Modena si Mostra - Chiesa di San Francesco podcast artwork

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Modena si Mostra - Chiesa di San Francesco

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    Museo di San Francesco

    Se un amico vi sostenesse in un momento di difficoltà, oppure se vi salvasse addirittura la vita, non vorreste sdebitarvi omaggiandolo con un regalo? Gli ex voto sono proprio questo: un dono prezioso offerto a Dio, alla Madonna o a un santo che materializza la riconoscenza di un credente per l’ottenimento di una grazia. Il museo ne custodisce una significativa collezione. Fra reliquiari e statue sacre, le teche sulle pareti a destra e a sinistra espongono ex voto realizzati fra Sette e Ottocento.  Di questi, una delle forme più antiche e suggestive è sicuramente quella pittorica. Piccole scene, delineate con i tratti rapidi ma efficaci caratteristici dell’arte popolare, testimoniano il momento in cui la Provvidenza ha voluto manifestarsi per salvare un malcapitato. Cosa sarebbe mai accaduto ad esempio a quell’uomo sbalzato fuori dalla sua carrozza se non fosse intervenuta la Vergine a preservarlo illeso? E a quella donna malata che invocava dal letto la sua guarigione? In queste immagini, la presenza divina si percepisce come vicina e reale in ogni istante della vita quotidiana.Un’altra tipologia molto diffusa di ex voto è costituita da piccoli cuori fiammeggianti in argento. Sono questi i “PGR”, cioè “per grazia ricevuta”. In effetti, donare il proprio cuore a qualcuno che ci ama tanto da prendersi cura di noi è sempre la cosa giusta da fare.In questa stanza è visibile infine una vera e propria rarità. Tra i reliquiari esposti tutto intorno alla stanza, uno custodisce un’antica lettera. Si tratta di alcune righe vergate niente meno che da San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1565. La missiva, forse risalente al 21 novembre 1580, formalizza la rinuncia agli uffici ecclesiastici di Giovanni Battista Corneo, che fu probabilmente un archivista o un funzionario curiale. Quando si dice possedere un manoscritto… d’autore!

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    Beato Gherardo Boccabadati

    Come un imponente reliquiario di marmo, l’altar maggiore custodisce le spoglie di un uomo di pace, che fu anche intimo amico e fedele discepolo di San Francesco: è il Beato Gherardo Boccabadati Maletta. Di nobile stirpe, nacque proprio a Modena tra la fine del Millecento e l’inizio del secolo successivo. Che esperienza unica dev’essere stata incontrare di persona il Santo d’Assisi! Gherardo, divenuto presto fra’ Gherardo, può ben raccontarlo. Fu infatti un francescano della prima ora, tanto che le cronache ci ricordano ad esempio la sua presenza al fianco del grande assisiate mentre predicava… agli uccelli. Ma gran parte della vita Gherardo la spese in viaggio. Di città in città, l’instancabile fraticello infiammava le piazze portando il suo disarmante messaggio di “pace e bene”, perché tacessero le lotte interne fra guelfi e ghibellini. Parma, Modena, Genova, Venezia e Ferrara furono solo alcune delle comunità che ascoltarono rapite la sua predicazione, e ovunque andasse si assisteva a conversioni e riconciliazioni. Dopo un sermone ispirato, nel 1233, la città di Parma lo investì addirittura dei poteri podestarili perché ponesse finalmente fine all’inasprimento delle faide. Anche a Modena riuscì nell’intento di portare la concordia fra le famiglie rivali. Proprio nella sua città natale fece ritorno alla fine della vita, morendovi nel 1257 in odore di santità. Il suo corpo fu sin da subito traslato nella chiesa di San Francesco dove risposa tutt’ora. Se la data della sua beatificazione non è nota, restano tuttavia numerosissime le testimonianze di fatti prodigiosi operati da fra’ Gherardo sia in vita che in morte. «Beati gli operatori di pace», afferma il Vangelo… e in effetti fu proprio la pace il primo e più importante miracolo di Gherardo Boccabadati.

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    San Francesco e Altare Maggiore

    Rivolgiamo lo sguardo al presbiterio, dove si trova l’altare maggiore. Interamente eseguito in marmo di Carrara, l’altare è stato eseguito nel primo ‘900 dal modenese Carlo Baraldi, su disegno dell’ingegner Carlo Barberi. Le linee snelle e aggraziate che lo caratterizzano rievocano gli slanci dell’antico stile gotico trecentesco. Al di sopra del tabernacolo centrale è possibile invece ammirare un prezioso crocifisso settecentesco in cartapesta e legno uscito dalle mani di artisti locali.Nell’abside dietro l’altare trova posto la pala dipinta dedicata al titolare della chiesa: San Francesco d’Assisi. La tela, completata nel 1830, è opera di Adeodato Malatesta. Il pittore è ricordato come uno dei principali protagonisti della stagione artistica modenese del XIX secolo: un momento di snodo fra i rigori della pittura neoclassica e la ricerca del drammatico caratteristica del Romanticismo.Nell’opera, Francesco è colto in un momento di estasi mistica mentre si sta sottoponendo a un duro regime di digiuno e preghiera fra le rocce del monte della Verna, in Toscana, dove si ritirò nel 1224.Il 17 settembre di quello stesso anno, come narrato proprio nel dipinto, il futuro santo vede scendere dalle nubi Cristo crocifisso nelle vesti di un serafino, la cui presenza irradia di gloria l’intera volta celeste. Da quella sublime apparizione cinque raggi di luce lo raggiungono imprimendo su di lui le stimmate, cioè i segni dei chiodi e della lancia che trafissero Gesù. Ma Francesco non è solo a sopportare nella propria carne i dolori della Passione: ecco che un angelo giunge infatti dal cielo per sostenere il corpo prostrato del primo stimmatizzato della storia. La grazia divina non abbandona mai il suo servo, divenuto un vero e proprio Alter Christus: un altro Cristo.

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    Monumento Votivo di Luigi Mainoni

    Talvolta, quando un pericolo diventa tanto minaccioso da apparire mortale, le soluzioni umane possono sembrare insufficienti. Occorre quindi anche un soccorso straordinario, che venga… dall’alto. È quanto accadde a partire dal 1835, quando l’Europa fu flagellata da una micidiale ondata di colera. In quel frangente, il vescovo di Modena Adeodato Caleffi invitò la popolazione a intensificare la preghiera e le opere di carità. Grazie a Dio o grazie agli uomini, il ducato fu quasi completamente risparmiato dal contagio. Per celebrare lo scampato pericolo, si decise di commissionare allo scultore emiliano Luigi Mainoni l’esecuzione di una grande pala d’altare votiva in terracotta marmorizzata, ispirata a un gusto neo-rinascimentale.Nella parte alta dell’opera, Maria Immacolata si affaccia dalle nubi spalancando le braccia in segno di accoglienza delle suppliche. A lei si rivolgono con trasporto i santi compatroni di Modena, Geminiano e Omobono, intercessori per la città, a cui allude la torre della Ghirlandina che si intravede sullo sfondo, in basso. Al centro, un angelo armato di scudo e folgore scaccia la personificazione del colera: una terribile figura demoniaca con ali di pipistrello, visibile nell’angolo in basso a destra. Sulla sinistra è infine il trionfo della speranza: è infatti la luce divina ad annunciare la liberazione al popolo prostrato.Osserviamo ora le figure intorno alla pala. Il basamento è abitato da tre fanciulli che sostengono festoni carichi di fiori e di frutti a simboleggiare la sovrabbondanza della grazia divina. Appena sopra, le allegorie della Rettitudine e della Costanza affiancano l’iscrizione latina che ricorda il voto compiuto dai cittadini per sconfiggere il colera. Ai due lati della pala si ergono le figure dei santi Rocco e Sebastiano, tradizionali protettori contro le pestilenze, mentre il timpano è coronato dalle allegorie delle virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.

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    Deposizione di Antonio Begarelli

    Nella cappella accanto all’altar maggiore si dispiega di fronte a noi una grandiosa visione mistica… è il gruppo della Deposizione, opera in terracotta realizzata intorno al 1530 dallo scultore modenese Antonio Begarelli. Begarelli è un artista particolarmente noto nella Modena del ‘500 e altre sue opere adornano la vicina chiesa di San Pietro, che vi consigliamo di visitare, se non l’avete ancora fatto!Ma torniamo alla Deposizione… composta di tredici figure a grandezza naturale, organizzate intorno alle tre croci erette sulla cima del Golgota. Protagonista assoluto della scena, in alto, è il corpo esanime di Cristo, calato dalla croce da quattro figure sistemate simmetricamente, a comporre un raffinato nodo visivo. È Nicodemo, in alto a destra, a liberare Gesù dall’ultimo chiodo, lasciando che le mani di San Giovanni Evangelista, abbarbicato su una scala subito sotto, sostengano la testa del Salvatore. Dall’altro lato, è forse Giuseppe d’Arimatea a raccoglierne i piedi. Sotto alla croce giace svenuta la Vergine, soccorsa da tre pie donne. Annullando ogni distanza di tempo e di spazio, lo scultore inserisce ai lati estremi della scena quattro santi vissuti in epoche e in luoghi differenti, riuniti per assistere al dolente episodio evangelico. Sono San Giovanni Battista e San Girolamo a sinistra, e San Francesco e Sant’Antonio da Padova a destra.Questo luogo è solo l’ultima tappa del lungo pellegrinaggio di quest’opera attraverso la città di Modena. Infatti, il gruppo scultoreo fu originariamente commissionato per il monastero degli Osservanti di Santa Cecilia. Quindi, fu traslato nella chiesa di Santa Margherita e successivamente trasferito presso l’Accademia di Belle Arti. Solo nel 1828 approdò qui, a San Francesco, dopo il restauro di Luigi Righi. Insomma, l’opera negli anni ha viaggiato per la città… come in una vera via crucis!

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    Introduzione

    Pax et bonum cari visitatori, e benvenuti nella chiesa di San Francesco. I Frati Minori, detti poi Francescani, furono istituiti da San Francesco all’inizio del Duecento e si diffusero presto anche a Modena grazie agli sforzi del beato Gherardo Boccabadati, seguace del santo assisano. La chiesa dell’ordine fu edificata qui, dove ancora oggi sorge, a partire dal 1244.I frati rimasero a San Francesco fino al 1774, quando la riorganizzazione delle parrocchie cittadine li costrinse a spostarsi altrove. Pochi anni dopo, nel 1798, i francesi, nuovi signori di Modena, decisero addirittura di sopprimere la chiesa per destinarla a magazzino. Inutile dire che non ebbero alcuna cura per i tesori artistici che custodiva! A farne le spese fu ad esempio uno straordinario monumento funebre cinquecentesco, commissionato da  Giacomo Belleardi allo scultore modenese Antonio Begarelli, del quale oggi restano solo alcuni frammenti conservati presso il Museo Civico di Modena.  Nel 1826 ci pensò il duca Francesco IV d’Austria-Este a incaricare l’ingegner Gusmano Soli perché operasse un profondo restauro del tempio, compiuto a tempo di record in soli 17 mesi. La chiesa tornò così ad essere per tutto il XIX secolo un punto di riferimento per la spiritualità modenese. Diamo un’occhiata alla chiesa… La semplice facciata a capanna, interamente in mattoni, lascia intuire la divisione a tre navate. L’interno appare subito aereo e solenne, solcato da volte a crociera interamente decorate nell’Ottocento con motivi vegetali e tondi raffiguranti santi e evangelisti dal carpigiano Fermo Forti. Queste richiamano le atmosfere dell’antico stile gotico medievale, perfettamente riconoscibile anche nell’altare maggiore. Molti tesori d’arte vi attendono… date ora avvio alla scoperta della chiesa di San Francesco!

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