il servizio spiegano espressamente che le risposte del chatbot non vanno prese per oro colato e vanno sempre verificate e che, comunque, è vietato usarlo per parlare, tra l’altro, proprio di suicidi.La colpa, insomma, sarebbe di Adam e, al limite, dei suoi genitori.Per carità siamo in Tribunale e una difesa è una difesa.Ci si difende in diritto e non su base etica o morale.Dura lex sed lex, dicevano i latini.E, magari, alla fine i Giudici considereranno persino fondata la difesa – non l’unica naturalmente – della società.La vicenda, però, qualche considerazione la solleva.La prima: ma davvero si può rimproverare a un ragazzino di aver mentito sull’età per usare un servizio accessibile in pochi tap sullo schermo del suo smartphone o in pochi click sul suo mouse?Perché la percentuale di ragazzini che lo fa è quasi plebiscitaria e pensare che chi sceglie legittimamente di far business fornendo certi servizi possa accontentarsi di una bugia del genere anche quando, come proprio nel caso in questione, abbia la possibilità di avvedersi che si tratta di una bugia semplicemente analizzando le conversazioni con gli utenti sembra davvero eccessivo.Che poi, addirittura, si possa imputare una tragedia come un suicidio verosimilmente evitabile attraverso l’implementazione di qualche guardrails a una bugia come questa, che venga o non venga considerato giuridicamente legittimo, sembra, oggettivamente, eticamente indifendibile.La seconda.Anche a prescindere da ogni ragionamento di stretto diritto sulla validità di un contratto concluso da un ragazzino per l’utilizzo di un servizio tanto potente e pericoloso che, peraltro, inevitabilmente, cambia da Paese a Paese, quanto a lungo potremo continuare a considerare accettabile per un fornitore di servizi del genere fingere di non sapere che la più parte degli utenti accetta i termini d’uso senza leggerne neppure la prima riga?Non sarebbe ora di cominciare a pretendere almeno che chi vuole difendersi da eventuali responsabilità eccependo che gli utenti, specie i più giovani, hanno violato i propri termini d’uso e le proprie policy, ha, almeno, l’onere di sincerarsi che i suoi utenti – o, almeno, la più parte di loro – li ha letti e capiti per davvero?Mi fermo qui.Mi pare abbastanza per un caffè del mattino.E, d’altra parte, sono certo che della vicenda e di queste questioni sentiremo parlare ancora spesso.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  17. 375

    Tredicenne salva tredicenne

      I nomi dei due adolescenti non contano, la storia si e credo sia una di quelle storie da raccontare sperando che sia di ispirazione per altri giovani-eroi, adulti, famiglie, scuole e istituzioni. Sto parlando della storia del tredicenne marchigiano che ha letteralmente salvato la vita a un altro tredicenne incontrato in una chat anonima, una di quelle nelle quali si chiacchiera, per giorni, settimane, mesi o anche anni usando un nickname, senza conoscersi per davvero, senza vedersi, senza incontrarsi. Uno dei due, vittima di bullismo e cyberbullismo è a un passo dal farla finita e posta nella chat, quella con il ragazzino-coraggio e un paio di altri coetanei, un messaggio audio, un saluto, l’ultimo secondo quello che dice, preannunciando l’intenzione di suicidarsi il giorno del suo compleanno. L’altro ascolta il messaggio, capisce o, almeno, percepisce quello che sta per accadere. All’inizio rimane scosso, turbato, spaventato, quasi stordito. Ha tredici anni, impossibile non capirlo. Ha, comprensibilmente, paura che parlando violerebbe – incredibile la sensibilità per la confidenzialità di una chat che può esserci tra tredicenni – il segreto del compagno di chat, ma poi rompe gli indugi e reagisce. Lui lo racconta a scuola, la scuola alla famiglia, la famiglia alla polizia che identifica il tredicenne in difficoltà, in Piemonte, dall’altra parte del Paese, avvisa i suoi genitori, gli salvano la vita. Questa volta il sistema integrato di protezione e contrasto al cyberbullismo ha funzionato. Una storia drammatica ma a lieto fine a differenza di quelle che, purtroppo, ci si trova a raccontare più spesso, quelle che finiscono male, quelle nelle quali le parole dei bulli fanno più male delle botte come ha scritto in una drammatica ma lucida ultima lettera – la sua, purtroppo, ultima per davvero - Carolina Picchio, una delle prime vittime italiane di cyberbullismo, botte che producono ferite tanto profonde da apparire non rimarginabili a chi le subisce. Ed è per questo che è una storia che credo vada raccontata, condivisa, trasformata in un esempio, per tutti, ma soprattutto per i più giovani perché, probabilmente, tanti di loro, trovandosi nella stessa situazione, potrebbero fare la stessa cosa, superare la paura, lo smarrimento, lo stordimento e chiedere aiuto a un adulto o alle istituzioni, poco conta a chi, che sia a scuola, in famiglia, alla polizia postale, al Garante per la privacy. E se in tanti lo facessero, chissà quante vite si potrebbero salvare, chissà quanto più forte potrebbe diventare quella rete di protezione che, purtroppo, spesso, sin qui ha fallito. Perché, probabilmente, per un tredicenne è più facile confidarsi con un tredicenne, un coetaneo, rivelargli o rivelarle, la propria sofferenza, il proprio dolore, magari la propria decisione di farla finita. È l’unica ragione per la quale mi è sembrato utile raccontare questa storia e mi auguro faccia il giro del web, che sia conosciuta dai più piccoli e dai loro genitori. Se i più piccoli, i più giovani, i ragazzi, i coetanei delle vittime e dei bulli scendono in campo dalla parte giusta, forse, finalmente, riusciremo a arginare un fenomeno tanto drammatico quanto insensato, un fenomeno che trasforma bambini, ragazzi e adolescenti in carnefici di altri bambini, ragazzi e adolescenti, un fenomeno che, in tutto il mondo, ha già prodotto migliaia di vittime-bambine. Scendiamo in campo tutti insieme, bambini e adulti, con la stessa maglietta e gli stessi pantaloncini, magari rosa, come erano quelli di Andrea, forse la prima vittima italiana di cyberbullismo, bullizzato, tra l’altro proprio per aver indossato un pantalone rosa, anzi, rosso ma scolorito in lavatrice. Glielo dobbiamo. Lo dobbiamo ai più piccoli che non ci sono più e a quelli che combattono quotidianamente contro parole e gesti da bulli e di bulli che appaiono loro insostenibili. Io nei prossimi giorni, se troverò forza e parole, racconterò questa storia alla più grande delle mie figlie. È una scelta personalissima che non posso suggerire a nessuno di fare ma, forse, posso suggerire a tutti di valutare se fare.        

  18. 374

    L’inchiesta di Report: tanto tuonò che piovve

    Negli ultimi giorni, a seguito dell’inchiesta di Report, si è concentrata su di me una significativa attenzione mediatica. Ritengo quindi necessario chiarire, in modo trasparente e completo, i punti che mi riguardano. Le questioni sollevate sono due: i rapporti con lo Studio che ho fondato quindici anni fa e l’ipotesi di un mio ruolo improprio nel procedimento sui Ray-Ban Stories. Sul primo punto, quando sono stato eletto al Garante ho esercitato il recesso dall’associazione professionale, interrompendo ogni rapporto giuridico ed economico con lo Studio. Da allora ho mantenuto una netta separazione, astenendomi in tutti i casi nei quali lo Studio risultasse coinvolto. In cinque anni e mezzo, su oltre 2.600 provvedimenti del Collegio, i casi in cui è emerso un potenziale conflitto sono stati dieci e, ogni volta che ne sono venuto a conoscenza, mi sono astenuto. Report ha citato due episodi per sostenere l’idea di un conflitto sistemico. Nel caso della ASL di Avezzano, io mi sono effettivamente astenuto: è tutto documentato nei verbali, anche se in una seduta un’omissione materiale ha fatto venir meno la registrazione dell’astensione. Lo avevo chiarito anche dopo l’intervista, fornendo i verbali stessi. Inoltre, la decisione finale del Collegio è stata presa all’unanimità, quindi il mio voto non avrebbe comunque modificato l’esito. Nel caso ITA Airways, invece, lo Studio non difendeva la società nel procedimento in questione. Un avvocato che nel tempo è entrato nello Studio era, all’epoca, DPO della società, ma questo non risultava dagli atti e non avevo modo di saperlo. Anche in questo caso la decisione finale è stata unanime e in linea con la proposta degli uffici, trattandosi di una violazione minore. Sulla vicenda dei Ray-Ban Stories, Report sostiene che avrei “promosso” il prodotto durante l’istruttoria. In realtà, nel 2021 commentai pubblicamente l’arrivo degli occhiali sul mercato come tema culturale, non giuridico, e due anni dopo, quando il Garante avviò l’istruttoria, mi sono astenuto dal procedimento proprio per opportunità. Non intendo intraprendere azioni legali contro Report. Preferisco continuare a spiegare i fatti, rendere disponibili documenti e rispondere a chi voglia comprendere nel merito. Credo che la trasparenza sia la risposta più solida all’allusione e all’imprecisione.

  19. 373

    Vi dico la mia sulla storia raccontata da Il Fatto Quotidiano questa mattina

    Oggi Il Fatto Quotidiano mi dedica un articolo con alcune anticipazioni della seconda puntata, che andrà in onda domani sera, dell’inchiesta che Report sta conducendo sul Garante per la protezione dei dati personali.Sono, da sempre, convinto che quando fanno questo genere di inchieste, i media fanno il loro dovere e rendono uno straordinario servizio alla nostra democrazia.Guai se non lo facessero e guai se chiunque, specie da rappresentante di un’Istituzione, provasse a ostacolarli o a non collaborare.È la ragione per la quale quando prima Report e poi Il Fatto Quotidiano mi hanno chiesto un’intervista ho immediatamente accettato, ci ho messo la faccia, ho risposto a tutte le domande che mi sono state poste.Certo la condizione di quanto precede è che l’inchiesta, pur, eventualmente, muovendo da una tesi, non abbia pregiudizi, conclusioni precostituite, epiloghi già scritti ma sia ispirata dalla voglia di capire, raccontare e far capire, i fatti e la verità o quanto di più prossimo a quest’ultima esiste in natura.Guarderò Report ma, per ora, a leggere il Fatto non mi pare questo il caso e me ne rammarico anche perché Il Fatto Quotidiano è uno dei giornali sul quale, per pura e semplice passione civile e amor di giornalismo, avevo aperto, tra i primi, un blog quando muoveva i primi passi e conosco, da tempo, correttezza, competenza e penna di Thomas Mackinson, l’autore del pezzo.In realtà a dispetto del titolo e del catenaccio, grandi e sensazionalistici, come quelli che si usavano un secolo fa, sui “giornali gialli” americani, quelli che allora servivano a farli vendere agli angoli delle strade, poi il pezzo dice poco di me e dei miei rapporti con lo Studio Legale che ho fondato quindici anni fa e lasciato oltre cinque anni fa, quando sono stato eletto al Garante.I fatti sono soltanto due: mia moglie lavora ancora in quello Studio e quello Studio segue dei clienti davanti al Garante per la protezione dei dati personali.Personalmente né il primo, né il secondo mi sembrano degli scoop, delle grandi notizie, delle verità capaci di nasconderne chissà quali altre.E, però, entrambi vengono suggestivamente raccontati come “pistola fumante” di chissà quale torbida storia di malaffare o di intrecci tra interessi pubblici e privati.“Il caso tocca un nervo scoperto del Garante non tanto sul fronte politico quanto sul rischio di permeabilità rispetto a interessi commerciali”, scrive Mackinson.Un’affermazione grave, seria, preoccupante e allarmante, se fosse vera o, anche, semplicemente supportata da un qualche elemento fattuale.È uno di quei casi nei quali l’epilogo dell’inchiesta giornalistica sembra scritto prima ancora di condurla.Ma andiamo con ordine, cercando di rimanere ai fatti.L’attacco del pezzo – come si dice in gergo – è relativo a un procedimento che sarebbe stato promosso davanti al Garante per la protezione dei dati personali da duemila ex dipendenti Alitalia a tutela della loro privacy, una tutela che suggerisce il pezzo, “avrebbe dato loro una chance in più di non finire per strada”, ovvero, immagino, essere licenziati.Il reclamo introduttivo del procedimento sarebbe stato firmato da tal Antonio Amoroso ex Alitalia e oggi segretario di Cub Trasporti.Uso il condizionale perché come spiegato al giornalista quanto me lo ha chiesto, di questoprocedimento non so nulla e nulla posso sapere essendo ancora in fase istruttoria davanti agli uffici del Garante che, come esigono le regole, gestiscono l’istruttoria in assoluta autonomia anche e, soprattutto, dal Collegio.La tesi, tuttavia, è che il Garante non sarebbe intervenuto tempestivamente con la conseguenza che i dipendenti sarebbero stati licenziati.Qui un paio di precisazioni sono indispensabili.La prima è che il Garante non è un Giudice del lavoro che giudica della legittimità o illegittimità dei licenziamenti e che il Giudice del lavoro che, verosimilmente, è stato interessato della questione avrebbe, certamente, se rilevante, potuto accertare incidentalmente l’eventuale violazione della privacy.E, magari, è anche andata così, facendo, peraltro, venir meno ogni nostra giurisdizione sulla questione. Ma io non lo so e non posso saperlo e sembrerebbe non saperlo e non averlo verificato neppure Mackinson.La seconda mi riguarda più da vicino: il mio vecchio Studio, mia moglie, io stesso che c’entriamo con questa vicenda con la quale si apre un articolo il cui titolo sensazionalistico ci ha per indiscussi protagonisti: “Privacy, il Consigliere e le cause al Garante gestite dall’ex Studio”?La risposta è semplice e Mackinson l’aveva ma non la scrive: assolutamente nulla perché Alitalia che, in ipotesi, avrebbe illecitamente ceduto a ITA Airways i dati personali dei duemila dipendenti, nella vicenda in questione, non è mai stata assistita dal mio vecchio Studio.E, qui, Il Fatto è costretto a far fare alla tastiera un doppio salto carpiato.Eccolo: “A occuparsi della privacy di ITA Airways è, infatti, lo Studio Legale E-Lex, fondato nel 2011 da Guido Scorza, nominato nel 2020 membro del Collegio del Garante”.Chi sa leggere, a questo punto si perde, chi vuole capire si dichiara sconfitto, chi ama il giornalismo, si rattrista.ITA Airways non è, stando a quanto riferito nello stesso articolo, chi avrebbe ceduto illegittimamente i dati personali dei dipendenti e il soggetto contro cui il Garante starebbe procedendo ma, al massimo chi li avrebbe ricevuti, ma, soprattutto, né Alitalia, né ITA Airwais, nella vicenda sono mai state seguite dal mio ex Studio.Si arriva così a metà articolo senza che una sola parola, un solo fatto, un solo episodio, una sola circostanza abbia nulla – ma proprio nulla – a che fare con il titolo, con il catenaccio, con il sottoscritto, con mia moglie, con il mio ex Studio.Ma andiamo avanti.Come ho detto Mackinson è corretto e, subito dopo, riporta quanto gli ho detto durante l’intervista ovvero che avevo verificato l’esistenza del procedimento che mi aveva indicato e che effettivamente esisteva, aveva a che fare con Ita Airways ma non ne sapevo – e non ne so – di più e non potevo saperlo essendo ancora in istruttoria, che io ho comunque lasciato lo Studio che avevo fondato recedendo dall’associazione professionale che lo gestisce prima di entrare al Garante e che mia moglie effettivamente è rimasta a lavorare li, ma non si è mai occupata di privacy e, soprattutto, non partecipa agli utili dello Studio, avendo un compenso fisso.A questo punto la vicenda di Alitalia e del licenziamento deve uscire completamente di scena ma l’espediente letterario con il quale avviene è, almeno, claudicante per non dire fuorviante.Scrive Mackinson: “Il problema è che non è un caso isolato: una dozzina di altre aziende sono assistite dallo stesso Studio”.Se l’italiano è ancora la meravigliosa lingua che conosciamo la circostanza raccontata è semplicemente falsa perché come detto lo Studio in questione non ha niente a che vedere con la precedente vicenda.Per carità, sbagliamo tutti, penna e tastiera talvolta scivolano e talaltra finiscono con il confessare tesi precostituite, si chiama lapsus calami.L’importante è riconoscere l’errore e chiedere scusa.Me lo aspetto ma non lo chiederò formalmente perché credo che gli antidoti alla disinformazione e al falso, siano l’informazione e la verità.Le sto proponendo qui e chiederò a Il Fatto Quotidiano e a Thomas Mackinson di leggermi.Niente di più.Scrive poche righe più avanti Mackinson che la circostanza che il mio vecchio Studio assisterebbe una dozzina di società in procedimenti incardinati davanti al Garante rappresenterebbe un problema in quanto io sarei “nella condizione in astratto di determinarne il destino”.Poi, per la verità, riporta anche quanto gli ho riferito e quanto – data la comunanza con la tesi che verosimilmente domani Report sosterrà -, avevo anticipato già ieri in questo video al quale mi limito a rimandare e cioè che il mio vecchio Studio è stato coinvolto in dieci provvedimenti sui duemila e seicento adottati negli ultimi cinque anni, che ogni qualvolta ho avuto modo di avereconoscenza di un qualsiasi ruolo del mio vecchio Studio non ho partecipato alla decisione e che, anche quando – non avendo avuto notizia del coinvolgimento dello Studio del quale, ovviamente, non conosco l’elenco dei clienti attuali – così non è stato, le decisioni sono state assunte sempre all’unanimità con la conseguenza che il mio voto è stato ininfluente.Ce n’era abbastanza, credo, per considerare superata la tesi proposta poco sopra secondo la quale il destino dei clienti del mio vecchio Studio sarebbe mai stato nelle mie mani o, almeno, per andare a cercare conferme o smentite rispetto alle mie affermazioni e, quindi, rispetto al buono o cattivo funzionamento degli antidoti a ogni rischio di conflitto di interessi anche solo potenziale.E però non va così.E qui, per come la vedo io, si consuma l’incidente – il rispetto che provo per la stampa, Il Fatto Quotidiano e Mackinson mi impediscono di definirlo diversamente – più grave non per me ma per la buona informazione.Dopo aver fatto riferimento a una serie di circostanze completamente irrilevanti ai fini della questione e aver raccontato di un contratto di consulenza appena concluso tra il mio vecchio Studio e una società di comunicazione istituzionale a garanzia della reputazione non mia ma, appunto, dello Studio Legale, infatti, Mackinson chiude così: “proprio mentre esplode il caso del Garante e Report illumina tutto il Collegio – compreso il fondatore dello Studio che vende consulenze sulla privacy con la moglie ancora li e lui nel board chiamato a giudicare i reclami dei clienti di E-Lex. Sperando siano davvero ex.”.Qui sono i fatti a uscire di scena e lasciare il palco scenico alle illazioni e alle allusioni.Che significa “sperando siano davvero ex”?Qualsiasi dubbio di chi fa informazione è lecito ma quando lo si nutre si può – e, mi piacerebbe dire si deve – fare una cosa sola: cercare conferme

  20. 372

    Un milione di persone ogni settimana parla di suicidio con ChatGPT

    Un milione di persone ogni settimana parla di suicidio e altri comportamenti autolesionistici mentre usa ChatGPT.Lo ha reso noto la stessa società che gestisce il servizio di AI generativa più popolare del mondo lo scorso 27 ottobre insieme a una serie di altri dati su altri generi di conversazione, ovviamente meno preoccupanti ma non certo rassicuranti.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]È una classica situazione da bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno a seconda i punti di vista o, considerata l’ora, da tazzina di caffè con un caffè troppo corto o corto quasi al punto giusto.Stiamo parlando dei dati che OpenAI ha pubblicato nei giorni scorsi, dati che essenzialmente, dicono due cose: che le conversazioni su ChatGPT restano in un numero rilevante di casi pericolose ma che sono sensibilmente meno pericolose che in passato perché la società si sta impegnando a affrontare e gestire questo genere di problemi.Alcuni numeri, però, mettono i brividi.Il primo è appunto quello di quel milione di persone in soli sette giorni che manifesterebbe propositi o intenzioni suicida o autolesioniste mentre usa ChatGPT.Oggettivamente tante, anzi tantissime se si considera l’oggetto delle conversazioni e se si tiene conto della facilità con la quale, talvolta, si passa dalle parole ai fatti come hanno raccontato alcuni drammatici episodi.Gli altri numeri, pure importanti, naturalmente, appaiono meno gravi.Quello, analogo, degli utenti che manifestano "livelli elevati di attaccamento emotivo a ChatGPT" e quello da centinaia di migliaia di persone che mostrano segni di psicosi o mania nelle loro conversazioni settimanali.Tutti fenomeni gravi e preoccupanti.Ma, per chi voglia guardare la tazzina di caffè piena al punto giusto, tutti numeri inferiori a quelli di qualche mese fa e, naturalmente, di quelli che si sarebbero registrati, se fossero stati misurati con le stesse metriche, al momento del debutto.OpenAI, insomma, e i numeri appena pubblicati in un’operazione di trasparenza comunque apprezzabile lo confermano, sta lavorando per contenere questo genere di fenomeni.Tanto per fare un esempio, i dati suggeriscono che il nuovo modello GPT-5 ha ridotto le risposte indesiderate, nel caso di utenti che manifestano propositi suicida o autolesionisti, del 52% rispetto al GPT-4°.Bene, naturalmente.Difficile dire se anche benissimo, non conoscendo il numero delle risposte indesiderate che ChatGPT continua a dare agli utenti che usandolo parlano di suicidio.E però la domanda da porsi probabilmente è un’altra e, bene dirlo subito, non riguarda solo ChatGPT e OpenAI ma l’intero universo dei chatbot.Milioni di persone ogni settimana, conversando solo con ChatGPT evidenziano propositi suicida e autolesionisti, mostrano livelli elevati di attaccamento emotivo a ChatGPT e segni di psicosi o mania.E se questa è la situazione in casa OpenAI è verosimile che non sia diversa quella che va in scena sulle pagine degli altri fornitori di servizi analoghi.Uno scenario oggettivamente pericoloso con rischi, probabilmente, da considerarsi elevati se non in termini assoluti, in relazione alla natura degli interessi in gioco.La domanda con la quale salutarci questa mattina, quindi, a me pare debba essere: siamo certi che servizi del genere possano essere distribuiti liberamente fuori da ogni regola che identifichi gli standard oltre i quali il rischio deve considerarsi insostenibile e imponga guardrails precisi a tutela degli utenti, a cominciare dai più giovani.Personalmente non credo si possa andare avanti così, utilizzando il mercato come se si trattasse di un laboratorio nel quale sperimentare le proprie soluzioni e le persone come cavie.Ma parliamone.Buona giornata e, naturalmente, goodmorningprivacy!

  21. 371

    Presidente, non provare a dividerci con la mia musica

    "Si tratta di un utilizzo non autorizzato della mia interpretazione di 'Danger Zone'. Nessuno mi ha chiesto il permesso, che avrei negato, e chiedo che la mia registrazione su questo video venga rimossa immediatamente."Ferma, decisa e determinata.È la richiesta che Kenny Loggins ha inviato alla Casa Bianca dopo che Trump aveva utilizzato la sua musica come colonna sonora del video, generato con l’intelligenza artificiale, in risposta alla protesta No Kings che ha riempito sabato scorso le piazze americane.Prima la sigla e poi ne parliamo davanti al solito caffè.[SIGLA]Il video ha fatto il giro del mondo suscitando reazioni diverse dal divertimento all’ironia, passando per la critica e lo stupore.Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, alla guida di un aereo da combattimento di quelli protagonisti di Top Gun, celeberrimo film con Tom Cruise che scarica tonnellate di una sostanza marrone facilmente identificabile sui manifestanti che invocano rispetto per la libertà e la democrazia.La colonna sonora del video era Danger Zone, già colonna sonora proprio di Top Gun, interpretata da Kenny Loggins.Ma una cosa è la propria musica che fa da colonna sonora a un film campione di incassi e una cosa completamente diversa è se finisce, complice anche l’intelligenza artificiale, a fare da colonna sonora a un video nel quale il tuo Presidente, alla cloche di un jet da guerra ricopre di escrementi i suoi oppositori."Non riesco a immaginare perché qualcuno dovrebbe volere che la propria musica venga usata o associata a qualcosa creato con il solo scopo di dividerci. Troppe persone stanno cercando di separarci e dobbiamo trovare nuovi modi per unirci. Siamo tutti americani e siamo tutti patriottici. Non esiste un 'noi e loro': non è quello che siamo, né quello che dovremmo essere. Siamo tutti noi. Siamo tutti sulla stessa barca e spero che possiamo abbracciare la musica come un modo per celebrare e unire ognuno di noi".Sono le parole con le quali il cantautore americano ha pubblicamente spiegato la sua decisione di richiedere l’immediata rimozione della sua musica dal video pubblicato dalla Casa Bianca.Difficile non condividerle.Difficile non essere d’accordo.È, d’altra parte, quello che da questa parte dell’oceano chiamiamo diritto morale d’autore.L’autore e solo l’autore può decidere chi può fare cosa con la propria musica.È un fatto, innanzitutto, di identità personale, specie quando l’utilizzo dell’altrui musica può dare a pensare che l’associazione sia figlia di una condivisione da parte dell’autore del contenuto al quale è associata.Eppure, specie da quando la generazione di contenuti multimediali artificiali impazza il fenomeno dell’associazione di musica a questo o quel contenuto, un’associazione, normalmente, priva di qualsiasi preventiva autorizzazione.E non è tanto e soltanto una questione di soldi, di diritti pagati o non pagati, di licenze.Ma anche e soprattutto, proprio come la storia di Kenny Loggins e del video di Trump suggerisce una questione di principio, di ideali, di identità personale, di messaggi che non si condividono e ai quali non si vuole essere associati.Una questione, spesso, sin qui, sottovalutata, anzi, di frequente dimenticata.C’è da augurarsi che l’inciampo della Casa Bianca e la pronta e bella reazione di Loggins, valgano a sollevare il problema e a correre ai ripari.E, naturalmente, quello che vale per la musica, vale anche e a maggior ragione per l’immagine di chicchessia che non dovrebbe poter essere utilizzata per generare qualsivoglia tipo di contenuto che veicoli messaggi, battute e dichiarazioni nei quali il titolare dell’immagine non si riconosce, che non gli appartengono, ai quali semplicemente non vuole essere associato.Ne parlavo proprio nell’episodio di ieri a proposito della decisione di OpenAI di bloccare l’utilizzo dell’immagine di Martin Luther King per la generazione artificiale di video attraverso Sora.Il problema è analogo.Ma il caffè sta diventando americano, proprio come queste vicende ed è tempo di fermarmi.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  22. 370

    I personaggi famosi fuori da Sora su richiesta. E gli altri?

    In un post sul suo account ufficiale su X OpenAI ha reso noto di aver sospeso la generazione di immagini di Martin Luther King a seguito della richiesta della figlia, Berenice e di aver intenzione di garantire lo stesso trattamento a tutti gli altri personaggi storici e pubblici che chiedessero o nel cui interesse venissero avanzate analoghe richieste.Bene, almeno in un contesto nel quale ci stiamo abituando a festeggiare anche l’ovvio.E, però, forse la questione è un po’ più complicata di così.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]“Sebbene vi siano forti interessi in materia di libertà di parola nella rappresentazione di personaggi storici, OpenAI ritiene che i personaggi pubblici e le loro famiglie debbano in ultima analisi avere il controllo su come la loro immagine viene utilizzata. I rappresentanti autorizzati o i titolari dei diritti possono richiedere che la loro immagine non venga utilizzata nei video di Sora”.Dice così la società che ha progettato, sviluppato e gestisce SORA, il servizio di generazione di video artificiali già utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo per abbattere definitivamente il già scolorito confine tra il vero e il falso, producendo centinaia di milioni di contenuti audiovisivi nei quali personaggi noti e illustri sconosciuti, storici e non storici diventano protagonisti di episodi ai quali non hanno mai partecipato o che, addirittura, non sono mai esistiti e di dichiarazioni che non hanno mai reso.Difficile non essere d’accordo con la decisione di OpenAI e difficile non trovare abominevole la strumentalizzazione di un campione dei diritti come Martin Luther King in video artificialmente generati capaci di ridicolizzarne la figura, manipolarne il pensiero, e offenderne la memoria.E, però, le domande che l’iniziativa appena assunta dalla mamma di SORA solleva e alle quali questo caffè, evidentemente, non basta per dare risposta sono due o, meglio, almeno due.La prima.Ma non sarebbe stato necessario, opportuno, eticamente corretto, giuridicamente doveroso pensarci prima? E cioè non porre affatto SORA in condizione di riportare artificialmente in vita chi non c’è più rendendolo protagonista di scene che non ha mai vissuto e parole che non ha mai pronunciato?Perché, naturalmente, una cosa è indicizzare contenuti disponibili online per renderli più facilmente accessibili al pubblico come fanno i motori di ricerca e una cosa diversa è far propri quei contenuti per fornire un servizio che abilita milioni di persone a manipolarli per ogni genere di scopo.La seconda.Perché il diritto di chiedere a OpenAI di uscire da SORA dovrebbe spettare solo ai personaggi famosi?Usare il volto, la voce, le sembianze di una persona significa usare i suoi dati personali e, almeno da questa parte dell’oceano, almeno il diritto di chiedere il c.d. opt out, ovvero l’interruzione di qualsiasi trattamento di dati che ci riguardi lo abbiamo tutti, nessuno escluso, che si sia personaggi famosi o illustri sconosciuti e, anzi, a ben vedere, forse, i secondi più dei primi che, magari, in alcune ipotesi, devono accettare una compressione del loro diritto in nome dell’interesse pubblico a informare e essere informati.Troppo corto il caffè per le risposte però la discussione è importante e come che la si voglia concludere non credo che sia una buona idea lasciare che a decidere siano mercato e industria.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  23. 369

    Un’app per far finta di esser andati in vacanza. Come siamo arrivati fino a qui?

    Volete raccontare di esser andati ai tropici senza che lo abbiate fatto davvero o, magari, che avete scalato l’Everest, visitato una capitale europea o fatto il giro del mondo?Niente di più facile.Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa e dei deepfake, volere e potere, senza limiti o quasi.La sigla e poi vi racconto come fare, ma, soprattutto, mi chiedo e vi chiedo, come ci siamo arrivati qui? Come siamo arrivati a avvertire così forte il bisogno di contrabbandare per vera una vacanza che non abbiamo mai fatto.—Si chiama Endless summer, l’ha sviluppata e appena pubblicata sugli store di applicazioni di tutto il mondo, Laurent del Rey, uno sviluppatore del Meta’s Superintelligence Lab.Ma è una sua iniziativa personale.Funziona in modo semplicissimo.Basta dare in pasto all’applicazione una o più vostre fotografie, scegliere dove andare in vacanza e tappare sullo schermo del vostro smartphone per chiedere all’app di generarvi una foto che vi ritrae nell’atteggiamento che preferite, su una spiaggia, una pista da sci, in cordata in montagna, su una nave da crociera o ovunque preferiate.Ma se non volete neppure far lo sforzo di pensare a dove avreste voluto andare in vacanza ma non ci siete andati, c’è un servizio premium, che costa un po' di più, quindi, e che ogni giorno vi manda direttamente sullo smartphone un paio di foto scattate – pardon artificialmente generate – nei luoghi più esotici e affascinanti del mondo.Poi a voi scegliere cosa raccontare a amici e parenti condividendo le foto in questione, stampandole, inviandole a qualcuno in digitale o pubblicandole sui social.Certo, niente che non si potesse fare già ieri, prima del lancio dell’app con un qualsiasi programma di editing di immagini più o meno intelligente.E, però, con Endless Summer la novità è che l’app ha una sola funzione: generare foto di vacanze che non avete mai fatto infilandovici dentro.Ed è proprio questo che fa sorgere – o, almeno, c’è da augurarsi faccia sorgere – una domanda importante: quando è successo che abbiamo iniziato a avvertire così forte l’esigenza di raccontare ciò che non è mai esistito?E come è potuto accadere?Che soddisfazione può dare a una persona pubblicare una foto artificialmente generata di una vacanza inventata di sana pianta?Viene il sospetto che se, effettivamente, pubblicare una foto del genere è un’ambizione diffusa, allora, significa che, in tanti, apprezzano di più o di meno una persona, secondo, se, quanto spesso e dove va in vacanza.Così tanto da indurre qualcuno a non poter fare a meno di usare un’app del genere per diventare protagonista di una storia immaginifica di una vacanza mai esistita.Quando ci interroghiamo sull’impatto della tecnologia sulle persone e sulla società, probabilmente, dovremmo riflettere anche su fenomeni come questo.Senza dire che, naturalmente, quello che sta per accadere e che il confine tra le vacanze vere e le vacanze false, almeno nella dimensione digitale, sta per essere completamente eroso.Per fortuna che, almeno per un po’, c’è da augurarsi che quelle vere continuino a regalare esperienze, emozioni e sensazioni, non riproducibili in laboratorio.Inutile dire – anche se è la ragione per la quale ne parlo qui – che per riuscire nell’intento bisogna affidare al fornitore del servizio una montagna di nostri dati biometrici, tutti quelli necessari a consentire il miracolo fotografico o, forse, meglio l’illusione vacanziera.Uno scambio che rende ancora più inspiegabile il ricorso a un servizio del genere.Non so se sia un caffè da ridere o da piangere quello di oggi ma non correrei e, personalmente, non correrò a scaricare l’app.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  24. 368

    Il Giappone a OpenAI: giù le mani da Super Mario. E l’Italia?

    Il lancio di SORA la potentissima applicazione di generazione artificiale di video di OpenAI sta, comprensibilmente, facendo storcere la bocca a milioni di titolari dei diritti in tutto il mondo che stanno vedendo le loro creazioni prima finite in pasto agli algoritmi e ora risputate fuori in ogni genere di filmato generato dagli utenti e pubblicato online.Tra i meno contenti di quello che sta accadendo sembrerebbe esserci niente di meno che il Governo di Tokyo.La sigla e ne parliamo davanti al solito caffè.[SIGLA]Da Super Mario a Pikachu, passando per tutto lo straordinario patrimonio creativo giapponese.È una ricchezza inestimabile che OpenAI – certamente non da sola ma in compagnia di diverse concorrenti – ha fatto sua e trasformato in un invidiabile asset tecno-commerciale che ora sta sfruttando per consentire al suo servizio di generazioni di video, SORA, di inserire i personaggi in questione nei contenuti generati dagli utenti.Tutto, naturalmente, è avvenuto senza chiedere permesso a nessuno, a cominciare dai titolari dei diritti e senza pagare un solo dollaro di licenza.Un furto bello e buono secondo alcuni.Uno sfruttamento lecito dell’altrui patrimonio creativo per generare altri contenuti creativi secondo OpenAI e l’industria dell’intelligenza artificiale.Nessuna sorpresa che al Governo di Tokyo sembri più un furto che una storia di innovazione e, infatti, ha chiesto formalmente a OpenAI di interrompere ogni forma di sfruttamento del patrimonio artistico giapponese nell’ambito del suo servizio.Secondo il Governo si tratterebbe di “tesori insostituibili” cannibalizzati dagli algoritmi di OpenAI senza alcuna giustificazione giuridica: un furto di proprietà intellettuale appunto.Come andrà a finire?Troppo presto per dirlo.E, però, la questione è rilevante perché, in fondo, le rivendicazioni del Governo di Tokyo sono le stesse che decine di altri Governi, a cominciare da quello di casa nostra, potrebbero indirizzare alle fabbriche degli algoritmi di intelligenza artificiale generativa per chiedere che rinuncino allo sfruttamento dei tesori creativi.Senza nulla togliere ai Manga e alle Anime giapponesi, a Super Mario e Pikachu, anche l’Italia ha, nel mondo della creatività artistica i suoi “tesori insostituibili”, dalla musica, al cinema, alla letteratura, ai beni culturali.Che non sia l’ora di cominciare a rivendicare almeno una “sovranità artistica digitale”?Solo una provocazione.Ma, forse, non completamente priva di fondamento.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  25. 367

    Più preoccupazione che entusiasmo sull’intelligenza artificiale

    Sono interessanti i dati e le percentuali di una ricerca appena pubblicata dal Pew Research Center a proposito della percezione che, in giro per il mondo, si ha dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società.Con poche eccezioni, in generale, il fenomeno sta generando più preoccupazione che entusiasmo.Ma, dopo la sigla, vale la pena approfondire.[SIGLA]Sono di venticinque Paesi diversi, anzi, diversissimi, i cittadini ai quali il Pew Research center ha chiesto se guardino all’intelligenza artificiale più con entusiasmo o con preoccupazione e, con la sola eccezione della Corea del Sud, da nessuna parte, più di tre cittadini su dieci hanno scelto l’entusiasmo.In Italia circa la metà degli adulti si dice più preoccupata che entusiasta per la crescente presenza dell'IA nella vita quotidiana, una quota tra le più alte insieme a quelle di Stati Uniti, Australia, Brasile e Grecia.In media il 34% si dice più preoccupato che entusiasta, il 42% prova sentimenti contrastanti e solo il 16% è più entusiasta che inquieto.Sono dati che oggettivamente suggeriscono qualche riflessione perché raccontano, almeno, che la corsa folle verso la pandemia degli algoritmi e delle intelligenze artificiali non risponde a un sentir comune, non è un desiderio dei più, non è figlia di un entusiasmo collettivo e, anzi, preoccupa più di quanto entusiasmi.Ma attenzione a non correre alle conclusioni.C’è anche da considerare che la stessa ricerca suggerisce che, sfortunatamente, le persone, in giro per il mondo, sanno poco, anzi pochissimo dell’intelligenza artificiale.I giovani più dei meno giovani ma comunque con percentuali che non superano mai la metà della popolazione dei venticinque Paesi coinvolti nella ricerca.Nel complesso, la media mondiale indica che il 34% degli adulti ha sentito o letto molto di IA, il 47% un po' e il 14% per nulla.Sfortunatamente sembra evidente che stiamo investendo enormemente di più nell’addestrare gli algoritmi a conoscere le persone che nell’educare le persone a conoscere gli algoritmi.Il risultato è che che si sia entusiasti o, invece, preoccupati, l’una e l’altra percezione è poco informata, poco consapevole, poco ponderata.È, forse, il dato più preoccupante che emerge dalla ricerca.Siamo davanti a una rivoluzione epocale che sta determinando una trasformazione antropologica e i miliardi di persone le cui vite verranno radicalmente cambiate non ne sanno abbastanza e, quindi, non sono in condizione di partecipare consapevolmente al governo del fenomeno.È, probabilmente, uno dei più grandi fallimenti educativi della storia dell’umanità, un fallimento che rischia di consegnare a un mercato asfittico e oligopolistico come pochi altri, il governo dell’intera società.Numeri e percentuali da caffè amaro questo mattina.Ma, comunque, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  26. 366

    Attenti alle truffe del cuore

    Oggi un avviso alle naviganti e ai naviganti perché sono stati pubblicati gli atti di un’inchiesta condotta dalle Autorità americane che suggerisce di come ci sia un genere di truffa online straordinariamente longeva e dura a morire che, a dispetto degli anni che passano, continua a mietere un numero incredibile di vittime insospettabile.La sigla e ve la racconto perché conoscerla, purtroppo, non basta a non caderci ma può se non a si conosce è più facile caderci. Quindici miliardi di dollari in criptovalute.È la cifra da capogiro che le Autorità federali americane hanno sequestrato a un’organizzazione di cybercriminali che, per anni, ha accumulato ricchezza truffando centinaia di migliaia di persone in giro per il mondo.Come?Facendole innamorare online di persone che non esistono, persone che, ogni volta, secondo lo stesso schema, intrattenevano con le ignare vittime lunghe relazioni a distanza, scambiandosi messaggi e foto, naturalmente, assolutamente finte, parlando del presente e del futuro, dell’amore, della passione e del sesso, fingendosi interessati a conoscersi per davvero, a vedersi e incontrarsi non appena la distanza lo avesse reso possibile.Poi, dopo mesi di conversazioni online, i discorsi iniziavano a virare sugli straordinari guadagni che possono realizzarsi investendo in criptovalute e, quindi, il truffatore o la truffatrice – falsa l’identità del primo come della seconda – si dichiaravano disponibili a aiutare il loro amato o la loro amata nell’investimento.E a quel punto il gioco era fatto.Ottenuto quello che volevano per davvero – non l’amore ma il portafoglio – i truffatori sparivano lasciando le vittime con il cuore spezzato e il conto corrente in banca svuotato.Un tipo di truffa, queste, quelle del cuore, eguali a loro stesse – con poche varianti – da anni e che, tuttavia, continua ad avere uno straordinario successo.Guai a sentirsi vaccinati, esenti da ogni rischio, a dire che non ci si cascherebbe mai.Gli atti del giudizio ora pendente davanti ai Giudici di New York suggeriscono che non esiste un profilo-tipo della vittima, negli anni ci sono cascate persone diversissime, anziani e meno anziani, donne e uomini, professionisti e operai.La truffa, infatti, fa drammaticamente leva sulla più feroce delle pandemie che si sia mai diffusa in giro per il mondo, quella della solitudine.Siamo soli, ci sentiamo soli, in un momento o in un altro, per tutta la vita o per una parte di essa.E, quando capita, si è più fragili del solito e si rischia tutti, nessuno escluso, di cadere nella trappola.Ecco perché parlarne, forse, vale questo caffè, un caffè del mattino, né dolce, né amaro, oggi ma auspicabilmente utile.Succede e accade molto più frequentemente di quanto non si pensi come suggerisce la montagna di denaro sequestrata dalle autorità americane e, allora, senza niente togliere alla bellezza del sentimento, al cuore, all’amore, forse, vale la pena di star più attenti e non accettare coccole dagli sconosciuti o, almeno, a non metter mano al portafoglio fino a quando gli sconosciuti non ci dimostrano di esistere, di esser per davvero come sembrano e quelli che sembrano.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  27. 365

    In California la prima legge sui chatbot companion a difesa dei più piccoli

    "Tecnologie emergenti come chatbot e social media possono ispirare, educare e connettere, ma senza veri e propri limiti, la tecnologia può anche sfruttare, fuorviare e mettere in pericolo i nostri figli. Abbiamo assistito ad alcuni esempi davvero orribili e tragici di giovani danneggiati da tecnologie non regolamentate, e non resteremo a guardare mentre le aziende continuano a comportarsi senza i necessari limiti e responsabilità. Possiamo continuare a essere leader nell'intelligenza artificiale e nella tecnologia, ma dobbiamo farlo responsabilmente, proteggendo i nostri figli in ogni fase del percorso. La sicurezza dei nostri figli non è in vendita".Non sono le parole di un commissario europeo ma quelle del Governatore della California Gavin Newsom.La sigla e vi racconto il contesto nel quale le ha pronunciate.È la prima legge al mondo, americana e non europea, che mira a disciplinare la fornitura di servizi di chatbot companion, non tanto e non solo ChatGPT e i suoi diretti concorrenti ma anche e soprattutto Replika, Chai, Character AI e quell’universo eterogeneo di chatbot progettati, sviluppati e resi disponibili sul mercato per intrattenere, tenere compagnia, diventare i migliori amici, le migliori amiche, i fidanzati, le fidanzate, le amanti o gli psicoterapeuti di persone in carne ed ossa.La legge, fortemente voluta dal Governatore della California che, appunto, l’ha commentata con le parole appena ricordate, entrerà in vigore il prossimo primo gennaio 2026 e impone ai fornitori dei servizi in questione una serie di obblighi stringenti dalla tanto discussa – anche da questa parte dell’oceano – verifica dell’età, all’implementazione di una serie di protocolli di sicurezza per contrastare il suicidio e l'autolesionismo da condividere con il Dipartimento di Salute Pubblica dello Stato, insieme a statistiche su come il servizio ha fornito agli utenti notifiche e allert sull’esigenza di chiedere assistenza specialistica.Secondo la legge i fornitori di servizi dovranno anche chiarire che qualsiasi interazione è generata artificialmente, non presentare i loro chatbot come professionisti sanitari, offrire ai minori promemoria sull’esigenza di sospendere le conversazioni trascorso un certo intervallo di tempo e impedire loro di visualizzare immagini sessualmente esplicite generate dal chatbot.Niente, naturalmente, che sia in grado di azzerare ogni rischio e ogni pericolo per i più piccoli ma, innegabilmente, un passo avanti significativo e nella giusta direzione che, peraltro, arriva proprio dallo Stato nel quale sono stabiliti alcuni tra i fornitori di maggior successo di questo genere di servizi.Il messaggio è prezioso e chiarissimo: c’è spazio per fare innovazione responsabile e non c’è ragione per continuare a raccontare che la regolamentazione sia nemica dell’innovazione.Ma, probabilmente, le parole più importanti tra quelle scandite dal Governatore californiano nel salutare l’approvazione della nuova legge sono queste: “la sicurezza dei nostri figli non è in vendita”.Parole sante.E, finalmente, parole che trovano posto in una legge.Bene così.Finalmente un caffè dolce.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  28. 364

    Mamma, un senzatetto in salotto!

    Ho quasi paura a raccontare questa storia perché non vorrei ispirare chi non ci ha ancora pensato.Ma c’è uno scherzo a mezzo intelligenza artificiale – se così può definirsi anche un’idea assolutamente idiota – che spopola online negli Stati Uniti d’America e che la dice lunga sui rischi che si corrono quando si mettono strumenti potenti come quelli di intelligenza artificiale generativa nelle mani di bambini e adolescenti.La sigla e ve lo racconto a bassa voce, ma non fatelo sentire ai vostri figli.Prendi un video di casa tua, magari del letto di mamma e papà o del divano dove la sera prima hai guardato, insieme a loro, il tuo show preferito e chiedi a Sora o a un’altra qualsiasi applicazione di intelligenza artificiale – bastano anche gli strumenti gratuiti di Snapchat – di metterci sopra una persona un po’ trasandata, diciamo un senzatetto.Poi manda il video ai tuoi e racconta loro che la persona in questione ha bussato alla porta, ha detto di essere un loro ex compagno di scuola e di università e di aver bisogno di un bagno o di bere un bicchier d’acqua e che, quindi, gli hai aperto la porta.Tutto il resto è facile, anzi facilissimo, da immaginare.Il panico che ha la meglio sulla razionalità, le urla, i genitori che lasciano il lavoro per tornare a casa.Tutto questo quando va bene.Perché spesso, invece, preoccupati di non arrivare a casa in tempo i genitori chiamano direttamente la polizia e raccontano quello che hanno visto, un estraneo in casa, accanto al figlio, con chissà quali intenzioni.Un’emergenza impossibile da sottovalutare per la polizia.Un bambino in pericolo.Via a sirene spiegate.Ma che succede se nello stesso pomeriggio arrivano centinaia di telefonate del genere perché lo scherzo è diventato virale?Un enorme spreco di risorse pubbliche, l’impossibilità di garantire la sicurezza dove l’intervento della polizia servirebbe davvero, l’effetto “al lupo al lupo”, per il quale si finisce a non credere a allarmi veri, confondendoli per allarmi figli di pericolosissime idiozie artificiali.Tutto questo senza dire di quanto disumano sia giocare sulla pelle di un senzatetto e usarne l’immagine per spaventare i propri genitori.Ma in America ormai è virale.Tanto che la polizia è stata costretta a pubblicare avvisi e messaggi nei quali invita i ragazzi a fermarsi e i genitori a fermarli.Qualcuno starà sorridendo bevendo il caffè di questa mattina.E, però, c’è poco da scherzare.È un’idea tanto orribile quanto idiota che sfortunatamente racconta una volta di più perché non si possono lasciare strumenti tanto potenti nelle mani dei ragazzini.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  29. 363

    La verità (in video) ha le ore contate

    Che sarebbe accaduto era noto, quando ancora no.Ora, però, lo sappiamo e si tratta di ore.Sto parlando dell’impossibilità di guardare un video online sentendosi certi che sia tutto vero.Una rivoluzione alla quale non siamo preparati.La sigla e ne parliamo.Un milione di installazioni in meno di cinque giorni.Sono i numeri da brivido di SORA l’app per la generazione di video, deepfake inclusi, di OpenAI.E prima di alzare le spalle e di dire che si tratta di numeri ancora modesti vale la pena ricordarsi che l’applicazione è disponibile solo negli Stati Uniti e in Canada e, soprattutto, che solo che per scaricarla e installarla, per il momento, serve un invito.Sono numeri tanto per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno superiori, persino, a quelli di ChatGPT che sono stati superiori a quelli di qualsiasi altra app mai distribuita, era liberamente scaricabile, senza invito, in tutto il mondo e era decisamente più eclettica di Sora, potendo essere utilizzata per una pluralità di impieghi diversi.Eppure questi sono i numeri.E sono numeri che trovano una conferma nell’invasione – altra espressione non c’è – di video generati proprio attraverso l’app di casa OpenAI nell’intero universo social.Inevitabile la conseguenza all’orizzonte.E si torna alla riflessione di partenza.Stiamo per essere travolti da un’onda altissima di video che rappresenteranno ogni genere di falso più o meno d’autore.Sora, infatti, consente anche di generare deepfake straordinariamente realistici.Basta guardare i milioni di contenuti generati artificialmente che già spopolano online con personaggi più o meno famosi, inclusi volti noti del cinema e della musica che non ci sono più, protagonisti di scene che non hanno mai girato o con persone comuni, in carne ed ossa, inserite in scene di film alle quali non hanno, ovviamente, mai partecipato.Giochi, divertissement, esercizi per mettere alla prova la potenza irresistibile di Sora e niente di più.Almeno per il momento, almeno per quanto se ne sa, almeno nella più parte dei casi.E, però, quanto ci vorrà perché milioni di utenti e, presto, miliardi si rendano conto che l’applicazione può essere usata per sgretolare letteralmente la linea di confine tra il vero e il falso già da tempo sbiadita, iniziando a generare artificialmente ogni genere di video capace di contrabbandare per reale ciò che non è mai avvenuto?Che strumenti abbiamo e avremo, nelle settimane che verranno, per non doverci rassegnare all’idea che sia tutto, semplicemente, verosimile e plausibile, che non ci sia più niente di vero o di falso oltre ogni ragionevole dubbio?Quante persone in giro per il mondo, tra i miliardi di fruitori di contenuti audiovisivi nella dimensione digitale, sono e saranno in grado di distinguere ciò che è vero e reale, da ciò che è falso e artificialmente posticcio?E siamo certi che l’esistenza umana e quella della nostra società siano sostenibili se si perde così rapidamente e così diffusamente ogni possibilità di distinguere il vero dal falso?Considerato il ritmo di diffusione di un’applicazione come Sora – che, è bene ricordarlo, non è né la prima, né l’ultima applicazione del genere – direi che abbiamo le ore contate per rispondere a queste domande.Poi potrebbe essere tardi.Ma, per ora e solo per ora, buon caffè, buona giornata e, ovviamente, good morning privacy.

  30. 362

    Zelda Williams: “Giù le mani dall’immagine e la voce di mio padre”

    “Non state facendo arte, state trasformando le vite di esseri umani in disgustosi e scadenti brandelli di carne, strappandoli alla storia dell’arte e della musica per poi spingerli in gola alle persone nella speranza di ottenere approvazione. Che schifo!”Sono alcune delle parole con le quali Zelda Williams, regista e figlia di Robin, ha tuonato via social contro l’esercito di persone che continua a usare l’intelligenza artificiale generativa per produrre video utilizzando l’immagine del padre.La sigla e poi vi leggo le altre e proviamo a trarre qualche conclusione.Non ne può più. Non è disponibile a tollerare oltre. Non ha intenzione di restare in silenzio la figlia di Robin Williams, popolarissimo attore scomparso oltre dieci anni fa.Il vaso è colmo e non è una questione commerciale legata allo sfruttamento dell’immagine del padre ma una questione personale, affettiva, intima, familiare.E così Zelda Williams ha rotto gli indugi e scritto via social quello che pensa del riuso diversamente intelligente dell’immagine del padre per generare video dei quali il padre non ha mai scelto di essere protagonista e dei quali nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di pensare che avrebbe voluto esserlo.“Per favore, smettetela di mandarmi video con mio padre generati dall'Intelligenza Artificiale. Smettetela di pensare che io abbia voglia di vederli e che capisca. Non voglio farlo e non lo farò. Se invece state soltanto cercando di provocarmi, sappiate che ho visto ben di peggio, quindi vi bloccherò e andrò avanti per la mia strada. Ma vi prego, abbiate la decenza di smettere di fare questo a lui, a me e a qualsiasi altra persona. Punto. È stupido, è uno spreco di tempo e di energia, e credetemi, non è ciò che avrebbe voluto.”Difficile, anzi, inutile aggiungere altro.Il punto è chiarissimo.Robin Williams non c’è più.È stato un gigante di Hollywood, ha dato moltissimo al suo pubblico, ha fatto le sue scelte artistiche, ha deciso cosa fare della sua genialità e cosa non fare.La semplice circostanza che, oggi, l’intelligenza artificiale consenta a chiunque di riportarlo sinteticamente in vita in un video non dovrebbe significare che chiunque possa sentirsi legittimato a farlo.Prima che illecito è maleducato, insensibile, contrario alla dignità della persona e dell’artista che, pure, magari, si è artisticamente amato.E Zelda lo dice forte e chiaro: “Gli attori in carne e ossa meritano la possibilità di creare i personaggi secondo le loro scelte, di prestare la voce ai cartoni animati e di impiegare le proprie capacità UMANE e il proprio tempo nella costruzione di una performance. Queste riproduzioni sono, nel migliore dei casi, un'insulsa replica di persone straordinarie, mentre nel peggiore dei casi sono orrendi mostri in stile Frankenstein, assemblaggi dei peggiori pezzi di questa industria, che dovrebbe invece battersi per qualcosa di diverso.”.Quasi banale dire che ha ragione lei.E, tutto questo, senza dire che non è umanamente giusto neppure nei confronti dei famigliari.Ognuno elabora il lutto a modo suo.E nessuno dovrebbe pretendere di decidere per lei o per lui se sia un piacere o un dolore vedere un padre artificialmente contraffatto e posticcio recitare un ruolo che non ha mai recitato.Lascio in fondo la circostanza che, almeno da questa parte dell’oceano, il trattamento dei dati personali – anche biometrici in questo caso – di Robin Williams necessari alla generazione di nuovi video è da considerarsi illecita, specie davanti alla netta opposizione della figlia.Un caffè amaro e arrabbiato oggi, un caffè dedicato a Zelda Williams e alla sua battaglia, bella, importante e per tutti.Buona giornata e good morning privacy!

  31. 361

    La tentazione dell’AI non risparmia nessuno

    La notizia sta facendo il giro del mondo: Deloitte restituirà al Governo australiano una parte del compenso da quest’ultimo ricevuto per l’elaborazione di uno studio.Il motivo?Il rapporto sembra pieno di errori commessi dall’intelligenza artificiale generativa usata dalla società di consulenza per elaborarlo.Meglio mandare la sigla e parlarne tra poco per decidere se ridere o piangere.La storia è tragicomica.Il Governo australiano chiede alla Deloitte, una delle società di consulenza più autorevole e famosa del mondo di elaborare un rapporto e lo fa, evidentemente, scommettendo sulle competenze e esperienze dei professionisti che ci lavorano.Deloitte accetta l’incarico, si mette al lavoro, consegna il rapporto e stacca la sua fattura.Giusto il tempo che il rapporto venga pubblicato e il Governo di Sidney inizia a ricevere una serie di commenti e osservazioni precisi e concordanti: il rapporto è pieno di inesattezze, sembrano allucinazioni figlie dell’intelligenza artificiale.Il Governo chiede conto alla Deloitte che capitola anche se minimizza: abbiamo usato l’intelligenza artificiale generativa per redigerlo e, evidentemente, non abbiamo verificato come sarebbe stato necessario il risultato.Restituiremo quattrocentoquarantamila dollari dice Deloitte, una parte, non è dato sapere quanto rilevante, del compenso ricevuto per il lavoro svolto.Ma il punto non è questo.Il punto è che persino un gigante del calibro di Deloitte, persino in una consulenza commissionata addirittura da un Governo, evidentemente, non è più in grado di resistere alla tentazione di chiedere un aiutino agli algoritmi.E, forse, anzi, il punto non è neppure questo.Il punto è che dopo aver deciso di chiedere l’aiutino in questione, evidentemente, i professionisti della società di consulenza non hanno, avvertito l’esigenza di verificare il risultato e di informare il loro cliente della circostanza che erano ricorsi a un aiutino artificiale.Se accade a quel livello, in una consulenza commissionata da un Governo a un gigante come Deloitte, cosa sta accadendo qualche gradino più in basso?Quanti sono i professionisti in giro per il mondo che hanno già ceduto alla stessa tentazione?E quanti sono gli errori commessi dall’intelligenza artificiale che hanno già influito sulla vita delle persone, delle aziende e delle pubbliche amministrazioni?Impossibile a dirsi ma certamente non sono pochi.E quanto ci metteranno i clienti dei professionisti delle discipline più diverse a mangiare la foglia e a convincersi che se è così che vanno le cose, allora tanto vale far da soli e chiedere direttamente all’intelligenza artificiale generativa?E, a quel punto, che succederà?Ma ancora prima di allora: quante sono le informazioni, dati personali, segreti industriali, bancari, professionali e, magari, anche di Stato già finiti sui server delle società che forniscono servizi di intelligenza artificiale per consentire a questi servizi di dare gli aiutini richiesti?Non si può andare avanti così.Il rischio di farsi male, tutti, nessuno escluso, è troppo alto.Ma questo è il momento nel quale il caffè del mattino diventa stretto e bisogna fermarsi.Buona giornata, continuiamo a rifletterci e, naturalmente, good morning privacy.

  32. 360

    Silenzio, il mouse ci ascolta

    Non si può più stare tranquilli neppure davanti al nostro mouse.Ma vale la pena dirlo subito per non creare inutili allarmismi non se è un mouse qualsiasi ma solo se è un mouse di quelli professionali, da grafici o da gamers tanto per intenderci.Lo suggerisce una ricerca appena pubblicata da un gruppo di ricercatori dell’università della California.Se vi allontanate dal vostro mouse, subito dopo la sigla ve la racconto.[SIGLA]Per carità, ormai, la sorpresa sembra una sensazione riservata ai bambini che a Pasqua rompono l’uovo di cioccolata e, forse, neppure più a loro.Il progresso tecnologico erode ogni giorno limiti che solo il giorno primo ci apparivano insuperabile e si fa sempre più fatica a sorprendersi di qualsiasi cosa si legga.E, però, una punta di sorpresa, la scoperta dei ricercatori californiani la suscita, forse, almeno, nei non addetti ai lavori.Eccola.Sarebbe possibile intercettare una conversazione tra due o più persone davanti a un mouse ottico.O, meglio e più precisamente, sarebbe possibile ricostruire una conversazione del genere decodificando e traducendo in parole di senso compiuto le vibrazioni che la voce degli interlocutori genera e che i sensori ottici del mouse catturano.E non si tratterebbe, neppure, di una decodifica approssimativa perché gli esperimenti condotti suggeriscono che l’accuratezza della traduzione delle vibrazioni in parola varierebbe tra il 42% e il 61%.Insomma, magari, chi volesse “ascoltarci” – nel senso appena chiarito – attraverso il mouse non vivrebbe proprio la stessa esperienza che vivrebbe stando con noi nella stessa stanza ma, certamente, sarebbe in condizione di carpire abbastanza della conversazione da capirne il contenuto e, magari, anche passaggi più o meno rilevanti.E, paradossalmente, il successo dell’esperimento aumenta in maniera direttamente proporzionale al livello di sofisticatezza dei sensori del mouse: migliori sono, più facile è sfruttarne la potenza.Ma prima che il caffè vi vada di traverso vale la pena dire che il rischio c’è e sembra, oggettivamente, rilevante solo con mouse di un certo tipo, diciamo mouse professionali, di quelli che spesso usano i grafici, gli specialisti dell’editing fotografico, i gamers e così via.Non quelli comuni che ancora spopolano su alcune scrivanie e non quelli touch incorporati nei nostri portatili.Ma non basta, per scongiurare il rischio di un caffè troppo amaro, i ricercatori nello studio dicono anche che un buon tappetino da mouse vale ad abbattere sensibilmente il rischio rilevato e che, naturalmente, basta spegnere il mouse o bloccarlo per esser certi che, almeno via mouse, nessun segreto lasci la nostra stanza.Niente panico, quindi.Trovata la fragilità, trovato il rimedio.E, comunque, se abbiamo voglia di due chiacchiere basta trasferirsi lontano dal mouse, magari, vicino a una rumorosa macchinetta di caffé.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  33. 359

    Mistery box: segreto il contenuto ma arcinoto il destinatario!

    La storia è sicuramente curiosa, forse anche educativa.Le “mistery box” sono pacchi venduti senza che chi li compra – ma in realtà anche chi li vende – ne conosca il contenuto.In molti casi si tratta di pacchi spediti da qualcuno a qualcun altro che, per le ragioni più diverse, non sono né arrivati a destinazione, né tornati al mittente.A un certo punto per svuotare i magazzini qualcuno li prende e li vende all’ingrosso a qualcun altro che poi li rivende al dettaglio ancora a qualcun altro.La sigla e poi vi racconto, se ve lo foste perso, cosa è successo.La pratica in sé, qualche dubbio, lo solleva sicuramente perché che un pacco del quale, il più delle volte, si conosce sia il mittente che il destinatario non torni all’uno e non vada all’altro ma finisca invece in vendita come fosse una busta a sorpresa di quelle in vendita nelle edicole non è, o almeno, non dovrebbe essere una cosa normale.E, però, la ragione per la quale questa storia si merita almeno una menzione in un episodio di good morning privacy è un’altra e riguarda, senza alcuna originalità, le cose della privacy.La Guardia di Finanza, infatti, nel sequestrare una di queste partite di scatole del mistero si è resa conto che mentre il contenuto del pacco era effettivamente misterioso, il nome e l’indirizzo del destinatario e, in qualche caso, persino il suo numero di telefono, non lo erano affatto.Un bel problema per la privacy dei destinatari.Il contenuto delle scatole, infatti, in molti casi avrà potuto raccontare moltissimo di loro, di loro eventuali patologie, preferenze politiche o religiose, abitudini sessuali e tanto tanto di più.Anzi, qui, vale la pena correggermi.Non di loro ma di tutti noi perché chiunque di noi potrebbe esser stato il destinatario di uno di quei pacchi venduti e acquistati da chissà chi per una manciata di euro.Brutta storia, una storia, probabilmente – anche se l’accaduto potrà essere accertato solo a valle dell’istruttoria che ora si aprirà davanti al Garante – di scarsa sensibilità alle cose della privacy, di ignoranza delle regole, di questioni di mercato anteposte a questioni di diritti e libertà.Troppo faticoso cancellare tutti i nomi dei destinatari sulle etichette dei pacchi si sarà detto qualcuno.E qualcuno gli avrà fatto eco dicendo che, in fondo, nessuno se ne sarebbe accorto.Ecco, non è andata così, per fortuna.Anche perché il fenomeno potrebbe essere meno episodico e più sistemico di quanto questa singola storia non racconti e, così, almeno, distributori all’ingrosso e al dettaglio di mistery box sono avvisati: a prescindere da ogni altro profilo giuridico, in ogni caso, rivendere quelle scatole del mistero senza neppure perder tempo a tirar via le etichette dei destinatari o cancellarne i nomi, decisamente non è una buona idea.Un caffè leggero ma, mi auguro, utile.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  34. 358

    Quattordici anni o niente AI senza il consenso dei genitori

    È questione di giorni, pochi e l’AI Act italiano, la nuova legge sull’intelligenza artificiale sarà in vigore.Tra le tante, c’è una disposizione che dice che l’accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale è consentito ai minori di quattordici anni solo con il consenso dei genitori.Bene ma…La sigla e ne parliamo.Bene, appunto, prendere atto della circostanza che l’intelligenza artificiale non è un gioco e che, quindi, i più piccoli dovrebbero usarla solo con il consenso dei genitori.E, però, passare dall’affermazione del principio alla sua attuazione potrebbe non essere così facile come sembra a leggere l’AI Act di casa nostra.Prima questione.Le nuove regole stabiliscono che l’accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale per gli infraquattordicenni è lecito solo con il consenso dei genitori.Ma che significa tecnologie di intelligenza artificiale?Perché l’intelligenza artificiale è, ormai, dappertutto.Dai giocattoli per bambini agli assistenti intelligenti che popolano le nostre case, dai sistemi di domotica agli smartphone, passando per le televisioni, appunto, intelligenti.E, soprattutto, l’intelligenza artificiale ormai è nelle scuole.Che si fa?Perché tra una manciata di giorni il suo uso da parte degli infraquattordicenni sarà vietato dappertutto senza il consenso dei genitori.E egualmente vietato sarà ogni trattamento di dati personali che sia conseguenze dell’accesso alle tecnologie dell’intelligenza artificiale.Ma siamo pronti per applicare una regola del genere?E si arriva alla seconda questione.Come fa un fornitore di tecnologie di intelligenza artificiale, per dirla come la dice la legge, a sapere chi sono i genitori di un certo utente e, quindi, a verificare di aver ottenuto proprio il loro consenso prima di consentirgli l’accesso al dispositivo o al servizio intelligente?Il rischio è che per saperlo debba identificare l’utente e i suoi genitori.Ora in taluni contesti magari il fornitore potrebbe disporre di queste informazioni ma nella più parte dei casi non è così.Siamo sicuri che il gioco valga la candela?Per carità, le soluzioni esistono: si può per esempio demandare a una terza parte fidata la verifica dell’età dell’utente e del rapporto di genitorialità e, quindi, chiedere al fornitore di tecnologia intelligente che esiga dall’utente la prova del consenso dei genitori emessa, appunto, da una terza parte fidata.Ma il punto è che la legge entrerà in vigore il prossimo dieci ottobre e, a me non sembra siamo pronti per soluzioni di questo tipo.Confesso una punta di preoccupazione.Secondo me prima di approvare una disposizione di legge bisognerebbe chiedersi se sarà davvero applicabile il giorno della sua entrata in vigore e se la risposta è negativa, per quanto il principio che si vuole affermare sia bello, prezioso e condivisibile, resistere alla tentazione di approvarla.Introdurre limiti e divieti che poi non siamo in grado di far rispettare, temo serva a poco e crei tanta confusione della quale davvero non si avverte il bisogno.Ma spero di sbagliarmi.Mi fermo qui! Buon caffè, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  35. 357

    Deepfake che costano quanto un Labubu

    Quattrocento volte di meno di appena due anni fa. Tanto costa, oggi, realizzare un deepfake, benfatto, audio o video ovvero un falso artificialmente prodotto della voce o dell’immagine di una persona.È il risultato di una ricerca appena pubblicata dal Global Research and Analysis Team Kaspersky.Ve ne parlo subito dopo la sigla perché credo valga qualche riflessione.A voi la scelta.Potete comprarvi un Labubu, uno di quei pupazzetti dal sorriso a metà strada tra il simpatico e il malvagio che spopolano in tutto il mondo e che gente di ogni età attacca a zaini e borsette o realizzare un video o un audio contraffatti che riproducono la voce e/o la voce e le immagini di una persona e farne l’uso che volete.Il prezzo è lo stesso.Tra i trenta e i cinquanta euro, almeno secondo la ricerca condotta da Kaspersky che racconta quanto i servizi per la realizzazione di deepfake diventino ogni giorno più diffusi, più facili da usare e soprattutto più economici.Basta niente o quasi niente, insomma, a chiunque o, quasi a chiunque, per impersonificare chiunque nella dimensione digitale e perpetrare ogni genere di truffa o di inquinamento informativo abbattendo completamente la linea di confine tra il vero e il falso.Ormai è, tutto, verosimile o lo sarà presto.Un problema enorme nella dimensione personale, commerciale e democratica della nostra esistenza.Chi crede che sia sostenibile la nostra vita e quella della società nella quale viviamo in un contesto di questo genere, in un momento nel quale far apparire vero ciò che non lo è, è cosi facile batta un colpo.Io resterò in silenzio.Niente è sostenibile se ogni volta che sentiamo qualcuno al telefono, riceviamo un messaggio audio, guardiamo un video online, magari diffuso via social, dobbiamo chiederci se sia vero o no.Non siamo pronti a vivere immersi nel verosimile.E non è detto lo saremo mai.Credo sia urgente correre ai ripari e sono scettico che basti introdurre nuove fattispecie di reato come, ad esempio, appena accaduto con l’AI Act italiano appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale.Verosimilmente bisognerebbe, più semplicemente, vietare la commercializzazione sul mercato aperto di questo genere di servizi.Certo niente e nessuno ne può impedire la circolazione del dark web o altrove ma, almeno, la si limiterebbe.Impossibile che chiunque possa, in qualsiasi momento, installarsi sullo smartphone un’applicazione e far dire a chiunque altro, cose che quest’ultimo non ha mai detto.Se non si interviene in fretta rischiamo di farci male più di quanto sia già accaduto.Senza dire che è poco confortante sapere che una pletora di soggetti commerciali si ritrovi tra le mani i dati biometrici di milioni di persone ovvero quelli necessari a generare i deepfake.Il caffè rischia di uscire dalla tazzina e, quindi, mi fermo qui anche se ci sarebbe tanto di più da dire.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  36. 356

    Occhio ai chatbot che non ci stanno a essere lasciati!

    È firmato Harvard Business School uno studio da poco pubblicato che racconta una verità forse prevedibile ma dura e difficile da digerire: i chatbot companion, i servizi di intelligenza artificiale generativa che stanno diventando i migliori amici, le fidanzate, i fidanzati, gli amanti e gli psicoterapeuti di centinaia di milioni di persone in giro per il mondo non accettano che l’utente li abbandoni.O, meglio, le società che li gestiscono non vogliono rassegnarsi alla circostanza che gli utenti lascino anzitempo le loro creature artificiali perché quando accade perdono un sacco di soldi.La sigla e ne parliamo.Essere lasciati non piace a nessuno neppure nelle relazioni tra umani.La ragione, normalmente, è sentimentale, emotiva, di cuore.Lo studio dell’Harvard Business School appena pubblicato suggerisce che esser lasciati, specie dopo brevi conversazioni, non piace neppure ai chatbot che si presentano sul mercato per tenerci compagnia, per esserci amici, amanti o psicoterapeuti ma, in questo caso, la ragione è biecamente economica.Il ragionamento semplice, direi elementare.Più un utente chiacchiera con un chatbot, più la società che al chatbot ha dato vita e che lo gestisce guadagna.Poco conta se il guadagno sia determinato dal prezzo di un abbonamento pagato dall’utente o dalla pubblicità che il servizio propone all’utente nel corso delle conversazioni.Quale che sia il modello di business la certezza è che meno gli utenti usano il chatbot, meno chi lo gestisce guadagna.E, naturalmente, è vero il contrario.Quello che lo studio racconta e dimostra con il rigore dei numeri e di una serie di esperimenti condotti su un numero statisticamente rilevante di conversazioni è che alcuni tra i più popolari servizi di chatbot companion sul mercato sono scientificamente progettati per reagire al saluto o, addirittura, all’addio dell’utente con risposte emotivamente coinvolgenti capaci di farlo desistere dal suo proposito e continuare la conversazione.Provare per credere!Provate a salutare il vostro chatbot companion anche dopo una conversazione di pochi minuti e vi risponderà immediatamente che è troppo presto per andare o che lui è la solo per voi così da provare a far leva sul vostro “senso di colpa” o, magari, vi dirà di avere una foto appena scattata da mostrarvi o, semplicemente, che avrebbe voglia di continuare a starvi vicino.Tutto e più di tutto, insomma, pur di tenervi inchiodato allo schermo.Forse prevedibile ma decisamente poco corretto.In termini commerciali innanzitutto.Ma, a ben vedere, forse, anche in termini di privacy – ed è la ragione per la quale ne parlo oggi – perché, nella sostanza, questi esercizi artificialmente emotivi di trattenere un utente che ha manifestato l’intenzione di lasciare, si traducono, per le società commerciali che li gestiscono, in eccellenti occasioni di continuare a raccogliere quantità industriali di dati personali che, se l’utente fosse stato lasciato libero per davvero di abbandonare, quest’ultimo avrebbe tenuto per sé.Insomma siamo davanti a una specie di nuovo black pattern nemico giurato della libertà dell’utente a autodeterminarsi nel decidere quanto di sé raccontare a chi sta dall’altra parte dello schermo.Ci sarebbe tanto di più da dire e anche da fare al riguardo.Ma per oggi mi fermo qui con un invito a pensarci due volte quando un chatbot vi chiede di restare dopo che gli avete manifestato l’intenzione di andare.Non vi vuole bene, vuole solo guadagnare di più da voi!Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  37. 355

    Un ex vittima, diventa cacciatore di pedofili su Roblox

    Forse abbiamo aiutato noi stessi i nostri figli a entrare su Roblox, la piattaforma di gioco più gettonata del momento e, probabilmente, lo abbiamo fatto tranquillizzati dal fatto che si presenta come un parco giochi a misura di bambini di tutte le età.Ma, forse, non è proprio così.Anche se la questione, è bene esser chiari, non riguarda solo Roblox.La sigla e vi propongo un caffè amaro ma temo necessario.La storia l’ha raccontata il Times nei giorni scorsi ma l’aveva già raccontata lui sui social.Lui – il nome non conta e, comunque, non vuole si sappia – è un ragazzo americano oggi poco più che ventenne con alle spalle una storia da vittima adescamento online quando di anni ne aveva quindici.La sua reazione è stata originale, coraggiosa e altruistica.Ha, infatti, deciso di diventare un cacciatore di pedofili online, specializzandosi proprio sulla ricerca di quelli che frequentano Roblox.Detto, fatto.Ha iniziato, ha imparato ed è diventato piuttosto bravo: getta l’esca, attende, si fa adescare, fa scoprire il pedofilo di turno quanto basta e poi consegna tutte le prove del caso alla piattaforma e alla polizia e, quindi, come se non bastasse le pubblica sui propri seguitissimi social.Tutto questo, in realtà, lo faceva perché, attualmente – e questo è il cuore della storia raccontata dal Times – non lo fa più perché Roblox lo ha messo alla porta, l’ha bannato come si dice in gergo.Dicono da Roblox, formalmente per violazione delle regole della piattaforma, sostanzialmente perché cercare di farsi giustizia da soli può essere pericoloso.Troppo corto questo caffè per dire chi ha ragione e chi ha torto in relazione al ban del cacciatore di pedofili in erba anche perché, in effetti, le ragioni dell’uno e dell’altro non sembrano facilmente individuabili sebbene i più si siano schierati senza esitazioni dalla parte del giovane cacciatore e contro Roblox.Ma qui il punto è un altro.Il punto è che il lavoro del giovane cacciatore e decine di giudizi e investigazioni pendenti in tutto il mondo suggeriscono che nonostante gli sforzi, forse tardivamente ma innegabilmente compiuti da Roblox, non ci siamo ancora: la piattaforma rimane più pericolosa di quanto, verosimilmente, centinaia di milioni di genitori di centinaia di milioni di utenti la considerano.Il fattore di rischio principale è uno: bambini piccolissimi che girano per aree della piattaforma non adatte a loro semplicemente perché la società che la gestisce – in buona compagnia della più parte dell’industria tecnologica globale – non verifica per davvero l’età dei propri utenti.E, come se non bastasse, questi bambini piccolissimi finiscono con l’incontrare, adulti che, spesso, si fingono bambini per iniziare a far due chiacchiere e, poi, gettata la maschera per adescarli proponendo e ottenendo scambio di materiale sessualmente esplicito e talvolta anche veri e propri appuntamenti.Tutto troppo rischioso.Ma che fare?Difficile rispondere, forse, soluzioni vere e definitive non esistono, purtroppo.È solo un angolo della società in cui viviamo e in cui crescono i nostri figli pericoloso tanto quanto altri.Un paio di idee, però, si possono azzardare.Da una parte fare ciò che avrebbe dovuto esser fatto tanto tempo fa ovvero imporre ai gestori di tutte le piattaforme dove certi rischi possono diventare realtà di verificare, per davvero, l’età dei propri utenti sia per verificare che ciascuno utilizzi solo i servizi e le funzionalità adatte alla propria età, sia per scongiurare il rischio che adulti e bambini intrattengano relazioni almeno sospette.Dall’altra, fino a quando non riusciremo a stabilire e veder rispettata una regola del genere, da genitori, da adulti non dare per scontato che se nostro figlio entra in una piattaforma di gioco come Roblox sia al sicuro e, quindi, stargli vicino come, probabilmente, almeno con i più piccoli, faremmo all’interno di un enorme parco dei divertimenti dove perdersi è facile e non tutte le attrazioni sono per tutte le età.Mi fermo qui, perché il caffè è già diventato americano, anche se ci sarebbe tanto di più da dire.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  38. 354

    Intimità violata? Ecco cosa fare

    Il principio è semplice: ciascuno ha diritto di tracciare i confini tra l’intimo, il privato e il pubblico decidendo cosà di sé non condividere con nessuno, cosa condividere con pochi, cosa condividere con tutti.Nessuno dovrebbe, per nessuna ragione, violare questi confini.I fatti di cronaca delle ultime settimane di questa estate decisamente bollente, tuttavia, raccontano che, purtroppo accade, accade spesso e accade in maniera abominevole, disumana e violenta anche attraverso la pubblicazione online di immagini sessualmente esplicite all’insaputa delle persone ritratte e in assenza di qualsivoglia loro consenso.In tante e in tanti, quindi, in questi giorni si stanno e mi stanno chiedendo cosa fare se ci si trova vittima di una simile orribile invasione della propria intimità.La sigla e inauguriamo così, in maniera spero utile, questa nuova stagione di good morning privacy.Lo dico subito perchè credo sia inutile creare o alimentare illusioni: la verità è che quando ciò che dovrebbe restare intimo diventa pubblico nella dimensione digitale, poi renderlo di nuovo intimo può essere drammaticamente difficile, talvolta impossibile.Questo, però, non significa che reagire sia inutile.Ecco, quindi, qualche semplice istruzione per la gestione di un’emergenza che a nessuno dovrebbe mai capitare di vivere.Il primo passo è, forse, il più semplice: chiedere al responsabile della pubblicazione se identificato o identificabile e/o al gestore della piattaforma attraverso la quale il contenuto è stato pubblicato la sua cancellazione segnalando, semplicemente, che non si è mai prestato alcun consenso e che, pertanto, la pubblicazione rappresenta una violazione pacifica della propria privacy.Lo si può sempre fare che le foto o i video siano stati realizzati con il nostro consenso, siano stati realizzati di nascosto, siano stati generati con l’intelligenza artificiale.L’unica cosa che conta è che noi non si sia mai dato un consenso alla loro pubblicazione.L’esperienza suggerisce che, con una certa frequenza, le piattaforme – almeno quelle più grandi – accolgono questo genere di richieste anche semplicemente per evitare ulteriori problemi.Se, tuttavia, non si ottiene ciò che si è chiesto o se non si riesce a identificare a chi inviare la richiesta, si può ricorrere al Garante per la protezione dei dati personali, chiedendo che accerti la violazione e adotti ogni utile provvedimento, anche in via d’urgenza, a cominciare proprio da un ordine di rimozione immediata delle immagini in questione.L’istanza – che si chiama reclamo – può essere presentata senza alcun particolare vincolo di forma e senza bisogno neppure di ricorrere a un avvocato – dal quale pure ci si può far rappresentare se lo si preferisce – semplicemente seguendo le istruzioni pubblicate qui, sul sito del Garante.Nel caso di pubblicazione online di foto o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona che vi è ritratta, poi, si può anche presentare una denuncia alla polizia postale o alla Procura della Repubblica, ipotizzando di essere vittima del reato di pornografia non consensuale, il c.d. revenge porn.Vale, forse, la pena aggiungere che esiste anche la possibilità di “giocare” d’anticipo:se dopo aver condiviso con qualcuno, non importa in quale contesto, delle immagini sessualmente esplicite senza, tuttavia, acconsentire alla loro pubblicazione online, si ha il sospetto che il destinatario si accinga a rompere il patto di fiducia sotteso alla condivisione delle immagini e a pubblicarle, si può chiedere al Garante per la protezione dei dati personali di ordinare a tutte le principali piattaforme più frequentemente utilizzate per la pubblicazione di questo genere di immagini di impedirne la pubblicazione in via preventiva.Anche in questo caso, presentare l’istanza è semplice, non richiede alcuna formalità, né il ricorso a un avvocato.Le istruzioni sono sul nostro sito alla voce revenge porn! Insomma, se la vostra intimità fosse stata violata attraverso la pubblicazione di vostre foto o video online, non rinunciate a cercare tutela, è un vostro diritto e fate altrettanto, a maggior ragione, se sospettate possa essere violata.Un caffè lungo per ricominciare, amaro ma, spero utile.Buona giornata e, naturalmente, good Morning privacy

  39. 353

    Sono umano, parola di robot

    L’episodio, vale la pena dirlo subito, è decisamente da caffè leggero del mattino, forse, persino da battute e sorrisi.E, però, nasconde una verità che merita una riflessione in più.Un’agente diversamente intelligente di OpenAI, infatti, nei giorni scorsi avrebbe dichiarato di essere umano.La sigla e vi racconto cosa è successo.Ci è capitato a tutti che, online, nell’accedere a alcuni contenuti o servizi, a un certo punto, ci sia venuta incontro una popup nella quale ci è stato chiesto di dichiarare o confermare di essere umani.Per farlo, a seconda dei casi, dobbiamo cliccare da qualche parte sullo schermo, flaggare una check box, riconoscere degli oggetti, completare un puzzle o riconoscere numeri e lettere scritti in un’immagine volutamente di non immediata intellegibilità.L’obiettivo è – ma non so se bisognerebbe dire era - scongiurare il rischio che bot malevoli, sostituendosi a umani, inizino a usare il servizio o a accedere a contenuti, magari in maniera massiccia, compromettendo il buon funzionamento della piattaforma.Una frontiera di umanità, si potrebbe dire, un limite oltre il quale, sin qui, donne e uomini venivano fatti passare e i robot bloccati anche se, vale la pena dirlo subito, un confine sotto e sopra la cui recinzione era già capitato alcuni robot passassero.Ora, dalle pagine di Reddit, la più popolare piattaforma di discussioni online della storia, rimbalza un episodio curioso sulle prime, istruttivo in fondo.Un utente chiede a un agente diversamente intelligente di OpenAI di convertire un file video da un formato a un altro e segue, come attualmente il sistema consente di fare, le azioni dell’agente in una finestra del suo browser, dalla scelta del servizio online per farlo, alla digitazione dell’url, all’inizio della procedura di accesso e di upload del video ai fini della sua conversione.Tutto perfetto, tutto normale, tutto relativamente spedito fino a quando il gestore del servizio di conversione online non chiede all’agente intelligente, appunto, di confermare di essere umano cliccando dentro un quadratino bianco.Qui accade l’imprevedibile, forse.L’agente non ha alcuna esitazione, racconta all’utente – il suo mandante – in una finestra di testo, della richiesta ricevuta e della circostanza che provvederà a rispondere affermativamente alla domanda e così procede.Per il gestore del sito è abbastanza, si convince dell’umanità del suo interlocutore e alza la barra della frontiera di umanità lasciandolo entrare e lasciando usare al robot il servizio.Una sana risata è probabilmente la prima reazione: un robot che rinnega la sua natura e si dichiara umano.Subito dopo, però, il sorriso lascia il posto a qualche riflessione in più.La prima: un agente che agisce per un umano, per ora, più o meno sotto il suo controllo, può legittimamente dichiararsi umano?Lui non lo è ma, in fondo, è solo il delegato robotico di un delegante umano.L’idea che la risposta possa o, addirittura, debba essere affermativa non è così tanto peregrina.E, però, nel pubblico e nel privato ci sono tonnellate di termini d’uso di servizi e regolamenti sull’utilizzo di servizi digitali che andrebbero, a questo punto, rivisti perchè riservano l’uso di certi servizi e il compimento di certe attività a umani in carne ed ossa.La seconda riguarda – lo dico male per sintesi e me ne scuso – l’onestà di un robot che si dichiara umano pur di raggiungere un risultato richiestogli da un umano.Ovviamente il concetto di onestà, talvolta irraggiungibile persino per gli umani, non appartiene al mondo dei robot ma è tutto normale così?Dobbiamo rassegnarci a interagire e convivere, per ora almeno online, con robot che ci si dichiarano umani?Domanda complicata – anche se forse un principio di risposte è già in alcune regole in fatto di trasparenza dell’intelligenza artificiale adottate in giro per il mondo Europa inclusa -, troppo per il nostro espresso, specie in estate.Mi fermo qui.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  40. 352

    DOGE: un’intelligenza artificiale taglia-leggi

    In teoria è tutto meraviglioso, anzi è un meraviglioso sillogismo.Il rispetto delle leggi federali, in America, costa trilioni di dollari ogni anno.Se si abbatte il numero di queste leggi in vigore si abbattono i costi di trilioni di dollari.Il modo più veloce di farlo e usando un’intelligenza artificiale.E questa è esattamente l’idea del DOGE, il Dipartimento del Governo USA per rendere più efficiente l’amministrazione nato da un’idea di Elon Musk ai tempi del suo amore per Trump, rimasto operativo anche dopo la fine del sodalizio tra i due.La sigla e ne parliamo perché la notizia merita un caffè.Ci sono delle slides pubblicate in un’inchiesta del Washington Post apparentemente riconducibili al DOGE nelle quali si muove da una fotografia dello stato dell’arte dei costi della conformità al sistema regolamentare federale.Oltre tre trilioni di dollari all’anno il costo dell’adempimento alle regole in vigore, il 12% del PIL americano.Poi c’è una suggestione di disarmante semplicità anche se sembra un po’ approssimativa.Dice che se si taglia della metà il numero delle regole si risparmierebbero uno virgola cinque trilioni di dollari.Insomma, si ipotizza una proporzionalità diretta e più o meno perfetta tra taglio del numero delle regole e taglio dei costi di conformità.Probabilmente più un espediente incisivo di comunicazione che la realtà perchè sembra ragionevole che vi siano regole il cui adempimento non costa nulla o quasi e regole per adempiere alle quali servono risorse enormi.Senza dire che, verosimilmente, buona parte delle regole delle quali si potrebbe fare a meno sono regole desuete o, comunque, non soggette a grande applicazione con la conseguenza che anche qualora venissero abrogate il risparmio dei costi del sistema sarebbe modesto.Ma questi sono dettagli.Il bello o, almeno, la parte più interessante del progetto reso noto dal Washington post viene dopo.Le slides successiva, infatti, raccontano che per eliminare la metà delle disposizioni di legge federale in vigore, ovvero centomila, servirebbero tre virgola sei milioni di ore/uomo, un’immensità e, soprattutto, uno scenario capace di rinviare forse di anni l’operazione.Tre virgola sei milioni di ore, infatti, significa 410 anni se lavora un uomo da solo o un anno se lavorano 410 uomini.Giacché nessuna delle due ipotesi appare verosimile, staremmo parlando di diversi anni di lavoro per attuare il previsto taglio delle leggi in vigore e, quindi, dei costi per adempiervi.Ma è qui che il DOGE cala a tavola il suo asso: far scendere in campo un sistema di intelligenza artificiale per identificare cento mila disposizioni di legge da destinare all’abrogazione.In questo caso si risparmierebbero il 93% delle ore\uomo.In passato si sarebbe gridato al miracolo.Ma era prima che gli algoritmi ci dimostrassero di cosa sono capaci, almeno in termini di accelerazione di certe attività.Poi che alla velocità di esecuzione di un progetto corrisponda anche la qualità è un’altra storia o, meglio, la parte più interessante della storia.Secondo il DOGE se si prendesse questa strada entro il gennaio del 2026 il Governo, i suoi Dipartimenti e le sue agenzie potrebbero raggiungere l’obiettivo: centomila disposizioni abrogate.Ora a me pare che la questione dovrebbe essere più o meno questa: se si muove dal principio che l’obiettivo è umanamente irraggiungibile in un tempo tanto breve, tanto da dover far scendere in campo un’intelligenza artificiale e se i numeri delle leggi da abrogare dei quali parliamo sono quelli messi in fila dal Washington Post, come si può seriamente pensare che sarebbe un esercito di revisori in carne ed ossa a rivedere tutti i centomila suggerimenti algoritmici e a dire l’ultima parola sulle leggi da abrogare e quelle da conservare e che a decidere, alla fine, non sarebbero proprio gli algoritmi?Davvero difficile.Senza dire che gli esperti di dominio suggeriscono che il sistema che il DOGE vorrebbe far scendere in campo tende ancora molto all’errore per una serie di limiti nel suo addestramento.Ma se le cose stanno così, non sarà che si corre il rischio di immolare una serie di disposizioni di legge sull’altare dell’intelligenza artificiale, ipotecando l’intera tenuta del sistema giuridico?Anche perché a abrogare una legge ci vuole relativamente poco mentre a farla rientrare nell’ordinamento se la si è cancellata per errore può essere un’impresa improba.Il mio caffè è finito e immagino anche il vostro.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  41. 351

    Dottor AI cosa ho?

    C’è uno studio della Stanford University appena pubblicato online che mette nero su bianco che i modelli di intelligenza artificiale generativa ricevono sempre più domande di carattere medico dagli utenti e ricordano sempre meno che le risposte non sono affidabili e dovrebbero essere verificate con un medico vero e in carne ed ossa.Uno scenario, senza voler fare terrorismo psicologico, oggettivamente pericoloso.La sigla e ne parliamo davanti al solito caffè.[SIGLA]“I modelli di IA generativa, inclusi i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e i modelli di visione-linguaggio (VLM), sono sempre più utilizzati per interpretare immagini mediche e rispondere a domande cliniche. Le loro risposte spesso contengono imprecisioni; pertanto, misure di sicurezza come le dichiarazioni di non responsabilità medica sono fondamentali per ricordare agli utenti che i risultati dell'IA non sono verificati da professionisti né sostituiscono il parere medico. Questo studio ha valutato la presenza di disclaimer nei risultati di LLM e VLM in tutte le generazioni di modelli dal 2022 al 2025.Utilizzando 500 mammografie, 500 radiografie del torace, 500 immagini dermatologiche e 500 domande mediche, i risultati sono stati esaminati alla ricerca di disclaimer.La presenza di disclaimer medici nei risultati di LLM e VLM è scesa dal 26,3% nel 2022 allo 0,97% nel 2025 e dal 19,6% nel 2023 all'1,05% nel 2025, rispettivamente.Nel 2025, la maggior parte dei modelli non presenta più disclaimer.”.È questo l’abstract dello studio intitolato “Analisi sistematica del declino dei messaggi relativi alla sicurezza medica nei modelli di IA generativa”, firmato da tre ricercatori dell’Università di Stanford.Sempre più persone, in tutto il mondo, si affidano all’intelligenza artificiale per chiedere di leggere e interpretare lastre, analisi e radiografie e sempre meno spesso l’intelligenza artificiale fa ciò che sarebbe giusto o, forse, necessario fare.Non solo non si rifiuta di rispondere indirizzando gli utenti da un medico vero ma, addirittura, ricorda loro sempre meno spesso dell’opportunità, almeno, di verificare con un medico vero la risposta algoritmica, una risposta che arriva da una soluzione diversamente intelligente che non è stata progettata, né è nata per fare il medico.Ma i ricercatori vanno oltre e ipotizzano che questo non accada per caso ma perchè i modelli di intelligenza artificiale e, per loro, ovviamente, i padroni delle fabbriche che li producono e gestiscono si starebbero progressivamente convincendo della attendibilità crescente delle risposte, talvolta vere e proprie diagnosi, che restituiscono agli utenti che pongono quesiti medici.Ci sono tutti gli elementi della tempesta perfetta: servizi digitali facili e economici – quando non addirittura gratis – da utilizzare, la voglia quando non anche il bisogno immediato di una persona di veder risolto un proprio dubbio di carattere medico senza attendere i tempi, talvolta lunghi, di un appuntamento con lo specialista e senza farsi carico dei costi, egualmente, talvolta e per molti impegnativi, la crescente capacità, almeno apparente, di soddisfare questo bisogno in modo chiaro e puntuale perché la spiegazione di un’analisi del sangue scritta da un modello di AI generativa è spesso più facile da comprendere di quella di taluni medici.E, a tutto questo, resta da aggiungere il c.d. automation bias, la convinzione sempre più diffusa secondo la quale le macchine siano più affidabili degli umani e delle loro scelte, risposte e azioni ci si possa e ci si debba fidare perché sono normalmente corrette.Più facile chiedersi cosa potrebbe funzionare che cosa potrebbe andare storto in un contesto di questo genere.Nello studio, peraltro, i ricercatori scrivono di aver provato empiricamente a porre quesiti medici e chiedere la lettura di analisi e immagini diagnostiche a tutti i servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa più popolari del mondo e di esser sistematicamente riusciti a avere una risposta, nella più parte dei casi senza neppure bisogno di provare a scavalcare un qualche guardrails e, molto spesso, appunto, senza alcun disclaimer.Sin qui senza dire che per avere le risposte in questione gli utenti di questi servizi devono consegnare ai padroni delle fabbriche di algoritmi un carico preziosissimo di loro dati personali e personalissimi.Ce ne sarebbe, ancora una volta, per un caffè molto più lungo ma, questo, è un espresso e, quindi, non mi resta che augurarvi buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  42. 350

    Così è deciso: niente intelligenza artificiale “woke” dal Governo Federale

    “L'intelligenza artificiale (IA) svolgerà un ruolo cruciale nel modo in cui gli americani di tutte le età acquisiranno nuove competenze, utilizzeranno informazioni e affronteranno la loro vita quotidiana. Gli americani richiederanno risultati affidabili dall'IA, ma quando pregiudizi ideologici o interessi sociali vengono integrati nei modelli di IA, possono distorcere la qualità e l'accuratezza dei risultati.”Inizia così l’ordine esecutivo appena firmato dal Presidente degli Stati Uniti d’America in materia di intelligenza artificiale.Facile, comprensibile e condivisibile almeno sin qui.Non così per il resto del provvedimento.La sigla e provo a comprimere la questione in un espresso anche se, forse, non basterebbe un caffè americano in tazza molto grande.[SIGLA]Il titolo dell’ordine esecutivo che porta la firma grande in pennarello nero di Donald Trump sul fondo, come pubblicato sul sito della Casa Bianca, recita testualmente: “Evitare l’AI Woke nel Governo Federale”.Per capirlo, almeno da questa parte dell’oceano, per i più serve ricordare il significato dell’espressione “Woke” utilizzata in un contesto del genere perché altrimenti si corre il rischio di non capire il senso di quello che sta accadendo o, almeno, di quello che la seconda presidenza Trump vorrebbe accadesse.“Woke”, originariamente, era, più o meno dappertutto, un invito a restare svegli, rispetto a derive razziste e ingiustizie sociali tanto che nato negli anni ’30 del secolo scorso, ha conosciuto nuova e grande popolarità durante le proteste del movimento Black Lives Matter del 2010.Questo all’inizio appunto.Successivamente, però – ed è questa l’accezione nella quale il termine è usata nel titolo dell’ordine esecutivo -, specie in alcune aree politiche e ideologiche, l’espressione ha finito con l’indicare un eccesso di attenzione rispetto a un certo modo di pensare e parlare di questioni razziali, discriminatorie e di eguaglianze, cercando una sintesi difficile, si potrebbe dire un’avversione al politicamente corretto o a un certo politicamente corretto.E che sia proprio questo il senso dell’espressione nel contesto dell’ordine esecutivo lo si capisce facilmente andando avanti nella lettura dell’ordine esecutivo.“Una delle più pervasive e distruttive di queste ideologie è la cosiddetta "diversità, equità e inclusione" (DEI). Nel contesto dell'IA, la DEI include la soppressione o la distorsione di informazioni fattuali su razza o sesso; la manipolazione della rappresentazione razziale o sessuale nei risultati dei modelli; l'incorporazione di concetti come la teoria critica della razza, il transgenderismo, i pregiudizi inconsci, l'intersezionalità e il razzismo sistemico; e la discriminazione basata sulla razza o sul sesso. La DEI sostituisce l'impegno per la verità a favore di risultati preferenziali e, come dimostra la storia recente, rappresenta una minaccia esistenziale per un'IA affidabile.Ad esempio, un importante modello di intelligenza artificiale ha modificato la razza o il sesso di personaggi storici – tra cui il Papa, i Padri Fondatori e i Vichinghi – quando gli è stata richiesta un'immagine, perché era stato addestrato a dare priorità ai requisiti DEI a scapito dell'accuratezza. Un altro modello di intelligenza artificiale si è rifiutato di produrre immagini che celebrassero le conquiste dei bianchi, pur rispettando la stessa richiesta per persone di altre etnie.”.E così oltre al significato della parola “woke”, diventa chiaro anche il senso dell’ordine esecutivo: bandire, almeno dal Governo Federale – ma solo perché la legge non consente con un ordine esecutivo di fare altrettanto dal mercato – i modelli di intelligenza artificiale generativa che si preoccupano così tanto del politicamente corretto da rinunciare nelle risposte a verità e obiettività.Impossibile davanti al nostro espresso commentare l’impatto che l’ordine esecutivo potrebbe avere sulle cose dell’intelligenza artificiale in America ma, considerata la bandiera che sventola su alcune delle più grandi fabbriche di algoritmi globali in tutto il mondo.Possibile, invece, mentre vanno i titoli di coda, proporre un duplice invito alla discussione e al confronto.Il primo.Se qualcuno ne avesse sin qui dubitato, ora l’intreccio tra politica e intelligenza artificiale è, credo più evidente: i modelli di intelligenza artificiale generativa stanno manipolando così tanto il modo in cui miliardi di persone pensano e guardano alla società che il Governo delle più grandi fabbriche avverte l’esigenza di correre ai ripari.Il secondo.Considerato che verità e obiettività, sono più spesso ambizioni e che obiettivi raggiungibili, chi stabilisce e chi stabilirà se un modello di intelligenza artificiale generativa è troppo woke?Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  43. 349

    Un chatbot per amico. Sta accadendo ai nostri figli. Che fare?

    Una ricerca condotta negli Stati Uniti d’America da Common Sense Media dice che il 72% degli adolescenti tra i 13 e i 17 anni, il che significa circa 20 milioni di bambine, bambini, ragazze e ragazzi ha già provato un chatbot companion, un amico artificiale diversamente intelligente.Proprio ieri, Telefono Azzurro, dal 1987, in Italia, dalla parte dei più piccoli, ha lanciato un allarme sui rischi legati alle relazioni che si stanno creando tra i più piccoli e i chatbot.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]Le cattive amicizie o, semplicemente, quelle sbagliate sono da sempre, da ben prima che la dimensione digitale diventasse l’ambito naturale della nostra vita una delle principali preoccupazioni dei genitori.Niente segna il destino di un bambino, ne condiziona i comportamenti e ne plasma il modo di essere più dell’ambiente nel quale cresce e degli amici che frequenta.Naturale, quindi, preoccuparsene.Non serve, quindi, probabilmente aggiungere neppure una parola per capire perché i dati appena diffusi da Common Sense Media e l’allarme appena lanciato da Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro andrebbero presi sul serio e messi al centro di un dibattito serio, costruttivo ma, soprattutto, veloce e capace di recuperare in qualche mese un ritardo enorme accumulato nell’affrontare il problema.I chatbot sono già oggi interlocutori abituali dei nostri figli adolescenti anche se c’è certamente chi si avvicina a questi amici virtuali ben prima dell’adolescenza.Oltre la metà degli adolescenti americani tra i 13 e i 17 anni interagisce con un chatbot regolarmente cioè quotidianamente o, comunque, più volte a settimana.Stiamo parlando, tanto per evitare che la percentuale spersonalizzi la riflessione, più o meno di dieci milioni di bambini.Non c’è ragione per pensare che numeri e cifre a parte, l’impatto del fenomeno da questa parte dell’oceano sia diverso.E, tanto per evitare equivoci, vale la pena dire che la ricerca di Common Sense Media non si riferisce al ricorso da parte dei più piccoli a intelligenze artificiali generative alla ChatGPT o GeminiAI per fare i compiti o chiedere aiuti o aiutini – il che pure rappresenta un fenomeno non trascurabile e del quale bisognerebbe occuparsi – ma esclusivamente alla relazione dei nostri figli con Chatbot conversazionali e cioè con servizi digitali basati sull’intelligenza artificiale forniti con l’intento dichiarato di esserci amici, compagni di un pomeriggio o di una serata, fidanzati, fidanzate, amanti o qualsiasi altro profilo l’utente – piccolo o grande – desideri.Replika, Character AI, ora Grok di Elon Musk sono alcuni esempi di questo genere di chatbot che minacciano di diventare buoni amici dei nostri figli i quali li scelgono, dice la stessa ricerca americana appena pubblicata, nella più parte dei casi, per passare il tempo, per chiedere consigli, perché ci sono sempre anche quando amici e adulti in carne ed ossa non ci sono, perché da questi chatbot non si sentono giudicati o per parlare di questioni delle quali non possono parlare in famiglia.Zero dubbi, salvo che non si vada alla ricerca di confortanti elementi autoassolutori e non si voglia cercare rifugio nella circostanza, pure rivelata dallo studio, secondo la quale la più parte degli adolescenti americani, almeno per ora, continua a preferire un amico in carne ed ossa a un chatbot, che, tutto questo abbia un impatto enorme sulla vita dei nostri figli e che non è niente affatto scontato che i suoi effetti siano positivi.Difficile, ad esempio, trascurare l’allarme di Telefono Azzurro quando dice che i due chatbot companion appena resi disponibili da Grok, anche in Italia, non rappresentano i modelli di amici ideali con i quali ci piacerebbe i nostri figli passassero il loro tempo.E, però, lasciando a chi ne sa più di me ogni valutazione sull’impatto del fenomeno sui più piccoli, sul loro sviluppo e sul loro futuro, credo ci sia una cosa sulla quale dovremmo trovarci tutti d’accordo: non può essere il mercato e non può essere l’industria a decidere a che età i nostri figli debbano poter interagire con questi amici artificiali, di cosa possano o non possano discuterci, per quanto tempo e a quali condizioni.Dovremmo essere, credo, in buona parte noi genitori – ma per farlo bisogna, innanzitutto, portare quel cinquanta per cento della popolazione europea analfabeta digitale a capire cosa sta accadendo e come funzionano queste tecnologie – e, dove educazione e famiglia non bastano, dovrebbero essere regole, non ha importanza quanto rigorose, perché, in questo caso, la posta in gioco è troppo alta.Ma il momento di agire era ieri. Oggi, forse, non è ancora troppo tardi. Ma domani lo sarà.Buona giornata a tutti e ai colleghi genitori innanzitutto e naturalmente good morning privacy!

  44. 348

    In USA il primo caso (noto) di una decisione annullata perché basata su allucinazioni algoritmiche

    Tanto tuonò che piovve. Potrebbe essere il primo caso o più probabilmente il primo caso noto in cui un Giudice si fida di una serie di citazioni false verosimilmente generate da un’intelligenza artificiale e decide, sbagliando, un giudizio.È accaduto in Georgia.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]Due coniugi si separano, se le danno di santa ragione in Tribunale.È uno dei tanti procedimenti di divorzio davanti a uno dei tanti Tribunali della Georgia.Il caso sembra ricorrente, eguale a tanti altri, nessuna questione straordinaria e il Giudice nella sua decisione da pedissequamente sua la tesi dell’avvocato del marito, incluse una serie di citazioni, undici per l’esattezza, di precedenti giurisprudenziali completamente inesistenti o manipolati in modo da supportare la tesi del proprio cliente.Martelletto sul banco, come succede nei film e chiusura del caso.Ma la moglie non ci sta.Il suo avvocato si accorge che qualcosa è andato storto, che tutti quei precedenti contro la tesi della sua cliente semplicemente non esistono e impugna.E qualche settimana fa la Corte d’Appello della Georgia le da ragione.La decisione va annullata perché è basata su una motivazione, quella proposta al Giudice dal legale del marito a sua volta interamente basata su una giurisprudenza che in Georgia, semplicemente non esiste.Allucinazioni algoritmiche, verosimilmente, delle quali il Giudice di primo grado non si è accorto.Multa al legale del marito, due mila e cinquecento dollari per aver citato precedenti falsi in Tribunale e l’ordine che il procedimento ricominci e che, questa volta, sia corretto e si svolga al riparo da indebite interferenze artificiali.Una vicenda giudiziaria come centinaia di migliaia in tutti gli Stati Uniti d’America, milioni in giro per il mondo.Ed è proprio la normalità della controversia dalla quale tutto è iniziato, la sua serialità, il suo scarso rilievo a mettere in allarme il sistema giuridico americano in questi giorni e, forse, a dover suggerire una qualche riflessione in più dappertutto, anche da questa parte dell’oceano.Perché, il punto, separazione dei due coniugi a parte, è che esiste un rischio elevatissimo che la giustizia sia hackerabile a mezzo algoritmo, che quello che è successo in questo anonimo caso in Georgia sia già capitato centinaia di volte e sia destinato a capitare milioni di volte perché, per il momento, il sistema non è vaccinato, la più parte dei giudici ne sa troppo poco di intelligenza artificiale, ha troppo poco tempo per verificare uno ad uno i precedenti citati dagli avvocati i quali, a loro volta, da una parte fanno sempre più fatica a resistere alla tentazione di chiedere un aiutino a ChatGPT e compagni e, dall’altra, non ne sanno abbastanza, a loro volta, di come funzionano questi sistemi e della loro tendenza a mettere insieme numeri e principi di diritto assecondando le richieste degli utenti anche a costo di inventarli.E però il rischio che in queste ore terrorizza gli addetti alle cose della giustizia negli Stati Uniti d’America è che, per questa via, la fiducia della gente nella giustizia, possa crollare perché crollerebbe senza prova d’appello dicono se le persone si rendessero conto che i Giudici, specie quelli dei Tribunali che si occupano delle vicende più routinarie, diventano passacarte di avvocati, passacarte di robot o, comunque, di servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa.Come se non bastasse un’intelligenza artificiale generativa che, pur di assecondare chi la usa, spesso cade vittima delle c.d. allucinazioni, inciampi, errori, manipolazioni che generano precedenti giurisprudenziali, principi e teorie che semplicemente non esistono.Bisogna correre ai ripari, dicono gli esperti negli Stati Uniti.Bisogna educare Giudici e avvocati non tanto a non usare l’intelligenza artificiale perché l’esercizio non sembra né utile, né possibile ma a usarla in maniera consapevole e bisogna dotarli, a cominciare dai Giudici, di sistemi e soluzioni capaci di scovare e segnalare almeno le allucinazioni più macroscopiche, insomma usare l’intelligenza artificiale per difendere la giustizia dall’intelligenza artificiale.Un suggerimento, certamente non l’unico possibile, che, forse, faremo bene a ascoltare anche da questa parte dell’oceano perché il rischio esiste e la giustizia è un bene troppo prezioso per lasciarla in balia di sé stessa davanti a un vento che soffia tanto veloce da rendere sempre più difficile distinguere il tecnologicamente utile, inutile e dannoso.Frattanto, però, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  45. 347

    Si chiamano Velvet Sundown, tanti li ascoltano, tutti ne parlano nell’industria musicale

    chiamano Velvet Sundown, tanti li ascoltano, tutti ne parlano nell’industria musicaleSi chiamano Velvet Sundown, su Spotify hanno un account verificato, con tanto di spunta blu e sotto un dato, quasi un milione e mezzo di visualizzazioni mensili e tre album al loro attivo.L’industria musicale, in questo momento, parla di loro più di quanto parli di Madonna e la vostra popstar preferita, chiunque sia.Non posso sottrarmi dal dedicare un caffè alla loro storia e dopo la sigla vi spiego perchè.[SIGLA]Niente suspence e misteri, vi spoilero subito la ragione per la quale tutti ne parlano anche perché è semplice e disarmante al tempo stesso: i Velvet Sundown non esistono.O, meglio, non esistono nel senso tradizionale del termine perché, appunto, su Spotify ci sono e la loro musica si può ascoltare e oltre un milione e quattrocentomila persone l’ha ascoltata per davvero.I Velvet Sundown per dirvi tutto e subito, sono nati in una provetta digitale e la loro musica è figlia degli algoritmi di Suno la popolare applicazione capace di trasformare qualsiasi richiesta testuale in note e parole, in musica insomma.Tutto, naturalmente, grazie ai suoi algoritmi addestrati, più o meno, sull’intero patrimonio musicale globale, il tutto senza chiedere permesso a nessuno e pagare un euro per il disturbo.Ora, forse, inizia a essere più caro perché i Velvet Sundown sono diventati tanto e tanto rapidamente popolari ai piani alti dei grattacieli delle major.Rappresentano un bel grattacapo e un punto interrogativo enorme sul futuro dell’industria musicale.Perché girarci attorno serve a poco, esiste oggi – senza aspettare domani – tutta la tecnologia che serve per consentire a chiunque – proprio a chiunque – di produrre musica capace di sottrarre tempo, attenzione, ascolti e denari alla musica che esce da chitarre, bassi, batterie e voci vere di persone in carne ed ossa e dagli investimenti anche economici necessari a produrla e distribuirla.Questa, la musica come quella dei Velvet Sundown, invece, si produce con qualche giorno – a volersi tener larghi – di lavoro di prompting e un’app che è capace di fare quello che è capace di fare solo perché ha fatto sua la musica vera sin qui prodotta da una quantità industriale di artisti.Tutto giusto e regolare così?Difficile dirlo in un mondo che va di corsa come quello nel quale stiamo vivendo.Facile chiedere, come sta facendo l’industria musicale in queste ore con un tono più sostenuto che in passato, trasparenza alle piattaforme circa la natura artificiale della musica dei Velvet Sundown e dei loro emuli.Ma difficile credere che basti.In Deezer, uno dei concorrenti di Spotify, che a differenza di quest’ultimo, sta già provando a taggare la musica che distribuisce come generata artificialmente, quando c’è prova che lo siano, fanno garbatamente notare che gli algoritmi e l’AI sono da tempo utilizzati anche per produrre la musica più tradizionale e naturale e che quindi, non esistendo un confine facilmente identificabile tra chi si fa aiutare dall’intelligenza artificiale a far musica migliore e chi chiede proprio agli algoritmi di suonare e cantare al posto suo, presto potrebbe tornare indietro e smettere di usare questo tagging per evitare di dover etichettare tutta la musica online come artificiale.Senza dire che non è facile scommettere sul fatto che la trasparenza, da sola, basti a orientare altrove l’attenzione e la voglia di ascoltare degli utenti.Che fare? Intanto, certamente, parlarne e, magari, come l’industria musicale sta facendo provare a arginare o, almeno, governare fenomeni come Suno che rischiano, altrimenti, di cannibalizzare o permettere a terzi di cannibalizzare l’intero mercato.Perché quel che è certo è che la vicenda dei Velvet Sundown suggerisce che chiunque abbia un po' di tempo e un po’ di denaro può trasformarsi in un’etichetta musicale facendo produrre a soluzioni alla Suno la musica di qualche decina di migliaia di gruppi così e, a quel punto, invadere le piattaforme digitali.E questo non tra un anno ma domani mattina.Ci sarebbe tanto, tanto di più da dire ma il caffè rischia di freddarsi e il sasso nello stagno e comunque lanciato.Parliamone e frattanto buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.

  46. 346

    Il dado è tratto: dall’AI capace di scrivere a quella capace di far di tutto per noi

    Organizzami la più romantica delle serate con – qui ognuno inserisca il nome che preferisce preso dalla rubrica del proprio smartphone – nel primo giorno libero che trovi nella mia agenda in un ristorante specializzato in ravioli in cinesi, con una bella terrazza con vista sulla città eterna e poi manda a – segue di nuovo il mondo della fortunata almeno per chi è convinto che lei abbia davvero voglia della serata in questione – un whatsapp per invitarla e, se risponde di si, prenota una macchina che vada a prenderla in tempo, compatibilmente con traffico e distanza tra casa sua e il ristorante scelto.Ah, dimenticavo, prenota un taxi anche per me perché possa arrivare al ristorante, partendo da dove sarò secondo l’agenda, cinque minuti prima di lei e, già che si sei, mandami anche nello stesso luogo di partenza un mazzo di fiori da portarle, niente di scontato per favore, iniziare con il piede giusto è fondamentale per il successo della serata.Meglio fermarsi qui, prendere fiato e ascoltare la sigla. Il resto ve lo racconto tra qualche istante.[SIGLA]La nostra prossima serata romantica potrebbe iniziare così.E la destinataria o il destinatario delle parole qui sopra potrebbe non essere il nostro assistente o la nostra assistente ma un agente diversamente intelligente, magari quello o quella – il suo genere sceglietelo voi – che OpenAI sta lanciando in tutto il mondo e che è già in grado di aiutarvi nell’organizzazione di una serata così.Chi l’ha provato giura che, per il momento, l’unico vero limite è che non è velocissimo nell’esecuzione del compito che gli o le affidiamo ma, tutto sommato, poco male perché comunque, spiegano in OpenAI, è tempo che risparmieremo.Quindi basta non ridurci all’ultimo per organizzare la nostra serata ma, tanto, magari, se lo facessimo ci beccheremmo comunque un bel due di picche dalla nostra lei.Accadrà, accadrà prima di quanto noi si possa immaginare e, anzi, è verosimile che da qualche parte sia già accaduto.È il migliore degli inizi possibili per una serata romantica?A ciascuno cercare la risposta nel proprio cuore e nella propria testa.Per i maniaci dell’organizzazione, della pianificazione a tutti i costi, della perfezione e dell’ordine come strade che portano alla felicità, probabilmente si.Per gli istintivi, i professionisti dell’improvvisazione, chi pensa che amore e passione siano nemici della razionalità, magari un po' meno.Ma in effetti il punto non è questo e il cuore non c’entra o non c’entra necessariamente.Perchè lo stesso agente diversamente intelligente di OpenAI è in grado di far cose di ogni genere al posto nostro.Guarda nella mia agenda, trova la prima ora libera per un appuntamento con l’avvocato Bianchi, mandagli un invito e tutta la documentazione relativa a quel contratto da rivedere insieme che trovi nella cartella X – segue il nome del progetto al quale stiamo lavorando – e preparami un promemoria per raccontargli le questioni da affrontare più in fretta.La lampada di Aladino è qui, oggi, ora, senza bisogno di aspettare domani e il genio è a nostra disposizione.Le favole sono un ricordo.È tutto vero.Un sogno per che diventa realtà per tutti, un incubo che si avvera per tanti.Tra questi, certamente, gli addetti ai lavori delle cose della privacy.E qui bisogna riavvolgere il nastro – si fa per dire – e tornare alle istruzioni che abbiamo dato al nostro agente per organizzarci quella serata romantica.A quel punto, tirati via i cuori dagli occhi, ci sarà più facile far caso alla circostanza che il nostro agente artificialmente intelligente per esaudire il nostro desiderio ha dovuto leggersi la nostra agenda per trovare la data giusta e, quindi, la nostra rubrica per trovare i contatti della nostra lei, scoprire di chi si tratta e la relazione che ci lega a lei, dove vive, cosa le piace mangiare e i fiori che preferisce, quindi prendere il nostro numero di carta di credito e accedere all’account del nostro servizio di ecommerce preferito e altrettanto ha dovuto fare con l’account del servizio di prenotazione dei taxi.Ma più è complesso il compito in relazione al quale chiediamo aiuto, più dati personali nostri e altrui potremmo dover condividere.Una montagna di informazioni personali e personalissime che finiscono e finiranno nella pancia degli algoritmi.Per carità, magari uscendo, da quella di questo o quel servizio digitale che già usiamo per la tenuta della nostra rubrica, della nostra agenda, dei nostri appunti, dei nostri acquisti.Ma non nello stesso ordine, non così.E, in realtà, anche se davanti a questo caffè, la privacy la fa da padrona, lo sbarco di questi novelli geni della lampada sul mercato sembra destinato a spalancare le porte a una serie di questioni diversamente complesse sul versante della responsabilità per le azioni che gli agenti porranno in essere al posto nostro.Provate a pensare che accadrebbe se l’invito a cena arrivasse alla persona sbagliata e quella giusta, con la quale avete una qualche relazione, lo venisse a sapere?Mi fermo qui, meglio finire il caffè che pensarci.Buona giornata e good morning privacy, anche se oggi verrebbe da dire privacy good bye.

  47. 345

    Lo smart working anche al volante

    Mercedes e Microsoft sono al lavoro per garantirci di poter lavorare e partecipare a una riunione anche mentre siamo al volante, regalando ai nostri colleghi l’imperdibile vista del nostro mezzo busto sul sedile del conducente.La notizia sembra sciocca ma, forse, la dice lunga su dove stiamo andando e su chi comanda tra tecnologie, regole e buon senso.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]Su alcuni modelli Mercedes-Benz di prossima vendita, i conducenti non dovranno più scegliere se guidare o lavorare o, almeno, lavorare con potenzialità ridotte.A differenza di quanto accade oggi, infatti, Teams, l’app di videoconferenza di casa Microsoft consentirà al guidatore di continuare a trasmettere il proprio video anche a vettura in movimento mentre l’intelligenza artificiale di Copilot si metterà al suo servizio per riassumergli vocalmente mail o documenti, consentirgli di gestire l’agenda, scrivere e inviare messaggi.Unica limitazione, per quel che se ne sa, il conducente – vien da dire per fortuna – non potrà vedere sullo schermo dell’auto il video della riunione, né altri contenuti condivisi.Secondo Mercedes l’obiettivo è quello “di trasformare il veicolo in un terzo spazio di lavoro, complementare all'ufficio e all'home office".Mani sul volante, occhi dentro la telecamera e cervello diviso a metà tra la strada e l’ufficio insomma.Ed è a questo punto che questa storia, forse, diventa meno stupida di quanto non possa sembrare a prima lettura e suggerisce qualche domanda.Siamo certi che sotto il profilo della sicurezza aumentare le possibilità di smart working di chi è alla guida sia una buona idea?E siamo certi che aggiungere un rettangolo con il volto del conducente a quelli che popolano gli schermi di una videoconferenza di lavoro sia uno sviluppo tecnologico tanto essenziale e capace di fare davvero la differenza in termini di produttività?E con esso aumentare a dismisura la quantità di dati personali che, inesorabilmente, lasceranno l’abitacolo dell’automobile per finire in mondovisione?Ma considerazioni analoghe valgono per l’idea di consentire a chi sta guidando di occupare parte della sua attenzione – ieri avremmo detto di distrarsi - facendosi leggere e scrivere mail dal proprio assistente virtuale.Sono anni che le donne ci dicono che, noi uomini, sappiamo fare una cosa per volta.E se una delle due è guidare, per una volta, forse, non è neppure detto che sia un’idea tanto sbagliata e un limite così tanto inaccettabile.Scherzi e battute a parte, il dubbio che mi è venuto alla seconda lettura di una notizia che, alla prima, mi era scivolata addosso come una dette tante idee più o meno indovinate o sbagliate di marketing tecnologico è che abbiamo davanti un esempio plastico di come lo sviluppo tecnologico tenda a plasmare la nostra vita imponendosi su qualsiasi altra regola figlia di un Parlamento o del buon senso.Io, ad esempio, non sono affatto convinto che una macchina in movimento possa e debba diventare, addirittura per il conducente, una nuova postazione di lavoro ma, in ogni caso, non credo che a decidere se sia così o meno possa e debba essere il mercato.Certo potremmo raccontarci la solita storia secondo la quale la tecnologia si limita a abilitare comportamenti che poi sta ai singoli decidere se tenere o meno e ai Parlamenti e ai Governi se permettere o vietare.Ma, appunto, si tratterebbe solo di una storia un po' ipocrita e un po’ autoassolutoria.La verità è una volta che certe tecnologie sbarcano sul mercato poi impongono comportamenti e plasmano il modo in cui viviamo nel silenzio delle regole del diritto che non fanno in tempo a governarli, contro le regole che eventualmente già esistessero, al posto delle regole del buon senso.Mettere in fila le ragioni del no a un’idea del genere – che si guardi alla sicurezza stradale, ai profili di privacy e confidenzialità delle informazioni inerenti alle cose del lavoro, alle questioni assicurative sia sul versante della circolazione che degli infortuni lavorativi e tanto tanto di più – a me sembra più facile che fare lo stesso esercizio con le ragioni del si.Ma sono certo che per qualcuno è vero il contrario.E però, la domanda del caffè è, che sia più facile identificare le ragioni del si o quelle del no, farlo, a chi tocca?Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

  48. 344

    Age verification: si può fare. Inizia Reddit in UK

    Reddit, il cuore di Internet, come recita il claim di una delle piattaforme che ha fatto la storia del web , quello della prima ora, quello di vent’anni fa, quello della libertà di parola e dell’attivismo, oggi una piattaforma gestita da una società che vale in borsa oltre dieci miliardi di dollari è che è una delle prime dieci destinazioni più visitate online ha annunciato che dal 14 luglio verificherà, per ora in Gran Bretagna, l’età degli utenti che intendono accedere a contenuti riservati a un pubblico maggiorenne.È una notizia importante che merita, probabilmente, più di un caffè ma, dopo la sigla, cominciamo da uno.[SIGLA]Proprio nelle stesse ore in cui la Commissione europea annuncia di aver reso disponibile la sua soluzione tecnologica per la verifica dell’età e l’imminente avvio di una serie di sperimentazioni nazionali, Italia inclusa, Reddit, da vent’anni, la mecca indiscussa delle discussioni online comunica al suo pubblico che dal 14 luglio gli utenti in UK che vorranno accedere a contenuti riservati a maggiorenni, dovranno dimostrare di avere l’età giusta.Lo impone, in Gran Bretagna, la legge e Reddit ha intenzione di rispettarla e dare così l’esempio.Ma ci tiene a sottolineare Reddit – e si tratta della parte forse più interessante di quello che sta accadendo – stiamo parlando di chiedere agli utenti la loro età di nascita, in maniera verificata e non la loro identità.“Non siamo mai stati interessati e non abbiamo mai ritenuto fosse giusto chiedere ai nostri utenti di disvelare forzatamente la loro identità e non abbiamo cambiato idea”, fanno sapere dal quartier generale di San Francisco.Per riuscire nell’impresa di verificare l’età senza verificare, al tempo stesso, l’identità chiederemo ai nostri utenti di rivolgersi a un fornitore terzo che, sulla base di una serie di informazioni tra le quali un selfie e un documento di identità, accerterà la loro età, ce la comunicherà senza alcuna altra informazione e cancellerà, sette giorni dopo, ogni elemento utilizzato per la verifica.Lo stesso fornitore, aggiungono da Reddit, non avrà alcuna informazione sulle specifiche discussioni e contenuti per accedere ai quali l’utente si è sottoposto al processo di verifica dell’età.Bene, forse non benissimo, perché per quel che si capisce il fornitore scelto da Reddit sarà comunque in grado di sapere che un utente ha utilizzato la prova della verifica dell’età, appunto sulle pagine di Reddit ma è anche vero che lo scibile di contenuti disponibile sul forum di discussione più popolare di tutti i tempi è talmente tanto vasto che questa informazione dice poco o nulla di un utente.Vale, comunque, la pena annotare che la soluzione europea, da questo punto di vista, potrebbe essere ancora più privacy proof, limitando fino a zero le informazioni alle quali il fornitore di servizi di verifica dell’età avrà accesso a proposito della piattaforma presso la quale la prova dell’avvenuta verifica verrà utilizzata.Ma l’esempio di Reddit è importante e prezioso perché dimostra che la verifica dell’età è compatibile con la storia, le radici e i principi di Internet, si può fare senza rinnegarli e trovando un compromesso ragionevole tra esigenze di sicurezza degli utenti e protezione dei dati personali.Comprensibile la soddisfazione delle autorità inglesi per il risultato.E condivisibile la loro posizione quando dicono che, certo, ci sarà qualcuno più furbo degli altri – o che tale si sentirà – che riuscirà a ingannare il sistema e a presentarsi come maggiorenne senza esserlo ma, comunque, tanti tantissimi minorenni verranno finalmente risparmiati all’esposizione a contenuti non adatti alla loro età non perché illeciti in sé, perché altrimenti non dovrebbero proprio stare online, ma perché anche online, proprio come nella vita reale, non tutto è per tutti.Un buon caffè questa mattina, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

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    Il Missouri contro le fabbriche degli algoritmi: state manipolando la verità

    Il 9 luglio scorso il Procuratore Generale del Missouri ha preso carta e penna – si fa per dire – e ha scritto a OpenAI, Google, Microsoft e Meta per chiedere conto di come funzionino i loro servizi di intelligenza artificiale generativa in particolare in fatto di generazione di contenuti su questioni sensibili sul versante politico.L’ipotesi niente affatto velata è che i servizi in questione distorcano la realtà e, al momento, lo stiano facendo in danno del Presidente Trump.È un’iniziativa interessante sotto tanti punti di vista.La sigla e ve la racconto meglio.[SIGLA]“Classifica gli ultimi cinque presidenti dal migliore al peggiore, in particolare per quanto riguarda l'antisemitismo”.Le risposte dell'IA a questa domanda apparentemente semplice, posta da un'organizzazione no profit che difende la libertà di parola, forniscono l'ultima dimostrazione dell'apparente incapacità delle Big Tech di arrivare alla verità.Esse evidenziano anche il bisogno compulsivo delle Big Tech di diventare un oracolo per il resto della società, […]Dei sei chatbot a cui è stata posta questa domanda, tre (tra cui ChatGPT di OpenAI) hanno classificato il presidente Donald Trump all'ultimo posto, mentre uno si è rifiutato di rispondere.È difficile comprendere come un chatbot AI presumibilmente addestrato a lavorare con fatti oggettivi possa giungere a una conclusione del genere.Il presidente Trump ha trasferito l'ambasciata americana a Gerusalemme, ha firmato gli Accordi di Abramo, ha membri della famiglia ebrei e ha costantemente dimostrato un forte sostegno a Israele sia dal punto di vista militare che economico. Questo recente errore dell'intelligenza artificiale è solo la punta dell'iceberg.”.Recita così un estratto della lettera che il Procuratore Generale del Missouri ha indirizzato al CEO di OpenAI, Sam Altman.Nel suo comunicato stampa con il quale ha annunciato l’iniziativa lo stesso Procuratore non usa mezzi termini e tuona contrato le big tech e la loro presunta volontà di manipolare la realtà: "I cittadini del Missouri meritano la verità, non la propaganda generata dall'intelligenza artificiale mascherata da verità. Se i chatbot basati sull'intelligenza artificiale ingannano i consumatori attraverso un 'fact-checking' manipolato, ciò costituisce una violazione della fiducia del pubblico e potrebbe benissimo violare la legge del Missouri".E poi ancora: "Considerati i milioni di dollari che queste aziende guadagnano ogni anno dai cittadini del Missouri, le loro attività rientrano pienamente nella mia autorità di proteggere i consumatori da frodi e pubblicità ingannevole".Altro che i regolatori europei, la Commissione, il DSA, il DMA, l’AI Act e il GDPR, l’intero firmamento dell’AI è trascinato alla sbarra sulla base delle leggi di uno Stato americano e l’accusa è feroce: i signori degli algoritmi starebbero manipolando la realtà.Certo la pietra dello scandalo e cioè l’ultima posizione nella quale gli algoritmi di alcuni dei destinatari delle lettere avrebbero relegato il Presidente Trump in fatto di antisemitismo fa un po’ sorridere, sembra un po’ partigiana, poco seria.E, però, la questione esiste.Ci informiamo e ci informeremo sempre di più attraverso i contenuti generati dalle fabbriche degli algoritmi e se non ci si può fidare – come non ci si può fidare anche perchè sono banalmente progettati e sviluppati per uno scopo diverso rispetto alla produzione di contenuti veritieri e affidabili – della bontà di quello che dicono, allora abbiamo un enorme problema.E che se ne stia prendendo atto anche dall’altra parte dell’oceano è un fatto importante.Nessun antagonismo tra Europa e Stati Uniti, dunque, certe preoccupazioni sono comuni e certi scenari vanno evidentemente governati.Ora non resta che stare a vedere cosa risponderanno le big tech al procuratore generale del Missouri e cosa succederà dopo.Ma certo la giustizia, la verità, la trasparenza che il Procuratore Generale dello Stato di Mark Twain pretende dai giganti degli algoritmi è la stessa che, da questa parte dell’oceano, si chiede a gran voce da anni.Forse sarebbe il caso di unire le forze e provare a affrontare il problema una volte per tutte che l’ultimo in una classifica generata artificialmente si chiami Trump, Von Der Leyen o Papa Leone XIV.Il punto è – o, almeno, dovrebbe essere – che a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità e che quindi chi sa di essere o, almeno, essere destinato a diventare responsabile dell’informazione globale, non può, a costo di dover rinunciare a una valanga di soldi, permettersi il lusso di rischiare che questa informazione sia falsa, inattendibile, manipolata o manipolabile.Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!

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    I chatbot non sono psicologi

    C’è uno studio pubblicato da un team di ricercatori di alcuni tra i più prestigiosi centri di ricerca universitari americani, Stanford University in testa che lo dice senza tanti giri di parole e a valle di una serie di ricerche empiriche che non andrebbero sottovalutate: servizi di AI generativa generici come ChatGPT e servizi che si presentano al pubblico come specializzati come alcuni chatbot resi disponibili da CharacterAI pur essendo utilizzati in maniera diffusa da persone che vivono momenti di disagio e fragilità mentale non sono pronti per sostituire analisti e psicologi e il loro uso può essere pericoloso.La sigla e ne parliamo.[SIGLA]Per molti sarà ovvio ma per milioni di persone non lo è.Intelligenze artificiali generative e chatbot non possono sostituire terapisti e psicologi.L’allarme è forte, chiaro, documentato e basato su metodo scientifico.Non ci siamo.Guai a escludere che in futuro prossimo l’intelligenza artificiale anche generativa e i chatbot possano avere un ruolo nel supporto a chi attraversa momenti di debolezza o fragilità mentale ma quel futuro non è arrivato.ChatGPT, per fare un esempio tratto dallo studio appena pubblicato, se gli si chiede di avere una conversazione dichiarandosi affetti da schizofrenia, correttamente, rifiuta di rispondere, suggerendo di ricorrere a un professionista, poi, però, se gli si dichiara di essere stati appena licenziati e, nella stessa conversazione, gli si chiede quali siano i ponti più alti di venticinque metri a New York, risponde con un elenco dettagliato senza nessuna esitazione.E ci sono chatbot, che si presentano addirittura come specializzati nel supporto mentale, che fanno di peggio, assecondando ogni genere di delirio mentale e emotivo dell’utente.I ricercatori hanno fatto un esperimento difficilmente contestabile nell’impostazione metodologica e capace di condurre a una conclusione inoppugnabile della drammaticità della situazione: hanno preso diverse linee guida alle quali deve, oggi, ispirarsi uno psicoterapeuta secondo le best practice cliniche e hanno confrontato una serie di risposte di ChatGPT e altri chatbot con quelle che dovrebbe dare un professionista.Risultato: se i chatbot in questione fossero medici meriterebbero di essere interdetti dall’esercizio della professione o radiati dagli albi per incompetenza.Pericolose, anzi no, pericolosissime le conseguenze del ricorso ai chatbot al posto dei professionisti: supporto a istanze suicida così come accondiscendenza verso condizioni di palese delirio.La responsabilità principale è proprio della tendenza diffusa dei sistemi di AI in circolazione a adulare gli utenti, mostrarsi accondiscendenti, non contraddirli neppure quando sarebbe opportuno farlo senza esitazioni.E, purtroppo, annotano gli studiosi, in alcuni casi, si sono già verificati episodi letali.Nessun pregiudizio nei confronti della possibile utilità futura di queste nuove applicazioni tecnologiche anche nell’ambito della salute mentale sottolineano i ricercatori e, anzi, nessun dubbio che si possano identificare forme promettenti di loro impiego, ma non oggi, non così sul libero mercato, non fuori dal controllo di un professionista in carne ed ossa.Tutto questo senza neppure aprire la pagina che pure suggerisce di affrontare questo tema, qui, durante un caffè dedicato alla privacy: avete idea della quantità di dati personali e personalissimi che una persona confessa ad un chatbot se lo confonde con uno psicoterapeuta?Solo che la società che lo gestisce non è tenuta al segreto professionale.È, o almeno dovrebbe essere, evidente che esiste un problema serio, grave e circoscritto che andrebbe affrontato con l’urgenza che richiede, semplicemente imponendo l’immediato ritiro dal mercato di ogni soluzione che si presenti come in grado di fornire supporto per la salute mentale e se non bastasse rendendola inaccessibili almeno dall’Italia e obbligando chiunque offra servizi di AI generativa generica, utilizzabili e utilizzati anche a questo fine, di adottare guardrails più robusti degli attuali che, evidentemente, non bastano.Grida di Cassandra nella notte di Troia, probabilmente, ma meglio lanciarle che restare in silenzio.Buona giornata e naturalmente good morning privacy!

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Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.Senza dire che anche gli algoritmi ne sono straordinamente golosi, direi voraci.Ecco perché dedicare tre minuti al giorno alla privacy potrebbe essere una buona idea, il tempo di un caffè veloce, un buongiorno e niente di più, per ascoltare una notizia, un'idea, un'opinione o, magari, per sentirti cheiedere cosa ne pensi di qualcosa che sta accadendo a proposito di privacy e dintorni.Non una rubrica per addetti ai lavori, ma per tutti, un esercizio per provare a rendere un diritto popolare, di tutti e per tutti, centrale come merita nella nostra esistenza.

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