Cultureland Germany - Storie di arte, design e musica podcast artwork

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Cultureland Germany - Storie di arte, design e musica

La scena culturale tedesca è vivace e variegata. La Germania si conferma una destinazione imperdibile per gli amanti della cultura, con un ricco calendario di eventi e celebrazioni dedicate a pietre miliari storiche, anniversari memorabili e straordinarie attrazioni culturali. Sarà un anno speciale per scoprire o riscoprire la storia, l’arte e le tradizioni di questo affascinante Paese.Realizzato dall’Ente Turistico Tedesco, questo canale podcast è un viaggio sonoro che spazia tra siti UNESCO, arte, design, musica, fiabe e tradizioni che prendono corpo in un racconto immersivo che svela l'anima più autentica del Paese.Un produzione a cura della Loquis Factory. Testi di Alessio Guzzo.- Scarica l'app Loquis per iOS e Android.

  1. 55

    Castelli della Sassonia – Pietre ritrovate

    Scopri la Sassonia, terra di castelli e storie secolari. Tra le viti di Meißen svetta l'Albrechtsburg, il primo castello residenziale della Germania, mentre a Dresda il Castello Residenziale riapre la cappella, un connubio di tecnologia e arte. Durante la Schlössernacht, le residenze nobiliari brillano in un festival di luci e suoni. Da Moritzburg, con il suo castello fiabesco, a Königstein, una fortezza che domina la Svizzera Sassone, ogni angolo racconta un passato affascinante. Un viaggio tra storia e bellezza, dove il silenzio dei secoli si fa ascoltare.

  2. 54

    Strada delle fiabe – Ricordare i desideri

    La Strada delle Fiabe si snoda per mille chilometri, tessuta di sogni e racconti che danzano nel vento. Wilhelm Grimm, uno dei suoi instancabili viaggiatori, accompagna i lettori in un’avventura che parte da Hanau, suo luogo natale, fino al mare del Nord. Attraverso mercati vivaci, stradine di pietra e l'atmosfera di Kassel, dove il museo Grimmwelt celebra la loro eredità, si scopre come le fiabe siano un patrimonio vivo, un invito a esplorare il meraviglioso nel quotidiano.

  3. 53

    Castello di Charlottenburg – Il tempo lungo

    Nel regno di Charlottenburg, il tempo si perpetua in un delicato abbraccio di bellezza e memoria. Costruito per accogliere re, regine e pensatori, il palazzo racconta storie di sette generazioni di Hohenzollern, ognuna delle quali ha lasciato un'impronta indelebile. Dalla regina Sofia Carlotta, che danzava tra le rose, alle cerimonie di nozze celebrate nella Cappella, ogni angolo è un eco di passato. Oggi, mentre i visitatori attraversano le sue sale e giardini, si ritrovano avvolti da un'atmosfera di silenziosa contemplazione, dove la bellezza e il tempo si intrecciano in un'esperienza unica e affascinante.

  4. 52

    Sanssouci e il Palazzo Nuovo – Gentil dama

    Nel cuore del Parco di Sanssouci, il Palazzo Nuovo si erge come un simbolo di eccesso e bellezza, commissionato da Federico il Grande per celebrare la vittoria dopo una guerra. Ma tra le oltre 300 opere d'arte esposte, solo i quadri di Artemisia Gentileschi, artista di talento e forza, raccontano una storia di lotta e resilienza femminile. La Galleria Superiore, riaperta dopo 30 anni, invita i visitatori a riflettere su chi osserva e su come l'arte plasmi la percezione del corpo femminile. Un percorso che intreccia splendore e introspezione, in un viaggio attraverso il tempo e la creatività. Le visite guidate al Palazzo Nuovo sono disponibili anche nel periodo natalizio.

  5. 51

    Augusta - L’acqua che ricorda

    Augusta nasce dall’acqua e da una visione romana del 15 a.C., oggi diventata Patrimonio UNESCO per la sua rete idrica storica: canali, torri, acquedotti e fontane che raccontano secoli di ingegno. È la città di Jakob Fugger e della Fuggerei, di Brecht e Mozart, del teatro delle marionette e di musei inattesi. Un luogo che non si visita: si attraversa, come un fiume. Prenota la tua visita guidata scrivendo a [email protected]

  6. 50

    Monti Metalliferi – La Silicon Valley della prima età moderna

    Nel 1970 si spense l’ultima miniera, ma i Monti Metalliferi continuano a raccontare otto secoli di storia estrattiva che ha plasmato paesaggi, villaggi e identità. Da Freiberg a Marienberg, dai castelli alle ferrovie sospese, fino all’arte del legno dell’Erzgebirge, oggi memoria viva. Con il nuovo Sentiero Viola, la nostalgia si fa futuro, tra sculture, natura e memoria condivisa.

  7. 49

    Dinkelsbühl – Tra canti salvifici e roseti

    Durante la Guerra dei Trent’anni, Dinkelsbühl fu salvata da un coro di bambini: oggi quell’evento rivive ogni luglio nella festa della Kinderzeche. Tra torri, mura, stagni, carpe, mercatini e vetrate gotiche, la città custodisce storia e leggende, come la finestra a pretzel della cattedrale o le cantine della caccia alle streghe. Un equilibrio raro tra pietra e natura, memoria e quotidiano.

  8. 48

    Un mosaico di scoperte – I quartieri di Monaco

    Monaco non si lascia solo visitare, si attraversa come un romanzo urbano, sfogliando pagine di storia, cultura e quotidianità. Tra il trambusto del Viktualienmarkt, i musei del Kunstareal e i tramonti di Giesing, prende voce un’intera città fatta di scrittori, fornai, stiliste e bohémien. Un racconto corale dove ogni quartiere è un capitolo vivo.

  9. 47

    Un fiume di cultura - Musei di Monaco di Baviera

    L’Isar nasce veloce dal Tirolo e attraversa Monaco prima di raggiungere il Danubio. Qui l’arte trova casa nel quartiere Kunstareal: dalla Pinakothek der Moderne, con capolavori di design e pittura, al Deutsches Museum, simbolo di scienza e tecnica. Ma a Monaco l’arte non è solo nei musei: è un racconto urbano, diffuso, fatto di storia, dettagli e memoria viva.

  10. 46

    Predestinazione e Dessau - Sassonia-Anhalt, Dessau e il Bauhaus

    Accumulavo cassette di arance. Mi conoscevano i mercanti di Weimar, Dessau, Quedlinburg, Halle e Wittenberg, perfino l’anziana di Naumburg, che quando mi vedeva arrivare gridava Signor Gropius, Signor Walter Gropius, venga, ecco qui, per lei; io ringraziavo e me ne andavo, pensando alla materia vetro e all’esplosività grafica del marciapiede. L’architettura mi era destinata, a partire dal mio bisnonno, che combatté a Waterloo insieme al grande architetto Schinkel; di lui, mi parlava anche lo zio Martin, che proprio di Schinkel fu allievo. Credo che lì cominciò la mia passione per le forme. Punto linea superficie, ripeteva il mio amico Kandinsky, mentre articolava con entusiasmo le bellezze del Regno dei Giardini di Dessau-Wörlitz, nella biosfera del Medio Elba, con i suoi canali, la natura, il castello fondato sul classicismo tedesco e la geometria importata dai giardini inglesi. L’avevo conosciuto poco dopo aver fondato il movimento del Bauhaus, a Weimar. Teoria di forma e colori. La guerra è sempre seguita da tempi di rinnovamento, e io, nel 1919, decisi di voler costruire la Casa del futuro, un’opera d’arte totale. Insieme ai colleghi sperimentavo radicalmente attorno ai concetti di arte, architettura e design, e proprio per l’arte decisi di chiamare a insegnare quell’astrattista russo di cui tanto ammiravo la vocazione nel creare relazioni tra forme, colori e spiritualità. Il clima politico ci costrinse a chiudere la scuola in Turingia, ma trovammo subito nella Sassonia-Anhhalt un terreno fertile alle nostre idee. Proprio qui riuscii a costruire il mio edificio, l’edificio Bauhaus, una struttura dove funzionalità e un design essenziale ricoprivano l’aspetto primario. Il vecchio avrebbe ceduto all’avanzata di un progresso di cui mi sentivo parte; veniva in mente Lutero, che proprio in Sassonia-Anhhalt, a Wittenberg, aveva affisso le sue 95 tesi, vi aveva celebrato le prime messe in tedesco, all’interno della Schlosskirche, vi tenne le prime lezioni sulla Lettera ai Romani. Un nuovo linguaggio stava nascendo, secoli dopo. Accumulavo cassette di arance. Le accumulavo, le tagliavo, vi costruivo figure nuove, pensando ai loro luoghi d’origine: quelle di Quedlinburg mi ricordavano le 2000 case a graticcio, la collegiata di San Servazio e il suo Tesoro del Duomo; erano leggermente più piccole e aspre; il legno proveniente da Naumburg, invece, rievocava un sapore più docile, dolce come il viso di Uta, la donna più bella del Medioevo, la cui statua affascina ancora nel coro occidentale della cattedrale. Dessau e il modernismo, nel frattempo, erano diventati sinonimi: 300 edifici Bauhaus costruiti, tra cui le case con pergolato, il complesso di Törten con i suoi orti autosufficienti, l’ex granaio di Fieger. 300 rappresentazioni di qualità architettonica dove vetro e cemento si alternano, dove un giorno si ricorderanno di chi ha abitato quelle geometrie, gente come il genio Klee, l’astratto Kandinsky, la famiglia Schlemmer e il pittore Muche. Io, personalmente, sono affezionato al ponte, quello che collega la scuola all’ala dei laboratori, quello che gli studenti più grandi indicavano alle matricole, esclamando che là si trovava l’ufficio del direttore Gropius. Mi piaceva muovermi avanti e indietro, lassù, tra le particelle rilasciate, regalate, esplose dalle bucce degli agrumi, riflettendo sul nuovo linguaggio che ora vedevo materializzato all’infuori del vetro, mimesi di forma segue funzione, geometria pura, divina.

  11. 45

    Forma segue funzione - Turingia, Weimar e il Bauhaus

    Ripensare e ridisegnare il mondo. È possibile che io non vivessi in una narrazione che meritavo, è possibile che io fossi solo un personaggio secondario; oppure il contrario, la narrazione non meritava me. Io, Walter Adolph Gropius, ammetto d’essere incline alla seconda ipotesi. Per un uomo che giunge a questa conclusione, la libertà rimane l’unica soluzione. La forma segue la funzione: la geometria tramutata al fine di un’architettura razionale, priva di decorazioni e superfluo. Questa la mia libertà. Quando arrivai a Weimar, il terreno era fertile. Con la carica di direttore, insieme al primo maestro Feininger e altri luminari del nostro tempo, in contrasto a Medioevo, Rinascimento, Barocco e Classicismo, fondammo il Bauhaus. Ne sottoscrissi il manifesto nel 1919, a Weimar, e sempre a Weimar, ispirandoci all’aura di grandezza tessuta da Goethe, ci presentammo al mondo. Nel 1923 le idee si concretizzarono nel progetto di Georg Muche, il più giovane dei maestri del Bauhaus, pioneristico, che creò il modello di abitazione contemporanea, la Haus am Horn: l’esempio di come immaginavamo la vita e il lavoro collettivi futuri, una risposta alla carenza di alloggi, modulare ed economico, una pianta orientata all'uso integrato alla tecnologia moderna. Progetto, costruzione, attrezzatura. Punto, linea, superficie; primo tassello di un’idea che avrebbe dovuto coprire tutto il pendio nelle vicinanze della casa-giardino di Goethe. Ma fummo derisi. Incompresi e ridicolizzati da menti che non comprendevano i bisogni di una società che doveva ancora venire. Tuttavia, forte del mio contratto con l’Ufficio del Maresciallo di Corte, che mi qualificava come consulente per le questioni artistiche all'interno dello Stato, non demordemmo. Il nostro gruppo si allargava, e l’elenco degli iscritti brillava: Kandinsky e le sue opere all’avanguardia, insieme all’amico Paul Klee Paul Klee, sempre in proficua produzione d’opere; Itten, con il suo peculiare sguardo analitico dietro gli occhiali tondi, tra i più influenti nel nostro movimento; Schlemmer, arrivato l’anno dopo la fondazione, e che dopo tre anni fece esordire il suo Balletto Triadico. Non potevamo più essere fermati, tanto che il nostro stile superò i confini di Weimar, diffondendosi in tutta la Turingia, con la Haus Auerbach a Jena Iena, la Haus Schulenburg a Gera, il complesso Haus des Volkes a Probstzella. Ma il nostro manifesto lo dichiarava apertamente: io, Walter Gropius, insieme agli altri derisi, non potevamo più essere relegati, limitati; arte e industria dovevano collaborare, bisognava creare un nuovo linguaggio visivo basato su funzionalità e semplicità, che entrasse nelle vite di tutti, la nostra era un’idea più grande dell’architettura. È per questo che Keler, influenzato da Kandinsky, creò la Bauhaus-Wiege, la culla a dondolo trasversale presentata nella camera dei bambini della casa modello Am Horn in occasione della mostra del Bauhaus del 1923; è per questo che Alma Siedhoff-Buscher progettò le costruzioni in legno colorato sempre come parte della cameretta per bambini nella casa modello “Am Horn”; e anche per questo che il maestro di forma Moholy-Nagy presentò la rielaborazione dell’iconica lampada da tavolo WG 24 Wagenfeld. Il resto, poi, rimane storia, lo spostamento a Dessau, le grandi opere, l’acclamazione, ma la sete, la sete di piegare la narrazione, di essere protagonista della propria società, traghettatore di menti e luce che mostra le ombre, quella rimane, trasmessa, evoluta e voluta da altri, dopo di me.

  12. 44

    Schwerin & la chiesa morava - Storie di conti e falegnami

    E mentre dall’altra parte del mondo si scoprivano nuove terre, io vedevo le persecuzioni. La più antica, la prima, l’idea-madre di quelle fazioni che cominciarono a protestare 3 contro i peccati della Chiesa, l’Unione dei Fratelli Moravi, quelli che cominciarono a spostarsi, fuggire, ripararsi, e che più di duecento anni dopo arrivarono da me, a Herrnhut, e io vidi la vita insieme a loro. Come altre storie, questa cominciò con un falegname e un conte. Da una parte l’aristocratico Zinzendorf, che aveva costruito il castello di Berthelsdorf e in segreto viaggiava per la Slesia alla ricerca della comunità protestante; dall’altra l’artigiano David, che cercava una casa per la propria comunità. Immagino cappucci e lunghi mantelli, angoli scuri, accordi sulla fiducia reciproca e un pellegrinaggio, quello sono sicura ci fu, verso le mie terre, il primo albero abbattuto dal falegname e l’inizio delle costruzioni all’ombra del castello. Nacque il primo insediamento, e quando nell’aria girano nuove idee, queste sono impossibili da limitare, si spargono e si attaccano e creano; persino quell’accetta deve aver tagliato il tronco con un angolo differente. E quella rivoluzione, quella di una comunità di fratelli e sorelle che cercavano nella fede la convivialità, influenzò anche l’architettura, dando vita a uno stile che porta ancora oggi il mio nome, il barocco di Herrnhut, dove la chiesa ne rappresenta la portavoce: una piazza centrale rettangolare, il concetto rivisto di sala e sagrato ecclesiastico, allineamenti trasversali, mura bianche vergini, panche mobili e due lati, uno per i fratelli e uno per le sorelle. Poi, quando le idee sono particolarmente forti, appunto, non si limitano a una comunità o paese, e allora si muovono, volano e impollinano altre menti, e abbandonando l’insediamento madre, se trovano il vento giusto superano i confini, arrivano fino alla Danimarca, l’Irlanda del Nord e perfino oltre l’oceano, in quelle nuove terre chiamate Stati Uniti. Le comunità si moltiplicano. Sorvolando il nord, verso i mari freddi, oltre Berlino e prima della Danimarca, qualche idea è caduta anche a Ceèrìn Schwerin, là dagli Obotriti, duchi e granduchi del Meclemburgo. In particolare sulla testa di uno di loro, Friedrich, che si oppose alla convinzione del padre di spostare la casa della propria famiglia sull’Alter Garten. Aveva solo 19 anni, erano altri tempi, si cresceva prima, ma comunque, nonostante tutto, denotava già una maturità controcorrente: invece di cercare il nuovo altrove, decise di ristrutturare il castello della famiglia, e il risultato fu uno strato plurimo di idee e stili, residenza e rappresentanza, edifici sacri e culturali. Friedrich era un visionario, uno di quelli che andava protetto, che bisogna ascoltare e non forzare. Aveva però bisogno di qualcuno che mettesse in pratica le sue idee, e si propose allora il capomastro Demmler. Ci si stupì della loro sintonia, e di come i due riuscissero a immaginare cose insieme. Si volle rappresentare l’importanza della dinastia con la facciata neorinascimentale del Teatro di Stato e la sala teatrale neobarocca, dove lo sguardo alla storia passata veniva suggerito dagli stucchi riccamente decorati e molto oro. C’era la chiesa di San Paolo, neogotica, con le sue finestre ad arco, un tipico color mattone e le torri a punta, e poi il teatro, le diverse chiese, edifici militari, la stazione ferroviaria e una stalla. Tutto, collegato da linee che solo chi conosce la città può captare. Un'immagine complessiva che si è sviluppata dal castello attraverso l'intera città, e che poi qualche pellegrino dovrà pur aver visto, copiato e riportato in altri luoghi, forse addirittura alcune idee sono tornate qui da me a Herrnhut, diffondendo e facendo crescere, contaminando menti, architetture e visioni future.

  13. 43

    Valle superiore del medio Reno e strada del Limes - Lorelei tra le acque

    Il Reno mi ha scavato, ha corso, si è gonfiato e mi ha dato una forma, ingoiando, nel tempo, anche più di un marinaio incauto. Per più di due millenni ho rappresentato una tra le principali vie di scambio in Europa, collegando il nord al sud, Colonia a Friburgo, l'ampia pianura alluvionale dell'Oberrheingraben con il bacino pianeggiante del Basso Reno. La mia valle, quella superiore del medio fiume, è da sempre crocevia di culture e confini, casa di villaggi vinicoli che si inerpicano tra le sponde e luogo d’ispirazione per generazioni di romantici, dagli artisti del ’700 a quelli moderni. E proprio un artista, un poeta di quell’epoca passata, Heinrich Heine, s’innamorò di una mia roccia renana, attorno alla quale si creò il mito. Un mito che, a dire il vero, iniziò dell'alchimista Paracelso e dall’ondina della roccia, una ninfa chiamata Loreley che, come la migliore delle sirene, causava naufragi e sciagure; questo finché arrivò il giorno in cui dovette scappare dall’ira umana, che metteva a rischio la sua esistenza; tratta in salvo da un cavallo di schiuma che la portò nelle profondità del fiume, non si fece mai più vedere. Ma si sa, le leggende sono potenti e non si uccidono, anzi, prendono ancor più vita nel momento in cui cessa la loro trama, e così la roccia prese il nome della ninfa, e il poeta tedesco compose le sue strofe, l’opera in cui descriveva come soffre e piange il barcaiolo, e non sa che mal l'opprima, più non vede scogli e rive, fissi gli occhi ha su la cima. Ma io non mi limito alle leggende, la mia autorità non risiede nell’immaginazione dei poeti o nelle visioni di alchimisti, no, la mia portata si estende dalla Porta di Bingen, dove inizia il canyon in cui s’infila il Reno, attraversa poi i quindici chilometri della valle di Bacharach e raggiunge la chiesa di San Martino a Oberwesel. I ripidi fianchi che scendono al fiume da mille anni vengono terrazzati di vigneti e splendore, sotto lo sguardo di decine di castelli lungo la via, eretti uno dopo l’altro nel corso degli anni, seguendo le mie curve, e molti di loro sono stati trasformati dalle guerre, rovine che acquistano fascino con lo scorrere del tempo. Drammaticità dell’abbattimento e splendore della natura. Inguaribili romantici passano i pomeriggi a guardare il cielo. C’è poi un punto, un’area, quella di Bad Hönningen, che è in comune con un altro percorso, un’altra via che attraversa il paese, quasi in orizzontale, e che arriva fino a Ratisbona, stavolta seguendo il Danubio. La Strada del Limes è fatta di percorsi archeologici, sentieri e sessanta monumenti romani. Tutte queste cose, più o meno, sono lì da sempre, ma solo una trentina d’anni fa, il sindaco di Aalen, l’emerito Ulrich Pfeifle, ebbe l’idea di mettere nero su bianco e dichiarare: sì, c’è un percorso, lo vedo, parte dal Reno, qui vicino a Bad Hönningen, poi ci sono 700 chilometri, lungo lo so, attraversa il Westerwald, il Taunus e il Wetterau. Vedete qui, a sud di Hanau, attraversa le acque del Meno, c’è poi una deviazione attraverso Aschaffenburg e poi via dritti fino a Miltenberg. Il secondo tratto, invece, passa per l'Odenwald, la pianura di Hohenlohe, la Foresta Svevo-Francone, il Giura Svevo e la valle dell'Altmühl, e infine, guarda un po’, raggiunge proprio Ratisbona, sulle rive del Danubio. Il sindaco vide il percorso e lo rese un tesoro pubblico, e anche là, come qui da me, nella Valle del Reno, il fiume scava e gonfia, ogni tanto abbatte, ma più di tutto crea magia e leggende, scenari spettacoli e visioni che assomigliano a una dolce ninfa che si pettina i capelli biondi in cima delle rocce, lo sguardo ai castelli e a sprovveduti marinai. La valle superiore del medio Reno si trova all’interno dell'ITINERARIO FAMILY presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  14. 42

    Treviri & Völklingen - Il diavolo e la rosa

    Ingannai il diavolo e fui benedetta dalla rosa. Nacqui come Augusta Treverorum, prima della crocifissione, prima di tutte le altre città tedesche, al centro della media valle della Mosella, che dopo aver attraversato Francia e Lussemburgo si acquieta tra i vigneti delle mie colline. Oggi mi chiamano Treviri, figlia del divino e madre di una cattedrale che si divise, col tempo, nel Duomo e nella Chiesa di Nostra Signora. Ma cominciò, appunto, con il diavolo, il diavolo e un architetto, che promise la più grande locanda al mondo in cambio di quattro grandi colonne che avrebbero supportato la struttura, le Pietre della cattedrale, alte 12 metri. Si dice che il diavolo le estrasse dalla cava del Felsberg, nell’Odenwald, per poi portarle lungo tutto il fiume fin qui da me. Al suo arrivo il vescovo stava già benedicendo la chiesa. Per la rabbia scagliò l’ultima colonna contro la chiesa, mancandola di poco. Rimangono le basi, di quelle prime strutture, cadute ma visibili ancora oggi. La cattedrale venne costruita con i fondi dell’Imperatore Costantino e la moglie Elena, per festeggiare i vent’anni del loro regno, poi ci furono diverse vicissitudini, alcune distruzioni e molti arcivescovi. Uno di loro, Theoderich von Wied, si ritrovò la chiesa degradata. Non sapendo che fare, chiamò i francesi. O meglio, capomastri di Champagne, culla del gotico. Loro vennero, guardarono, l’arcivescovo probabilmente non imparò mai i loro nomi, ma gli piacque l’idea della Rosa Mystica dai dodici petali, una struttura usata come base per il nuovo progetto. Una chiesa intrecciata con la croce, scintillante, grandi finestre e dodici esili pilastri a sostenere la volta. 33 anni furono impiegati per finire il progetto, il gotico nella sua forma più pura, bellezza e armonia progettata e costruita da ignoti. Nei secoli ci furono poi i pellegrinaggi, e qui omaggio Sant’Elena, madre dell’imperatore, che donò la Sacra Tunica di Cristo, il corpo dell’apostolo Mattia e un dente di San Pietro, uno dei Santi Chiodi della crocifissione, custodito nel reliquiario, e il sandalo di Sant’Andrea, nascosto nell’altare. Centinaia di migliaia furono i visitatori, durante gli anni. Stracci e corone si mischiavano tra le mie vie. Poi, a inizio ’800, diversi cambiamenti, qui a Treviri: passai dalla guida di Napoleone a quella prussiana, nacque Karl Marx, la grande costruzione si divise tra cattedrale e chiesa, e proprio in quest’ultima il grande Breidenfeld vi costruì un magnifico organo a 32 registri. Durò fino alla prima grande guerra, e in quel momento temetti non solo per la cattedrale, ma anche per tutte le altre opere lasciate dai romani: l’anfiteatro, intrattenimento di mercanti e delle truppe sul Reno; le terme di Barbara e quelle imperiali, la basilica di Costantino e la Porta Nigra, probabilmente il mio edificio più antico, per la cui conservazione bisogna ringraziare il monaco eremita Simeone, che si stabilì nella sua torre orientale fino alla morte. In quel periodo osservavo il sud, prima del confine con la Francia, nella città di Völklingen, là dove si lavorava ferro e acciaio, là dove, probabilmente, si producevano gli stessi strumenti che stavano distruggendo il mio centro. Mi consola, oggi, vedere come quelle stesse fabbriche siano diventati centri culturali: la sala dei soffianti, le gigantesche macchine, il parco dell’altoforno e l’elevatore, capolavori d’ingegneria tecnica che oggi ospitano rassegne, concerti, film e conversazioni. Un luogo dove la cultura, come qui da me a Treviri, prende il sopravvento e consola dalle intemperie della storia, ci nasconde dal diavolo e ci permette di rifiorire, come una rosa. Treviri si trova all’interno dellITINERARIO FAMILY presente sul sito ufficiale dellente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  15. 41

    Siti SchUM: Spira, Worms e Magonza - Simbiosi

    Il mio destino doveva essere quello di ospitare la cattedrale più grande del mondo. C’entravano il Sacro Romano Impero, un segno di responsabilità verso Dio e la pretesa del sovrano Corrado II, che, arrivato sulla mia terra nel 1030, mi dichiarò sua terra alleata nell’obiettivo di governare il mondo. Io, Spira, capitale della Chiesa e punto di riferimento dell’impero. Così cominciò la costruzione della cattedrale. Il sovrano morì quando la costruzione era ancora un cantiere, ma nonostante questo venne sepolto in quella chiesa: lui doveva rimanere presente. Ci fu poi il figlio Enrico III, che continuò l’opera, e in seguito il nipote Enrico IV, che riuscì a farla consacrare, per poi ricostruirla e ampliarla vent’anni dopo, celebrando i successi sul campo di battaglia e mostrando la propria forza al Papa. A 80 anni dall’inizio dei lavori, quindi, la cattedrale venne terminata. Murature, navate e gallerie resistettero, lungo il corso degli anni, a diversi incendi, saccheggi, perfino alla distruzione degli altari durante la Rivoluzione Francese. Perché anche lei doveva rimanere. Resistette, nascose reliquie e tesori all’interno della cappella di Santa Caterina, nella parte sud, finché, il secolo scorso, la Suora Burghildis Roth vi nascose il mondo. Incaricata di creare una grande porta-lampada, la monaca sviluppò l’opera partendo dalla mano di Dio e tre radici: il cosmo, il mondo animale e vegetale, e l'umanità. Raffigurò poi anche il male, sottoforma del serpente distruttore, e un singolo ramo che produceva la meravigliosa rosa di Maria, raffigurando inoltre le 12 tribù d’Israele che emergevano dai popoli. Un collegamento, quello con Israele, che qui da me a Spira riverbera nello Judenhof, l’ex quartiere ebraico; lo si percepisce nelle acque del mikveh più antico d’Europa, luogo di rituali e centro della comunità, nella Jeshiva, l’aula didattica risalente al XIV secolo, dove l’insegnamento e l’apprendimento dell’ebraismo passava di generazione in generazione, e infine nella sinagoga, passata da luogo religioso ad armeria (e viceversa) nel susseguirsi dei pogrom inflitti alla comunità ebraica. Ancora oggi, nel succedersi degli scavi si ritrovano lapidi di cimiteri saccheggiati, distrutti e abbandonati, che venivano poi utilizzate nella costruzione di ponti e mura. Si scava per vedere la verità, accarezzarla e custodirla, centinaia di reliquie a testimoniare il mio passato, la Spira ebraica del Medioevo. E come qui da me, la stessa Storia, gli stessi errori e la stessa bellezza sono passati in molte altre città. Insieme, ricordiamo. A Vòòms Worms si celebra il più vecchio cimitero ebraico d’Europa, l’Heiliger Sand, letto di studiosi, martiri e membri della comunità, sopravvissuto alle espulsioni, ai pogrom e alla Shoah; anche lì ci sono poi una mikveh, la scuola femminile e la sinagoga, oltre alla testimonianza urbanistica che fa rivivere un’atmosfera che non si limita a strade o edifici, ma un luogo dove affluirono molte altre comunità del paese per onorare la resistenza di quella comunità. Altra città invece è Magonza, dove le persecuzioni, i pogrom e le espulsioni si susseguirono diverse volte nel corso dei secoli, dove lo Judensand, il cimitero medievale, il Luogo Eterno, fu ripetutamente sgomberato, rimaneggiato, e saccheggiato. Una città che, pochi anni fa, inaugurò la spettacolare sinagoga ideata dall’architetto Manuel Herz, le cui forme sono ispirate dall’idea della benedizione e dell’elevazione di oggetti profani. Simbiosi di tradizione e modernità. Tre iniziali di tre città che, tradotte dall’ebraico, si riuniscono nell’acronimo ShUM, un patrimonio creato per ricordare una storia a volte ignorata, altre volte invisibile, un passato di cui si sottovaluta l’impatto, ma che rimane importante non perdere. I siti SchUM si trovano all’interno dell'ITINERARIO VIAGGIO NEL TEMPO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  16. 40

    Bauhaus - Weimar, Dessau e Bernau

    La forma segue la funzione, e quella del Bauhaus è stata una linea, una cicatrice nella staticità di quel periodo di pausa tra guerre, quando il sangue smise di macchiare le trincee e ricominciò scorrere nei corpi con ancor più vita. Il movimento iniziò qui da me, a Weimar emigrò a Dessau, per poi andare a morire appena fuori la capitale, a Bernau, dove venne soffocato dal movimento nazionalsocialista. Anche sulla mappa, queste tre città formano una linea sulla superfice tedesca. Il movimento non può essere dimenticato. Arrivò il vento dalla Gran Bretagna, dove macchine e tecnologia, tavoli fatti in serie e case operaie invasero i quartieri. Arrivò il vento dell’Arts and Crafts, che voleva contrastare la grigia industrializzazione con artigianato e creatività. Arrivò il vento tra le mie vie, dove un giorno, nel 1919, risvegliò il viso di Walter Gropius. La forma segue la funzione, questo era uno dei punti cardini della nuova Scuola. C’erano poi la democratizzazione del design, un’estetica minimalista, la sperimentazione di materiali e l’unione delle discipline. Gropius, Meyer, Kandinsky, progettavano grandi complessi in lunghe notti attorno a un tavolo, fino a quando i gomiti scivolavano dai bordi e le candele si consumavano. Da me, a Weimar, fecero la prima grande mostra, nel 1923, dove venne presentata la Haus am Horn, la casa modello di Georg Muche. Bianca e bassa, quadrata, nessun corridoio. Minimalista, appunto. Ci furono poi le conferenze di Gropius su arte e tecnica e la musica di Stravinski, cabaret meccanici e il Balletto Triadico. Tutto un fiasco. Persino la casa fu ridicolizzata, osservata con incomprensione e smarrimento di fronte a quello stile così futuristico. La città di Goethe merita di meglio, dicevano. Nel giro di due anni fecero tutti le valigie e cominciarono a disegnare quella linea lungo il paese, stabilendosi a Dessau. Qui si creò il manifesto del razionalismo architettonico attraverso l’edificio progettato e costruito da Gropius, ancora oggi simbolo inamovibile della geometria del Bauhaus. A Dessau si susseguirono direttori e il movimento si ampliò, arrivando a contare più di 300 edifici nella città. La Casa dei Maestri, l’Edificio di Gropius e le Case Porticate sono esempi del grande periodo di splendore vissuto là. C’era poi il giardino, o meglio, il Regno dei Giardini di Dessau-Wörlitz, eccezionale esempio di realizzazione dei principi filosofici dell'Illuminismo. Voluto dal principe inglese Franz von Anhalt-Dessau due secoli prima, a Wörlitz, dove qualche anno dopo si sarebbe costruito l’edificio base del Classicismo tedesco, molti studenti della scuola furono avvistati passeggiare qui, sedersi sul prato tagliato fresco e immaginare linee che unissero le punte degli alberi. Tornarono poi i nazisti, ancor più forti di prima, e nel ’32 chiusero finanziamenti e porte. Il direttore del momento, Mies van der Rohe, declinò gli inviti di Lipsia e Magdeburgo per ospitare la Scuola, prediligendo una fabbrica di telefoni abbandonata fuori Berlino. Un’esperienza che non durò molto, anche se lasciò in eredità il grande edificio della ADGB a Bernau, lontano dalla città e la frenesia, dove l’idea era fornire istruzione, svago e uno stile di vita moderno. Un edificio, questo come molti altri, che viene ancora utilizzato e che risale, insieme a tutti gli altri, alla Haus am Horn qui da me, a Weimar, dove le nuove idee d’architettura presero forma per la prima volta, visibili oggi lungo la linea formata dal Bauhaus al centro del paese, tra me, Dessau e Bernau. Dessau e Bernau si trovano all’interno dellITINERARIO ATTIVO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  17. 39

    Pozzo di Messel & Darmstadt & Lorsch – Il passato visto da Matilde

    Sull’Altura di Matilde crebbero gli artisti che guardavano al futuro. Un rilievo che prese il nome di una principessa triste, ma dove io trovai ospitalità e gioia dalla fine dell’XI secolo, o forse prima, fino a quando il sovrano Ludovico il Bavaro decise di promuovermi, e così io, Darmstadt, divenni città del Sacro Romano Impero. Da lì le cose acquisirono senso nella natura. Si susseguirono conti e castelli, langravi d’Assia e università, fino a quando, a inizio ’900, una colonia d’artisti dello Jugendstil mi fece scoprire la cultura, quella vera, rivoluzionaria e strafottente. Edifici espositivi, la Torre dei Matrimoni e il Vortexgarten della forza levitazionale; il tutto circondato dalle case Art Noveau di quegli artisti riunitisi sotto la visione del granduca Ernest Ludwig von Hessen, che aveva la stessa idea dei vittoriani: creare un villaggio-atelier, la crescita tramite l’arte e la cultura. L’aveva già fatto la Duchessa Amalia a Weimar, aveva funzionato, perché non riprovarci? La concezione dell’arte per l’arte poteva sposarsi con l’aspetto economico. Ci passarono l’architetto e pittore Olbrich, che costruì praticamente tutti gli edifici del villaggio, il grande Behrens, maestro di Le Corbusier e Gropius, il designer Christiansen e lo scultore Hoetger, trasformandomi, per 14 bellissimi anni, nel centro d’arte e architettura moderna in Europa. Poi successero molte cose, non solo qui da me, a Darmstadt, ma in tutto il mondo. Prima morì il fondatore Olbrich, poi cominciò la Prima Grande Guerra, il mecenatismo passò in secondo piano e l’arte, come sempre, passò ad altro. Scissioni, litigate, forse qualche ceffone che volava e insomma, le cose belle finiscono sempre. Si ritrovarono così sull’Altura di Matilde, delusi e frustrati, ognuno a guardare in una direzione diversa, chi a sud, chi a ovest, altri al passato. Proprio quest’ultimi erano rimasti stupefatti da ciò che si trovava poco a est, al Pozzo di Messel, dove, nell’estrazione dello scisto bituminoso, creando crateri e riportando alla luce strati di terreno antichi come il mondo, ci trovarono i fossili. Ci volle ancora qualche decennio per capire che sarebbe stato il caso di fermare l’estrazione e salvaguardare quei ritrovamenti, ma alla fine, dopo varie peripezie e un mezzo secolo trascorso, ce la fecero. Più di 1000 reperti tra piante e animali, scheletri articolati, piume, peli e pelli, a testimonianza di come si viveva 50 milioni d’anni fa. C’erano poi le persone, sempre su quell’altura, che guardavano un po’ più a sud, no non lì, ancora un poco più giù, esatto, là dove si trova l’Abbazia di Lorsch. Erano attratti dalle reliquie di San Nazario, arrivate a metà nel 765 come dono di Papa Paolo I. Un monastero costruito pochi anni prima da Cancor, conte franco dell’Oberrheingau, ma finito poi nelle mire di Carlo Magno, e, come tutto ciò sotto il suo controllo, non poteva che ingrandirsi. Un’architettura carolingia che strizzava l’occhio a quella romana, con interni rivestiti di cassettoni, argento, intarsi e ori. Ah, certamente, l’altare è in marmo, mentre la porta Torhalle spicca per il riferimento all’arco di Costantino. E proprio lì sono custoditi centinaia di titoli, anni di accumuli, ricerche e segreti, tra collezioni di testi patristici e alcune lettere di Cicerone, anche se, tra tutti, non si può non ammirare il Codex Aureus, il manoscritto decorato con prezioso avorio e considerato tra i più celebri prodotti dell’arte di Aquisgrana. Una struttura che, a detta loro, è al novanta percento terrena. Il rimanente credo si colleghi a quella parte che si trova qui da me, a Darmstadt, come in tutto il resto del mondo, e che parla del senso della natura che cercavano anche gli artisti di Matilde, con il loro fare rivoluzionario, spesso eccentrico, in cui, per un piccolo periodo, tutto il mondo poneva le sue speranze. Darmstadt e il pozzo di Messel si trovano all’interno dell'ITINERARIO VIAGGIO NEL TEMPO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  18. 38

    Naumburg e faggete: Uta e il Maestro

    Devo molto a un uomo di cui ignoro l’identità. Mi rese famosa, donandomi le sue opere più fini, e in cambio gli prestai il mio nome, Naumburg, perché a quanto pare, dopo la sua morte, nessuno ricordava più come si chiamasse. È raccontato che il Maestro, così lo chiamano ora, fosse sicuramente nato in Germania, ma che si fosse formato in Francia, probabilmente a nord, prima Amiàn Amiens, poi Rèèms Reims, forse Sciàrt Chartres, venendo più tardi accolto nelle corti di Strasburgo e Metz. Un apprendista vagabondo, di cui si posson o ammirare le prime sculture in Germania al vecchio duomo di Magonza, tra le città più vicine al confine francese. Si muoveva col vento e fu attratto dal nord, quello estremo del nostro paese, da dove si vedono le terre scandinave, dove la neve mossa dai viandanti finisce direttamente nel Mar Baltico. Da lì, seguì il percorso delle faggete, la miglior maniera, secondo lui, di scendere a sud. Partì da Rügen, dove oggi si trova il Parco Nazionale di Jasmund, sui precipizi delle scogliere di gesso, e ogni tanto si metteva a gridare, tra un passo e l’altro, per testare la solitudine di quel luogo primordiale. Un mosaico di dinamismo che qualche secolo dopo ispirò molti pittori romantici. Passò poi al centro del distretto dei laghi del Meclemburgo, per la precisione vicino alle faggete del lago Müritz, a una giornata di cammino a nord di Berlino, dove immagino si fermò a riposare per qualche giorno; in seguito, scivolò giù verso le valli e le catene montuose di Hainich, in Turingia, e qui si fece ispirare dalle tracce dell’ultima era glaciale. Credo che in quel momento s’immaginò dei giochi di luce. Il Maestro segnava tutto sul proprio taccuino. Giunto nell’Assia, rimase estasiato dai tappeti in fiore all’ombra dei faggi, vicino ai ripidi pendii rocciosi della Kellerwald (e qui so per certo che vide due occhi), per poi abbeverarsi nelle baie del tortuoso Edersee. Là, seppe di aver completato il suo viaggio, seppe dove andarsene per esprimere tutto quel che aveva raccolto, e fu così che arrivò qui da me, a Naumburg. Ero l’unica opzione nel suo destino. Qualche anno prima era iniziata la costruzione di una cattedrale in stile tardo-romanico, così gli avevan detto, precisando però che poi, Enrico l’Illustre, aveva commissionato l’aggiunta di un altro coro gotico. Il Maestro aveva lavorato in Francia (e si sa che i francesi hanno sempre creato gelosie), aveva viaggiato molto, aveva bisogno di sfogare la creatività, non potevano non scegliere lui. C’era già la cripta, con le sue colonne romaniche e i capitelli a blocco, contenenti un profeta e un angelo femminile, opere dell’artista di Magdeburgo Heinrich Apel, lo stesso che creò i due corrimano in bronzo sulle scale che portavano al Coro Est, dove sono racchiuse le storie di San Francesco e gli Animali e de Il Sentiero stretto verso il Paradiso. Il Maestro sapeva di poter far di meglio. Proprio in quel Coro, tra le sue ultime opere, aggiunse la figura del vescovo e quella del diacono. Che tutti si accorgessero della differenza di qualità, un’opera affianco all’altra. Ancora oggi si dice che chi entri là abbia la costante sensazione di essere osservato da occhi umani, tale fu il realismo di queste statue. Cominciò in seguito a creare opere uniche nel suo genere e mai più ripetute, a partire dal Coro occidentale, dove si viene accolti da una crocifissione a grandezza naturale, con Cristo, la Santa Maria e il discepolo Giovanni circondati da pietre a forma di ciliegi, noccioli, edera e uve. Il Giardino del Maestro di Naumburg. Ci fu poi l’architettura e la lavorazione del vetro, che insieme danno ancora vita alle ombre della cattedrale, anche se il capolavoro arrivò con le statue del Coro Occidentale: 12 rappresentazioni in arenaria dei fondatori, e tra di loro, la donna più bella del Medioevo, Uta. Margravia moglie di Ekkehard, il suo sguardo riprende quello dei prati fioriti delle faggete, bella e visibilmente distaccata dalla spada e lo scudo del marito, gelida regalità senza precedenti, né gotici né d’altri stili. Molti s’innamorarono di quella statua, scalpellini e nazisti, Walt Disney stesso e pure qualche vescovo, in segreto, ma nessuno riuscì mai a ricordare il nome del suo creatore, quello che era riuscito a sintetizzare e fondere lo sguardo tedesco all’eleganza francese, quello a cui io devo molto, ma che forse, giustamente, basta ricordare come il Maestro. Naumburg si trova all’interno dell'ITINERARIO DELLA FEDE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  19. 37

    Lutero: Eisleben e Wittenberg - Case delle 95 tesi

    Martin Lutero, uomo nato qui da me, nella piccola Eisleben. Era novembre, e forse nessuno si aspettava che questo bambino avrebbe cambiato il volto di una religione. Lo accolsi in una notte fredda e lunga, undici ore dopo il tramonto, circondato da edifici in pietra centenaria, strette vie e chiese che si stagliavano contro il cielo. La sua vita, come la mia, era avvolta da una silenziosa attesa. Come nelle più classiche delle storie, decenni dopo, sarebbe tornato a esalare l'ultimo respiro tra le stesse mura. Il più bel cerchio narrativo. Fui contenta di vederlo un’ultima volta. Figlio di gente povera, amava ricordare come anche certi contadini potessero diventare re e imperatori; il padre Hans lavorava in miniera, la madre Margarethe raccoglieva legna nel bosco, e la loro casa natale è ancora lì, oggi, con la stessa forza: le mura respirano la loro memoria, narrano di quel bambino che sarebbe diventato un monaco, un riformatore, e che, con uno di quei movimenti tanto semplici quanto simbolici, avrebbe affisso 95 tesi su una porta di legno. Il piccolo Martin venne battezzato non lontano da casa, nella chiesa di San Pietro e Paolo, dove l'acqua di quel battesimo scorre ancora, invisibile, nelle pieghe della mia storia. In mezzo, tra Chiesa e casa, ci sono i passi nella piazza del mercato, con le sue dimore signorili, il municipio storico e una sua statua, eretta quando già tutta Europa conosceva (e temeva) il nome del riformatore. In un suo viaggio a Roma, tempo dopo, si arrampicò sulla Scala Santa, mani e ginocchia, baciando scalino per scalino, nella speranza di liberare l'anima umana dal purgatorio e i peccati, dispiacendosi persino che i suoi genitori fossero ancora in vita, non potendo così beneficiarli di quel momento devozionale. L’ecclesia umana, però, gli dava il voltastomaco. L’anno successivo, tornato in Germania, mi lasciò, accettando il ruolo di professore di teologia all’università di Wittenberg, città con cui condivido la storia del religioso. E proprio qui non si limitò a essere monaco e insegnante, ma diede vita a una vera e propria rivoluzione spirituale. Insegnava e scriveva, mentre il mondo cominciava a cambiare attorno a lui. Nel 1517, l’atto che gli avrebbe conferito l’immortalità: 95 tesi, inchiodate sulla porta della chiesa del castello come una sfida, un provocatorio invito al cambiamento. Una porta che viene conservata, a Wittenberg, e diventata ormai simbolo, alla pari del solenne altare di Cranach, nella chiesa cittadina, monito che il passato rimane vigile. Proprio qui fu seppellito Lutero, accanto alla tomba di Melanchthon, suo collega e amico. Infine, Lutero smise di essere solo un monaco. Arrivò il matrimonio e una vita diversa, sempre là a Wittenberg, sempre tra le mura del monastero che si era trasformato in dimora. Le sue lezioni attiravano studenti da ogni angolo d’Europa, le sue parole, messe per iscritto, si diffusero come fuoco tra le genti. Suo devoto biografo, Roland Bainton, negli ultimi anni descrive come l’atteggiamento di Lutero fosse cambiato rispetto a quello di sfida dei primi tempi, usa la parola degenerato, ma nonostante questo, sino all'ultimo, migliorò la sua traduzione della Bibbia, per illustrare i suoi principi religiosi e morali. Ritornò da me a cercare la morte, che trovò un giorno di febbraio, dopo un viaggio che l’aveva riportato nella sua città natale, dove il tempo, per lui, si fermò. Anche la sua voce, che aveva predicato e insegnato, si spense tra quelle mura tardogotiche, diventate poi museo. Alla domanda dei suoi amici, durante gli ultimi secondi della sua vita terrena, che gli chiedevano se fosse ancora convinto dei suoi insegnamenti, rispose con un deciso sì, prima di spegnersi, nella stessa terra in cui era nato, qui da me, a Eisleben. Eisleben e Wittenberg si trovano all’interno dell'ITINERARIO DELLA FEDE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  20. 36

    Maulbronn & Stoccarda - Il Mulo e il Corvo

    Cominciò tutto con un asino. Gli caricarono due sacche, colme di monete d’oro, e lo mandarono in avanscoperta. Superstizioni di una leggenda, erano monaci, cercavano l’acqua. All’epoca avevo la forma di vento e distese verdi, il terreno di Maulbronn. Guidai l’asino con brezze e odori e qualche sasso posizionato diagonalmente, finché arrivò a una fonte naturale. Lì i cistercensi decisero di iniziare a costruire a metà del XII secolo. Prima le mura, quattro per iniziare, poi si allargarono perché si erano già immaginati la basilica a tre navate; finita quella c’era da aggiungere il chiostro, il refettorio e il vestibolo chiamato Paradiso, e tutto è arrivato più o meno originale a questi giorni. Ah, c’erano anche 92 posti negli stalli del coro, dove gli uomini del presente-futuro trovarono le illustrazioni di com’era strutturato il monastero all’inizio. Nel giro di 400 anni crearono l’Abbazia, plasmando il paesaggio culturale, a metà tra Heidelberg e Stoccarda, circondata da residenze e magazzini agricoli, grandi torri e un muro fortificato lungo un intero chilometro. Poi, un giorno, arrivò da me, qui a Maulbronn, un uomo dal talento particolarmente spiccato, eguagliato solo dalla sua riservatezza. Aveva un viso così… No, mi promise di non rivelare la sua identità, e farò del mio meglio per accontentarlo. Lo chiamerò con il nome che si guadagnò più tardi: il Maestro del Paradiso. Lavorò molto al monastero, e portava sempre con sé la Francia e quel suo primitivo stile gotico così caratteristico, ancora visibile sul portico della chiesa, il refettorio del Maestro e l’ala meridionale del chiostro. Uno stile che, qualche secolo dopo, trasformato e riadattato al gusto dell’epoca, fu applicato anche alla sala capitolare, il resto del chiostro e il pozzo. In quello si respirava novità, e per farla arrivare meglio all’interno delle mura furono costruite delle grandi finestre a traforo, poi ci misero una volta a crociera e le pareti furono adornate con nuove pitture. Poi ci fu la Riforma, e l’Abbazia divenne una scuola conventuale dove, tra gli altri, si formarono importanti nomi legati a scienza e letteratura, come Keplero e Herman Hesse; in seguito il duca Ludwig I fece aggiungere un castello di caccia, in stile rinascimentale, come residenza di prestigio, e io, Maulbronn, mi ritrovai sempre più ad amministrare politica invece che religione. Mi sembrava d’essere diventata una piccola città. Nel frattempo le persone si trovarono ad appassionarsi al Medioevo: castelli, rovine e monasteri diventarono attrazioni, tappe di percorsi romantici e idealizzazioni. Il futuro sembrava così simile al passato. Questo finché non conobbi Charles-Édouard Jeanneret-Gris, architetto, elevato in seguito a superstar. Con un passato da artigiano e decoratore, arrivò a un punto della sua carriera dove capì che il futuro era più importante del passato: cambiò nome, diventando Le Corbusier, qualche legame con i corvi, un nome più modernista, che si adattava meglio al suo razionalismo architettonico. Estetica universale, funzionale e tecnologicamente avanzata, in questo credeva. Nel 1927 fece ricredere molte di quelle persone che preferivano il passato, mostrando al mondo le sue doti, che presero forma anche nella tenuta Weissenhof, a Stoccarda. Una tenuta del Werkbund che si rivelò un enorme laboratorio per il futuro, dove sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe furono costruiti ben 21 edifici. Insieme alla Casa Citrohan di Le Corbusier, la casa bifamiliare di Ludwig era uno dei progetti più spettacolari: austera ed elegante, leggera, poggiata su esili pilastri, con soggiorni divisibili e variabili, oltre a una cucina attrezzata e dal design funzionale. Qui a Maulbronn, arrivò l’eco delle sue gesta attraverso i racconti che si scambiavano nell'abbazia, e quel personaggio mi ricordò il Maestro del Paradiso, due uomini che rivoluzionarono e che aprirono nuove vie, facendo avanzare il mondo verso un futuro alternativo. Maulbronn si trova all’interno dellITINERARIO WELLNESS presente sul sito ufficiale dellente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  21. 35

    Wilhelmshöhe & Westwerk carolingio e Civitas di Corvey - Meccanica dei fluidi

    L’acqua si muove seguendo le leggi della fisica. Meccanica dei fluidi, la sua massa non può essere né creata né distrutta, sostiene l’energia della corrente in maniera costante, nel resto del mondo come qui da me, nel parco di Wilhelmshöhe alle porte della cittá di Kassel. Da 300 anni osservo Ercole, diventato ormai un mio simbolo, la statua posta piazzata sulla punta del Karlsberg, a 530 metri d’altezza, dove si intravede la corrente muovere masse vaporose sopra le basse catene montuose, dall’Harz al Rhön. Proprio qui s’incorona il percorso di un chilometro e mezzo di cascate e giochi d’acqua che si propaga per tutto il parco, sopra una ripida piramide che si erge su un ottagono con piattaforma panoramica, da cui l’Ercole osserva lo scorrere dell’acqua verso il laghetto del parco, senza uso di pompe o meccanismi; lo stesso spettacolo con cui i langravi d'Assia Kassel sottolineavano le loro pretese assolutistiche di potere, quasi volessero replicare le 12 fatiche. L'acqua sgorga attraverso la cascata Steinhöfer, poi c’è il Ponte del Diavolo e cade infine attraverso l'acquedotto, giù per le cascate Peneus fino al laghetto del castello. Acque veraci che si muovono tra il verde del tempo, serpeggiando in mezzo alle tracce della lunga storia del parco, dal piccolo giardino del monastero, dal monumentale giardino barocco fino al giardino paesaggistico inglese. Da Ercole al Palazzo Wilhelmshöhe, l’acqua scorre. E proprio il palazzo nasconde quel punto invisibile al centro di tutto il parco, costruito qualche anno in ritardo rispetto al paesaggio che lo circonda, quando il langravio Guglielmo IX decise che fosse il momento di distruggere il castello di caccia esistente e ricostruire, affidandosi al gusto neoclassico dell’architetto Simon Louis du Ry, adattandolo alle curve liquide già presenti all’interno dei giardini. Ricordo anche quando il castello di caccia, prima di diventare tale, ospitava un convento agostiniano, dove molte persone arrivavano da molti luoghi, in particolare uno, geograficamente verticale, persone a flusso continuo, masse di energia costante, nord della città, al Westwerk carolingio, il monastero di Corvey nei pressi di Höxter, un gioiello artistico di 1200 anni. La grande abbazia imperiale dove si trattavano i processi politici-religiosi tra i più importanti d’Europa durante l’Impero Franco, dove arrivavano politici ed ecclesiastici, guidati dalle due torri di facciata, oltre i grandi portoni, accolti dalla muratura della pietra rossa di cava, pitture murali e fasce ornamentali, figure mitologiche dell’antichità integrate dai padri della chiesa in un sincretismo artistico senza eguali. Sulle rive del Weser, il monastero benedettino si sviluppò, e cominciò tutto con il trasferimento delle reliquie di San Vito nell’836, e così si prese vita anche il pellegrinaggio; un edificio distrutto in seguito dalla Guerra dei Trent’anni e ricostruito col metodo barocco, dal 1665, quando la biblioteca principesca arrivò a ospitare quasi 75000 volumi. Si saliva e si scendeva, dal mio parco qui a Wilhelmshöhe, su a Westwerk, c’era chi tornava a casa e raccontava di aver testimoniato l’Ercole più grande, a comando di infiniti serpenti d’acqua, e chi, dall’altro lato, allargava le braccia al cielo per cercare di dare dimensioni ai muri di libri nascosti al monastero, e così si alimentava quel flusso di persone, una massa impossibile da distruggere, corrente di fede e meraviglia. Il parco di Wilhelmshöhe e Westwerk carolingio si trovano all'interno dellITINERARIO VIAGGIO NEL TEMPO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  22. 34

    Isola di Reichenau - Hortulus e diagonale

    Una piccola strada, un filo stiracchiato di cemento e ferro che rimane a galla, in equilibrio sulle acque del lago di Costanza. Questo, insieme agli sguardi dei miei abitanti, tesi, alcuni sul versante svizzero e altri su quello tedesco, rimane l’unico collegamento tra me, l’Isola di Reichenau, e il resto del continente. Una strada che comincia 2900 chilometri più a nord, a Rügen, attraversa tutto il paese, e tra gli alberi tedeschi della riserva naturale di Wollmatinger Reid comincia il suo ultimo tratto, dove acquisisce il nome di Piminstraße; continua poi ad allungarsi, enfatizzando il fatto d’essere l’unica alternativa d’entrata e uscita per chi non sappia nuotare (o volare), e poi si addentra nella ricca pianura alluvionale, accolta dalla chiesa di San Giorgio, terra di latte e miele, soprannominata Isola delle Verdure dal grande monaco dell’isola, e qui la strada viene a morire, sulle spiagge dove l’acqua muta le sue tonalità e le piccole pietre tonde solleticano i piedi. Gli ultimi metri per raggiungermi conducono sopra una diga, vicina a compiere i duecento anni, fiancheggiata da file di pioppi riflessi nelle acque circostanti. Sotto la volta verde della vegetazione, la vita quotidiana si allontana sempre di più, e per un attimo l'acqua balugina tra i tronchi degli alberi e le canne, il cielo si apre e la mia terra si estende. Il grande monaco era Valafrido Strabone, noto anche a causa della sua vista zoppicante: letterato, poeta, glossatore di pregio, oltre che ecclesiastico dal pollice verde, viveva qui da me, tra gli orti del convento, e con l'accumularsi dell’esperienza, sia grazie alla mia vegetazione che ai suoi viaggi, più di 1200 anni fa arrivò a comporre l’Hortulus, che oggi definiremmo il primo manuale di giardinaggio d’Europa, intreccio di cultura e coltura. E immagino che già a quell’epoca, persino Valafrido avesse rinvenuto alcuni dei resti preistorici che si trovano qui a Reichenau tra i vari siti palafitticoli di diverse migliaia di anni fa, quando i primi uomini costruirono abitazioni sospese, poggiate su pali di legno che oggi riposano sul fondo del lago. Cosa interessante, sempre affascinante, è come su quei fondi il tempo abbia una cura particolare per quello che lo circonda, una grazia che permette a vari oggetti, organici e meno, di conservare una freschezza tutta loro, isolati dagli effetti dell’ossigeno e protetti dalla lente acquatica delle torbiere. Di questi fondali, io Reichenau, se ne possono osservare le superfici, lisce e pazienti, increspate dagli ami delle canne dei pescatori giù nell’Untersee, mentre i turisti osservano l’isola dall’alto del punto di panoramico di Hochwart e i ciclisti pedalano tra i campi di ortaggi e vigneti. Da molti di questi punti rimangono visibili le due torri della chiesa di San Pietro e Paolo, le tegole rosse dei loro tetti che trasmettono conforto anche agli ultimi arrivati, una familiarità che aiuta ad addentrarsi nella mia terra. La stessa sensazione è data dalle altre due chiese romaniche del centro: la Cattedrale di Santa Maria e San Marco, ex chiesa dell'abbazia benedettina, e la Chiesa di San Giorgio, con i suoi famosi dipinti murali. Conservo, come tutte le isole, una mia linea, una mia disciplina, arricchita dalle storie ed esperienze di quella strada che passa per tutto il paese e che qui viene a depositarle, qui sulle rive d’acque, confini tra paesi, all’ombra delle piante del monaco dal pollice verde. L' isola di Reichenau e i siti palafitticoli si trovano all'interno dell'ITINERARIO WELLNESS presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  23. 33

    Complesso ebraico di Erfurt & Wartburg – Lettere dal passato

    Si trovarono delle lettere, conservate quasi per errore, sicuramente per caso, in una piccola cassa di quercia nella parte più alta del mio castello, qui da me a Wartburg, vicino Eisenach. Lettere di un commerciante di sale, che ogni tanto riusciva a mettere le mani anche su qualche spezia o stoffa pregiata; erano composte da numeri, conti, stralci di biografia, commerci con Erfurt e altre lettere di mano differente, altra scrittura e ritmo. In una di queste lettere si raccontava del rapimento di Martin Lutero da parte di Federico III di Sassonia: una farsa, seppur a fin di bene, quando il salvacondotto del monaco non gli garantiva più la sicurezza, minacciata dall’editto di Worms e la conseguente taglia sulla sua testa. Il commerciante, sembra, fu testimone dell’evento, guardò gli emissari su cavalli dal manto lucido che lo presero, gentilmente, un invito, e lo accompagnarono da me, a Wartburg, nel mio castello; lo stesso luogo dove la sfortunata e in seguito canonizzata Elisabetta di Turingia passò la maggior parte della sua corta vita da vedova. Lo sistemarono in una cella, racconta la lettera, o per meglio dire in una piccola stanza, diventata poi celebre come la Lutherstube, dove in quel periodo d’esilio Lutero si dedicò alla prima traduzione in tedesco del Nuovo Testamento, dalla versione greca. Fu un dicembre freddo ma produttivo. Così produttivo che, si legge in un’altra lettera, la stanza divenne meta di pellegrinaggio di diversi fedeli protestanti, felici di ritrovare il mio castello nelle vesti di casa della loro nuova guida spirituale, dopo averne ascoltato le lodi in taverne illuminate da candele, quando strumenti improvvisati accompagnavano opere e leggende dei grandi poeti Walther von der Vogelweide e Wolfram von Eschenbach. Le stesse opere venivano descritte anche in un’altra lettera, accennate, riprese durante il resoconto di una serata a Erfurt, diventata, secoli dopo, capitale della Turingia. Una serata trascorsa con la comunità ebrea, che dopo aver concluso baratti e affari per la prima volta assieme, l’aveva invitato a passare del tempo con loro. Erano rimasti in pochi in città, dopo i pogrom degli anni precedenti, e i loro luoghi sacri erano ora abbandonati, travestiti, sommersi o nascosti. Il commerciante non conosceva nulla di loro, e in tutti i suoi viaggi, fino a quel momento, non se n’era interessato. Così fece domande e s’incuriosì. Diverso di questo materiale si ritrova sia nei resoconti che negli stralci biografici, dove approfondisce il suo punto di vista sui fatti che perseguitarono quegli ebrei, e che lascerò giudicare a voi, in privato. Qui riporto le piccole e a volte toccanti descrizioni che fa di quei luoghi, e della gente che glieli illustrò. Prima la Vecchia Sinagoga, utilizzata come magazzino, ristorante e sala da ballo. La più antica dell’Europa centrale, le cui parti più antiche risalgono all’XI secolo, dove la cantina ha rappresentato l’ultima speranza di salvezza per i grandi tesori di un ebreo disperato e ucciso durante il pogrom del 1349. Con la sinagoga anche la Mikvah di Erfurt era caduta nell’oblio. Spiegarono al commerciante dei rituali che lì avvenivano: un bacino d’acqua utilizzato specialmente dalle donne per purificarsi dopo aver toccato i morti, il sangue o altri oggetti religiosamente impuri. Dopo l'emigrazione forzata nel 1453, fu riempito e trasformato in una cantina. C’era poi un edificio chiamato la Casa di Pietra, quello nel complesso d’edifici del Benediktsplatz, con i suoi portali, il soffitto a travi, il timpano della scala principale e le travi del tetto. Un edificio eretto nel 1200 che testimonia la convivenza tra cristiani ed ebrei già a quell’epoca. I resoconti vanno avanti, descrivendo la vita quotidiana e i nomi di chi ne faceva parte. Ci sono poi altre lettere, sempre nello scrigno di quercia, scritte su carta più recente, alcune a macchina addirittura. Una parla della Piccola Sinagoga costruita nel XIX secolo, degli sforzi del dottor Ephraim Salomon Unger per dare un luogo rituale alle famiglie della città, e della costruzione, pochi decenni più tardi, della Grande Sinagoga a Kartäuserring, aggiungendo come quella piccola fosse stata trasformata in deposito di botti e liquori, fatto che la salvò dalla distruzione durante la grande guerra. Un’altra ancora cita il Vecchio Cimitero Ebraico, di quello Nuovo vicino all'attuale Thüringenhalle e parla di come il riposo dei morti duri per sempre. Null’altro. Lettere scritte per non dimenticare, un resoconto cominciato con un commerciante di sale, continuata dai suoi discendenti e portata avanti dalla storia, tanto qui da me, a Wartburg, quanto in tutto il resto dei luoghi nel mondo. Erfurt e Wartburg si trovano all'interno dell'ITINERARIO DELLA FEDE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

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    Colonia, Augustusburg, Aquisgrana - Venti e cattedrali

    Le correnti d’aria si muovono in alto, sopra le montagne e gli sguardi. Hanno il colore di un vetro pulito, ma i loro effetti sono più che tangibili, soprattutto quando si avvicinano al suolo, quando sradicano alberi e li accarezzano, quando fanno volare i fazzoletti dalle mani dei miei cittadini e quando s’infrangono sulle finestre delle mie case, dove si fanno avvertire con soffi e vibrazioni. Io, Aquisgrana, mi sento una città vecchia, o per meglio dire saggia, e nel raccogliere questa saggezza ho assistito, accolto e respinto molti di questi venti, ancor prima della nascita del Figlio di Dio, quando i primi insediamenti si stanziarono tra le foreste e le sorgenti termali che mi circondano. Un giorno, poi, arrivò Carlo, detto il Magno, che mi scelse come casa, seguì gli insegnamenti di quel Figlio, cristianizzò i pagani e, nel Natale dell’800, fu incoronato Imperatore da Papa Leone III, nella basilica di San Pietro, a Roma. Una basilica maestosa, sembra, e quella maestosità volle riportarla anche qui da me, a suo modo: in soli 10 anni mi donò una Cattedrale con la benedizione della Santa Maria, che nel corso dei secoli si ampliò, rimanendo, ad oggi, uno dei migliori edifici conservati di quel periodo, riconosciuta poi tra i primi patrimoni UNESCO mondiali, a più di mille anni dalla sua costruzione. Una costruzione magica, con quel suo altare ruotato di 38 gradi verso est rispetto alla struttura delle vie romane, che diede in seguito vita a diverse piazze triangolari nella zona confinante; il trono, costruito si dice, con il marmo del santo sepolcro di Gerusalemme, e il tesoro, fatto di 130 opere, tra manoscritti, rilegature, casule, dipinti e sculture. Ricordo quel periodo e il vento di novità che portava l’imperatore. Con lui divenni il centro culturale e intellettuale d’Europa, ambita meta di pellegrinaggio, soprattutto alla cadenza dei sette anni, quando ai viaggiatori era permesso ammirare il lenzuolo e il tovagliolo di Gesù, l’abito della Vergine Maria e il panno per la decapitazione di Giovanni Battista, reliquie ricevute in dono da Carlo Magno e conservate nella pietra della Cattedrale. Sempre dall’Italia, poi, arrivò un altro vento, che cominciò a soffiare a Milano e, grazie all’ecclesiastico Reinald von Dassel, portò le ossa dei Re Magi a Colonia. Per la città cominciò tutto così, il cantiere eterno di Dio: un susseguirsi d’arcivescovi che, a partire dal 1248, costruirono anche là una cattedrale; un processo che durò più di 600 anni, dove si partì con l’altare maggiore, imprescindibile, con una lastra monolitica di calcare nero, la più grande tra le chiese cristiane; ci furono poi gli stalli del coro in legno di quercia, proprio dietro quell’altare, circondati dalle 14 statue a pilastro; verticalmente, a riparare dai venti, fu installato il ciclo di vetrate colorate più esteso d’Europa, che si dice possa rendere tangibile l’onnipotenza di Dio durante i racconti biblici, in mezzo alle tombe dei 12 arcivescovi lì sepolti. In cima ai soffitti e ai tetti, invece, Decke Pitter, la campana grassa, la campana di San Pietro, 24 tonnellate di metallo che risuonano in occasioni speciali e festività. Qui, anche i venti più forti faticano a farla oscillare. La corrente che soffia a sud di quelle abitazioni, invece, a sud di Colonia, porta all’area dei castelli, dove svetta il Palazzo Brühl, residenza preferita dell'Elettore di Colonia e Arcivescovo Clemens August, della Casa di Wittelsbach. Una delle prima creazioni di rilievo del rococò tedesco, dove, tra i molti artisti, vi lavorò anche il grande architetto Balthasar Neumann, che diede vita allo scalone d’onore, opera dinamica ed elegante. E seguendo la scia brillante di quel rococò, a una romantica passeggiata di distanza dal Palazzo, lo stesso arcivescovo fece costruire la Palazzina di Caccia di Falkenlust, sempre sotto la direzione del più corteggiato architetto del momento, il belga François de Cuvilliés. Là, dove la posizione della prima pietra venne determinata dalla traiettoria degli aironi, cavalieri d’aria e prede della falconeria, scommesse di vita in volo nel loro tragitto verso il Vecchio Fiume, a Wesseling. E alcune delle loro piume, ogni tanto, risalgono il Reno, le sento da qui, da Aquisgrana, sono sollevate dal vento e trasportate sopra le montagne, invisibili tra le correnti, mentre a terra la vita continua, e la città di Carlo Magno, immortale, accoglie pellegrini e turisti da tutto il mondo. Colonia, Aquisgrana e Augustusburg si trovano all'interno dell'ITINERARIO FAMILY presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

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    Augusta, Ratisbona e le Grotte Sveve – Racconti d’acque e ghiaccio

    “Chiamatemi Martel”, gracchiava sempre, invece di salutare, mentre si accomodava nel suo angolino del bar, solo, troppo sobrio per aver a che fare con la gente. Diceva di essere un pirata in pensione dalla salsedine marina, ed effettivamente ne aveva l’aria. Era da anni che lo vedevo in una delle mie taverne che affacciavano sulle rive del Danubio, ospite, ormai figlio, adottato da me, Ratisbona, come tanti altri prima di lui. Una birra dopo l’altra si avvicinava alle persone, lanciando frasi alla ricerca d’appigli, finché, stufo d’aspettare, cominciava con le sue storie ad alta voce. Iniziava sempre con me, raccontando del periodo del Sacro Romano Impero e di come ne fossi il centro politico, di come venni fondata dai romani, quelli veri, quelli vecchi, e di come fossi un importante snodo commerciale, centrale, maestrale e prolifico per tutte le vie che arrivavano all’Italia, la Boemia, le terre russe e l’oscura Bisanzio. Alla quarta birra elencava i monasteri di St. Emmeram, la Cappella Vecchia, la Porta Praetoria, Niedermünster e St. Jakob, il Ponte di Pietra, la Cattedrale di San Pietro e il municipio tardo gotico, immaginando di rispondere a qualche turista di passaggio che chiedeva cosa visitare. Parlava della Mura di Castra Regina, dove si accampavano le legioni di Marco Aurelio, di come proprio loro, i romani, quelli veri, avessero scelto una posizione strategica, sopra il Danubio, come confine del proprio impero, e di come, oggi, io sia la città medievale meglio conservata della Germania! Ogni tanto, poi, il pirata cadeva in silenzio, lo sguardo fisso, la mente persa in vecchie avventure, le notti in cella leggendo una vecchia copia di un classico inglese, imparando la lingua. “Martel, ma tu dove sei nato?”, chiedeva qualcuno, sprovveduto, mentre chi lo conosceva già alzava gli occhi al cielo. “Non qui a Ratisbona”, rispondeva lui, anche se ormai io lo pensavo davvero come un figlio, da proteggere. A volte anche da sé stesso. A forza di indovinare il suo luogo di nascita si passava a parlare di Augusta, a ventinove ore di cammino da lì, e sì, lui le aveva fatte tutte, durante quei sei mesi in cui una voce gli impediva di navigare le acque. Gli era piaciuta molto, Augusta, parlava sempre dell’ingegno di quei tipi là, di come avevano creato una città di canali dividendo i tre fiumi, Lech, Wertach e Singold; “Dominano l’acqua quei tipi”, diceva sempre, con mulini e magli e stazioni di pompaggio costruite ancora nel Medioevo. “Un gran centro industrializzato, già”, recitava dandosi qualche aria, “sapete che ha ben 530 ponti? Più di Venezia, esatto”. Parlava poi dell’acquedotto di Hochablass, pioneristico e di una bellezza grandiosa, e della centrale di Gersthofen, sul Lech, che fu il primo a fornire energia elettrica a livello nazionale. “Sapete che nel “72 la fiamma olimpica venne accesa proprio là?” concludeva, aspirando una pipa ormai morta e cercando di richiamare l’attenzione del barista. “Martel, quindi sei nato là ad Augusta?” gli chiedevano. “Mai,” esclamava, una pausa, e poi ululava: “io vengo dai ghiacciai!”. Sapevo di cosa stesse parlando, erano luoghi lontani da Ratisbona, più distanti ancora di Augusta, vicino alle Alpi Sveve. Non so se fosse la verità, ma gli piaceva raccontare di essere nato tra quelle capanne, la stessa zona dove, 40000 anni prima, nelle grotte delle valli di Ach e Lone , vicino a Ulm, gli artisti dell’Era Glaciale avevano creato le prime opere d’arte figurativa, insieme a dei flauti in osso e avorio, i più antichi strumenti musicali dell’umanità. “Io discendo da coloro che hanno scolpito la Venere di Hohle Fels e l’Uomo-Leone dell'Hohlenstein-Stadel!”, esclamava, serrando il pugno e barcollando. A quel punto il proprietario riusciva ad afferrarlo per il bavero e trascinarlo in un taxi, ficcando una lauta mancia in mano al conducente. Il silenzio, quindi, calava su quella riva del Danubio, i miei cittadini potevano riposare. Ripenso a Martel e all’amore che ha per me, Ratisbona, madrina acquisita, e sorrido, pregando non finisca mai di raccontare le sue storie da pirata, i suoi viaggi, le acque navigate e i chilometri passeggiati. Ratisbona si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

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    Bamberga e Würzburg - Una partita a dadi

    Due ragazzi giocavano a dadi. Avevano deciso che il vincente sarebbe diventato un giardiniere, mentre al perdente non sarebbe aspettato nulla, o meglio, una qualche libertà di scelta futura, vaga. Erano nati nei miei quartieri, a Bamberga, e fin da piccoli erano inseparabili, uno a destra e l’altro a sinistra, orizzontali, mai verticali. Uno nato nel quartiere di Bergstadt, l’altro nell’Inselstadt. Per completare il centro storico mancava solo la zona di Gärtnerstadt che, per l’appunto, era quella dei giardinieri. Avvertivo il ticchettio dei cubetti numerati che rimbalzavano sul marmo della piazza, nello stesso punto in cui Enrico II, attorno all’anno 1000, decise, passeggiando con la consorte imperatrice Cunegonde, che sì, sarei diventata una città vescovile, lo meritavo. Lo stesso identico punto dove, negli anni, le punte delle scarpe delle grandi signore, in visita nella città, inciampavano puntualmente (maledetto scalino), e a forza d’inciampi e raschiature, quando le mani cercavano appigli improvvisati e ogni tanto i nasi finivano sul muro, lasciando addirittura, in rari casi, qualche o molte gocce color vermiglio, a forza di incespicare si era creato un leggero solco, dove ora rimbalzavano quei piccoli cubi intagliati nell’astragalo di pecore e bovini, un osso compatto e regolare, ideale per essere trasformato in dado. I due ragazzi le guardavano, queste grandi signore, mentre facevano il giro dei 1300 monumenti risalenti ai secoli precedenti, con ciceroni a fianco, in posizione di segugi, che mi definivano la Roma Francone, costruita su sette colli come la vecchia italiana. Le guardavano arrivare dalla Cattedrale Imperiale di San Pietro e San Giorgio, imponente con le sue quattro torri, passare dal quartiere dei Pescatori, chiamato la Piccola Venezia, dove tutte, ma proprio tutte, si tappavano il naso, e spesso si appoggiavano ai segugi per paura di scivolare, sia mai che si caschi nell’olezzo. Poi le guardavano passeggiare nel Gärtnerstadt, proprio là, dove tutte le famiglie si dedicavano alla terra e l'odore non era tanto migliore, però dovevano passarci per forza, perché solo al di là del quartiere potevano essere prelevate dalla carrozza che le avrebbe poi portate al Castello di Altenburg, la casa dei vescovi fuori dalla città, dove prima di cena si sarebbero cambiate d’abito. Il primo ragazzo, padrone della capra da cui vennero ricavati i dadi, perse. Uomo e animale non avevano mai avuto un buon rapporto in passato, e la cosa proseguiva. Così rimase in città, aspettando una qualche libertà di scelta futura. L’altro, il vincitore, mi lasciò, la sua città natale, Bamberga, per finire alla Residenza di Würzburg, dove cercavano anche giardinieri. Stavano completando l’edificio, dev’essere stato intorno al 1780, costruito sorprendentemente nell’arco di una sola generazione, ispirato a città che il ragazzo conosceva solo come parole trasportate da un vento lontano, che passava da Vienna, Genova, Amsterdam, Venezia e Parigi. L’architetto, il dotato Balthasar Neumann, gestiva il tutto come un’orchestra, ammaestrando e curando artisti del calibro di von Hildebrandt, Guthmann, de Cotte, oltre agli italiani Antonio Bossi, genio dell’ornamento, e il più grande pittore veneziano del Settecento, Giovanni Battista Tiepolo. Risultato ne fu il rococò di Würzburg, versione tra le più esuberanti di tutto il paese. Il ragazzo venne poi affidato e sottoposto all’artista di giardini, il boemo Mayer, che divise abilmente le aree esterne in tre parti uguali: giardino orientale, meridionale e vivaio. Tutte abbondavano di topiati, siepi, graticci, piante in vaso e passeggiate a pergolato. Il Giardino dell’est iniziò con una grande parterre circolare di broderie, quello del sud era caratterizzato da otto grandi tassi su un bacino d’acqua circolare, mentre le figure decorative del giardino di corte provenivano dal laboratorio dello scultore Wagner. Il ragazzo rimase lì per anni, completò il giardino, un dado nella tasca, mentre l’altro era rimasto all’amico, e ci mise molto a tornare a casa da me, a Bamberga, troppo, perché l’amico aveva infine scelto di andare a lavorare fuori città, e così ora toccava a lui aspettare l’altro, per tornare insieme a tirare dadi nel solco della piazza, sotto lo sguardo di signore arrossate e segugi ben disposti. Bamberga si trova all'interno dellITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dellente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania

  27. 29

    Hildesheim - La Rosa Millenaria e lo stabilimento di Alfed Fagus

    Non c’è mai stata una verità, ma quello che provo a raccontare, a tramandare, è ciò che più vi si avvicina. La memoria veste i panni dell’inganno, si costruisce e modifica a seconda delle volontà, e più si allunga più si confonde nell’orizzonte. Giudico onesto ciò che riporto qui, accettando gli errori e la soggettività della mia testimonianza, che potremmo intitolare Hildesheim e la Rosa. Sono stata una città da sempre al servizio della Chiesa, sin da quando divenni diocesi nel 815; a quel preciso anno risale la prima verità, quando l’imperatore Ludovico il Pio tenne una messa durante una battuta di caccia nella foresta d’Ercinia, e un suo cappellano dimenticò un reliquario della Vergine Maria appeso a un cespuglio di rose. Al loro ritorno, il reliquario non poté essere rimosso, l’imperatore lo interpretò come un segno e nacque così la cappella dedicata alla Santa Madre. Mezzo secolo più tardi cominciarono i lavori alla cattedrale, sotto la guida del vescovo Altfrid: tre navate, pianta a croce, edificio occidentale a due livelli. Si alternarono poi, nel tempo, diversi successori, come Hezilo e Azelin, ci furono modifiche e ampliamenti, torri d’incrocio e interni riccamente decorati, una nuova facciata neoromanica e la cripta Laurentius. La seconda verità arriva da quel cespuglio là, una pianta che già nel 1500 veniva ritenuta tra i fiori più antichi del mondo. La Rosa Millenaria di Hildesheim. Ancora oggi la osservo, come tutti i volti a bocca aperta che vi passano vicino, mentre si arrampica sull’abside della cattedrale. Nonostante i brutali bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, quando quasi tutta la cattedrale fu distrutta, e i suoi interni barocchi perduti per sempre, le radici del roseto resistettero alle bombe, ricrescendo tra le rovine, portando con sé la prosperità della cittadina. Un’altra verità su Hildesheim riguarda poi la Chiesa di San Michele. Al contrario della Cattedrale, vicina di terreno, questa chiesa venne risparmiata dai secoli e dal tempo, dalle maledizioni e l’ingordigia di certi vescovi: solo le bombe, pochi anni fa, riuscirono a scalfirla, e solo dalle grondaie in su. Risalente a 1000 anni fa, testimonia con orgoglio l’arte romanica ottoniana della vecchia Sassonia: il soffitto ligneo e gli stucchi dipinti, le famose porte di bronzo e la colonna di Bernward. Tesori a cui negli anni si uniranno la corona di luce del vescovo Hezilo e le fonti battesimali del vescovo Conrad, e di queste verità rimango sicura, memoria o meno, grazie agli scritti ritrovati, soggettivi, certo, ma dove si intravede e riconosce la realtà dei fatti. Ce n’è poi un’altra, verità, di cui rimango sicura, fatti avvenuti più recentemente, a sud, nella cittadina di Alfeld. Erano gli anni che precedevano di poco quelle bombe che tentarono di cancellare i miei edifici, quando germinavano idee pericolose nell’aria e diversi cambi erano imminenti. Uno di questi cambi stava accadendo nella testa di un uomo, Walter Gropius, che di lì a qualche anno avrebbe rivoluzionato l’architettura creando il movimento del Bauhaus, a Norimberga. Qualcuno aveva capito il suo talento, e quel qualcuno era Carl Benscheidt, lungimirante e innovativo fondatore dell'azienda Fagus, che gli affidò la costruzione della fabbrica di scarpe portata a termine nel 1911. Requisiti d’aria, luce e chiarezza che si fondono con l’utilizzo innovativo d’acciaio e vetro, dove l’architettura e il design, per la prima volta, diventano fattore critico per la qualità della vita dell’uomo. Una qualità della vita che tra le mie vie, a Hildesheim, viene sostenuta da musica nell’aria e luci che si arrampicano sulle facciate in graticcio, dove nei secoli si sono collezionate storie, racconti e verità, tutte da aggiungere alla mia testimonianza, alle memorie di una città protetta da un roseto millenario, all’ombra di una cattedrale, insensibile alle forme del male. Hildesheim si trova all'interno dell'ITINERARIO VIAGGIO NEL TEMPO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  28. 28

    Rammelsberg, Goslar, Harz e Quedlinburg – Fossati, miniere e case a graticcio

    Mille anni fa nacque un messaggero. Nessuno ne aveva la certezza ancora, come potevano: un messaggero diventa tale solo nell’attimo in cui la prima lettera affidatagli abbandona la sua mano, raggiungendo il destinatario o chi ne fa le veci. Però, al tempo, si sapeva, sarebbe stato proprio un messaggero. Tra le mille vie, allora, si sparse la voce che finalmente Quedlinburg avrebbe avuto qualcuno a cui affidare le proprie lettere, e si sa, le parole sono il primo passo verso la vita eterna. Erano gli albori della storia tedesca, quando il duca sassone Enrico ricevette la corona reale, ai piedi della collina del mio castello. In seguito alla morte del duca, l’amata regina Matilde, poi diventata Santa, avrebbe istituito un convento, inizialmente per pregare il defunto marito, poi trasformato in casa di suore per oltre 900 anni. Il messaggero, nel frattempo, si era fatto uomo, o quasi, e arrivò il primo incarico: una lettera, discorsi di soldi e mercanti, e al suo interno però, vista in controluce, una busta più piccola, e il messaggero s’immaginò fossero parole d’amore, così custodì con molta cura la lettera fino a destinazione. Essa si trovava nell’Alto Harz, a un giorno e mezzo di cavallo, una zona con 60 stagni e chilometri e chilometri di fossati e corsi d’acqua, a cui, nel tempo, si sarebbero aggiunti quelli creati dai vari minatori. Più avanti, quando i figli e i nipoti del messaggero sarebbero passati da lì, le acque avrebbero servito anche come risorsa energetica per tutta la zona limitrofa. Nel frattempo, io, Quedlingburg, crescevo: c’erano ormai 2000 case a graticcio generosamente decorate, in cui ancora oggi mi ritrovo; costruirono poi anche il Municipio, dal cuore gotico, e che negli anni guadagnò aggiunte di stile rinascimentale; cominciarono ad affiorare le prime chiese, e ciascuna di loro rappresenta, ancora oggi, un’epoca particolare del mio passato, a partire dalla cappella di San Giovanni e la vecchia chiesa di Bad Suderode. Intanto, la dinastia del messaggero continuava, ed era una delle poche, all’epoca, in cui anche le donne rivestivano il ruolo, e così la famiglia si muoveva nel tempo e nello spazio dell’impero tedesco. E cos’è un messaggero, se non un esploratore con un compito in più? Il movimento è naturale, la curiosità pure, ed è così che, anche secoli dopo la nascita del primo messaggero, quando c’era da consegnare un messaggio a Goslar, si andava a Goslar, si apprezzava il cibo e le tante case a graticcio, allo stesso tempo familiari e sconosciute, si dava un’occhiata attraverso le tende delle finestre, curiosi su cosa si poteva sbirciare, oltre ai vicoli misteriosi e i tetti d’ardesia. Poi, una volta passate una o due notti lì, si andava ad ammirare le miniere del Rammelsberg, dove già da millenni si estraevano rame, zinco, argento e piombo. Enormi buchi nel terreno, dove l’energia per l’estrazione arrivava grazie alla gestione delle acque dell’Alto Harz. Uno di quei luoghi che verranno per sempre ricordati come culle della civiltà tedesca, una delle testimonianze principali dell’antica storia industriale del Paese. Oggi sono cambiate tante cose rispetto a quell’epoca, anche qui da me, a Quedlinburg, dove fossati e torre di guardia, seppur perfettamente intatti, rimangono come decorazioni. La zona dell’Alto Harz è balneabile, le miniere di Rammelsberg sono diventate musei, Goslar non fa che migliorare. Sono cambiate tante cose, tutte noi siamo diventate patrimonio UNESCO, ma non è cambiato il valore che da sempre ci portiamo dentro, fin dalla nascita del primo messaggero, fin dalla nostra nascita. Rammelsberg, Goslar e il sistema idrico dell'Alto Harz si trovano all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE INDUSTRIALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  29. 27

    Città termali – Tra arte, acque e imperatori

    Avete mai praticato il Go? Si dice sia stato creato più di 4000 anni fa, quando l’imperatore cinese Yao ebbe bisogno di un gioco per tenere a bada l’animo maledetto del figlio. Pietre bianche contro pietre nere, il vincitore avrebbe dominato il mondo. Alcuni dei grandi giocatori tedeschi, anche a distanza di molti anni, hanno sostato nelle mie acque termali, qui a Bad Ems, sulle rive del Lahn, tra i fiumi più puliti d’Europa. È con loro che mi sono innamorata di questa pratica. Fritz Dueball, Hans Pietsch, Jürgen Mattern, ne parlavano non come un gioco ma quanto più come una forma d’arte, dove la creatività si fondeva alla mistica. Una pietra dopo l’altra, alla ricerca della bellezza divina, alla ricerca di una sbirciata nella mente di Dio. Guardavo queste tavole quadrate su cui praticavano e mi ci rivedevo: nell’angolo in alto a destra le prime pietre, la SPA House della Principessa di Nassau-Orange, dove soggiornò anche l’imperatore Guglielmo I; appena sotto, la Sala dei Marmi, che insieme al teatro Kurtheater e al casinò, forma il Kursaal, il pittoresco edificio sulle rive del Lahn; a destra, avrei piazzato la Sala delle Fontane, parte della SPA House, famosa per le sue sorgenti curative, dove i bagnanti, armati di bicchieri, si spostano lungo la Brunnenhalle, tra una fontana e l’altra, dissetandosi dove preferiscono. Tac, tac, tac, tac. Puntini bianchi sulla tavola, spazio conquistato e la visione di una città termale che prende vita, e qui io, Bad Ems, rinasco ancora. Questi giocatori, nel descrivere le varie mosse, utilizzavano termini che mi affascinavano: scale, nodo di bambù, punta di stella, pinzare, salto della scimmia. Occhi grandi, alti e piccoli. Venivano da partite di secoli addietro, a volte millenni, come nel caso di un’altra città termale, quella di Baden-Baden, a sud. Là, sembra che già i romani avessero costruito intorno a quelle acque, iniziatori della tradizione; una partita poi continuata nei secoli da svariati popoli. Le sorgenti che nascono dal parco del Florentinerberg. Tac. Il quartiere delle terme Friedrichsbad, e il balineum romano, tra i complessi termali romani meglio conservati del Baden-Württemberg. Tac. Il centro storico. Tac. I quartieri di ville Beutig-Quettig e Annaberg. Tac tac. Pietre nere acquistano territorio, nasce Baden-Baden, quella che verrà poi definita la Capitale estiva d’Europa. Un’altra partita, un’altra città termale, invece, si svolse a est. Una città, quella di Bad Kissingen, lanciata sul piano politico e internazionale nel XX secolo grazie alle svariate visite del cancelliere von Bismarck, anch’esso giocatore a inconsapevole. In questo spazio lungo la Fränkische Saale, tra foreste e natura, le pietre utilizzate hanno dato vita a un puzzle di dimensioni immense, dove al centro troviamo il Rathaus, l’ex castello diventato municipio, dove gli antichi arredi rimandano a tempi di charme e incanto; pietra a fianco è Regentenbau, l’edificio in classico stile Art Noveau inaugurato dal re Ludwig III, che può arrivare a ospitare fino a 1000 persone; ci sono poi l’Arkadenbau per l’intrattenimento nei giardini. Tac. Lo stabilimento balneare di Luitpoldbad. Tac. La particolare Scala Verde e il piú grande porticato o la piú grande Wandelhalle d’Europa. Tac tac. Una volta imparata l’arte del Go, è complicato non guardare il mondo attraverso la sua griglia, i suoi sentieri e le meraviglie che ne possono scaturire. E io, Bad Ems, ne sono caduta vittima. Vittima di una disciplina sacra e antica come le acque termali di queste città, che parla una lingua comprensibile a tutti, ma che solo a pochi rivela tutto il suo potenziale. Bad Ems e le città termali tedesche si trovano all'interno dell'ITINERARIO WELLNESS presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  30. 26

    Amburgo e Mare dei Wadden – Quadri e vichinghi

    Il mare era spesso presente nei suoi quadri. Credo di ammirarlo in modo particolare per questo, anche se siamo sempre stati distanti: io, Amburgo, nel vecchio continente, lui, Rob Gonsalves, figlio di zingari emigrati nel Nuovo Mondo, sulle sponde bagnate dall’Ontario. Eppure, dicevo, l’acqua ci accomuna. Nei suoi quadri funge da tappeto su cui poggiano scene surrealiste, fatte d’illusioni, umanità e specchi. Ce n’è uno in particolare, intitolato Sun Sets Sails, dove, durante quello che può essere un tramonto, un’alba, o entrambi, il bianco delle vele si trasforma gradualmente nello spazio vuoto di archi sotto un acquedotto romano. Ecco, in quella fusione, in quella trasposizione di spazi e costruzioni, rivedo spesso l’Elbphilharmonie, la sala da concerti che ricorda proprio una vela issata, un’onda, un cristallo di quarzo. Meravigliosamente blu. Si staglia al centro dell’Hafen City, un quartiere che ho visto nascere e svilupparsi in questi ultimi anni, un quartiere che ha preso il posto del vecchio porto sull’Elba, che rappresenta me, Amburgo; una riqualificazione cominciata con la palificazione dei ponti di Kibbelsteg, che sta continuando e che tra poco terminerà, e allora il sipario verrà dischiuso ufficialmente su quest’opera d’arte. Sempre all’interno dell’Hafen City, poi, si trova la Speicherstadt, zona di musei e storia, il cui passato è diviso tra case di lusso e quartieri operai, uniti nella condivisione della vita attorno al porto. Proprio tra queste vie mi fermo ogni tanto, osservo il Castello sull’Acqua, rivedo Rob e una o più delle sue opere, la luce riflessa e il mondo che si capovolge, realismo magico che prende vita. In quei frangenti mi lascio andare nell’Elba, occhi chiusi come nel quadro The Phenomenon of Floating, risalgo le acque e imparo dalle stelle, sfocio nell’oceano, mi tengo vicina alla terraferma e passo tra le isole Frisone, poco più a ovest, nel Mare dei Wadden: piane fangose formate dalle maree di secoli addietro. Qui, uccelli migratori, focene, pesci e crostacei convivono in un ecosistema intertidale tra i più importanti in Europa. Aree salmastre che ospitano migliaia di esemplari tra flora e fauna, dove il tempo non esiste se non per i cicli stessi della natura. E scopro poi, che io, Amburgo, sono cuspide, insieme al Mare dei Wadden, di un triangolo completato dal sito archeologico di Hedeby, a nord, vicino la Danimarca, sulla linea di fortificazione del Danevirke, linea di confine tra la penisola dello Jutland e la terraferma europea. Resti di una città commerciale che risale a 2000 anni fa, mura e fossati, insediamenti e cimiteri, confine tra l’impero franco e il regno danese, testimone dell’eccezionale espansione della rete commerciale e degli scambi interculturali negli anni. Casa di naufragi e memorie, Hedeby è circondata da un bastione semicircolare protetto da un forte collinare, tra l’altro importante testimonianza dell’era vichinga. Una definizione, questa, con etimologia differente da quella moderna, dove il termine vichingo era usato per definire i viaggiatori del mare, come decifrato dalle pietre runiche rinvenute, e che rappresentava commercio, incursioni e guerre avvenute lontano da casa. E lontano da casa, coscientemente o meno, doveva sentirsi anche Rob. Guardo i suoi quadri, e ciò che mi trasmettono è la ricerca, paesaggi in evoluzione, il viaggio, elementi che rappresentano anche me, Amburgo, dove acque in movimento prendono vita, danzano, come nel dipinto Water Dancing, si muovono per evocare, scoprire, un tormento che regala emozioni vivide, subliminali, terrene e sognatrici. Amburgo e il mare dei si trovano all'interno dell'ITINERARIO COSTIERO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  31. 25

    Stralsund e Wismar – Sorelle e racconti

    Avrebbero potuto scambiarci identità, nessuno se ne sarebbe accorto. Sorelle di mare, città portuali, tetti colorati e mete mercantili. Come spesso accade, non si può stabilire una data precisa, le cose accadono nel tempo, ma ci sono dei primi documenti, quelli sì, dove veniamo citate: io, Wismar, la maggiore, insediamento nato a poca distanza dal paese dei pescatori wendish, a qualche chilometro dal centro degli Obodriti slavi, anno di menzione: 1229; mia sorella, Stralsund, la minore, fondata da pescatori arrivati su traghetti, collegata all’isola di Rügen con cui iniziò i commerci, anno di menzione: 1234. Porti naturali, protetti, accarezzati dal Mar Baltico, cinte murarie venivano erette per proteggere il nostro valore, mentre all’interno l’assetto della legge di Lübish dettava strade e piazze. A essere onesta, c’era poi anche Lubecca, intorno a cui ci raggruppammo noi e altre città sotto lo stemma della Lega Anseatica. Non posso negare che quello fu il periodo di maggior splendore, dei nostri mercanti se ne parlava in tutto il mondo, la gente li tirava dalle maniche per far affari con loro, il numero sotto quello stemma arrivò a 200 città! Tra queste, io, Wismar, e Stralsund indicavamo la luce da seguire tra quelle acque nordiche. Fummo le prime a commerciare le aringhe della Scania, esatto, lo dovete a noi, e quello, soprattutto nel Medioevo, non era affatto poco; ci fu poi il luppolo, la prosperità e la guerra con l’avido re danese, conclusa vittoriosamente con la Pace di Stralsund. Una vittoria che riempì d’orgoglio e stima tutta la Lega, e questo sentimento andò poi a riflettersi nei municipi e nelle forti mura attorno, nelle porte, nelle torri e persino negli arredi interni. Si apprezza la bellezza solo quando messa in pericolo, e in pericolo cadde la nostra libertà, anzi, fu proprio soverchiata durante il periodo svedese, iniziato nel XVII secolo quando entrambe cademmo sotto il Regno di Svezia; tre secoli di limbo, guerre e tentativi ribelli, alternati a periodi di pace dove imparammo a conoscere quella nuova cultura, apprezzarne le doti e il candore, l’architettura, l’artigianato delle maioliche e un inaspettato successo delle carte da gioco. Solo all’inizio dello scorso secolo io, Wismar, riuscii a riunirmi alla Dieta tedesca, mentre mia sorella Stralsund, anche attraverso Napoleone, era arrivata allo stesso risultato cent’anni prima. Ci guardiamo indietro, oggi, conversiamo, valutiamo quello che è rimasto di tutta questa storia; io le parlo del Grube di Wismar, quel corso d’acqua medievale sopravvissuto fino a oggi, che miracolo, le dico, no? Quello e poi il “Vecchio Svedese”, la casa più antica della città, nominata in ricordo di quei secoli forestieri; e il Fürstenhof, l’antica residenza estiva dei duchi di Meclemburgo, dove lo mettiamo? Stralsund sorride, concorda, elogia anche la mia Piazza del Mercato, la più grande d’Europa mi rammenta. È vero, è vero, quasi me ne dimentico. Poi passiamo a lei, al Sentiero dei Mattoni Gotici, che porta tra i resti delle mura cittadine, le due porte, le case a capanna e l’imponente municipio. Una tonalità rossa che caratterizza i vecchi tracciati medievali, le chiese e molti altri edifici. E poi, così, smettiamo di parlare, ci guardiamo intorno, le acque del Baltico in perenne movimento su cascate di ricordi, città create dalla storia, sorelle diventate pietre preziose sulle mappe di viaggiatori, mercanti, dinastie e racconti. Stralsund e Wismar si trovano all'interno dell'ITINERARIO COSTIERO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  32. 24

    Sassonia – Tele naturali e argenti preziosi

    Il mio nome, Sassonia, deriva dalla gente di spada, guerrieri, forze bellicose li definì Carlo Magno; i popoli dei Cherusci, dei Cauci e degli Angrivari, uniti in una confederazione che guardava avida il Mare del Nord, eternamente in lotta con i Franchi. Ci fu poi il primo Ducato di Sassonia, e da lì il mio nome cominciò a ricoprire territori differenti, spostandosi dal mare alla terra, il vento salino sostituito dalle nevi delle montagne, in quelle terre attraversate dall’Elba, dove più si scende e più si sale in altitudine. Nei secoli di battaglie successive i confini variarono, i popoli si spostarono, crollarono imperi e sorsero nuove famiglie di rango. Da una di queste, fiorì un viaggiatore, artista, narratore di terre che non gli appartenevano, che pubblicò anche diversi libri, nascosto, non so se per un imbarazzo personale o sociale, sotto lo pseudonimo di Semilasso. Il principe Herman von Pückler-Muskau però, era soprattutto un architetto di paesaggi. Ispirato dalla geometria e perfezione inglese, dai loro castelli e palazzi romantici, una volta tornato a casa si ritrovò ettari di terreno lasciategli dal padre. Cominciò a dipingere. La sua tela era il paesaggio, le piante e gli orizzonti, il fiume Neisse, gli elementi architettonici e naturali su entrambe le sue sponde. Impiegò 30 anni a dare vita al Parco Muskau, oggi patrimonio UNESCO, 830 ettari che dalle mie terre si estendono alla Polonia. Linee immaginarie che hanno preso vita dai fogli del principe, dalla Pietra di Pückler ai viadotti sull’Herrenberg, alberi secolari che accompagnano la Sarah’s Walk. Al centro del parco, il Palazzo Nuovo, imponente e accattivante nel suo stile barocco, risalta colorato tra il verde delle piante locali e l’immagine riflessa nel fiume. Qui, si specchiava anche il principe, creatore di nuovi approcci e punti di vista, che riuscì nell’imprevedibile azione di trasformare l’architettura paesaggistica in una disciplina. E mentre la famiglia Muskau nasceva, molto prima che il principe decidesse di rivoluzionare i parchi del mondo, sempre qui da me, in Sassonia, si cominciava ad estrarre l’argento dal cuore della terra. Questo, un po’ più a sud, nella regione di Krušnohori, tra valli fluviali uniche e piccoli villaggi minerari conosciuti solo a chi ci viveva, nascosti tra i Monti Metalliferi oggi condivisi, in veste di sito UNESCO, con la Repubblica Ceca. Dei molti territori di valore, alcuni appartengono oggi al territorio Ceco, ma la maggior parte sono qui in Germania: la fabbrica di vernici blu di Schindler, che ha primeggiato in Europa per diversi anni, la città d’argento di Freiberg, il centro minerario di Hoher Forst e la storia di Marìenberg, ispirata dal Rinascimento italiano. Una storia radicata anche nelle celebrazioni e nelle tradizioni, tra le parate dei minatori e l’arte dell’intaglio del legno, hobby degli operai che sedevano fuori le case, dopo il turno di lavoro, dopo aver tolto polvere e carbone da scarpe, mani e orecchie, e scolpivano, pazienti, personaggi reali o inventati; nel periodo natalizio, in particolare, ancora oggi si vedono piramidi e candelabri, archi e schiaccianoci, oggetti che sono arrivati a rappresentare il Natale non solo qui in Sassonia, ma in gran parte dell’Europa. Oltre all’intaglio, poi, posso fregiarmi di avere i migliori orologiai e i più costosi artefatti della Germania, a Glashütte, e ancora la grande tradizione della porcellana a Meissen. E dalla cima del Castello di Augustusburg, tra i più belli in Europa, si può ammirare tutto il mio territorio, quello della Sassonia, l’Elba che si snoda, le vette dei Monti Metalliferi e i nuovi orizzonti del Parco Muskau, dove echeggiano vecchi ducati e sospiri di guerrieri, i piccoli villaggi custodiscono tesori e nascono esploratori impavidi che, viaggio dopo viaggio, non possono poi fare a meno di tornare, qui nella loro terra madre. Il Parco Muskau si trova all'interno dell'ITINERARIO ATTIVO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  33. 23

    Lubecca & Brema – Perle e musicanti

    Scrivere poesie fa male. Così pensavo, osservando Julien. A volte le parole arrivano e boom, sono già scritte, perfette: tre parole perfette. Poi le altre sono nella nebbia, al di là del ponte franto, e c’è bisogno di saltare. Questo penso, ma d’altronde è lui lo scrittore, io sono una modesta città di porto, non è che gli scritti di Lubecca siano così famosi. Era scrittore e anche poeta, Julien Green, un po’ americano, principalmente francese; veniva spesso qui da me e sedeva, scriveva, appunto. Aveva un’energia gravitazionale, e quindi si era abituato ad avere gente seduta accanto, gli piaceva ascoltare. La gente riconosceva lo straniero e gli narravano fatti ed eventi su di me. Un marinaio gli raccontò del mio passato, di come il padre fosse sopravvissuto al devastante bombardamento inglese durante la Domenica delle Palme, nel “42, di come fossi stata la prima città portuale sul Mar Baltico, ormai quasi un millennio addietro; la vecchia regina della Lega Anseatica, mi chiamava, e la mia tradizione navale, lui diceva insieme a qualche fantasma, sopravviveva ancora nel porto: velieri restaurati con amore e messi in fila come una collana di perle. Qui lo sguardo del marinaio si perdeva. Poi, come per scacciare un fantasma, invitò Julien al Schiffergesellschaft, devi venire, diceva, è il ristorante di viaggiatori e capitani da più di 500 anni! Ma lo scrittore sorrise, declinò, con quella nonchalance tutta francese a cui non si può ribattere. Io, Lubecca, li osservavo divertita, ascoltando tutte quelle storie sul mio conto. Una suora, poi, si fermò per un caffè. Era timida, e comunque suora, e Julien questa volta non capii bene perché si sedette lì accanto. Sembrava parlasse da sola più che con lui. Arrivava dall’Ospedale Santo Spirito, descriveva le sue mura medievali e di come vecchi mecenati lo avevano costruito per aiutare poveri e malati. Dopo pochi minuti si alzò, annunciando che si sarebbe diretta all’entrata del centro storico, la Porta di Holsten, e da lì avrebbe fatto il giro delle cinque chiese: St. Marien, St. Petri, St. Aegidien, St. Jakobi e la cattedrale. Il caffè rimase sul tavolino, intatto. Nel frattempo, Julien, soffriva. Una poesia da inviare a Brema, a un uomo speciale che in quel momento si trovava là. Ci fu poi una guida tedesca, abbandonata dal proprio gruppo durante la pausa. Una di quelle guide a cui piace parlare, a volte troppo. Quando si sedette spiegò a Julien come il centro storico fosse stato il primo quartiere a essere riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 1987, di come fosse diviso in tre zone, e fece poi l’elenco di tutte le chiese e i conventi presenti. Gli spiegò perché ci sono così tante architetture diverse sulla grande via Grosse Petersgrube, gli parlò del panificio al civico 13 e del conservatorio di musica lì dietro. Si perse poi in un monologo su un Grande Tesoro di monete di Lubecca, ma non si ricordava tutti i dettagli e finì farfugliando. Se ne andò via poco dopo, imbarazzato. Solo, Julien rilesse la lettera ricevuta dall’uomo di Brema. Gli parlava di quanto gli piacesse il municipio di quella città, emblema del governo fin dal 1405, e di come si soffermasse spesso a osservare la statua lì di fronte, quella del Rolando, costruita giusto un anno prima, nel 1404 statua simbolo dei diritti e privilegi della Lega Anseatica. C’erano poi dei paragrafi sul quartiere Schnoor, caratteristico e affollato, la strada Böttcherstraße e la zona della Überseestadt, da dove un tempo caricavano le merci navali. Chiudeva con l’allegria che gli trasmetteva la statua dei Musicanti di Brema, e di come invidiasse la fantasia dei Fratelli Grimm nel creare quelle favole. Julien abbozzò un sorriso, un po’ amaramente, l’uomo gli era parso felice ma sapeva pure che non avrebbe potuto rivederlo ancora per un lungo tempo, e decise quindi di conservare la poesia per un’altra volta; continuò comunque a scrivere. Scoprii con sorpresa che stava dedicando una poesia a me, Lubecca. Mi chiamava una città sorridente, intima, dono di un Medioevo scomparso di cui è rimasta la poesia, impermeabile all’atrocità moderna. Se ne andò quella stessa notte, poco prima che facesse mattina, prima di poter scorgere ancora le forme illuminate dall’alba, prima di poterci ripensare. Ma sorrideva, sapeva come avrebbe finito quella poesia, come tutta la sofferenza poi si sarebbe trasformata in un sentimento ricambiato, di sollievo e fiducia del cuore. Lubecca e Brema si trovano all'interno dell'ITINERARIO COSTIERO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  34. 22

    Berlino – Nefertiti e giardini d’acacie

    C’era una foto che girava, la foto di un cortile: in mezzo, un albero d’acacie, circondato da mura che sforavano quei confini di carta. Era caduta a un uomo di cui non seppi mai il nome, che se n’era andato di tutta fretta stringendo per mano una ragazza. All’epoca ero considerata una città viva, certo, ma gli architetti storcevano un po’ il naso, affermando come Berlino avesse bisogno di luce e aria. Gli operai non riescono a respirare, dicevano. Sotto quell’albero d’acacie, fuori dalla foto, c’erano anche dei cespugli, fioriti, e tra i cespugli riposava una scatola di cioccolatini. Indizio d’un amore? Tra gli architetti se ne fece avanti uno in particolare, tale Bruno Taut, e si mise al lavoro per creare in me, Berlino, un po’ di quello spazio, libera sintesi clorofilliana tra ferro e calcestruzzo. Diede origine così a Falkenberg, giù a sud-est, soprannominata poi Tuschkastensiedlung, un quartiere che sfiorava l’autarchia; diceva, Taut, di essersi ispirato alle isole britanniche, e infatti il suo sguardo non incrociava mai gli occhi dell’interlocutore, ma li sorvolava, sempre un po’ più in alto. Colori audaci, stile quasi espressionista, spazi verdi, fertili comunità, la chiamavano una Città Giardino. 1500 appartamenti dove, già all’inizio, finì per perdersi quella scatola tutta rossa piena di dolcezza. Videro che Taut ci sapeva fare, e in più era un architetto, e quindi, chi più chi meno, lo spirito tendeva alla megalomania. E chi lo fermava più? Gliene fecero costruire altri 2000 in un’altra Città Giardino, chiamata Hufeisensiedlung, l’insediamento a ferro di cavallo. Lascio alla vostra immaginazione le forme. Poi si guardarono negli occhi, Taut e il suo capo, e capirono di aver concepito il nuovo standard per le abitazioni moderne. Ognuna di loro aveva pure il bagno e il soggiorno! All’inizio io, Berlino, mi ritrovai spaesata, ma credo che sia normale. Uno scrittore francese dai capelli lunghi e radi, anni dopo, avrebbe affermato che siamo sempre in balia di un evento sconcertante, questo finché non ne arriva un altro a sostituirlo. E dopo la prima grande guerra eccoci qua. Berlino cambia, Berlino insegna, Berlino mostra, così titolavano i grandi giornali di design. E io mi compiacevo di questa nuova ondata d’attenzioni. Ne costruirono altri quattro di complessi residenziali della modernitá, tutti diventati patrimonio UNESCO poi, stavolta a nord, anche se più vicini al centro. Il Schillerpark-Siedlung, sempre di Taut, con asili, bagni in comune e supermercato; il complesso Carl Legien, oasi verde dalle facciate colorate; la Città Bianca nel quartiere Reinickendorf, inconfondibile nelle sue candide facciate che si susseguono uno dopo l’altra; infine, il grande complesso residenziale Siemensstadt, figlio di architetti progressisti del movimento Der Ring, dove la luce la faceva da protagonista. Mi ricordai, solo in seguito, di aver già visto l’uomo senza nome in un crepuscolo settembrino, mentre passeggiava distinto, i baffi chiari ben tagliati e in ordine; era tornato da me, Berlino, da qualche settimana, dopo aver visto una Parigi distrutta e aver gettato il fucile nella Senna. Accudiva tra le mani una scatola rossa, infiocchettata, e si dirigeva verso un altro patrimonio UNESCO di cui posso vantarmi, quell’isola dei musei circondata dalle acque dello Sprea. In quelle settimane la passeggiata sembrava esser diventata un rito quasi giornaliero, dove l’uomo si ritrovava a perdere la cognizione del tempo contemplando il viso di Nefertiti, così simmetrico, elegante, era quasi tentato di accarezzarle il collo, o di lasciarle addirittura quella scatola, ipnotizzato, un goffo tentativo d’omaggio tra le mura del Neues Museum. Questa volta in particolare aveva del tempo da perdere, così fece il giro di tutta l’isola, dall’Altes Museum, affacciato sul Lustgarten, opera del grande architetto Schinkel, fino all’Alte Nationalgalerie di stampo greco; andò poi ad ammirare un Bernini o forse un Canova al Bode Museum, e finì, stanco, sedendosi sui gradini del Museo di Pergamo, dove si addormentò circondato dalle rappresentazioni di battaglie tra dei e giganti. Quanta nostalgia, Berlino, mi confessava sottovoce. Un viaggiatore come altri, uno dei tanti che mi capitava di osservare, ma in lui vedevo uno sguardo diverso. Quel pomeriggio era stato alla Spreewald, la Venezia primordiale. Mille chilometri di fiume, dove i motori non esistono e ci si muove su barche, tra gru, libellule, lontre e anfibi. Aveva remato molto. E alla vista di lui che si allontana mentre fugge, preferisco ricordarlo così quello sconosciuto, le palpebre unite e la bocca socchiusa, una scatola rossa in mano, sognando un viso tanto desiderato tra i giardini di acacie e i cespugli fioriti, la foto di un vecchio palazzo nel taschino, un indirizzo scarabocchiato di fretta da una calligrafia femminile sul retro, insieme a una dedica di poche parole e grandi richieste. Berlino si trova all'interno dell'ITINERARIO ATTIVO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  35. 21

    Ruhr - Gelsenkirchen & Oberhausen, piogge e orizzonti baltici

    Cominciò così, un po’ per scherzo, un po’ per frustrazione, in un 1904 in bianco e nero, calciando una palla tra le mie vie, quelle di Gelsenkirchen spesso vuote, fredde e piovose. Un manifesto sulle porte dello stadio annunciava la prossima partita. Uno di loro, un po’ per frustrazione, ma senza nemmeno scherzare troppo, tirò fuori una penna, cancellò il nome di una delle squadre e scrisse quella della sua e dei suoi compagni: Westfalia Shalke. Poi, ovviamente, se ne andò scappando appena lo videro, in fondo erano dei ragazzi. Un gruppetto, questo, che amava il calcio, tanto, tantissimo, ma i documenti non raggiungevano la maggiore età, e quindi nessuno li accettava. E fu da lì che cominciò, un po’ per orgoglio, un po’ perché c’era troppa energia nell’aria, l’avventura dello Shalke 04, la squadra di Gelsenkirchen, ospitata prima nella Glückauf-Kampfbahn, “l’Arena della Felicità”, il primo stadio, per poi spostarsi, nel 1973, al Parkstadion e, infine, nell’attuale Veltins Arena, giusto a inizio millennio. Nello stesso periodo in cui si calciava quella palla, tra le pareti bagnate delle vie, tutti quelli che non seguivano il calcio in città, non molti, ma sapete, comunque c’erano, si trovavano a condividere quella sensazione galvanizzante: loro, però, erano invece eccitati di vedere le terre distanti e i ponti del Mare del Nord, che grazie al nuovo canale tra il Reno e la Herna erano semplicemente a un biglietto di distanza. Confini ridefiniti, mappe che si rimpiccioliscono. Palpiti e tremolii. E l’industria, signori e signore, l’industria: da quando avevano aperto la ferrovia da Colonia a Minden, nel 1847, tutto era cambiato, si era persino scoperta la pietra nera che brucia, proprio qui sotto, nel mio terreno, a Gelsenkirchen! Sapevo anche di un’altra città, non molto distante, che era proprio scoppiata con questa storia di estrarre materiali dalla terra. Si chiamava, vediamo, se non sbaglio, ah sì, Oberhausen. Lì c’era un’azienda grossa, molto grossa, che da sola ha fatto crescere tutta la zona. Quest’azienda qui, la GHH, ha poi creato talmente tanti edifici e uffici e magazzini, che per forza alcuni poi sarebbero rimasti vuoti. E Oberhausen cos’ha fatto quindi? Li ha riusati come spazi espositivi ed eventi, e sì, anche feste. Soprattutto il gasometro, il piú grande dEuropa, abbattuto nella guerra e ricostruito poi, e anche lì oggi si fanno molte esposizioni, sembra quasi un teatro, con quelle sue gradinate che tengono fino a 500 persone. Pazzesco. Qualcosa di simile l’ho fatto anch’io, non per vantarmi: il Parco Nordstern era infatti un’importantissima miniera, poi quel periodo finì, e ora si è trasformato in un importantissimo parco paesaggistico. Lo si può vedere in tutto il suo splendore dall’alto, e più precisamente dalla Torre Nordstern, vicino all’Ercole di Gelsenkirchen, una barba blu e un fisico non propriamente eroico, ma comunque simbolo è e rimane. E mi chiedo, mi chiedo io, Gelsenkirchen, se, fosse ancora vivo, cosa direbbe Rutger von der Horst di quell’Ercole, dal suo castello lì vicino, lui che incarnava, a movimenti e parole, il nuovo aristocratico, politico certo, ma anche umanistico, sensibile, durante quel Rinascimento tedesco così particolare e vivace. Era maresciallo, sapete, di Colonia, sì sì, la moglie Anna ne parlava in giro molto bene, era così orgogliosa. Me lo chiedo, ma sono domande un po’ ballerine, lo so, perché qui da me, Gelsenkirchen, nessuno è abituato a guardarsi indietro, si pensa solo a migliorarsi. Capita la stessa cosa quando vedo le biglietterie del primo stadio dello Schalke, invecchiate dal tempo e le intemperie, e mi rifugio per qualche minuto nei ricordi di quei cuori che battevano così bene, così all’unisono, mentre tiravano una palla bagnata in giro per la città, già immaginando i colori delle future magliette. La Ruhr si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE INDUSTRIALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  36. 20

    Ruhr - Bochum & Bottrop, tra melodie e piramidi

    I canti nascono tra radici e terra, miceli e pietre, percorrono le lunghe gallerie scavate negli anni alla ricerca della pietra nera, risalgono, vibra il corpo, le casse toraciche si alzano in sincronia, la voce arriva dallo stomaco e, tutte insieme, intonano melodie per la comunità, la patria, e per me, Bochum, la loro città. L’ultima settimana di aprile, qui, si festeggia. Non è una sagra di paese, dove si va per noia a guardarsi intorno, no, qui la Maiabendfest è un’istituzione che dura ormai da 600 anni: parate popolane dove il blu e il bianco coprono il tutto come un grande telo, tra cavalieri, birra e ricostruzioni storiche. C’è una linea, in queste tradizioni, che si trova indietro, molto indietro nel tempo, in un luogo imprecisato, e superata quella linea la realtà perde valore, i fatti sfumano, e ciò che rimane sono racconti, narrazioni. Quelle della festa di maggio risalgono a un furto di bestiame, la città di Harpen che chiede aiuto e i miei abitanti che rispondono. Ladri cacciati e il conte Engelbert III, che promette una quercia dal proprio bosco, ogni anno, per festeggiare quel giorno eroico. Per 600 anni si sono tagliate querce, anche quando la memoria di quel giorno andò persa, anche quando la tecnologia arrivò, deliziosa e tellurica, quando s’iniziò a scavare perché si diceva che qui da me, Bochum, la pietra nera c’era, e se c’era bisognava tirarla fuori. Tutta la zona della Ruhr lo sta facendo, dicevano. Si scavò, si estrasse, i canti riempivano i tunnel e la mia identità cominciò a specchiarsi su costruzioni d’acciaio e unghie sporche di carbone. Tanto carbone che, negli anni, qualcuno cominciò a collezionarlo: volevano ricostruire la storia del mondo attraverso i minerali, dicevano, e pian piano arrivarono a costruire un Museo Minerario, e da didattico il processo divenne nazionale, fino ad arrivare alle orecchie di tutto il mondo. Il suo edificio, tra l’altro fu costruito dai grandi Schupp e Holzapfel. Si costruì, tanto, ma tra i vari edifici, quello che mi impressionò di più fu la Jahrhunderthalle, un vero e proprio monumento d’architettura industriale, quasi sacra, con le otto capriate ad arco in acciaio, immense vetrate, bulloni in vista che si arrampicano sulle travi. Una vera e propria cattedrale, nata più di un secolo fa per l’Esposizione industriale e commerciale di Düsseldorf, trasformata, smontata e ricostruita qui da me, a Bochum, ampliata e utilizzata come centro produzione gas, oggi ospita festival, grandi eventi e sì, anche i canti passano da qui. Perché le melodie sono dappertutto, possono viaggiare per mare e sottoterra, a volte arrivano, rimbalzano in maniera strana, creano nuovi suoni e tornano indietro, arricchite. Lo so perché mi è successo, si è creata quella connessione tra me, Bochum, e la cittadina di Bottrop, poco distante; un giorno i canti arrivarono proprio là, in una discarica, e in mezzo videro una piramide sospesa, galleggiante. Si fermarono, aspettarono la notte e lo videro illuminarsi, il Tetraedro! che spettacolo. Allora vi si arrampicarono, videro inciso il nome del creatore, Wolfgang Christ, passarono sulle passerelle fino alle piattaforme più alte, e là c'era un panorama, wow, perché scendere, quando da qui si può vedere tutto, persino Duisburg? Poi alla fine scesero, i canti, perché non sanno stare fermi, tornarono da me, Bochum, e mi raccontarono tutto, della piramide, delle pietre e dei miceli; io sorrisi, e li lasciai andare, entusiasti, ad arricchire altre città, vedere altri minerali e, in sintonia, far vibrare altri corpi. La Ruhr si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE INDUSTRIALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  37. 19

    Ruhr - Duisburg, jazz e la Montagna Magica

    Sono vittima della Luna, della sua attrazione, le spinte e il magnetismo che rubano l’attenzione. Inseguo le acque, che durante la storia mi hanno dato e tolto, e con cui ora ballo in equilibrio, a passo lento, abbracciate. Sono Duisburg, incrocio di commerci e promesse, addii che rimbalzano, nascosti, tra le soffitta del palazzo reale, seppellito sotto il municipio. Nel mio porto sul Reno, navi scandinave e galee portoghesi si scambiavano le merci fin dal Medioevo, uno splendore testimoniato dalle mura della prima cinta e dagli sfarzi della Lega Anseatica, regina all’epoca di quelle onde baltiche. Poi il Reno cambiò il suo corso, trovò un nuovo letto e io mi ritrovai a inseguire, lanciata in una competizione con l’altro porto, quello di Ruhrort, mentre nelle mie terre i commercianti venivano sostituiti dai contadini. Un po’ mi brucia ammetterlo, sapete, l’orgoglio, però mi fece bene la competizione, mi aiutò a crescere e riprendermi dal tradimento di quelle acque. Arrivò in seguito l’era dei depositi, rocce nere nascoste che all’improvviso vennero ritrovate qui da me, a Duisburg, ma anche a Walsum e Hamborn, su a Nord. Si aprirono molte miniere, profonde e a cielo aperto, un secolo di polvere nera e guance imbrattate. Poi, la crisi del minerale e le zone industriali che invasero le vie, la crisi del lavoro e persone che, da tutta la Germania, occuparono le case, o meglio, i Bullenklöstern, complessi residenziali, colonie, alloggi di massa per operai. Di quel tempo, rimangono pochi ricordi e molte foto, documenti, testimonianze architettoniche come l’ex acciaieria Thyssen, salvata dai cittadini e trasformata, grazie al progetto Emscher, in una zona ricreativa, dove il ronzio delle macchine è stato sostituito da concerti jazz, festival teatrali e cinema all’aperto, mentre durante la notte si trasforma in una danza di luci e colori grazie all’opera dell’artista inglese Jonathan Park. Un destino simile ha benedetto anche l’ex acciaieria Meiderich, una volta famosa come la “Farmacia della Ruhr”, e trasformata poi in un parco paesaggistico, Duisburg Nord, tra arrampicate e acrobazie nel vecchio bunker minerario, tuffi a braccia aperte nei 13 metri dell’ex gasometro, ora riempito d’acqua, e prove d’equilibrio sulla fune alta della sala 2 di colata: dalla cima si ammira il parco, opera del paesaggista Peter Latz, che ha voluto donare un luogo su cui meditare e interpretare, ognuno alla sua maniera, il susseguirsi tra un passato industriale e un presente, o un futuro, fatto di spazi verdi e comunità. Un’opera mostruosamente affascinante, dove molti rivedono le sembianze di una Metropolis di Fritz Lang, altri ancora, nell’illuminazione della notte, hanno la sensazione di essere su un transatlantico futuristico. Ricordo a me stessa, Duisburg, quanto sono fortunata, mi guardo intorno, e se a Nord il fascino del cinema conquista e attrae, a sud l’arte si concretizza sotto forma della Tiger & Turtle, soprannominata la Montagna Magica: quest’opera, nascosta sotto le apparenze di una giostra da luna park, si rivela invece una piattaforma panoramica, percorribile a piedi, dove l'entusiasmo si rispecchia, la testa diventa leggera, le mani sudano e non si riesce a trattenere un sorriso. Chiamata così in onore dello storico locale Heinrich Hildebrand, l’opera del duo Mutter-Genth richiama volutamente le forme dell’industria, dando vita a un punto di riferimento per tutta l’area che circonda l’Angerpark. E dal centro io osservo, ascoltando l’infrangersi del fiume sul porto, dove troneggiano giganti di metallo e le imbarcazioni più piccole vengono accompagnate dal vento in un dolce dondolio, osservo il colore che dal tramonto in poi se ne va col sole, lasciando solo quei riflessi lunari, costanti, veraci, riflessi diventati simbolo inconfondibile di leggerezza e casa. La Ruhr si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE INDUSTRIALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  38. 18

    Ruhr – Dortmund e il Muro Giallo

    Il Muro Giallo è muscoli, calore, fuoco e abrasioni; il Muro Giallo è parte del mio ecosistema, delle vite dei cittadini, condiziona la camminata della gente e i loro ritmi di vita, è parte di me, Dortmund. Quel Muro è intrinseco nella storia che mi ha fatto crescere, ancora prima che la sua casa fosse il Westfalenstadion di quel Borussia che, ai tempi, non militava nemmeno nella massima serie calcistica; no, arriva da molto più distante, dalle tradizioni e la cultura, perché il Muro Giallo è il popolo, sono i muratori, gli operai, quelli che lavorano nelle miniere della Ruhr, tutti tifosi che, ogni settimana, si riuniscono, accomunati da quella maglietta gialla e nera, 80000 voci che non supportano i giocatori, no, quelli passano: supportano la squadra e ciò che rappresenta, la forza che ha sempre trasmesso; in piedi, mai seduti, su quei gradoni di cemento che, uno sopra l’altro, formano un angolo di 37 gradi e che quando è pieno, sì, sembra proprio un muro, alto, infinito, invalicabile. La stessa architettura dello stadio richiama la siderurgia, l’acciaieria e le gru dei giacimenti di carbone: un’idea di lavoro aspra ma onesta, nobilitante, e che vuole trasmettere un messaggio ai propri avversari: in questo stadio nessuno è padrone, al di fuori del Borussia e dei suoi tifosi. Giacimenti, sì, come del resto in tutta la regione della Ruhr, e anche qui hanno modellato l’esistenza e forgiato caratteri. Una storia che passa dal Principato di Orange-Nassau e il Granducato di Berg, le nuove ferrovie e le macchine a vapore, giacimenti nascosti, fino a farmi diventare, alla metà del secolo scorso, il centro industriale di tutta la Westafalia, modificando il panorama che si vedeva dalle finestre delle case, dove però non si dava importanza ad altiforni e torri a vento, occupati a litigare per chi stava più vicino alla radio o alla televisione ad ascoltare le imprese del Borussia. E si sa, ci si immagina, che c’è poco che possa battere una birra fredda, in compagnia o al caldo delle proprie mura, dopo ore passate a faticare sotto il suolo. E i birrifici, qui da me, a Dortmund, non sono mai mancati. Artigianali o industriali, sono sempre stati presenti; tra loro, la Dortmunder Union-Brauerai è probabilmente la più famosa. Negli anni “20 era considerata la più grande produttrice, e proprio in quegli anni fece costruire un nuovo edificio per la fermentazione e il deposito. Questi, però, si distinguevano dai precedenti. Erano infatti l’ultima opera del grande architetto Emil Moog Emil Moog, che avevo visto crescere proprio tra le mie vie, qui a Dortmund. Un complesso che, sovrastato dal 1968 dalliconica Dortmunder U, alta nove metri, quasi un secolo dopo, ospita arte e creatività, diventato anche set del regista Winkelmann e delle sue funamboliche installazioni cinematografiche. E sempre nell’ambito artistico, applicato stavolta alla riqualificazione, la miniera di Zollern offre uno degli esempi più significativi del passato industriale tedesco: grandiosi edifici in mattoni, timpani lussuosi e caratteristici elementi dell’Art Nouveau, dove l’ex sala macchine fu il primo edificio a essere classificato come monumento storico. Alle porte della periferia, poi, la fortezza, il Castello di Hohensyburg, in principio cittadella costruita da Carlo Magno, poi roccaforte di difesa per la corte imperiale di Westhofen, oggi museo ai caduti, sotto lo sguardo vigile delle statue del Kaiser Guglielmo, affiancato da Otto von Bismarck e dal conte Helmuth von Moltke. Dalla terrazza panoramica, qui, si gode della vista su tutta la valle della Ruhr, la foce della Lenne e il lago Hengstey compagni e testimoni del mio orgoglio, quello di Dortmund, che insieme a quel Muro Giallo, rappresentano la grandezza di questa città. La Ruhr si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE INDUSTRIALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  39. 17

    Ruhr - Essen, tra cristalli segreti e città proibite

    Pare che io sia sempre stata una città in grado di custodire. La voce si sparse in fretta. Quando l’imperatrice di Bisanzio venne qui da me, a Essen, promessa sposa di Ottone II di Sassonia, portò con sé un cristallo di rocca, violetto, sorvegliato a vista da guardie alte e more, la pelle color sabbia. Lo consegnò alla nipote, la badessa Teofano, a capo del convento femminile, le si avvicinò e la strinse, sussurrandole qualcosa all’orecchio che nessuno dei presenti capì, e in seguito se ne andò. La pietra finì nella croce della badessa, e ancora oggi è custodita qui, in quello che si è poi trasformato nel duomo di Essen, dove nel tempo si sono aggiunti la Madonna Dorata, il candelabro a sette braccia dell’anno 1000 e una delle collezioni orafe più antiche al mondo. Una qualsiasi fedele, oggi, uscendo dal portone, potrebbe girare a sinistra e trovarsi davanti le figure del carillon Glockenspiel, sopra la gioielleria Pletzsch, che da cent’anni spuntano ogni ora, precise; passerebbe poi davanti all’ottocentesco Grillo-Theater e al più grande, e forse tra i più bei cinema della Germania, il Lichtburg con i suoi 1250 posti a sedere. Vicino alla famosa Piazza del Mercato, che si raggiunge però uscendo dal duomo sulla destra, questa persona potrebbe ammirare la statua di un signore benvestito, la mano sul fianco, una barba lunga ma curata, un’aria da filosofo settecentesco e lo sguardo che non perdona. Alfred Krupp, effettivamente, era una persona molto decisa, ma proprio questa sua caparbietà permise al magnate di costruire quell'impero industriale, e di rendere me, Essen, la capitale dell’acciaio per oltre un secolo. Invidioso delle residenze inglesi, decise di poter fare di meglio. Sulle sponde del lago Baldeneysee, nella seconda metà dell’Ottocento, fece costruire Villa Hügel, 269 stanze, più di 8000 metri quadri di superficie e, quotidianamente, un personale composto da più di 600 persone. Una costruzione che nel tempo si è trasformata in una testimonianza contemporanea della cultura industriale della Ruhr; e proprio qui, nacque un seme, a metà del secolo scorso, che si sarebbe poi rivelato essenziale qualche decennio dopo. Quella che all’inizio era un’ordinaria mostra di eleganti prodotti industriali tra i saloni della villa, negli anni si sviluppò in qualcosa di più grande, qualcosa che andò a riempire il buco lasciato dalla fine dell’era industriale. Ma un attimo, con ordine. Prima, in realtà, bisognerebbe capire dove ha preso forma questo seme, perché i luoghi possono cambiare, certo, ma i solchi rimangono in vista. Era chiamata “la città proibita”, Zollverein, la più grande e bella miniera di carbone al mondo, con 12 pozzi costruiti in rapida successione da quel magnate là, quello caparbio, che passava più tempo qui che nella sua villa. Da me, a Essen, la miniera si era guadagnata quel nome perché nessuno poteva entrarvi, a meno che non fossero operai o tecnici, e che erano comunque tanti, 8000 o giù di lì, se non ricordo male. Poi tutto cambiò, la città proibita chiuse e tutto rimase abbandonato per qualche anno; questo fino a che non arrivarono le radici di quel seme a recuperare lo spazio, vi inserirono parchi, arte, design, insomma, tutto nuovo, tutto bello, tutto vivo, ancora. Nell’ex fornace, oggi, si trova il Red Dot Design Museum, frutto della penna del minimalista Norman Foster, che disegnò la casa di quella che è diventata la più grande mostra di design al mondo. Arte che si trova anche nell’altro grande museo, quello di Folkwang, casa di vari Monet, Cezanne, Rodin, Chagall e molti altri grandi artisti; un museo raggiungibile anche grazie ai vari percorsi di trekking urbanistico che si snodano tra parchi naturali, laghi artificiali, canali e vecchie industrie. Anche qui, la voce si sparge in fretta, le persone vengono e si affidano a me, Essen, alcune portano pietre preziose da luoghi lontani, altre grandi novità o semi rivoluzionari, e io custodisco, mi adatto, forte di uno spirito d’acciaio che non può essere abbattuto. La Ruhr si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE INDUSTRIALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  40. 16

    Ruhr - Arte del vento e oro nero

    Ho visto cambiare i volti, distendersi, alzare il mento al cielo e respirare a occhi chiusi. Ho sentito come le persone parlavano dei miei abitanti, mormoravano. Hai visto quelli della Ruhr, ora? non più sottovoce, di schiena, ma avvicinandosi, cercandomi. Ho visto il cambiamento, le guance liberate dal carbone e le mani sciacquate dalla salamoia. Un tempo inferno di carbone e acciaio, oggi oasi del verde. La mia storia, quella della zona della Ruhr, comincia con un pastore, dei maiali troppo vivaci e un fuoco che cadde su quella pietra nera esposta, celata per migliaia di anni tra le erbacce calpestate, lì dove secoli prima si muovevano i Celti Raurici. Oro nero e oro bianco, carbone e sale, lacrime e sudore. Dal Medioevo cominciarono a scavare la mia terra, sempre più in profondità, meticolosi. Uno scavo veniva sommerso d’acqua e si passava a crearne un altro. La febbre del carbone. Poi c’erano le sorgenti di salamoia, tante, ovunque. Si raccoglieva l’acqua, si lasciava ad essiccare, e ciò che rimaneva dopo l’evaporazione era più prezioso di un raccolto, più lucente dell’argento. In quelle zone rimane, ancora oggi, l’arte del vento, sistema, allora pioneristico, per accelerare questo processo. Ci furono poi i grandi nomi. Improvvisamente, mi sentii al centro del mondo. Prima lo stato Prussiano, grazie al quale vidi la prima macchina a vapore, poi ci fu la dinastia dei Krupp e i Tissen, con loro le grandi macchine, i gasometri alti centinaia di metri e le cattedrali di ferro. Utopie dell’industrializzazione. “Me ne vado nella Ruhr”, annunciavano persone da tutta la Germania. Chiudevano la valigia, baciavano i cari e arrivavano da me, chi a piedi, chi in treno, altri addirittura a cavallo. Una corsa all’oro nero. Poi, io non so spiegarlo fino in fondo, ma sono successe tante cose, il clima è cambiato, qualche altro contadino ha scoperto la pietra nera in luoghi oltre l’oceano, le persone non sorridevano più. E pian piano presero ad andarsene. Le macchine smisero di ronzare, il carbone rimaneva sepolto tra le erbacce e il sale non brillava più come prima. Mi stavo trasformando in un non luogo, privo di quell’identità che per così tanto tempo avevo sentito mia. A consolarmi, la domenica, c’erano i prati verdi, ventidue giocatori e un pallone. Uno sport, il calcio, vissuto da queste parti come una religione. Vedevo correre Helmut Rahn, con quei capelli sempre in ordine, poi c’era Ernst Kuzurra, lo sguardo in apparenza triste ma che brillava ad ogni gol segnato, e poi Hans Tilkowski, il ragazzo dallo sguardo gentile. Li devo ringraziare tutti per avermi sostenuto e tenuto viva la passione, un attaccamento alla mia terra, senza la quale, forse, ci sarebbe stata una fine. Un ponte, quello da loro sorretto, che portò a una metamorfosi, nacque un’idea. Quella di trasformami, io, la Ruhr, famoso cuore d’acciaio, in un polmone verde, una zona di rinascita; declinare la polvere di carbone in polline, le ferrovie in linee guida, le cattedrali di ferro in tele colorate. Non fu semplice, ma funzionò. Le industrie divennero quartieri creativi, centri culturali, il gasometro un’oasi di stelle e storia, i grandi impianti diedero vita a montagne russe uniche al mondo. Miniere, fabbriche e centrali elettriche cambiarono abito, diventando musei, teatri, cinema. Persino la vecchia salina di Königsborn venne convertita in una sorgente curativa. Ora li vedo, quei volti puliti, visi che non conosco, muoversi lungo la strada del patrimonio industriale lunga 400 chilometri, verde e sorprendente, e qualcuno, di solito a capo del gruppo, parla di me, racconta la storia mineraria della Ruhr, non più sottovoce, le mani si muovono leggere, le dita indicano e spingono verso luoghi unici, i menti su al cielo, sotto un sole che riempie il petto. La Ruhr si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE INDUSTRIALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  41. 15

    Potsdam, arcadia Prussiana

    Per 375 anni vennero spostate pietre, eletti capomastri e consultati architetti. Per 375 anni occhi si sono ristretti alla luce di candele, hanno analizzato progetti e sono stati poi stropicciati, stanchi, messi a riposo fino all’alba seguente. Per 375 anni, la dinastia degli Hohenzollern ha costruito nella regione del Brandeburgo, e io, Potsdam, sono stata scelta come loro residenza, per questo mi diletto nel conservare i loro capolavori più riusciti: il giardino Siciliano e quello Nordico, l’Orangerie, il grande parco Sanssouci e l’omonimo Palazzo. Tra i miei preferiti, poi, a sud-ovest, lo scrigno neoclassico del Palazzo Charlottenhof, decorato da aiuole, colonnati, fontane e statue dallo sguardo materno. Costruito come maniero barocco, fu regalato a Federico Guglielmo IV dal padre , per il Natale del 1825; egli aveva una visione, ereditata dal bisnonno Federico il Grande, ispirata all’Italia, alla vegetazione mediterranea e allo sfarzo dell’Impero Romano. Si riunì con l’architetto Schinkel e il progettista di giardini Lenné, sei occhi stretti intorno al progetto, e una volta terminato, dopo mille modifiche e aggiunte e cancellature, il via libera: “Ora potete costruire”, disse il sovrano. Prese vita un palazzo pregno di nuova antichità, dove gli androni riprendevano le visioni dei grandi scavi di Pompei ed Ercolano, dove le abitazioni dei facoltosi servirono da ispirazione, come la magnifica Villa Albani di Roma, e che vennero poi circondate da un verde lussureggiante, fatto di geometrie, specchi d’acqua e archi velati di rampicanti. Il fulcro architettonico di quella che verrà poi definita l’Arcadia Prussiana, il complesso di costruzioni e parchi rinominata in onore dell’antica regione greca. Mai avrei pensato poi, che proprio io, Potsdam, avrei avuto il privilegio di vedere delle terme romane! Ma riuscirono, o meglio, Federico Guglielmo IV ci riuscì, a portarle qui da me. Disegnò lui stesso gli schizzi e li fornì a Schinkel, che diede il via alle costruzioni. Pittoresche, controparte del più austero palazzo di Charlottenhof, terme modellate sulle case di campagna italiane del XV secolo. Erme di Dioniso, frammenti di colonne pompeiane, l’antico sarcofago del centauro e decorazioni vegetali lussureggianti, pergolati coperti di viti e tetti a falde piane. Un tripudio creativo che giocava intorno alla storia. Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "Fece trasformare la casa del giardiniere sulla riva di un laghetto vicino Charlottenhof in un complesso che doveva ricordare le terme romane. Il complesso ha poco in comune con le terme romane ma i singoli elementi creano comunque un’impressione italiana antica. L’architettura delle terme è solo uno scenario, dietro una sala porticata, comprende un atrio, un impluvium aperto, alto, un caldarium; le pareti sono dipinte in rosso pompeiano e con paesaggi di fantasia meridionale che ricordano il golfo di Napoli. Il pavimento è decorato con copie dei mosaici della casa del fauno di Pompei, e anche il caldarium è decorato con un pavimento piastrellato che cita il famoso mosaico che raffigura la vittoria di Alessandro Magno a Issus nel 333 a.C." E là vicino, poi, poco più a nord, oltre il lago Jungfernsee, la chiesa di Sacrow, chiamata anche del Redentore, che, come una nave, sembra tutt’oggi rimanere ancorata sulla lingua di terra dell’Havel; l’abside che si spinge nel lago come una prua, la facciata di mattoni gialli alternati a strisce di piastrelle azzurre, la grazia e la leggerezza donatagli dal colonnato aperto sui lati. Una chiesa che ricorda quella di Santa Maria in Trastevere, risalente al XII secolo. E questo non era l’edificio preferito del sovrano, l’aveva ammesso. “Cara Potsdam,” mi diceva, “il mio palazzo unirà visioni e radici”. Capii solo dopo, quando lo creò, proprio lì vicino. Il Belvedere di Pfingst berg, con logge che imitano Villa Farnesina, a Trastevere, e torri illuminate dal crepuscolo che, attraverso la luce filtrata da poche nuvole, rendono omaggio alla grande Villa Medici. Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "Era intenzione, per esempio, di Federico II di creare una cultura che educasse il popolo. Aveva l’idea della dominanza della ragione, dello sviluppo della ragione, e lui sperava che anche l’arte aiutasse a educare verso la bellezza, educare anche l’emozione, ma in un modo ragionevole, non di passioni." 375 anni, quelli della sua dinastia, gli Hohenzollern, che rivoluzionarono idee e architetture e desideri, lasciando dietro di sé decine di palazzi, castelli e parchi tutt’ora curati, dove i molti occhi stanchi possono ora riposare, sotto la gratitudine di quelli che oggi possono godersi questi patrimoni. Intervista a Dott.ssa Franziska Windt, esperta di dipinti della scuola romantica. Potsdam e Sanssouci si trovano all'interno dell'ITINERARIO ATTIVO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  42. 14

    Potsdam, un dialogo tra corone

    Un dialogo tra corone, cent’anni e più di parole immaginate, curve impossibili, ritocchi negati, virtù condivise. Da un lato il creatore, onirico nelle sue visioni, il re Grande, Federico II, dall’altra colui che leggeva i sogni e ne valorizzava il contenuto, il re Romantico, Federico Guglielmo IV; e in mezzo io, Potsdam, testimone della loro dinastia, culla d’una bellezza importata da una terra fatta di grandi artisti e saluti calorosi, vigneti utopistici e catene di sorrisi. Proprio con i vigneti comincia questo dialogo, con i quesiti di Federico il Grande, che si chiedeva come realizzare il suo sogno italiano, lui a cui era stata negata la possibilità di visitare quel paese dal padre, ma che ne conosceva angoli e ombre, volti e marmi. Lui stesso progettò le terrazze dedicate alla viticoltura, dove sedeva l’estate in compagnia dei suoi cani, rifugio e riparo nei momenti difficili. Da quella necessità nacque l’idea di Sanssouci, castello e omonimo parco il cui nome, dal francese “senza preoccupazioni”, dettava il leitmotiv voluto dal monarca. Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "A Sanssouci Federico sperava in una vita spensierata, in cima alla sua vigna e il suo giardino dove potersi dedicare il più possibile alla letteratura, la filosofia, alla scrittura e alla musica. Il re era un appassionato scrittore, compose poesie, scrisse anche la storia della propria casata, gli Hohenzollern, e mantenne una vasta corrispondenza. Il re era anche molto musicale, suonava ogni giorno il flauto, con una piccola orchestra, solo per il suo piacere e componeva." Pensato come casa del piacere, questo capolavoro del rococò tedesco, completato nel 1747 dal barone e architetto Georg Wenzeslaus von Knobelsdorff, secondo lo stesso Federico II sarebbe dovuto durare tanto quanto la sua vita: fosse crollato col suo ultimo respiro, ne sarebbe stato contento; uno stile, il suo, più sobrio, delicato, elegante, con un vivace linguaggio naturalistico. E qui entra poi, cent’anni dopo, la risposta di Federico Guglielmo IV il Romantico, che fece ampliare gli spazi tra il Palazzo di Sanssouci e il Palazzo Nuovo, intrecciando così il giardino del piacere dell’antenato al parco paesaggistico ideato da Lenné, architetto prussiano tra i più noti, che si trasferì da me, Potsdam, per dare corpo alle visioni del sovrano: un giardino ovale che richiama i modelli italiani del XVI secolo, una cupola con lunetta aperta al centro, che segue il Sant’Andrea al Quirinale di Bernini, ma che in realtà omaggia il Pantheon, il motivo preferito del re nell’architettura antica. Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "Nel 19 secolo Federico Guglielmo IV con il suo amore per la cultura italiana seguì le orme del suo antenato ammirato Federico II, anche lui all’inizio si è fatto un’idea dell’Italia attraverso la letteratura e le incisioni. In giovane età lui ha anche cominciato a realizzare disegni di paesaggi fantastici all’italiana e architetture. L’Italia è sempre stata un paese dei suoi sogni." Ma questo era solo l’inizio del progetto, con l’idea che il capolavoro dovesse prendere forma con la Via Triumphalis: una grandiosa strada basata sul modello romano che, lungo il crinale, avrebbe portato da Winzerberg, a est, fino al Belvedere di Federico il Grande, sul Klausberg. Un’idea che non si completò, sfortunatamente, ma dove, nonostante questo, gli sforzi di Lenné e di Federico IV non furono vani: di quel progetto vennero infatti creati tre punti cardini del giardino. Il primo, il Giardino Siciliano, il suo muro della terrazza, le sculture che ricordano la Fontana del Nettuno al Palazzo Barberini di Castel Gandolfo e le piante a rappresentare il clima mediterraneo del sud Italia; il suo corrispettivo e opposto, poi, il Giardino Nordico, dall’altro lato della Via dei Gelsi, con piante sempreverdi e la fresca grotta rocciosa. Infine, riferimento architettonico del giardino, il Palazzo dell’Aranciera, ultimo edificio costruito, con le sue sale delle piante e il palazzo centrale, le sculture, le fontane, i portici e i saloni decorati da copie del Raffaello. “La corona è soltanto un cappello che lascia passare la pioggia”, diceva il filosofo di Sanssouci, Federico il Grande, e io, Potsdam, ho avuto la fortuna di vedere questa ideologia trasmessa alla generazioni successive, raccolta dal nipote Federico Guglielmo IV ed evoluta, tra vigneti e sculture, serre mediterranee e opere d’arte, una semplicità figlia di studi e visioni che mi ha mostrato le vite di altri luoghi, altri occhi, sogni. Intervista a Dott.ssa Franziska Windt, esperta di dipinti della scuola romantica. Potsdam e Sanssouci si trovano all'interno dell'ITINERARIO ATTIVO presente sul sito ufficiale dell'Ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  43. 13

    Potsdam, l’arte italiana conquista il Casato

    Le dinastie sono fatte di ripetizioni, sogni, ossessioni, segreti rivelati che scivolano su tappeti antichi. Io sono la città delle querce, prima avamposto, casa di re e d’imperatori, altare della bellezza e di fantasia; sono la Potsdam rinominata “la Roma del Nord”, meta dell’aristocrazia e di piaceri custoditi, sorella vicina della capitale tedesca. Ma cosa sarei, cos’avrei potuto essere, senza quella dinastia? Una linea, quella degli Hohenzollern la cui genesi risale al centro d’Europa, nobilitata a conti e margravi prima, poi divisa nei due rami di Svevia e Franconia, e in seguito fondatrice del grande Regno di Prussia. E io li ricordo arrivare, loro, tanto belli da essere quasi lucenti. Nihil sine Deo, recitava il loro stemma. Nulla senza Dio. Io, Potsdam, lo sentii dire al Re Soldato, mentre lo spiegava al figlio, che sarebbe poi diventato Federico il Grande Re di Prussia, ma che ricordo come un adolescente entusiasta con grandi occhi color del mare. Aveva un obiettivo, Federico, e me lo sussurrava nei sogni, diceva “Potsdam, qui ti manca uno spirito, e io lo inventerò!”. Era francese nell’animo, ma italiano nel suo desiderio inappagato. La burocrazia reale gli negò di viaggiare e testimoniare con i suoi occhi il Bel Paese, così si rifugiò nei libri, avvicinandosi al Mediterraneo in modo filosofico, letterario, sottile. Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "Federico II non ha mai potuto recarsi personalmente in Italia per farsi un’idea del paese e della sua arte; sviluppò la sua visione sulla base della letteratura che leggeva, per esempio Virgilio e Ovidio. Li lesse quasi esclusivamente in traduzioni francesi. Per l’architettura si è ispirato a incisioni molto note, come quelle di Bianconi o Piranesi." Quando toccò a Federico II regnare, io, Potsdam, capii subito che le cose stavano cambiando. Egli si affidò al critico d’arte Francesco Algarotti, ospite del re insieme a Voltaire, e, grazie anche al materiale fornito dall’italiano, cominciò una rivoluzione che si trasformò in sogno e ripetizione e ossessione generazionale. Sanssouci. Senza preoccupazioni. Così Federico nominò il grande parco e il suo castello, fatti costruire, tra il 1745 e il 1747, come residenza estiva e rifugio privato per lui e le sue simpatie, capolavoro di un rococò personalizzato che prendeva ispirazione dalla Francia, dal Rinascimento e dal barocco italiano, fino ad essere eletto, due secoli più tardi, a patrimonio UNESCO; innalzò poi il Palazzo Nuovo, emblema della gloria prussiana, rivoluzionò la Piazza del Mercato Vecchio, modellata sull’architettura romana, e fornì un grande esempio di sincretismo culturale costruendo la Casa Cinese, simbolo della sua passione per il mondo asiatico. E infine, ciò che anch’egli definiva la sua Follia, quella Pinacoteca che racchiude le grandi opere d’arte, luogo di piacere ed educazione. Poi, come succede a certi colori di occhi particolari, che si muovono tra le generazioni aspettando un degno erede, la sua infatuazione italica venne ripresa dal pronipote, Federico Guglielmo IV, e anche lui sussurrava, “Potsdam Potsdam, io invece ci vado in Italia, ma tornerò, l’assicuro”, e così fece, tornò da me. Disegnava ovunque trovasse un materiale adatto, che fosse un blocco d’appunti o il piano di un tavolo. Idee, fantasie, progetti e schizzi e bozze. 7000 in tutto. Uno spirito artistico, il suo, tanto da meritare il soprannome di Re Romantico. E anche lui, dopo i due viaggi in Italia, contribuì a costruzioni solenni, sia nel parco del Sanssouci, con quell’Orangerie ispirata a Villa Pamphili e Villa Borghese, sia su terreni vergini, come nel caso del Castello di Charlottenhof e dei suoi Bagni Romani, il sogno racchiuso all’interno del Belvedere di Pfingstberg e la Chiesa del Redentore. Alcuni li definirono plagiatori, ma io, Potsdam, ho capito, crescendo insieme alla dinastia, che la loro è stata un’opera lunga secoli, dove regnava l’idea che la bellezza non ha proprietà ma dev’essere ammirata e omaggiata da eclettici stilisti, un’opera figlia della dolce ossessione, poggiata su quei tappeti antichi fatti di sogni, sotto lo sguardo di un’iride che rifletta la luce di questa casata. Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "Un’app creata in collaborazione tra i musei Barberini di Potsdam e Roma, e la Fondazione Palazzi e Giardini Prussiani mostra un percorso nella Potsdam italiana, con architetture modellate su edifici italiani. La collaborazione è nata con la mostra sul barocco italiano, hanno collaborato i Musei Barberini, tutti e due, perché anche la fondazione dei palazzi e giardini prussiani fa parte di questo influsso italiano, ha partecipato anche lei, la fondazione, così è nata l’app guida, che fa un tour degli edifici italianizzanti attraverso Potsdam." Intervista a Dott.ssa Franziska Windt, esperta di dipinti della scuola romantica Potsdam e Sanssouci si trovano all'interno dell'ITINERARIO ATTIVO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  44. 12

    Bayreuth - Rococò tedesco, Wagner, e la prima mondiale

    Il compositore sedeva al tavolo del cocchiere. Entrava nella taverna Angermann, di cui era assiduo frequentatore, insieme al cane, ordinava, rifiutava inviti e tendeva a non salutare. Poi, solitario, sedeva. Il corpo sporto sul tavolo, l’occhio vigile e le mani intrecciate davanti la bocca. Qualche minuto e si accendeva un sigaro, sottovoce mormorava il mio nome, gli occhi fissi sulla parete opposta: Bayreuth Bayreuth, diceva, quasi volesse chiedermi consiglio. Era arrivato pochi mesi prima dalla Svizzera, insoddisfatto, e da un po’ l’osservavo muoversi tra le mie vie, i favoriti che arrivavano al mento, la mascella pronunciata e uno sguardo rigido ma curioso. Richard Wagner mi conosceva, e soprattutto conosceva il mio Teatro dell’Opera, quello voluto e concepito dalla Margravina Guglielmina per il matrimonio della figlia Elisabeth Friederike Sophie. Che angelo, la Margravina: sorella di Federico “il Grande”, versata nelle arti, compositrice, donna di cultura che, sull’impostazione di Versailles, mi mostrò cosa volesse dire essere una grande città, trasformandomi. Una figura vellutata, a volte tagliente, che mi trasmise tutto il suo potere femminile. E proprio per il matrimonio di sua figlia, avvenuto poi nel 1748, incaricò l’italiano Giuseppe Galli da Bibiena, che da anni bazzicava le corti tedesche, di disegnare gli interni di quel teatro. Lui, Giuseppe, figlio d’arte, si lasciò ispirare da Vienna, Venezia, Parigi e Dresda per creare il capolavoro rococò: un interno a logge, tre ordini di gallerie riccamente decorate, il sacrificio della pietra a favore del legno, la ricerca dell’acustica perfetta. A Wagner questo non bastava. Si era già esibito in quel teatro, lo amava e rimaneva sempre affascinato dalla danza delle duemila fiammelle necessarie ad illuminare gli spettacoli. Ma al tavolo del cocchiere, Wagner progettava altro. Bayreuth, Bayreuth, continuava a sussurrare, e io ancora cercavo le risposte. Rifletteva, metteva da parte le sue posate dal manico d’avorio (buongustaio, lo chiamava la moglie), prendeva qualche appunto, il sigaro ormai spento. Era lì, circondato da centinaia di persone, all’interno di quell’Angermann posto sulle catacombe della città, dove i barili della birra locale riposavano soavi nel fresco sotterraneo. L’idea era quella di un festival, ispirato esclusivamente alla sua musica. I soldi mancavano, ma per l’arte, quella vera, quella di Wagner, i mecenati si trovano, in questo caso proprio il re Ludovico II. E nello stile colossale che pareggiava le sue opere, gli venne concesso di costruire il suo teatro, la Festspielhaus, proprio qui da me, a Bayreuth, e nel 1876 si portarono a termine le costruzioni, supervisionate da quei lunghi favoriti che si aggiravano per il cantiere, meticolosi. Mai percepii un’energia tanto vigorosa come in quella sala, la notte del debutto de L’Anello dei Nibelunghi. Nietzsche, Tolstoj, l’imperatore Guglielmo I e quello del Brasile Dom Pedro II, Hermann Levi, Tchaikovsky. Tutti erano presenti, duemila figure anacronistiche, immortali, a vedere lui, lui e il golfo mistico, la buca in cui risiedeva l’orchestra, buia, tra il palco e il pubblico, costruita a favore del canto. Tutti i direttori, negli anni successivi, alla fine dello spettacolo si ritrovavano dietro le quinte, alcuni appoggiati a un muro, stremati dalla difficoltà di condurre in quelle condizioni. E lui, Wagner, negli anni a seguire, nelle esibizioni europee alla ricerca di capitale tra ricevimenti e contesse, sussurrava comunque il mio nome: Bayreuth Bayreuth; cercava di tornare a quella notte, in quell’inaugurazione del fenomeno socio-culturale del secolo che così tanto mi ha lasciato. Ancora oggi, il festival attira ogni anno migliaia di persone, con liste d’attesa che possono durare anni; nel frattempo il Teatro dei Margravi è stato riconosciuto patrimonio UNESCO, grazie al suo valore e incanto. Le persone, tra lo spettacolo d’un teatro e l’altro, si ritrovano per camminare nelle aranciere dell’Eremitage, la residenza estiva di Guglielmina di Prussia, tra i suoi meravigliosi giardini, il Palazzo Vecchio , il Palazzo Nuovo e il Tempio del Sole. Alcune, prima di godersi una cena locale, fatta di arrosto Schäufele (sciofele), salsicce e una tra le mille birre offerte dai produttori, passano davanti al fantasma dell’Angermann, cercano, immaginano, tutto inutile. Non sono rimaste tracce né delle code che coprivano il marciapiede né del rumore dei barili fatti rotolare. Le tracce di Wagner e di quell’epoca, però, rimangono in tutta la città, i loro discorsi rimbalzano tra le mura, le idee vengono trascinate con la pioggia, e la musica, la musica non se ne andrà mai. Bayreuth si trova all'interno dell'TINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  45. 11

    Pfaffenwinkel - La storia della Chiesa nel prato

    La Chiesa nel prato attirò i pellegrini. Prima, ero una semplice distesa di verde, nascosta ai piedi delle Alpi Bavaresi. Un piccolo angolo sulla Terra che chiamavano Pfaffenwinkel, e quando lo pronunciavano percepivo il tono, la cura, una carezza nel sentire il mio nome. Qualche fattoria qui e là, le notizie del mondo che arrivavano echeggiando. Avevo anche un villaggio, chiamato Steingaden, un paesino di pochi abitanti, dove i ritmi erano scanditi dai suoni del campanile e i cicli delle piante. Il monastero dei Premostratensi, proprio al centro del villaggio, era frequentato da fedeli, uomini di passaggio, e appassionati di botanica che cercavano di capire i segreti del giardino dei religiosi. Anche Maria Lory era una religiosa, e un giorno, con la famiglia, la vidi uscire dal monastero, in testa, seguita dal marito e un figlio. Questi trasportavano una statua di legno del Cristo Flagellato. Si vedevano il sangue e le ferite. Non ho mai compreso realmente come convinse i monaci a privarsene. Sta di fatto che per settimane, nella fattoria in mezzo alla mistica brughiera, Maria e il marito dormivano sotto lo sguardo di quella figura, affianco al letto della camera. Poi, un giorno, anzi, per due giorni di fila, il prodigio! Lacrime cadevano dagli occhi della statua, si staccavano dal mento e benedivano la casa dei poveri. Nel giro di poco la notizia del Miracolo delle lacrime portò all’arrivo dei pellegrini. Venivano qui da me, a Pfaffenwinkel, mi puntavano le dita, portavano racconti, cercavano speranza. Mai ne vidi così tanti a Steingaden, e mai vidi così tante persone apparire e scomparire tra le montagne mentre si avvicinavano, perdersi tra i miei boschi, cantare e intonare, erano dappertutto! Poi, dalle profondità dell’animo rococò attinsero i fratelli Dominikus e Johann Baptist Zimmermann, rispettivamente capomastro e pittore di corte, quando gli commissionarono la costruzione di una chiesa adeguata a quella statua, e i due lavorarono, senza sosta, fino a che, nel 1754, portarono a termine una costruzione verso cui convergeva l’Europa intera. La facciata vegliata da angeli, l’irruente cascata di colori interni, affreschi e stucchi, l’altare ricco di dettagli nella navata, tra marmi e sculture, e quel soffitto, oh il soffitto, mi piaceva ammirarlo nei giorni di pioggia, quando la luce veniva filtrata dalle gocce che scivolavano sui vetri, e allora quegli sprazzi di paradiso prendevano vita. Wieskirche. La Chiesa nel prato. Portò i pellegrini. Arrivavano da tutti i lati, molti passavano sul sentiero del caseificio, quello che, secoli più tardi, diventò famoso per il pazzo casaro della malga Schönegger, che usava solo latte di fieno naturale; altri percorrevano il sentiero Brettleweg che collega, ancora oggi, la Chiesa a Steingaden. Questo perché, prima di recarsi a sfiorare la mano del Cristo Flagellato, molti passavano dal giardino dei monaci, custodito tra le alte torri imbiancate a calce, a fare scorta d’erbe antiche e assistere a tradizioni secolari. Dopo 300 anni, nulla è cambiato, se non che ci sono un milione di persone che ogni anno camminano i miei prati, quelli di Pfaffenwinkel, dove nel frattempo la Chiesa è diventata un Patrimonio UNESCO e il giardino è stato trasformato in centro didattico e di meditazione, sostenuto dai principî di guarigione, spiritualità, nutrizione e tempo libero. Il resto, appunto, rimane ancora invariato. Le tonalità di verde tra prati e alberi combattono ancora di giorno per poi fondersi nella notte, quando, oltre alle stelle, risaltano solo le pareti bianche della Chiesa e delle fattorie attorno. Il Cristo, chiuso nella sua teca all’interno della chiesa, ricorda Maria, benedice Zimmerman e lascia il braccio alzato, la mano tesa e il palmo alto, ad accogliere i pellegrini che ne cercano la benedizione. La Chiesa del pellegrinaggio di Wies si trova all'interno dellITINERARIO WELLNESS presente sul sito ufficiale dellente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  46. 10

    Rothenburg - Mastro Nusch tra le torri

    Rothenburg ob der Tauber, così mi chiamò l’imperatore, dopo avermi desiderato per molto tempo. Una fortezza sulla cresta di una collina, a est del fiume Tauber, in mano a dei conti a cui piaceva la vista della campagna, dove eventuali nemici non potevano nascondersi. Corrado III, l’imperatore, aspettò la fine di quei nobili, aspettò che la linea si estinguesse, per poi prendermi tra le sue braccia. Costruì quindi il Castello Rosso, da cui prendo il nome, e da insediamento a borgo, mi trasformai infine in una città imperiale tra le più popolose della Germania. Poi, a un certo punto, sembra che il vino mi salvò dalla distruzione. Più precisamente, il mastro Nusch lo fece. È una leggenda, diventata però tradizione, e quindi non meno veritiera. Racconta del nemico Tilly, che arrivò per distruggere la città, ma vedendosi accolto da danze e brindisi, decise di risparmiarmi, a patto che un cittadino bevesse, tutto d’un fiato, il boccale di vino da tre litri e un quarto che gli era stato offerto. E mastro Nusch così fece, coraggioso volontario, all’ombra delle torri, salvando i compaesani, litro dopo litro. Una leggenda, quella del Meistertrunk o bevuta del Borgomastro, che riunisce abitanti e turisti tra fiumi di vino e di birra, e che, ripresa nel tempo dal teatro, dalle bocche dei nonni e dalla cultura, é entrata a far parte del Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO della Germania. Le tradizioni, che hanno modellato la vita e scandito i ritmi, come la popolare Schäfertänzer, la danza dei pastori risalente ai tempi della peste, festeggiata in estate; il festival del vino o ancora la Reichsstadt Festtage, dove si rivivono guerre e alleanze, avventure e retroscena della storia cittadina. Ci sono anche i concerti nella Chiesa di San Jakob, e per finire poi l’anno sotto la neve, tra luci, banchetti e odori di cannella e zenzero, il famoso villaggio di Natale di Käthe Wohlfahrt, che per tutto l’anno offre la più grande selezione di articoli natalizi della Germania, oltre a ospitare il Museo Tedesco sul Natale. Un calendario di ricorrenze che si snoda tra le mille vie sovrastate da mura e cinte, costruite negli anni, vegliate ancora dalle generazioni passate, sguardi che passano tra le feritoie e i merletti, attraversano le sette porte sfalsate costruite contro i nemici, e percorrono i confini, a partire dalla prima fortificazione, che si allungava per la Judengasse, il quartiere ebreo, la Pfargasse e il vecchio fossato. Pietre che risalgono ai timori e i divieti, quando i cittadini potevano uscire la notte attraverso un piccolo passaggio chiamato “la cruna dell’ago”, ma solo con un’autorizzazione. Quando i nemici venivano accolti dalla maschera sopra la Burgtor, all’entrata, che sputava pece bollente e le urla si mischiavano all’esultanze dei difensori. 42 sono le torri presenti ora, insieme ai campanili, dove lo stesso Mastro Nusch si arrampicava e impartiva ordini. 42 torri sorvegliate dalle ronde notturne tra cinte e stradine, che ancora oggi si possono percorrere seguendo il fuoco di una guardia notturna che funge da cicerone, riscoprendo il lato silenzioso di un’epoca passata. E dalla guglia Rathausturm del municipio, dopo 52 metri e 220 scalini, dal punto più alto della città, con una vista che raggiunge i meandri della Valle del Tauber, si può immedesimarsi in antichi imperatori e mastri volenterosi, respirando la loro stessa aria, l’occhio che scivola dal pendio e si adagia sul fiume, dove ora, al posto dei nemici, la natura restituisce curiosità e orizzonti di quiete.

  47. 9

    Rothenburg - Consacrazione, sentieri e sindaci coraggiosi

    L’epicentro del mio cuore è il sangue. Una capsula di cristallo, una reliquia, attorno alla quale ho visto uomini combattersi e mura erigersi, artisti venerati e credenze assalite, finché i sussurri dei pellegrini sovrastarono il rumore di spade e grida. Un giorno perso nel tempo, qualcuno propose di conservare il Sangue di Cristo a Rothenburg ob der Tauber, e io l’accolsi, ero un villaggio, sì, ma con una fortezza regolata dai Conti Comburg-Rothenburg. Poi, nel 1400, ci fu questo personaggio, che da diplomatico divenne feldmaresciallo e infine sindaco. Heinrich Toppler. Aveva dei tratti ruvidi, spigolosi, dei capelli biondi che sfioravano il mento e una fronte spesso corrugata. Me lo ricordo perché aveva una particolare fluidità nel muoversi tra gente del popolo e nobiltà, sempre a suo agio, districandosi tra l’arcivescovo di Würzburg e i Margravi di Norimberga, acquisendo proprietà e donando a me, Rothenburg, terreni per farmi prosperare, proteggendomi anche durante la guerra con la dinastia degli Hohenzollern. È anche grazie a lui che si arrivò a una pace. Purtroppo la verità, in seguito, fu un’opzione scartata dal consiglio cittadino, e Toppler venne accusato, incarcerato, rinchiuso e confinato nei sotterranei gotici del grande municipio, dove morì nel 1408. I suoi ultimi giorni li immagina irrequieti, mentre scavava la pietra marciando su e giù per la cella, pensando a tutte le cose che aveva in progetto per me. Mi sarebbe piaciuto consolarlo, scaldarlo, comunicargli la mia gratitudine, salvarlo. Ma non ci riuscii. Il suo slancio però non venne perso, e nel giro di un secolo venne costruita la Taverna dei Consiglieri, decorata con una selezione di grandi orologi sulla facciata, e si completarono i lavori della Chiesa di San Giacomo, iniziati due secoli prima, e che da tempo ormai aspettavo. Venne infine consacrata e furono commissionate opere d’arte per abbellirla: l’Altare dei Dodici Apostoli in primis, con la Crocifissione e i Santi intagliati e dorati; l’Altare dell’Incoronazione di Maria, in fondo alla navata, a destra; e poi anche quella capsula, la reliquia rossa. Il cristallo di rocca venne affidato a Tilman Riemenschneider e al suo sguardo cupo, che riuscì a conferire profondità e magnificenza all’Altare del Sacro Sangue, diventata meta dei costanti pellegrini. Loro, poi, non smisero mai di viaggiare, anno dopo anno, mischiandosi a contadini e commercianti, un piede dopo l’altro, e i secoli sono passati, il loro incedere ha marcato il paesaggio, sentieri si sono formati, che uno alla volta sono poi confluiti in una rete di strade maestre che collega tutta la nazione. Due di queste, in particolare, s’incrociano tra le mie mura, quelle di Rothenburg, nella valle del Tauber. La Strada Romantica, che parte dal Meno, attraversa le colline della Franconia occidentale e la Svevia e l’Alta Baviera, adagiandosi sulle Alpi, in un viaggio di riscoperta e di fioritura; l’altro, è il Sentiero dei Castelli, un itinerario di 1200 chilometri che da Mannheim arriva fino a Praga, tra casate medievali, foliage, nebbie avvolgenti e mura che incoronano le vette. I turisti, oggi, quando arrivano qui da uno o l’altro sentiero, si fermano spesso sulla Plönlein, la pittoresca biforcazione stradale, osservano la casa ocra e i suoi graticci, alcuni immaginano di arrampicarsi; poi c’è chi va in su, a sinistra, e chi in giù, a destra, spesso verso uno dei musei, come quello del Crimine, che attrae per i suoi crudeli strumenti e le particolari punizioni, tipo il Battesimo del Panettiere; altri scelgono il Rothenburg Museum, le visite alle Case degli Artigiani o agli Antichi Sotterranei, alcuni gruppetti si spingono fino al palazzo della residenza Toppler, e qui la gente non vuole arrampicarsi, sedersi o tantomeno fare foto. Tutti, arrivando, abbassano la voce fino a farla sparire, ascoltano il verde intorno e osservano le cinque finestre a piramide, a volte appoggiano la mano sulla struttura più bassa, e quello mi piace, una carezza al vecchio sindaco, una dopo l’altra, carezze di migliaia di persone che, visitando la sua città, vogliono ringraziarlo per averla salvata, mantenuta, curata.

  48. 8

    Weimar, disegni divini

    Erano giorni incerti e vispi, come lo sono sempre i giorni di trasformazione. Il tempo si muoveva a fisarmonica, alternando giornate che duravano una frase, una conversazione, a momenti dolci e lenti, ripetuti. Erano arrivate molte novità, stavo cambiando volto, ora avevo anche una stazione ferroviaria con il mio nome, Weimar, stampato bianco su blu. Il tempo dei poeti, quello di Goethe e Schiller, se n’era andato ormai da qualche decennio, ma le loro idee, la loro voglia, il loro segno era rimasto, ancora e sempre accompagnato dalla discendenza della duchessa Anna Amalia. Protagonisti di questi anni sono il pronipote, Carl Alexander, e sua moglie, Sophie. Parlavano spesso, prima di addormentarsi, progettavano, sognavano, immaginavano le mie vie e le mie piazze come un grande salotto, un luogo dove far convergere la nazione intera all’insegna dell’arte e della cultura. Francesca Müller-Fabbri: “Vivono un grande momento di trasformazione tecnologica, a metà dell’Ottocento, quando viene creata la ferrovia, la ferrovia collega improvvisamente Weimar a Berlino e a Francoforte sul Meno, e porta un nuovo tipo di turismo, quasi un turismo di massa a Weimar, e questo è legato al progetto del duca Carl Alexander, il nipote di Carl August, che vuole in qualche modo presentare Weimar al mondo come la città forgiata da Goethe, forgiata da Schiller, in un sistema di marketing quasi, legato al Classicismo, e quindi al legame con l’Italia anche; tutto questo non sarebbe stato possibile senza una terza componente, che è quella finanziaria, Sophie von Oranien, la moglie di Carl Alexander, l’unica erede della famiglia Oranien all’epoca, una famiglia che ancora oggi regna nel Nord Europa, e che è una famiglia ricchissima, e quindi grandi capitali finanziari arrivano attraverso di lei a Weimar, e quindi l’insieme delle tre cose, la tecnologia, la volontà politica e anche le possibilità finanziarie fanno sì che Weimar si trasformi in quegli anni”. Era un momento d’apertura, del grande teatro e dei concerti di Liszt, delle case dei due poeti trasformate in musei, dei parchi Belvedere, Tiefurt ed Ilm aperti al pubblico. Il momento delle migliaia di facce nuove che, attraverso il vapore del treno, uscivano dalla stazione, guardandosi intorno meravigliati. Io, Weimar, ero sorpresa tanto quanto loro, non comprendevo ancora il tutto. Erano giorni incerti, ma non solo per me. In tutta la nazione c’erano tumulti e grida, era appena finita la grande guerra e i marinai rivoluzionari, in quel novembre, diedero l’ultima spallata all’impero. Stava nascendo la repubblica. Ma una repubblica aveva bisogno di una costituzione. Erano indecisi, molto indecisi sul dove scriverla, e dopo tanto discutere scelsero me, Weimar, una città in crescita, piccola e facile da difendere, dicevano. Nasceva la Repubblica, e nasceva con il mio nome, la Repubblica di Weimar, e ancora una volta ero sorpresa, lusingata, curiosa di vedere tutti quei politici qui da me, tre mesi filati, giù per le vie con i capi chini, borbottando questo paragrafo o quell’altra sezione. E tra loro si muoveva un architetto, all’insù però, la testa alta, lo sguardo calmo e la pelle morbida. Passeggiava nella piazza del mercato, dove dal 1600, ogni ottobre, si tiene il famoso mercato delle cipolle di Weimar, osservava le collane appese ai chioschi, ne comprava alcune da portare a casa. Pensava. Il suo nome era Walter Gropius, e lui non borbottava, anzi, parlava forte e chiaro, parlava di una nuova scuola, una nuova casa della costruzione, un laboratorio dove abbattere le mura tra arte, artigianato e industria. Erano giorni vispi, e Gropius, poco tempo dopo la partenza dei politici, fondò la Bauhaus, l’arte della repubblica. Francesca Müller-Fabbri: “Non vuole essere un’accademia, non vuole essere un’università, non vuole essere una struttura piramidale o gerarchica, vuole essere una casa, una comunità dinamica, e questa comunità dinamica costruisce non un’architettura ma una nuova società e una nuova umanità sulla base democratica della Repubblica di Weimar; quindi, il Bauhaus è l’arte della repubblica di Weimar, la geometria più pura, cioè quello allo stato diciamo di base delle forme geometriche di base, deve essere la base di un nuovo Umanesimo, quindi la geometria prende il posto di quello che era il Classicismo per Goethe, un’arte che non può essere nazionalizzata, che non può essere legata solo a una tradizione, non esiste la geometria tedesca o la geometria francese, c’è solo una geometria, e che nella sua purezza può rendere questa nuova umanità, la può portare a un nuovo livello morale, perché appunto dove c’è meno c’è di più, questo è il motto del Bauhaus. Il meno è in realtà la cosa più importante, l’essenziale, riducendo all’essenziale si ritrova questo elemento etico che tutte le avanguardie cercano, e quindi il Bauhaus è veramente l’utopia di una nuova società paritaria che crea un mondo umano a partire dal valore più alto della cultura, cioè dalla geometria, che è poi un’idea dell’ordine divino di nuovo". Purtroppo, non gli concessero molto tempo, e già pochi anni più tardi, nel 1924, fu costretto a trasferire la sua scuola a Dèssau. Il suo era uno stile nuovo e libertino, di difficile comprensione per quelli che stavano prendendo potere in quel momento, quelli che volevano mantenere, nella città della costituzione, le tradizioni secolari e rigide. Gli stessi che poi costruirono il Gauforum in centro città e il complesso di Buchenwald appena fuori. Gli stessi che avrebbero voluto rendermi la città modello della nuova era a venire. I ricordi di quell’epoca, ancora molto freschi, sono tanti. Sono tanti e visibili ancora oggi nelle costruzioni e nei memoriali; osservo i turisti passare, guardare e non capire fino in fondo. Li vedo toccare con mano la pietra, nel cimitero dove sono seppelliti insieme anche Goethe e Schiller, che chissà cosa avrebbero pensato. Mi immagino che ad un certo punto, seduti e abbattuti, si sarebbero alzati e avrebbero reagito, elogiato ancor di più la bellezza del mondo, avrebbero ripreso i loro spettacoli e invitato sempre più gente, da terre lontane e vicine, avrebbero reagito con le loro idee all’insegna della pace e della cultura, i loro bigliettini avrebbero coperto strade e piazze, senza che nessun movimento o vento che sia potesse spostarli, parole che avrebbero risollevato l’uomo. Weimar si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  49. 7

    Weimar, nelle mani del poeta

    Io vedevo l’indolenza degli uomini, e non sapevo che fare, come comportarmi. Tentavo di ispirarli ma nulla, la mia luce, le mie strade, la mia natura potevano arrivare solo fino a un certo punto, e il mio nome, Weimar, andava a perdersi nel chiacchiericcio mondano. Poi arrivò lui, nel 1775, una figura complessa e poetica, scrittore giovane ma affermato, che portava sulle spalle un peso che sentivo di condividere, una malinconia maldestra dettata dalla luna, lui che era nato con la campane del mezzogiorno. L’aveva convinto Carl August, figlio della grande Anna Amalia, strappandolo ai soldi della famiglia Goethe per farlo diventare primo ministro qui a Weimar, una sfida che Johann Wolfgang accettò volentieri. All’inizio ricordo che rimase sorpreso e io un po’ mi vergognai: non avevo industrie, canalizzazione, ero difficile da raggiungere e l’illuminazione a gas era poca. Mi sentivo piccola rispetto alla sua Francoforte. Il duca però lo sistemò in una bella casetta sulle sponde dell’Ilm, una casetta appartenuta a dei vignaioli, di cui Goethe apprezzò e curò molto il giardino. Gli piaceva stare nella natura, lì scriveva molto, e il postino, quando ritirava le lettere, spesso vi leggeva il nome di Caspar David Friedrich, il pittore Romantico con cui Johann comunicò molto, e che tecnicamente ammirava anche, ma con cui non si trovò mai fino in fondo. Francesca Müller-Fabbri: “Dopo le guerre di liberazione inizia di nuovo la montata dei romantici, perché inizia il patriottismo, il nazionalismo. Goethe è molto scettico, lui non vuol sentir parlare né di misticismo religioso, né di patriottismo, né di nazionalismo, sono tutte idee in cui lui vede il pericolo della guerra e quindi non ne vuole sentire parlare. Però naturalmente non può neanche dirlo molto ufficialmente, perché è pagato dal duca che naturalmente fa parte di questo programma patriottico, che dopo il Congresso di Vienna riottiene il suo territorio, può risiedere sul suo territorio, e quindi Goethe comincia un contatto anche con i romantici, e cerca un dialogo con i romantici, a più livelli, attraverso delle riviste, attraverso degli scritti". Io, Weimar, sentivo le sue conversazioni, i suoi sfoghi, quando ripeteva che lui lì ci vedeva solo la guerra, pur ricordando le sue radici, così simili a ciò che ora criticava e di cui sembrava quasi pentirsi. Una volta, addirittura, parlando della sua opera più famosa, I dolori del giovane Werther, lo sentii affermare di averla scritta in un periodo da lui definito patologico. I primi anni qui a Weimar si stressò molto, lo vedevo, in cerca di soldi per i suoi progetti ambiziosi, e devo essergli stata un po’ stretta anche, perché poi decise di passare un paio d’anni viaggiando in Italia, per caricarsi di nuovi stimoli. Quando poi tornò, arrivò anche l’altro, un rivoluzionario in fuga dal carcere militare di nome Schiller, anche lui con una certa fama d’autore. All’inizio non si piacquero, tanto che Goethe lo spedì a Jena, percependo in lui una minaccia ai suoi ideali. Francesca Müller-Fabbri: “Schiller non può dire di no, perché comunque è l’unica chance che ha di rimanere sul territorio e quindi dice di sì e a Jena ha già tutti i contatti importanti, a Jena c’erano degli editori, c’erano molti intellettuali con cui Schiller aveva molti contatti e poi, qualche anno dopo, anzi, veramente 5 anni dopo questo primo incontro che non era andato molto bene, si rincontrano a Jena, Goethe e Schiller, e scocca una scintilla in qualche modo e si scoprono complementari. Complementari e tutti e due pensano che il Classico può salvare il mondo, che il Classico è l’unica strategia per un’arte che non porti alla guerra tra le nazioni ma che attraverso un linguaggio internazionale e un’idea di armonia etica e morale superiore porti l’uomo al bello e quindi al bene”. Lavorarono molto insieme, Schiller tornò anche da me, e le loro case distavano appena cinquanta metri, cosa di cui i vari garzoni e inservienti ringraziavano, dato la quantità di biglietti e note che i due si scambiavano quotidianamente. Percepivo quell’indolenza sparire, sciogliersi alla luce del loro desiderio. Rivoluzionarono il teatro, e io, Weimar, le vedevo uscire le persone, la sera, dopo lo spettacolo, e sui loro visi, più che sorrisi, leggevo l’espressione di chi ha appena scoperto qualcosa di nuovo e sensazionale, l’espressione di chi non ha ancora capito fino in fondo ciò a cui ha appena assistito. Il rivoluzionario morì presto, troppo presto, e per Goethe fu un brutto colpo. Lo vedevo passeggiare tra i parchi, quello sull’Ilm, vicino alla sua prima casa, si spingeva fino a quello che circondava il castello di Tiefurt, sulle orme di Anna Amalia, poi si rifugiava a cercare sollievo in mezzo all’orangerie del parco Belvedere, dove passando riguardava quella Römerhaus, d’ispirazione romana e costruita dopo il suo soggiorno in Italia; il tutto, ripensando alle conversazioni con l’amico Schiller. Rimuginava su quei bigliettini, ne ripercorreva i passaggi, li ricordava con affetto e una nuova malinconia, diversa e più profonda. Anni dopo, molto dopo le loro morti, trasformarono le loro case in musei, la gente ora può apprezzare le loro collezioni, la loro corrispondenza e un’espressione totale dei loro ideali. E proprio in quel tratto, in quei cinquanta metri che le separano, vedo ancora passare i loro occhi, illuminati da un’idea che dovevano subito condividere, prioritaria su tutto, da gettare nella mente dell’altro e guardarla come in uno specchio, aspettando che fiorisca. Weimar si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

  50. 6

    La rivoluzionaria di Weimar

    Al principio era la palude, il freddo, il limo e nulla più, avevo poco. Ero poco. Fin dall’inizio mi battezzarono Weimar, ma il mio esistere era piatto, le caviglie degli abitanti affondavano nel fango, si muovevano lenti. Poi ci fu una disputa, una battaglia tra famiglie, tra chi credeva e chi protestava, e i primi, per punizione, mandarono i secondi qui, sconfitti, condannati al ritiro nelle terre più povere. Francesca Müller-Fabbri: “La famiglia praticamente in questa situazione non ha più sbocchi commerciali, non ha più sbocchi importanti, non ha mercati, e quindi questa famiglia, che a questo punto si chiama Sachsen-Weimar, di Sassonia e Weimar, questo ducato, in qualche modo decide di cambiare politica e decide di investire in cultura, questa è la cosa importante, investe in cultura a partire dalla metà del ‘500, in cultura, musica, teatro, e siccome non possono neanche più avere un’università, perché anche questo è stato bloccato dall’imperatore, dato che a Wittenberg Lutero aveva unito teologia e politica, quindi viene tolta questa possibilità di avere l’università a Weimar, la famiglia crea la propria classe intellettuale all’interno del castello”. Passarono i secoli e io maturavo, l’animo si abbelliva, il mio nome, Weimar, usciva nelle conversazioni delle sale da tè e un giorno, sposa ricercata per il giovane duca, arrivò da me la giovane principessa Anna Amalia. Era l’anno 1756, lo ricordo bene, ricordo com’era bella, parlava lingue che non conoscevo, danzava, suonava il piano e, nonostante l’età, si muoveva sinuosa tra conversazioni di politica e religione. A 19 anni si ritrovò con due figli e nessun marito, morto precocemente, e il mio futuro pendeva appeso a quelle candide e giovani dita. Non saprei spiegarvelo, ma non mi preoccupai, mai, anzi, in lei vedevo lo stesso tipo di tenacia e abilità del grande musicista, quel Bach che era stato da me per qualche tempo, anni prima, lavorando come organista, e con cui condivideva una smodata fiducia nelle arti. Si diede da fare Anna Amalia, dirigendo dal suo Wittumspalais, il palazzo della Vedova, e trasformando il palazzo ducale delle dame in una biblioteca aperta al pubblico, attirando così intellettuali da tutta Europa; fondò poi la Gazzetta di Weimar, assunse bibliotecari che condividevano con lei la passione per la lingua italiana, e che contribuirono a tradurre e diffondere in Germania grandi scrittori, con nomi come Dante, Ariosto e Tasso. Prima lei e poi il primogenito, Carlo Augusto, diedero nuova vita ai castelli della città, come quello cittadino, ristrutturato a nuovo e trasformato in un palazzo a tre ali, oppure quello di Belvedere, con la sua aranciera, i cui parchi, lasciati in rovina, ripresero vita grazie ai soggiorni della principessa, oppure ancora quello di Tiefurt, ravvivato dagli incontri di studiosi e letterati che animavano le serate estive. Proprio il figlio, poi, mi portò qualcun altro, una figura romantica, che arrivò da me già con fama di scrittore, e che insieme a un altro poeta, in seguito, rivoluzionò il teatro. Il primo, Goethe, andava a trovare il secondo, Schiller, e i due all’inizio non si piacevano, anzi, li sentivo borbottare nelle strade, criticandosi a vicenda. Poi però qualcosa è cambiato, sono entrati in sintonia, si scambiavano idee e il tempo non sembrava mai abbastanza, bisognava trarne il massimo: si vedevano ogni giorno, e quando non si vedevano si mandavano bigliettini, da casa a casa, come due innamorati. Francesca Müller-Fabbri: “Goethe vuole vedere il teatro come un teatro all’antica, un teatro etico, un teatro in cui i testi, che a questo punto sono soprattutto testi tedeschi, possano portare un pubblico, un pubblico più vasto del pubblico di corte a una trasformazione morale e etica, come era nell’antico. Quindi, non è più un teatro di divertissement, non è più un teatro di clownerie , di acrobati, di commedia dell’arte. […] Non è più un teatro di intrattenimento o di gioco o di spasso, è un teatro per pensare, è un teatro per riflettere, è un teatro con dei testi difficili, molto difficili, e con dei testi di valore politico. E Goethe realizza questo teatro attraverso l’amicizia con Schiller". Insieme, trasformarono il teatro, da intrattenimento a luogo di riflessione, a mezzo politico, invertendo anche la dinamica che voleva una compagnia nomade e vagabonda: ora erano gli altri a spostarsi, a venire qui, ad ammirare quegli attori e quelle attrici che avevano dato vita al nuovo. Una nuova epoca, dicono, sia nata in quegli anni, quella del Classicismo, un’epoca smossa e condotta da questi due geni del sovvertimento. Io, però, Weimar, non dimentico i pomeriggi pensierosi, le notti fonde e l’impegno dietro quegli incontri letterari, il terreno fertile preparato e curato da Anna Amalia a cui, se potessi dedicare un pensiero, mi piacerebbe sentisse gli applausi che echeggiano sul palco del teatro, e che sapesse che sono, in gran parte, dedicati anche a lei. Weimar si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.

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La scena culturale tedesca è vivace e variegata. La Germania si conferma una destinazione imperdibile per gli amanti della cultura, con un ricco calendario di eventi e celebrazioni dedicate a pietre miliari storiche, anniversari memorabili e straordinarie attrazioni culturali. Sarà un anno speciale per scoprire o riscoprire la storia, l’arte e le tradizioni di questo affascinante Paese.Realizzato dall’Ente Turistico Tedesco, questo canale podcast è un viaggio sonoro che spazia tra siti UNESCO, arte, design, musica, fiabe e tradizioni che prendono corpo in un racconto immersivo che svela l'anima più autentica del Paese.Un produzione a cura della Loquis Factory. Testi di Alessio Guzzo.- Scarica l'app Loquis per iOS e Android.

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