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I podcast de Il Diario del lavoro

I podcast de Il diario del lavoro

  1. 22

    Dentro l'industria: luci e ombre del settore pelletteria. Il punto sulla piattaforma per il rinnovo del contratto, di Emanuele Ghiani

    Il punto sullo stato di salute del settore della pelletteria, di cui l'Italia è leader in Europa e nel mondo, ma che deve fare i conti con la crisi della moda. Con il segretario nazionale della Femca Cisl, Raffaele Salvatoni e il segretario generale della Femca Cisl Toscana Marcello Familiari, abbiamo approfondito i contenuti della piattaforma unitaria, in vista del prossimo rinnovo contrattuale, e le luci e ombre del settore.di Emanuele Ghiani

  2. 21

    Fim, Fiom, Uilm: grazie alla lotta dei lavoratori abbiamo rinnovato il contratto metalmeccanico, di Fernando Liuzzi ed Emanuele Ghiani

    Fim Fiom e Uilm e Federmeccanica -Assistal sono finalmente arrivati alla firma per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La sigla è arrivata dopo una trattativa durata ben 17 mesi e 40 ore di sciopero. Il diario del lavoro ha intervistato i tre segretari generali, a margine della conferenza stampa indetta dalle categorie, per fare il punto su rinnovo contrattuale.

  3. 20

    Sindacato debole, sindacato disunito dalle macerie del referendum le sfide per tornare a contare, di Massimo Mascini

    I referendum voluti dalla Cgil hanno avuto un risultato positivo, si è tornati a parlare di lavoro. In un paese in cui di questo argomento si erano perse le tracce. Grazie all’azione del sindacato di Maurizio Landini per più di un mese di lavoro si è parlato in tutti i modi possibili. Non è durato molto, perché l’intervento massiccio dei partiti e della politica ha presto dirottato l’attenzione, ma almeno per un po’ di tempo di questo si è parlato. Forse è stato il solo effetto positivo di questa complessa iniziativa, perché in realtà abbiamo assistito a un fallimento pressoché generale. Il quorum non è stato raggiunto, e tutto è risultato inutile. E non ci si è nemmeno avvicinati all’obiettivo della maggioranza dei votanti, perché il risultato raggiunto, quel povero 30,2%, era in realtà il minimo per evitare il peggio.Soprattutto da questa prova elettorale è uscito a pezzi lo strumento del referendum. È emerso con grande chiarezza che in queste condizioni, con questo generalizzato disamore per le elezioni tornare a un nuovo referendum sarebbe inutile. Se normalmente va a votare la metà degli aventi diritto, pensare di raggiungere il quorum in presenza di una contraddizione tra due diverse posizioni è quanto meno inutile. Adesso si sta pensando di cambiare le regole, di aggiustarle, ma è molto difficile che si possa arrivare a un vero cambiamento. Perché si tratterebbe di modificare una norma della Costituzione, impresa sempre molto complessa, e perché in fin dei conti i partiti politici vedono di malocchio uno strumento in pratica concorrente della politica stessa. La cosa più possibile è che alla fine non se ne faccia nulla. E non è un caso se già le diverse proposte avanzate sono molto distanti tra loro....(continua su Il diario del lavoro)

  4. 19

    Si cresce, ma si vive male: la triste verità della nostra economia che il governo non vuole vedere, di Massimo Mascini

    Moody’s, la potente agenzia di rating, migliora da stabile a positivo l’outlook sull’Italia. E immediatamente scatta l’entusiasmo delle nostre istituzioni. Palazzo Chigi sottolinea “il segnale di fiducia sulla solidità della nostra economia” e assicura che “si continuerà su questa strada con determinazione”. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, non sta in sé dalla gioia e afferma che “questo risultato porta un beneficio alle famiglie, alle imprese, perfino alle banche”. Non stupisce il fervore manifestato ai piani alti del paese, ma forse un po’ di realismo non guasterebbe.Moody’s non ha infatti alzato il rating del nostro paese, ossia il giudizio generale sul nostro sistema economico. Si è limitata ad affermare che le previsioni potrebbero anche migliorare. Senza dimenticare però che al momento questo rating è davvero molto basso, un minimo al di sopra del livello al quale si sconsigliano gli investimenti. È, insomma, cambiata la prospettiva del futuro, ma il presente resta fosco, non giustifica manifestazioni di gioia.Nel caso specifico l’istituto di rating ha rilevato una nostra “maggiore capacità di assorbire shock economici, un mercato del lavoro solido, bilanci privati in buona salute, un sistema bancario rafforzato”. Giudizi importanti, niente da dire, ma siamo molto lontani dal poter credere di vivere in un sistema economico florido. È bene sottolineare che dall’estero ci guardano con occhio più benevolo, ma tutti i nostri guai restano lì, a sconsigliare brindisi allo sviluppo felice. Neanche avessimo sconfitto la povertà.Governo e istituzioni sono incappati nello stesso errore commesso in queste stesse settimane a proposito della caduta dello spread, che, è noto, misura la differenza tra i rendimenti dei titoli di stato tedeschi e quelli italiani. Lo spread che saliva e scendeva ci ha dato il batticuore per anni, perché la sua crescita, a volte impetuosa, denunciava lo stato pessimo della nostra economia. Adesso questo indicatore si è abbassato notevolmente. Era al livello 200, poi 150, adesso si attesta attorno a quota 100 e con tutta probabilità scenderà ancora. Ed è immaginabile il tripudio che si genererà e l’entusiasmo che i vari centri di potere politico manifesteranno....(continua su Il diario del lavoro)

  5. 18

    Metalmeccanici, tra immobilismo e silenzi il “contrattone” resta in stallo: solo una scossa lo salverà, di Massimo Mascini

    Una volta, nei favolosi anni 70, si diceva che il contratto dei metalmeccanici si rinnovava solo con 100 ore di sciopero e, aggiungevano gli sfegatati, se le bandiere rosse sventolavano sui tetti dello stabilimento di Mirafiori occupato. Non era proprio così, ma effettivamente il rinnovo del contrattone dei meccanici era allora un affare complicato e costoso. Ne valeva la pena, però, perché in quegli anni, nel 1969, nel 1973, nel 1976 furono raggiunti risultati molto importanti: un nuovo modo di contrattare, i consigli di fabbrica, l’inquadramento unico, le 150 ore di formazione, una differente e più avanzata organizzazione del lavoro.Tutt’altro clima da quello in cui arranca adesso la trattativa dei metalmeccanici, che fa soffrire come una volta ma non sembra portare grandi risultati. Il contratto è scaduto quasi da un anno e si sono fatte già 32 ore di sciopero, in vista di arrivare a 40 prima della fine di maggio, ma le parti non hanno fatto nemmeno un piccolo passo in avanti. E la cosa peggiore è che sembra che tutti abbiano ragione.Ce l’hanno certamente i sindacati che chiedono un aumento salariale importante, 280 euro, per cercare di rialzare il livello medio, considerando che negli ultimi cinque anni hanno perso il 10%. Ce l’ha anche Federmeccanica, che fa i conti sulla base degli accordi sottoscritti, ultimo il Patto della fabbrica, secondo i quali non si può andare oltre i 140 euro, che è la cifra offerta ai sindacati e da questi rifiutata.Hanno ragione le grandi aziende, come Leonardo e altre, che hanno fatto pressione perché si torni al tavolo del negoziato, dal momento che gli scioperi mettono a rischio la produzione in un momento in cui il mercato procede bene (per loro). E hanno ragione le piccole aziende iscritte a Federmeccanica, specie quelle dell’automotive, che non hanno alcuna certezza del proprio futuro, sono in una situazione economica più che difficile e ritengono di non potersi accollare un costo del lavoro più elevato.Una situazione di stallo, pericolosa perché il clima delle relazioni industriali si imbastardisce, la capacità di trovare una soluzione si appanna, tutto diventa più complesso. Nessuno si azzarda a intervenire, anche se è evidente la grande difficoltà in cui versano le parti al tavolo del negoziato. Non interviene il ministero del Lavoro, che pure una volta era sempre in prima linea nelle vertenze difficili. Non interviene il ministero dello Sviluppo, che forse, mettendo giù le linee guida di un’autentica politica industriale, potrebbe dare qualche certezza alle aziende mettendole magari in condizione di accollarsi un onere salariale più elevato. E non interviene Palazzo Chigi che pure afferma di puntare alla pace sociale e al benessere dei lavoratori....(continua su Il diario del lavoro

  6. 17

    Il sindacato alla sbarra: un processo per amor di polemica, di Massimo Mascini

    È diventato di moda parlare male del sindacato. E addossare alle tre confederazioni la responsabilità di tutte le disfunzioni del sistema. I salari sono bassi? Colpa dei sindacati. Le adesioni diminuiscono? Colpa dei sindacati. I rinnovi contrattuali ritardano? Colpa dei sindacati. Potremmo andare avanti a lungo, le disfunzioni sono tante e trovare un responsabile fa sempre comodo.La più recente critica rivolta ai sindacati è quella di essere allo stesso tempo uno e trino. Non perché sono tre le confederazioni, ma perché ogni confederazione ha all’interno tre corpi: la struttura confederale, che fa politica, le categorie, che fanno contrattazione, Caf e patronati che erogano servizi. Tre funzioni distinte che, secondo una tesi sostenuta nel saggio di Andrea Garnero e Roberto Mania, “La questione salariale’’, non possono essere gestite assieme, tanto è vero che il sindacato è globalmente in crisi.L’accusa è severa e per questo vale la pena di guardare un po’ più da vicino questa realtà una e trina. Cominciamo dall’ultima funzione, quella dei servizi fiscali e previdenziali. Patronati e Caf offrono un servizio per tutti i cittadini, iscritti e non, svolgendo un lavoro che lo Stato e gli enti previdenziali non riescono a fare e che di fatto non fanno più perché, appunto, ci sono Caf e patronati. E per questo lo Stato riconosce loro una somma per ogni servizio svolto. Una cifra che forse all’inizio non era irrisoria, ma che poi è stata ampiamente tagliata da diversi governi. I sindacati ci guadagnano, certamente, anche perché i cittadini assistiti entrano in contatto con la macchina sindacale e magari si iscrivono. Ma resta che Caf e patronati svolgono un servizio importante, senza di loro la macchina fiscale e previdenziale si bloccherebbe. E ogni anno gli ispettori del lavoro controllano tutte, proprio tutte le pratiche svolte dagli enti. E non per tutte è previsto un corrispettivo, solo per una su quattro, le altre tre sono espletate per aiutare chi ne ha bisogno. Durante il lock down, oltretutto, Caf e patronati sono sempre rimasti aperti, per garantire supporto ai cittadini.Sono realtà che funzionano separatamente dalle confederazioni, con personale, sedi e strutture autonome, e dunque è da escludere che il loro lavoro incida sulla vita e la funzionalità delle confederazioni.C’è poi la seconda funzione, quella svolta dalle federazioni di categoria. Utile, ma spesso, secondo i critici, carente e tardiva. I contratti si rinnovano, si, ma con grandi ritardi e senza aumentare i salari quanto sarebbe necessario. Ma è davvero così? Intanto occorre distinguere i contratti pubblici da quelli privati. I primi sono sempre in ritardo, di anni, e portano pochi soldi nelle tasche dei lavoratori. Ma in questo caso la responsabilità è del governo, che ritarda le trattative e mette in bilancio risorse sempre molto più basse del necessario. Quando scoppiò la grande crisi del 2008, il governo dell’epoca non ebbe esitazioni e bloccò la contrattazione pubblica per ben sette anni. Una perdita secca per i lavoratori, mai più recuperata. L’Aran fa il proprio dovere, contratta al meglio, ma le risorse sono quelle e dalla tenaglia non si esce.Diverso il racconto per i contratti privati, nei quali occorre però distinguere tra le categorie che vivono una buona congiuntura e quelle che se la passano male. Nel primo caso il sindacato non ha problemi, presenta piattaforme rivendicative adeguate, negozia, spesso in pochissimo tempo, e i salari aumentano quanto necessario per mantenere il loro potere di acquisto. Poi ci sono i settori poveri e qui trovare l’accordo è più difficile, perché mancano le risorse. I sindacati tengono ferma la posizione, non arretrano, ma un’intesa è oggettivamente difficile. Lo stesso avviene in settori che vivono difficoltà transitorie, perché non hanno sufficienti prospettive e certezze di mercato. Che potrebbero venire solo da un’accorta politica industriale, politica che però il governo non predispone, generando così nuova insicurezza e mettendo in crisi tutti: aziende, sindacati, lavoratori....prosegue su Il diario del lavoro

  7. 16

    Si spegne la speranza e l’ottimismo vacilla, ma l’importante è non abbassare la guardia, di Massimo Mascini

    Il mio maestro, Gino Giugni, grande giuslavorista, soleva dire che la contrattazione era un vero passepartout, apriva qualsiasi porta, consentiva di puntare in alto con buone speranze di riuscire. Per tanti anni è stato così, con la contrattazione sono stati colti risultati importanti, a volte esaltanti. La pazienza, la propensione al dialogo, l’ottimismo ci hanno accompagnato per lunghi momenti felici. Da un po’ di tempo sento però che qualcosa non funziona più, come se il meccanismo si fosse inceppato, ci fosse un po’ di ruggine, una desuetudine di qualche operatore. I risultati sono meno brillanti, più rari, le aree felici si sono rimpicciolite. Il quadro si fa nero.Forse è solo un po’ di stanchezza, ma qualcosa sembra non funzionare più come dovrebbe. Le difficoltà a qualche tavolo di trattativa appaiono più ostiche del normale. Forse è un’impressione, ma persistente, e spaventa. Che i metalmeccanici siano arenati da sei mesi o più, che la trattativa per il rinnovo del loro contratto nazionale di lavoro sia bloccata può anche essere normale, si tratta di una vertenza molto difficile e la situazione economica e produttiva del settore è in cattive acque.Ma lo stesso questo ci sembra un campanello di allarme che non dovremmo ignorare e nemmeno sottovalutare. Anche perché oggettivamente attorno non si vedono panorami felici, come ha sottolineato il Presidente Sergio Mattarella alla vigilia del Primo Maggio. La precarietà non arretra, semmai guadagna terreno. I salari arrancano, perdono terreno nei confronti di quelli di altri paesi. L’occupazione aumenta, ma si avvicina alla povertà anche chi lavora. Cresce soprattutto l’insicurezza, che è il male peggiore perché rende impotenti, impedisce di programmarsi la vita, di puntare a qualcosa di migliore. E si spegne la speranza, l’ottimismo, a catena anche la voglia di fare, di sperimentare.Eravamo in crisi all’inizio di questi anni 20, la pandemia ci ha dato un brutto colpo, sostanzialmente non ci siamo ripresi. La condizione del lavoro peggiora rapidamente e non ci sembra onestamente che qualcuno tenti di fare qualcosa. Tentativi di reazione ci sono, è vero, qui e lì, ma isolati, fuori contesto, non in grado, purtroppo, di cogliere risultati di rilievo. I soggetti deputati a questo compito latitano.Il governo, questo governo, non ci prova neppure. Ha pochi margini di manovra, ma non li sfrutta, non tenta nulla. Ha altre priorità, guarda altrove. La concertazione è sparita, non si vedono nemmeno forme di dialogo sociale, gli annunci di cambiamento lasciano il vuoto. Le aree che l’esecutivo vuole evidentemente proteggere sono altre. I partiti dell’opposizione sono divisi, tentano di prendere qualche iniziativa, fanno dei tentativi, ma l’impressione è che siano loro per primi a non crederci fino in fondo. Continuare a dire che la somma delle forze che si oppongono alla destra è superiore al 50% non porta a nessuna parte, perché saranno anche di più, ma non riescono a unirsi, a trovare, anche solo a cercare un programma comune sul quale costruire alleanze stabili, soprattutto durature.Le parti sociali non consolano. I sindacati sono divisi anche loro e non fanno nulla per annullare le distanze. L’immagine del Primo Maggio con i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil in tre piazze distanti tra loro, senza nessun vero collegamento ideale, è stata sconfortante. Erano tutti uniti nella battaglia contro gli incidenti sul lavoro, ma i cuori erano altrove, pericolosamente. Gli imprenditori non sembrano in grado di imprimere una svolta a questa linea. La decisione di Confindustria di tenere l’assemblea annuale non a Roma come negli ultimi 80 anni, ma a Bologna, guest star Giorgia Meloni, la dice lunga sugli obiettivi che la confederazione degli industriali si è data e sulle alleanze alle quali punta. Difficile anche dargli torto, perché il panorama non spinge all’ottimismo, fare programmi capaci di incidere su questa realtà appare impegno vuoto, inutile.Il rischio che il paese corre è che queste insicurezze, queste insufficienze sociali e politiche si sommino e si rafforzino vicendevolmente. Perché sarebbe allora in pericolo la coesione sociale, la disgregazione potrebbe generare disastri che nessuno sarebbe in grado di gestire. Forse il panorama non è così fosco, forse il paese è ancora in grado di produrre una svolta, forse questo è solo lo sfogo di un momento di incertezza, importante però è non abbassare la guardia, essere vigili e accorti. Massimo Mascini

  8. 15

    Il Papa che amava il lavoro e il sindacato, di Massimo Mascini

    Papa Francesco sarà ricordato certamente per le sue battaglie contro la guerra e a difesa dell’ambiente, a noi piace farlo per la sua grande attenzione al lavoro. Amava sottolineare che Giuseppe e Gesù erano falegnami, che gli apostoli, per lo più, erano pescatori, che suo padre era stato falegname e lui stesso muratore. Il lavoro, diceva, offre dignità al lavoratore, la peggiore povertà è quella di chi non riesce a guadagnare il pane per la propria famiglia, lavoro vuol dire progettare il proprio futuro. E’ amico dell’uomo, affermava, perché è un bisogno insopprimibile della persona. E credeva che tutti avessero diritto a un lavoro, come anche che fosse un delitto defraudare la retribuzione degli operai. E combatteva le troppe offese che gli vengono portate: il lavoro in nero, il caporalato, quelli che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Il lavoro precario, diceva, è immorale, è una ferita aperta.L’amore per il lavoro lo portava all’attenzione verso chi non lo aveva e, quindi, agli ultimi, a quelli che chiamava gli scarti, perché così erano considerati da una società sorda e chiusa. I poveri, i diseredati, gli immigrati. Al centro della nostra attenzione, diceva, deve esserci l’uomo, oggi c’è il denaro. E per questo non amava la meritocrazia, lo considerava un disvalore, perché snatura e perverte una bellissima parola, il merito. Considerano il povero, affermava, demeritevole, quindi colpevole della sua situazione, anche se non ne porta alcuna responsabilità. E allo stesso modo, argomentava, il ricco è esentato dall’intervenire in aiuto ai bisognosi, perché non è colpa o responsabilità sua lo stato di povertà o il disagio degli altri. Era contro tutti i muri, quelli che sono eretti tra gli stati per tenere lontano i poveri e i diseredati, ma anche quelli che tengono lontani chi la pensa in un altro modo. La sua filosofia era il dialogo, che, diceva, significa fare un tratto di strada assieme, fare delle cose assieme. Per questo voleva stare sempre in mezzo alla gente, privilegiando i poveri e gli ultimi. Perché solo così, diceva, è possibile vedere le cose con i loro occhi e capire i loro bisogni, le loro esigenze. Amava il lavoro e amava il sindacato. Una bella parola, affermava, nata dalla fusione di due parole greche, dike, giustizia, e syn, insieme. Sindacato che però è esposto a rischi, a quello di smarrire la propria vocazione, il proprio compito, quello di dare voce a chi non ce l’ha. Il sindacato, amava affermare, è una sentinella sul muro della città del lavoro e deve badare a chi è dentro la città, ma anche a chi ne è tenuto fuori. Proteggere i lavoratori e i pensionati, diceva ai sindacalisti, è bene, ma è solo la metà del vostro dovere, siete tenuti a difendere anche gli esclusi, chi i diritti ancora non li ha. Può accadere, diceva, che la società non comprenda il sindacato, ma spesso ciò accade perché non lo vede lottare abbastanza nel “luogo dei diritti del non ancora”, nelle periferie esistenziali, tra gli scartati dal lavoro, tra gli immigrati, i poveri, coloro che vivono sotto le mura della città del lavoro. Accusava il sindacato di essere a volte troppo simile ai partiti politici. E accusava il capitalismo per avere troppe volte dimenticato la natura sociale dell’economia. Ma non era contro gli imprenditori. L’imprenditore, diceva, è una figura fondamentale per una buona economia. Il problema nasce quando si trasforma in uno speculatore, e finisce per penalizzare anche gli onesti. La vocazione dell’imprenditore, diceva, è nobile se si mette a servizio del lavoro, in primo luogo offrendo occupazione: non un’occupazione qualsiasi, ma un lavoro che metta al centro la persona e la sua dignità. Il lavoro, affermava, è dignità. Adesso Papa Francesco non c’è più. Ci resta questa grande eredità e la speranza che non vada dispersa. Massimo Mascini

  9. 14

    La Cisl che cammina sulle spalle dei giganti: Pierre Carniti e Franco Marini, di Massimo Mascini

    Nel giro di poche settimane la Cisl ha dato vita a due fondazioni, una intestata a Pierre Carniti, l’altra a Franco Marini. Due grandi sindacalisti, due campioni, portatori di culture leggermente diverse, che si sono combattuti a lungo, per arrivare infine a una salda, duratura e proficua alleanza. La prima fondazione, quella intitolata a Carniti, sarà guidata da Roberto Benaglia, che è stato segretario generale dei metalmeccanici della Cisl. La seconda sarà condotta da Luigi Sbarra, già segretario generale della confederazione.Carniti e Marini erano cresciuti culturalmente alla scuola della Cisl, che ha tuttora a Fiesole, sulle colline sopra Firenze, un centro di formazione di grande levatura. Parteciparono al corso lungo, biennale, assieme ad altri giovani cislini destinati a incarichi di grande prestigio nella confederazione. La Cisl in quegli anni, in particolare in quelli successivi alla loro partecipazione alla scuola di Fiesole, era divisa in due parti, che si combattevano aspramente. Una guardava avanti, al futuro, voleva sperimentare nuove strade, l’altra non amava le fughe in avanti, preferiva i piccoli passi, non le erano congeniali i salti.Pierre Carniti militava nella prima e non ebbe mai paura del nuovo, dell’inconnue. Crebbe culturalmente nei primi anni Sessanta, quando era segretario generale della Fim di Milano. Ebbe due fortunate intuizioni. La prima fu quella di rappresentare i più poveri, quelli che avevano meno diritti, ma grandi ambizioni. L’Italia negli anni della grande trasformazione industriale aveva portato dal profondo Sud alle fabbriche del Nord centinaia di migliaia di giovani lavoratori, i “terroni” che, appunto, avevano meno diritti, meno lavoro, meno garanzie. Gli “operai massa”, come li chiamarono. La Cgil guardava con maggiore interesse a quella che veniva chiamata l’aristocrazia operaia, i più professionalizzati, gli specializzati. Carniti si rivolse agli ultimi, direbbe oggi Papa Francesco, li cercò, li iscrisse, con loro divenne più forte.L’altra intuizione fu quella di cercare l’amicizia e la collaborazione di un buon numero di giovani intellettuali. Economisti, sociologi, giuslavoristi tra i migliori, che per tutta la vita gli fornirono le basi delle sue teorie, delle sue azioni. Forte di questi due assist Carniti si gettò nella mischia sindacale. Ed ebbe tante vittorie. Quella nella battaglia degli elettromeccanici che si batterono per sancire il diritto alla contrattazione aziendale. Quella per l’unità sindacale, avvicinando gli altri sindacati dei metalmeccanici, la Fiom e la Uilm. Quella per l’autonomia del sindacato dalla politica, lottando per sancire l’incompatibilità tra incarichi politici e sindacali, che allora erano una regola.

  10. 13
  11. 12

    Salari, povertà, produttività: è ora di un tagliando ai meccanismi della contrattazione, di Massimo Mascini

    Non mancano gli argomenti validi a spiegare perché in Italia i salari stagnino. Anzi, diminuiscano, perché la verità è che, progressivamente, ma nemmeno tanto, le retribuzioni stanno perdendo potere di acquisto impoverendo i lavoratori. Ci sono state le tante crisi economiche, c’è stata la pandemia, ci sono le guerre e c’è l’esplosione dell’inflazione, che tutti credevamo sopita e che invece ha prepotentemente rialzato la testa.Giustamente Nunzia Penelope su Il diario del lavoro ha ricordato come i sindacati, stretti in tante difficoltà, per salvare l’occupazione e il lavoro, siano stati costretti alla moderazione salariale. Il problema è che la moderazione salariale porta le imprese a competere sul basso costo del lavoro, a disinvestire nella ricerca, a finire così nella parte bassa della catena della produzione. Maurizio Del Conte ci ha spiegato molto bene in una recente intervista che in questo modo si cade nella bassa produttività, nei bassi salari, avvicinando sempre più questi ultimi alla soglia della povertà. Al punto che il confine è sempre più stretto e l’insofferenza cresce. Ormai è a rischio la tenuta sociale, certamente è in crisi la coesione sociale.Non c’è bisogno di insistere sul pericolo che corre la democrazia per capire che forse è arrivato il momento di mettere le mani nei meccanismi della contrattazione, perché sono questi che ci conducono verso la povertà. Sarebbe ora, per esempio, di rimediare a un errore di fondo commesso dalle parti sociali qualche anno fa. Per la precisione nel 2009, quando si raggiunse un accordo tra governo e parti sociali per regolare la crescita salariale. Compito affidato ai contratti nazionali di categoria che dovevano far aumentare i salari sulla base dell’inflazione secondo il parametro dell’Ipca.Quell’accordo non fu firmato dalla Cgil, ma le intese successive, che quel parametro accettavano, portavano la firma della sua segretaria generale Susanna Camusso. Di moderazione salariale si parlava anche prima, ma la grande intesa del 1993, che chiuse l’era della scala mobile, affidava la crescita dei salari ai contratti nazionali, con un’importante apertura però, perché era previsto che gli aumenti salariali indicati dai rinnovi contrattuali potessero essere anche superiori all’inflazione, per consentire così una distribuzione dei proventi della produttività.In realtà i rinnovi contrattuali successivi al 1993 non andarono mai al di là dell’inflazione e l’intesa del 2009 stabilì che quella linea non doveva mai essere superata. E andò anche oltre, perché, riferendosi all’Ipca, stabilì che l’aumento dei minimi salariali doveva seguire l’andamento dell’inflazione e che nel computo non si doveva tener conto degli aumenti dei prezzi dei prodotti energetici importati. In questo modo si condannarono i salari a una progressiva perdita di potere di acquisto. Probabilmente non si dette allora molto peso a questa esclusione, ma gli anni successivi hanno dimostrato che la decrescita sarebbe stata anche molto forte. Il Patto della fabbrica del 2018 confermò il meccanismo.

  12. 11

    Contratto chimici: storia di virtuose relazioni industriali e quelle insidie all’orizzonte del rinnovo, di Massimo Mascini

    Un’altra grande categoria di lavoratori si appresta ad affrontare lo scoglio del rinnovo del contratto nazionale di lavoro, quella dei chimici. L’iter è appena avviato con l’ok delle segreterie sindacali a una bozza di piattaforma rivendicativa, oggetto di una discussione tra i lavoratori che terminerà alla fine del mese di marzo. Ma il dato più importante è già stato definito, i vertici del sindacato di settore hanno deciso che la richiesta salariale sarà di 305 euro mensili per il livello di riferimento. Una cifra consistente, superiore a quella richiesta dai metalmeccanici che, proprio sul tema del salario, hanno incontrato la forte resistenza degli imprenditori che ha portato al blocco della vertenza.I sindacati dei chimici però sperano di non avere troppi problemi, anzi contano di confermare la loro tradizione, che è quella di chiudere velocemente le vertenze dei rinnovi contrattuali. Nelle passate occasioni, infatti, il contratto di lavoro è stato rinnovato molto velocemente, a volte dopo solo due sessioni, una volta già al primo incontro. La velocità non è dovuta solo alla capacità delle parti, ma a una rodata consuetudine: le due parti, sindacati e imprese, appena firmato l’accordo per il rinnovo del contratto hanno sempre ripreso a parlarsi, a vagliare richieste e risposte, per arrivare già pronti all’intesa. Che non è mai facile, naturalmente, ma se costruita con pazienza e attenzione, si trasforma in un impegno abbordabile.È una storia antica. Federchimica, la federazione che raggruppa le aziende del settore, già nel 1986 aveva strutturato un Osservatorio chimico, un organismo bilaterale, del quale facevano parte i rappresentanti delle aziende e del sindacato, che istituzionalizzò una prassi di consultazione periodica tra le parti. Si discuteva un po’ di tutto: salario, orario, classificazione, diritti di informazione, investimenti, innovazione tecnologica, politiche attive del lavoro. Le parti si abituarono così a discutere senza animosità, realizzando una consuetudine al confronto che ha evitato negli anni incomprensioni e malintesi....continua su Il diario del lavoro

  13. 10

    Il paradosso del contratto dei metalmeccanici, di Massimo Mascini

    Non è mai stato facile il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. Ma stavolta sembra davvero un’impresa molto complessa. La vertenza è ferma da quattro mesi, ma soprattutto sembra essere entrata in un vicolo cieco nel quale tutti sembrano avere ragione, quindi, alla fine si trovano tutti dalla parte sbagliata.I problemi sono iniziati quando è stato affrontato il capitolo del salario, perché i sindacati hanno chiesto un aumento dei minimi retributivi di un certo spessore. Alla base della loro richiesta il fatto che i salari italiani sono tra i più bassi di quelli praticati nei paesi altamente industrializzati. E poi l’inflazione degli scorsi anni ha falcidiato il potere di acquisto. Per fortuna i meccanici avevano scelto una particolare modalità di calcolo degli aumenti, che ha consentito loro di recuperare buona parte di quanto perso, ma questo non significa che nuotino nell’oro. Ma soprattutto i sindacati della categoria sanno, e lo dicono a gran voce, che una crescita dei salari farebbe bene al sistema Italia, perché consentirebbe di aggredire uno dei mali più perniciosi della nostra economia, la debolezza della domanda interna.Aumentate i salari come vi abbiamo chiesto, affermano i sindacalisti agli imprenditori, e questo aiuterà la ripresa dell’economia. E in aggiunta chiedono una riduzione dell’orario di lavoro, che potrebbe far crescere l’occupazione, quindi la domanda e anche le entrate fiscali. Sarebbe un modo, affermano, per far ripartire il sistema, rafforzandolo. Il ragionamento non fa una piega, come confermano fior di economisti, ma la domanda vera è un’altra, il sistema della produzione se lo può permettere?

  14. 9

    Un nuovo futuro per la vecchia Europa, di Massimo Mascini

    L’Europa umiliata, per questo più debole, esposta ai venti, incerta sul proprio futuro. Una lettura facile di fronte alla brutalità, l’arroganza, la mancanza di equilibrio che vengono dagli Stati Uniti. Eppure, il quadro potrebbe essere diverso. Un mese fa o poco più, Maurizio Ricci in un articolo su Il diario del lavoro aveva affermato che i pericoli che dalle prime dichiarazioni di Donald Trump si palesavano, forse avrebbero potuto trasformarsi in un’opportunità di crescita politica, ma anche economica, per l’Europa.Se gli Stati Uniti effettivamente, argomentava Ricci, si ritraggono dalla battaglia per il green e smettono di guidare la transizione ecologica, freneranno naturalmente anche sulla crescita della tecnologia indispensabile per condurre quella battaglia. Se quel testimone fosse preso al volo dall’Europa, questa potrebbe tornare a essere leader della transizione con evidenti benefici economici. Lo stesso, aggiungeva, vale per la politica monetaria. Trump usa il dollaro come una clava per piegare il mondo ai suoi voleri, ma questa azione troppo decisa, troppo forte potrebbe spingere una serie, anche ampia, di paesi ad abbandonare il dollaro per cercare un’altra moneta di scambio. E in questo caso l’euro potrebbe essere una valida alternativa.

  15. 8

    La forza dell’autonomia del sindacato, di Massimo Mascini

    È sempre fuorviante giudicare gli avvenimenti sindacali con il metro della politica. Si fa presto a commettere errori, spesso anche madornali e, soprattutto, a insistere su questi errori. Un caso classico è l’affermazione secondo la quale Maurizio Landini, il segretario generale della Cgil, “fa politica”. Lui respinge con forza tale vulgata, sostenendo che è vero che fa politica, ma, a differenza di quanto dicono i suoi detrattori, fa politica sindacale. Un confronto con il governo sui temi della politica economica è certamente un atto politico, ma rientra decisamente nella politica sindacale. E invece tutti insistono ad affermare che il suo intento è prettamente politico, aggiungendo poi che alla fine si deciderà e passerà direttamente in, o meglio, a capo di un partito.

  16. 7

    Quella disunione che indebolisce il sindacato, di Massimo Mascini

    Cgil e Cisl sono ormai lontane, divise da programmi e pulsioni differenti, avviate su strade diverse che portano a mete lontane tra loro. Formalmente non è avvenuta alcuna rottura. Ma le parole pronunciate dalle due parti negli ultimi giorni sono chiare e non lasciano molto spazio all’ottimismo. La premier Giorgia Meloni, intervenendo alla kermesse di martedì della Cisl sulla partecipazione, è stata molto dura con la Cgil affermando che porta avanti una “visione conflittuale tossica”. Ma anche Luigi Sbarra, lo stesso giorno, mentre lasciava la propria confederazione, non è stato meno drastico. Ha parlato di “zavorra ideologica”, ma soprattutto ha detto senza mezze parole che ormai in Italia si contrappongono “due diverse concezioni di sindacato”, una che ha sposato l’antagonismo, l’altra che coltiva il riformismo. “Siamo di fronte a un bivio, ha detto scandendo le parole, e noi dobbiamo procedere spediti”.

  17. 6

    Quel discorso di Trentin all’assemblea del 18 marzo '77 (seconda parte)

    ll Diario del Lavoro propone un documento storico, l’intervento di Bruno Trentin alla Sala Borsa di Bologna, il 18 marzo del 1977, pochi giorni dopo l’uccisione di Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua: un’assemblea infuocata, in un periodo durissimo per il sindacato e per il paese. L’intervento dell’allora leader Fiom fu decisivo, ed è ancora di notevole attualità. (Si ringrazia Giuliano Cazzola, cui si deve questa registrazione, l’unica esistente) 

  18. 5

    Quel discorso di Trentin all’assemblea del 18 marzo '77 (prima parte)

    l Diario del Lavoro propone un documento storico, l’intervento di Bruno Trentin alla Sala Borsa di Bologna, il 18 marzo del 1977, pochi giorni dopo l’uccisione di Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua: un’assemblea infuocata, in un periodo durissimo per il sindacato e per il paese. L’intervento dell’allora leader Fiom fu decisivo, ed è ancora di notevole attualità. (Si ringrazia Giuliano Cazzola, cui si deve questa registrazione, l’unica esistente)

  19. 4

    I capitoli nuovi delle relazioni industriali da valorizzare

    Il salario non sembra essere tra le prime opzioni del sindacato. Ne fa fede la piattaforma rivendicativa dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto nazionale della categoria: la richiesta di aumento salariale arriva solo al nono posto tra le undici avanzate dai rappresentanti dei lavoratori. Eppure, la prima sessione vera di trattative per il contratto dei metalmeccanici, dopo il primo incontro che è servito da apripista, verterà proprio sul tema del salario. Una novità assoluta, perché l’aumento salariale è sempre l’ultimo argomento da trattare, perché è il più complesso, il più difficile da affrontare e le due parti preferiscono arrivarci quando già altri capitoli sono stati chiusi positivamente. Ma stavolta l’ordine è invertito su una precisa richiesta della parte datoriale che ha preferito partire dal tema più caldo.

  20. 3

    Quanti morti sul lavoro siamo ancora disposti ad accettare? - di Massimo Mascini

    È molto probabile che anche le nuove norme varate dal governo per combattere la piaga delle morti sul lavoro non riusciranno ad avere l’impatto sperato. I sindacati e le imprese hanno subito espresso un giudizio molto negativo e sono loro, che operano nel campo, a sapere cosa funziona o cosa no, quale deterrente possa avere effetto, quale no. Che si siano pronunciati negativamente è un segnale che non va sottovalutato. Ed è allora molto probabile che continueremo ad avere i mille morti sul lavoro che ogni anno dobbiamo contare.di Massimo Mascini

  21. 2

    Parte coi metalmeccanici la stagione contrattuale

    Con l’approvazione della piattaforma dei metalmeccanici da parte dell’assemblea unitaria dei delegati è partita la stagione dei rinnovi contrattuali. Quello dei meccanici non è che uno dei tanti contratti, ma da sempre ha rappresentato un preciso punto di riferimento per tutte le categorie dell’industria. C’è stato un periodo in cui questa trattativa non era più al centro dell’attenzione, per lo più legato al momento di massima disunione tra le diverse sigle confederali, ma ormai sembra proprio acqua passata. E i contenuti della piattaforma messa a punto adesso conferma questo giudizio positivo. Per quanto attiene al salario, alla gestione dell’orario di lavoro, alla formazione, i meccanici sono certamente all’avanguardia.

  22. 1

    I 40 anni dell’accordo di San Valentino

    Ha compiuto quarant’anni questa settimana l’accordo di San Valentino. Un accordo separato, che non ebbe la firma della Cgil. E ruppe l’unità di questa confederazione, perché la componente socialista avrebbe firmato l’intesa, non poté farlo perché era solo una parte e nemmeno maggioritaria della confederazione. Fu questa la vera prima picconata al sistema di scala mobile, il sistema automatico di crescita dei salari che adesso le nuove generazioni leggono solo sui libri di storia.

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